Scrittura di sé come cura di sé

In un libro di alcuni anni fa, che nulla ha perso della sua carica simbolica, dell’accuratezza intellettuale e del calore umano che lo caratterizzava, il filosofo Duccio Demetrio scriveva: «C’è un momento, nel corso della nostra vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito»1. Tale esigenza può affiorare in ciascuno di noi e assume i contorni di una sensazione, di un bisogno urgente, che emerge dall’interiorità e che ci invita a dare ascolto alla parte più profonda di noi stessi. È il bisogno umano di raccontarsi attraverso la scrittura, di accedere alla propria intimità più profonda e resistere strenuamente «all’oblio della memoria»2. Proprio in questo consiste il pensiero autobiografico, «quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto, è quindi una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita»3. Il desiderio di raccontarsi, di narrarsi, di scrivere la propria storia assume i contorni di un’esperienza umana fra le più nobili ed esaltanti per il suo valore intrinseco di cura di sé.

Chi sono stato? Chi sono ora? Queste le domande di partenza di ogni racconto autobiografico, che è dunque l’inizio di un viaggio etico, psicologico, spirituale che non ha fra le sue motivazioni primarie quello di essere scritto per altri, ma anzitutto per se stessi. Il fine è dare unità alla propria frammentazione interiore per ritrovare il senso della propria storia di vita, spesso lacerata, sconnessa e scollegata nei suo connotati così articolati, umbratili e camaleontici.

Il desiderio di raccontarsi, lungi dall’essere un ripiegamento su se stessi e una chiusura solipsistica è il segno di una nuova tappa della maturità dell’anima e se, come sosteneva Shakespeare: «quando l’anima è pronta, allora anche le cose sono pronte», questo segnala che il tempo è maturo per ricomporre i tasselli, sparsi, della propria vita e ritrovarsi attraverso la scrittura. Narrare la propria storia di vita significa ripercorrerla, elaborarla, riconfigurarla donandole un senso, rilevando luci e ombre che l’hanno accompagnata e che altresì abitano nell’abisso arcano e misterioso di ciascuno di noi. Scrivere di sé implica riprendere contatto con se stessi e conduce a sentire di esserci, a ritrovare i propri confini, non solo fisici, ma soprattutto psicologici, che spesso si smarriscono nel flusso inarrestabile di vite trascorse ma vissute inconsapevolmente.

Fare autobiografia, implica fare silenzio in se stessi, astrarsi momentaneamente dal rumore del mondo, per ascoltare la melodia dell’anima, con le sue variegate tonalità affettive. Significa rimettere ordine nei ricordi, riannodarli coerentemente con la trama e l’ordito dell’interiorità, con la quale è necessario sintonizzarci per ogni esercizio di scrittura che voglia esprimere significati profondi che oscillano fra il visibile e l’invisibile, fra il dicibile e l’indicibile.

Stendere la propria autobiografia dà inoltre la possibilità di mettere ordine al caos che ci abita e che spesso è fonte di inquietudine, angoscia e talora disperazione. Scrivere infatti permette di verbalizzare pensieri e stati emotivi, estrapolarli, concedere loro una via d’uscita costruttiva, che consente di scorgere sempre bagliori di speranza e senso anche all’interno di esistenze lacerate che talvolta paiono avvolte nelle tenebre di una notte senza fine. Narrarsi è un conforto dell’anima, accompagna alla pace interiore, aiuta ad affrontare l’inquietudine e la nostalgia dei ricordi, induce a venire a patti con la propria storia di vita. Attraverso la scrittura di sé è possibile riconoscersi attori della propria biografia e non semplici spettatori passivi di un’esistenza che spesso non è andata o non è come si vorrebbe. Il valore della scrittura riposa anche in questo: ridare a colui che scrive quel sano ‘potere’ di dominare la propria storia, per lo meno scrivendola. La naturale conseguenza è quella di risignificare il passato, sentirsi maggiormente propensi ad affrontare il presente e progettare il futuro con serenità poiché in contatto con la sorgente interiore.

