I “Pensieri” di Marco Aurelio e la cura dell’imperatore

Marco Aurelio, uno degli imperatori più stimati dell’antichità, nella sua solitudine, lontano dalle corti e dalle battaglie, soleva scrivere in questo modo:

«Presto dimenticherai tutto; presto ti dimenticheranno tutti»1.

È solo uno delle centinaia di aforismi che l’imperatore scrisse, senza alcun nesso fra loro, ordine, scopo o destinatario. Fuggendo il chiasso dei senatori, il rombo delle armi e lo stridio del cavalli, le pagine che Marco Aurelio ci ha lasciato sembrano impregnate dai lunghi respiri che l’imperatore doveva prendersi, prima di ritornare ai suoi doveri. L’uomo più potente dell’impero si consolava della sua esistenza con l’inchiostro e la pergamena, ogni volta che poteva. L’opera di Marco Aurelio esiste perché alcuni sconosciuti decisero di organizzare i suoi scritti, e solo in seguito nacque il titolo come lo conosciamo oggi, A se stesso.
La mancanza di un ordine chiaro dei suoi pensieri ha reso quest’opera la più libera, che possa mai capitare fra le mani di un lettore: la si può sfogliare a caso, tornare indietro, e poi volgersi verso la fine del libro. Si troveranno consigli su come vivere, comportarsi con gli altri (soprattutto con chi ci odia), sulla necessità della calma, l’inutilità della rabbia, la pazienza nel non fomentare la malvagità altrui, la consapevolezza delle cose effimere.

Nel caos delle sue massime, si trova tuttavia un elemento che spicca fra tutti, e che spesso si ripete.

«[…] in nessun luogo più tranquillo e calmo della propria anima ci si può ritirare; […] Concediti quindi questo ritiro e in esso rinnovati»2.

Nei memoranda che Marco Aurelio lasciava proprio a se stesso, per resistere alla vita stessa, si scopre che la via da seguire può essere tracciata solo a partire dalla propria interiorità.

«Scava dentro di te; dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare»3.

L’imperatore si aggrappa continuamente a sentenze di questo genere, perché l’interiorità è l’unico luogo in cui si ritrova la mappa delle strade da percorrere.
Marco Aurelio visse dal 121 d. C. al 180 d. C., non conobbe ritmi frenetici, rumori assordanti e continui, né il fenomeno della massa che ingurgita l’identità dell’individuo. Marco Aurelio, in sostanza, non poteva prevedere il nostro secolo e i suoi mali, eppure propone l’unica cura possibile, o almeno, quella che adottò egli stesso. Contro lo smarrimento per essere stati trascinati troppo a lungo dagli eventi, dalle passioni e dai propri sogni, bisogna riappropriarsi di se stessi. Che sia il silenzio, lo sfrigolio di una penna, o qualsiasi altra cosa, l’unica conquista da compiere è quella del proprio tempo, poiché soltanto così si ritrova il proprio equilibrio, il proprio senso.
Non si tratta di parole di solo conforto, ma si basano su un principio logico-filosofico ben preciso: fra la natura, l’anima umana e gli eventi del mondo esiste una legge, che interconnette ogni cosa, anche se gli uomini non la comprendono.
«O un universo perfettamente ordinato o un ammasso casuale, ma pur sempre un ordine. Come potrebbe esistere in te ordine e nell’universo disordine? Specialmente considerando che tutte le cose sono ben distinte le une dalle altre eppure fuse insieme e in reciproca armonia»4.

Sebbene l’imperatore sia ben consapevole di non potere capire la ragione dell’armonia, egli si rifugia continuamente dentro di sé per ritrovarvi i semi che vi ha lasciato: solo in questo modo, si può essere coscienti di ciò che è effimero, e ciò che non lo è.
Marco Aurelio scriveva a se stesso e, senza saperlo, avrebbe teso la mano a sconosciuti di epoche per lui inimmaginabili, rispondendo ai dubbi e alle domande di chi lo avrebbe letto.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui bisognerebbe continuare a leggere Marco Aurelio. Che le si sfogli distrattamente, o le si divori riga per riga, le pagine dell’imperatore custodiscono rimedi imperituri all’unico male dell’individuo: la perdita del sé, inghiottito dai fatti del mondo.