Lo spazio dell’autobiografia è apertura all’autoriflessività, al pensiero di sé che si rivela in tal modo dialogo personale, conversazione intima con la parte più celata di se stessi, colloquio interminabile. In questo senso la scrittura si configura come un vero e proprio medicamento dell’anima. È questa la tradizione che va dalle Confessioni e i Soliloqui di Agostino, passando per i Saggi di Montaigne sino agli scritti di Rousseau e più recentemente di Etty Hillesum, solo per citarne alcuni. In ciascuno di questi autori il pensiero autobiografico è primariamente un bisogno esistenziale, che solo in un secondo momento rivela le fertili conseguenze intellettuali di cui oggi godiamo. L’esigenza iniziale è quella di indagare se stessi, conoscersi, tenere insieme i pezzi della propria vita o meglio del proprio Io, così mutevole e così difficilmente decifrabile. Questi autori hanno inaugurato un genere letterario, filosofico e con esso hanno raggiunto profondità psicologiche e vette spirituali raramente avvicinabili. Tuttavia, il messaggio implicito che da essi abbiamo ereditato è il potere terapeutico della narrazione autobiografica. La forza insita nella scrittura di sé è la capacità di ri-orientarci nell’arcipelago dell’Io perché, come scriveva Herman Hesse: «come corpo ogni uomo è uno, come anima mai»4. Ecco che, astraendo dagli scritti degli autori citati, l’autobiografia non ha bisogno di cercare la forma migliore. In questo senso si addice a tutti e proprio per questo non abbiamo bisogno di inventare niente di ciò che scriviamo. La nostra storia di vita è la materia prima dalla quale partire e raccontarsi significa comprendere la struttura essenziale di questa materia che non è altro se non la nostra esistenza.

Narrarsi è un’opportunità a disposizione di chiunque desideri riprendere i fili della propria esistenza attraverso uno strumento benefico che si rivela essere un balsamo per le più diverse ferite dell’anima e una possibilità per sfuggire all’oblio sancito dal dio Chrònos. Invero, noi siamo una storia che può trascendere il tempo proprio perché può essere raccontata e scritta, prima di tutto a noi stessi e per noi stessi. E questo scrivere, questo raccontare, «ben lungi dall’appesantire il senso della vita, la alleggerisce; poiché ne mostra e dimostra di continuo l’imprendibilità»5. A ragione, è possibile asserire che la narrazione di sé è una delle espressioni più elevate dell’animo umano, un trionfo delle sue possibilità interiori, via verso la consapevolezza, cura di sé e maturazione di un’indelebile saggezza esistenziale.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
[1] D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996, p. 9
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 10.
[4] H. HESSE, Il lupo della steppa, tr. it., Mondadori, Milano, 1978, p. 25.
[5] Ivi, p. 169.

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Sibilla Aleramo: il femminismo che nasce dal racconto di sé

Vi sono argomenti che divengono iconici di un tempo storico. Ai posteri, il nostro tempo diverrà sinonimo delle molte battaglie che abbiamo intrapreso, o anche solo ignorato, come quella del clima, o ancora del femminismo. Il rischio che corrono gli argomenti iconici di un’epoca è che non siano più incisivi e urgenti come dovrebbero essere. La gente diviene come anestetizzata a certe tematiche e restia a continuare ad ascoltare o a formare un pensiero autonomo su di essi. Uno di questi è, indubbiamente, il tema del femminismo. Se, da una parte, sono stati fatti passi da gigante rispetto al passato, ancora si è ben lontani dal raggiungere la piena parità fra uomo e donna. 

L’urgenza dell’argomento è data da due elementi fondamentali: si tratta, anzitutto, della più grande disparità dell’umanità, poiché le donne costituiscono più della metà della popolazione e dunque della più profonda ingiustizia sociale. In secondo luogo, nonostante le vittorie del femminismo, le violenze sulle donne permangono, evidenziando così il fatto che esso non è diventato uso e costume della nostra società. 