Vi è un ultimo elemento da sottolineare. In assenza di un obiettivo chiaro, gli aforismi sono di fatto molto simili fra loro, in alcuni momenti persino ripetitivi. Tuttavia, spiccano le prime pagine del Libro I, perché diverse da tutte le altre. Non sono altro che dediche fatte dall’imperatore a tutte le persone che lo hanno amato e ispirato, dai familiari ai propri maestri. Di ognuno, Marco Aurelio ricorda, soprattutto, il motivo per cui è debitore: da alcuni ha imparato la clemenza, la bontà, da altri la severità, i precetti morali ecc… Se volessimo dare un nuovo titolo a queste pagine, sarebbe forse Il libro della gratitudine, poiché siamo ben poco, se ci districhiamo dai legami con altre anime, se ci svincoliamo da ciò che abbiamo dovuto affrontare, anche nostro malgrado.
La gratitudine è uno sforzo di memoria, di riconoscimento di sé, un atto di volontà di pace, ed è così che si apre ciò che potremmo definire il diario di un’anima così temuta, potente, che aveva bisogno di nascondersi in se stesso, come la tartaruga nel suo carapace, per godere della saggezza di cui il mondo scarseggiava.

 

Fabiana Castellino

NOTE:
1. Marco Aurelio, Pensieri, Mondadori Editore, Milano 1994, p. 84
2. Ivi, p. 35
3. Ivi, p. 90
4. Ivi, p. 41

[Photo credits: Elisabella Foco su Unsplash]

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Creare con il pensiero: la scienza per realizzare i sogni

Finalmente posso dormire! Lontano da tutto il resto, rifugiarmi sotto le coperte, e lasciare che la coscienza si assopisca lentamente sprofondando nel silenzio dei sensi. E sognare, se capita.

Molti concludono la giornata con un pensiero simile, prima di abbandonarsi al riposo. Eppure non è sempre così semplice. A qualcheduno, in qualche rara occasione, può essere capitato durante il sonno di sperimentare quello stravagante fenomeno chiamato sogno lucido: uno stato mentale ossimorico, che unisce un senso di presenza a sé stessi mentre la coscienza dorme. Quando sogniamo normalmente, la realtà non si impone più rigida sulla nostra percezione. Lascia che la nostra mente proietti e immediatamente sperimenti quanto crea lei stessa. Il risultato consueto: situazioni che si compongono in modo apparentemente casuale (psicanalisi e smorfia napoletana a parte). Tuttavia in quello stato fortunato del sogno lucido si aggiunge un altro elemento: nel sogno ci ricordiamo che stiamo dormendo e ci accorgiamo che stiamo sognando. Questa presa di consapevolezza ha come conseguenza un effetto particolare: le immagini non sono più subite, dettate dalla profondità del subconscio o da associazioni bizzarre, ma diventano il prodotto della nostra volontà, che ha acquisito lucidità nella dimensione onirica.

Vuoi volare? Puoi. Basta pensarlo.

Immaginazione e percezione della realtà diventano eco l’una dell’altra, come due specchi che vicendevolmente si riflettono. Non c’è una realtà “esterna” che definisce l’esperienza mentale di un soggetto interiore, perché pensato e percepito sono una cosa sola. Risuonano le parole di Aristotele quando descrive l’intelligenza divina:

 

«Dunque, non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero, per queste cose che non hanno materia, coincideranno, e l’Intelligenza divina sarà una cosa sola con l’oggetto del suo pensare».
Aristotele, Metafisica

Un po’ come dice Guccini nella sua Genesi, ma senza “r” moscia.

Nella vita di tutti giorni, vissuta normalmente da svegli alla luce del sole, è meno immediata l’associazione tra quanto si sogna e la sua concretizzazione davanti ai nostri occhi, tra aspirazione e realizzazione. Realizzare i sogni diventa l’espressione che descrive l’azione di chi, aiutato dalla sorte o grazie al duro lavoro, riesce con il tempo a rendere vive nel mondo le sue aspirazioni.
Ma proprio mentre siamo impegnati a realizzare i nostri personali propositi, scienza e tecnologia continuano instancabilmente a lavorare per i propri. E quello che stanno producendo in questi ultimi anni potrebbe servire ad accorciare sempre di più questa distanza. Compaiono uno dopo l’altro strumenti e tecniche che servono a rafforzare e rendere più vividi i prodotti della nostra immaginazione, che creano la possibilità di sperimentare i nostri progetti mentali con i 5 sensi. Di renderli appunto “reali”.

Pensiamo alla stampante 3D: simbolo del mondo del making e dei fablab (assieme a taglierine laser e macchine fresatrici), è quello strumento che materializza in volumi tangibili forme prima digitali. Rendendo quasi immediato il processo di costruzione, lascia spazio al gioco delle forme e alla creatività per la progettazione delle cose.
Oppure prendiamo in considerazione un altro ambito, un ambito che oramai potrebbe aver perso l’aura della novità, e che potrebbe passare inosservato perché associato all’intrattenimento e al contesto ludico: quello della computer grafica. Processori sempre più potenti e una risoluzione identica a quella della vista umana (se non maggiore) servono a rendere verosimili le visioni degli artisti digitali, proponendo al pubblico opere che senza limiti possono sfidare il sublime.
E la CGI si sposa con la tecnologia dei visori di realtà virtuale, inaugurando nuove possibilità espressive e di sperimentazione. Parallelamente alla capacità di costruire mondi fittizi sempre più complessi e percettivamente credibili, si sta sviluppando la tecnologia per rendere la fruizione immersiva. Tutto questo grazie ad occhiali che proiettano panorami artificiali includendo tutto il campo visivo, esplorabili a 360 gradi. E non solo: gli strumenti di interazione con i mondi digitali non si limitano alla vista, ma includono il movimento corporeo.
E ancora: la ricerca si sta occupando dell’interazione diretta mente-macchina, sulla possibilità di interagire e dirigere mentalmente le operazioni dei computer. Dovremo aspettare molto prima controllare i nostri smartphone tramite i nostri pensieri?

Artifici computerizzati che interagiscono con il nostro tatto, con la percezione del nostro corpo e degli oggetti, con le immagini visive davanti a noi. Con quelle facoltà cognitive che contribuiscono a definire quello a cui normalmente attribuiamo un’esistenza concreta. Considerando queste tecnologie nella loro singolarità, può sembrare esagerato accostarle ad un aumento illimitato delle potenzialità della creatività umana e della sua realizzazione. Ma consideriamole tutte insieme, per osservare se disegnano una direzione, una tendenza verso cui ci stiamo muovendo. E ricordiamoci quanto la tecnologia è mutata nei secoli, in modi inimmaginabili per ogni epoca. Apparirà allora più lecito fantasticare su un futuro sorprendente.

Un ultimo azzardo: accogliamo in pieno questo scenario, immaginiamo un presente in cui ogni cosa che l’immaginazione umana può figurarsi si realizza immediatamente. Una volta che la domanda non è più come realizzare quello che sogni, perché tutto quello che immagini si può concretizzare, allora che cosa oserai immaginare?

Matteo Villa

 

P.S.:

Fai volare l’immaginazione mentre guardi questo video:

volo in realtà virtuale


 

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Uscire di casa solo con noi stessi

Non vi è mai una sola volta in cui io riesca a varcare in modo deciso il portone di casa mia. Vi capita mai? Io proprio non ci riesco. Non è il mio forte la sicurezza, la decisione nel fare le cose. A chi mi sta leggendo devo anche confessare che persino queste parole di questo breve testo provengono dalla stessa fonte di insicurezza, dal mio fare lento e macchinoso, a tratti contemplativo, forse per guadagnare un po’ di tempo. Anche questo ennesimo punto conclude una frase e mi fa pensare a cosa scrivere, quasi come a tenermi a metà strada, proprio lì nell’uscio della mia abitazione. Ora voi vi chiederete come io possa aver pensato di catturare il vostro interesse con una partenza del genere e con un tale atteggiamento. Alle persone, in genere, non piace esser tenute così in sospeso, rimanere a galla tra le interminabili esitazioni dei propri interlocutori, si perde appunto l’interesse e l’attenzione per quello che magari voleva essere un argomento valido. È così che muoiono molte conversazioni, seppellite in un abisso di occasioni mai realizzate, mai sbocciate ed espresse, dunque perdute.

C’è da pensarci tanto, da riflettere sulle infinite “dynamis”, ossia possibilità, le stesse che perdiamo attimo dopo attimo, in uno scorrere inesorabile. Noi comunque abbiamo poco tempo, ci siamo lavati e vestiti per andare al lavoro o a scuola, o semplicemente per uscire con gli amici. Svago o no, siamo tutti ancora immobili su quell’uscio, facendo fluire e scivolar via tutti quegli istanti che sono pronti a diventare passato, sono pronti a perdersi e noi acconsentiamo a perderli a nostra volta. Che fare? Continuiamo a temporeggiare con la paura e l’ansia in corpo, mille preoccupazioni ed indecisioni che non ci fanno abbandonare il quartier generale , dove tutto è a nostra disposizione e nessuno può coglierci impreparati. Fosse per noi staremmo lì dentro per sempre, protetti e a nostro agio nella maniera più completa, accontentati dalle mura della nostra casa d’atarassia. Sarebbe bello, lo farebbero tutti, ci sarebbero milioni di prenotazioni per tale lusso. Saprete meglio di me, però, che tutto ciò è pura utopia, non vale neanche il pensiero, non dovrebbe nemmeno ritagliarsi quello spazio tra l’ansia e le preoccupazioni, poiché non risulta essere altro che l’astuta vendita di una mera illusione, forte del fatto d’esser più piacevole ed allettante del turbamento di cui siamo in realtà vittime.

Ma torniamo a pensare alla nostra situazione che intanto si è portata avanti, stiamo per chiudere la porta di casa ma il tempo è comunque passato, si sono precluse alcune delle strade che quella mattina da noi condivisa ci aveva offerto. Non siamo ancora sicuri, e preferiamo rinunciare ad altre possibilità per pensare a cosa ci dovrebbe servire una volta usciti. Se prima stavamo pensando in modo più esistenziale volgendo l’attenzione su noi stessi, ora siamo giunti al momento della materialità, da noi ritenuta essenziale. Proprio qui ci perdiamo in un bicchier d’acqua ed evidenziamo i nostri limiti. Stiamo perdendo l’autobus ormai, poiché sganciati dalla vita, che ci ha fatti schiavi attraverso la materia che è essa stessa a possedere noi. L’esistenziale che ci blocca in quel preciso momento, alla fine, ci riduce a questa condizione di pochezza nei confronti di noi stessi, andando a ritenere essenziali degli indumenti che essenziali non sono, facendoci credere di dover portare fin troppe cose appresso, facendoci credere di essere qualcosa in più. In tal maniera siamo più forniti, siamo sagome più imponenti, più preparati per affrontare il mondo pronto a colpirci. Pure convinzioni che a mio parere non sono così determinanti, almeno non in questa forma. Lo dico perché forse vi è un modo più semplice e meno travagliato per poter chiudere quella porta senza particolari pensieri, non credete? Certo che lo credete anche voi, cari lettori che poco avete da imparare da me e dalla mia insicurezza, davvero poco o nulla.

Forse per voi valeva solo la pena seguire questa mia contemplazione, questo mio aspetto malato che mi fa temporeggiare pure adesso, mettendo in luce il problema e dandone un possibile principio di cura. Anche la vostra lettura di queste mie parole può esser stata in un qualche modo catartica, o utile per una breve riflessione sul quotidiano, in altre parole potrebbe non essere stata soltanto una perdita di tempo, potrebbe non essere l’ennesima esitazione a vuoto, bensì la promessa da parte di tutti d’essere un po’ più sicuri davanti alla vita e di non aver paura di chiudere quelle porte dietro di noi, accettando di poter uscire con anche solo noi stessi.

Alvise Gasparini

 

Riconquistati a te stesso

Un flusso ininterrotto di informazioni, di impulsi e risposte, di mete raggiunte, afferrate per un instante e spostate un po’ più in là; una pioggia di stringhe, di volontà programmate per l’insaziabilità: questo parremmo, forse, a chiunque voglia guardarci, essendosi astratto dalla nostra massa. E ci sarebbero tutti gli indizi per confermare l’impressione, tutti gli indizi per diagnosticare la frenetica assurdità che connota la vita che gran parte dell’umanità vive: taluni per scelta, talaltri per non averne compiuta alcuna.

Probabilmente, per lo stesso principio, queste parole parranno l’ennesimo discorso sulla corruzione morale del nostro tempo, sull’oscurità dei nostri giorni, una serie di inautentiche lamentazioni.
Se, invece, un senso c’è, emergerà da sé non appena ci si ponga una questione elementare: perché viviamo schiavi d’un tempo sfuggente che non è mai abbastanza?

Siamo soliti dire- più o meno consapevolmente- di non aver tempo, siamo soliti lamentarci del “tempo che manca”. Siamo certi, in fondo, che sia il tempo a venir meno?
Siamo certi, in fondo, che non siamo noi a venir meno a noi stessi?

Seguendo il filosofo di lingua latina Seneca, proviamo almeno ad abbozzare un sentiero lungo il quale cercare una risposta.

<< Persuaditi che le cose stanno così come ti scrivo: alcune ore ci vengono strappate vie, alcune altre ci vengono sottratte subdolamente, altre ancora scorrono via. Tuttavia, la perdita più ignominiosa è quella che si verifica per negligenza.>>[1]

Le ore che ci vengono strappate a forza, quelle che ci vengono sottratte con l’inganno, quelle che scorrono via, possono esser perdute solo ad una condizione: che noi stessi, prima, siamo smarriti.
Alla fine del passo sopra riportato, infatti, si dice che la perdita più grave, più ignominiosa è quella che accade per negligenza, per ignoranza; ebbene: negligenza di cosa? Cos’è ciò che ignoriamo? Non solo il tempo, di cui abbiamo certamente intuizione ma non una specifica conoscenza; ma anche – e soprattutto- noi stessi.
È la nostra anima a vivere peregrina lo smarrimento, il furto, a scadere nell’inautentico[2]: perduti noi stessi, la consistenza dei nostri giorni scivola via liquefatta.

All’inizio del I libro delle Epistole a Lucilio, è lo stesso Seneca che, ammonendo Lucilio riguardo allo spreco del tempo e della vita, lo esorta immediatamente a guadagnare una vera conoscenza di sé.

<< Fa’ così, mio caro Lucilio, riconquistati a te stesso.>>[3]

L’invito di Seneca ( assai prossimo al celebre “ conosci te stesso”) vuol dire che non è possibile alcuna conoscenza del tempo, senza una solida conoscenza di sé; che non è possibile neppure alcuna vera pratica del tempo, senza un’onesta pratica di sé.

Ecco, dunque, cosa abbiamo primariamente abbiamo perduto: noi stessi.
Ecco perché, a chiunque prendesse la giusta distanza dalla furiosa fretta della nostra quotidianità, parremmo indaffarati a far nulla, proiettati verso un senso di cui viviamo la mancanza; segnati da una mancanza che tentiamo di colmare col sovrabbondare di stimoli.
Più autentico, profittevole e onesto sarebbe fermarci un istante e chiederci non tanto dove stiamo andando; quanto, piuttosto, dove siamo finiti.

 Emanuele Lepore

 NOTE

[1]SENECA, L.A., Epist.a Lucilio, I: << Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tame est iactura quae per neglegentiam fit.>> La traduzione dei pochi stralci di testo proposti è mia; il passo qui citato può essere ritrovato al seguente link : http://www.poesialatina.it/_ns/Greek/tt2/Seneca/Lucil001.html ; Tra le edizioni più diffuse, è possibile consultare Lucio Anneo Seneca, Opere morali, Bur, radici, 2007.

[2]Il rischio che l’intersoggettività favorisca lo scadimento nell’inautenticità, tipicamente heideggeriano, è avvertito dallo stesso Seneca lungo tutto l’arco della sua opera: più volte avverte di non seguire la massa, luogo in cui gli uomini restano vicendevolmente contagiati dal vizio. Si legga, a tal proposito, la settima delle Epistole a Lucilio.

[3]SENECA, L.A., Epist.a Lucilio, I:<< Ita fac, mi Lucilii, vindica te tibi.>>.

Ritirati in te stesso!

Esiste, all’interno di ognuno di noi, una parte inviolabile, inaccessibile.

Un cassetto interiore che chiudiamo ed apriamo meticolosamente con la chiave del cuore.

Nessuno può accedervi. Noi soltanto. E se qualcuno ci prova, restiamo con il fiato sospeso e poi iniziamo a balbettare. Un po’ come quando da piccoli ci veniva chiesto quale fosse il nostro sogno nel cassetto e ci sentivamo talmente disorientati che le nostre labbra non proferivano alcun suono, se non qualche “ehm..”, segno di incertezza. Un po’ anche come gli scritti autobiografici in cui il lettore può conoscere proprio tutto, ma dentro quel tutto ci si immerge nel niente..perchè anche qualora ci si mettesse a nudo, ci sarebbe sempre quella cosa lì che scivola via, che non può essere pienamente colta e compresa dall’altro, perché il vissuto individuale va al di là dei limiti dell’immaginabile. Read more