Quando un’idea, un’aspirazione, si svuota di senso, sebbene sia necessaria, è bene allora riprenderne le origini e restituire vigore all’argomento.
In Italia, fra le prime donne che hanno intrapreso la lotta del femminismo, vi è Sibilla Aleramo. Semisconosciuta nell’Italia di oggi, nel 1906 pubblicò il su romanzo autobiografico Una donna, in cui racconta le vicende che l’hanno portata al divorzio. 

La storia di Sibilla Aleramo spiega come il femminismo non sia un capriccio, ma un’esigenza per riconquistare la propria dignità di persona. 

Sibilla Aleramo racconta di essere nata e cresciuta in una famiglia borghese benestante, e che il padre si prese cura della sua educazione e dei suoi studi. A seguito di un trasferimento di tutta la famiglia da Torino in un paese non specificato del Sud Italia, Sibilla comincia a lavorare nella fabbrica del padre, conquistando quell’aria di intraprendenza malvista da tutto il paese. Quando fu costretta a sposare l’uomo che aveva abusato di lei, la vita di Sibilla si appiattisce. «Appartenevo ad un uomo, dunque? Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. […] Che cos’ero io ora? Che cosa stavo per diventare? La mia vita di fanciulla era finita. Il mio orgoglio di creatura libera e riflessiva spasimava»1.

Dalla consapevolezza di potere essere una persona indipendente, Sibilla si riduce al ruolo di moglie, e in un certo senso, conquista un ruolo sociale consentito a una donna; non importa che esso sia causa di una violenza, la figura di Sibilla si normalizza agli occhi della gente del paese. È dunque più scandaloso che una giovane donna lavori in una fabbrica ma non che sposi l’uomo che l’ha stuprata. 

La nascita di un figlio porta finalmente un po’ di luce nella sua vita e in quella del marito, fino a quando quest’ultimo non diventa violento e inizia a segregarla in casa, perché sospetta di un suo tradimento, mai avvenuto in realtà. Sibilla giunge a tentare il suicidio; racconta addirittura che il marito e la cognata la ingiuriano, mentre lei sta per perdere i sensi, dopo aver bevuto un’intera boccetta di laudano. 

Il femminismo, cioè la possibilità di non vedersi negata la propria dimensione di essere umano, affonda le sue radici nel dolore, nelle ferite inferte dai mariti, nel soffocamento delle proprie aspirazioni. Il femminismo nasce come un’alternativa al suicidio, o a una vita sottomessa. Ciò che permette a Sibilla di riscoprire la sua sfera di donna, oltrepassando quella di moglie, è la scrittura. «E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva diventare fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di lontana fioritura»2.
Grazie alla scrittura, Sibilla Aleramo riesce a vivere indipendentemente, lavorando per alcune riviste, e a chiedere il divorzio. Riacquistando la sua dignità di persona, perde quella di madre: come conseguenza del suo desiderio di libertà, il marito le porterà via il figlio e Sibilla non riuscirà più a ricongiungersi a lui.

Il significato del femminismo può essere riassunto così nella vita di Sibilla Aleramo, costretta a dover scegliere fra la propria sfera intima e a quella imposta dalla società. Di fatto, l’affermazione dei diritti delle donne è la riconquista di una dimensione pluralistica della propria vita, in cui è possibile essere moglie e non cosa, lavoratrice e madre. Il ruolo sociale della donna, come è stato inteso nel corso della storia, la riduce a oggetto, a mera funzione che permette l’andamento della società stessa. L’aspetto emotivo o sessuale della donna sono impedimenti all’ingranaggio della civiltà, e per questo devono essere estirpati. 

Sibilla Aleramo sfugge a questo appiattimento grazie alla scrittura, ovvero all’arte che le permette di ricordare la sua profondità; le viene restituita l’autocoscienza. Possiamo così dire che il femminismo nasce come ricordo e racconto di sé, come la capacità di guardarsi da fuori e di decidere della propria vita. 

«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello […]. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni»3.

 

Fabiana Castellino

 

 

NOTE:
1. S. Aleramo, Una donna, Feltrinelli Milano 2013, p. 27.
2. Ivi, p. 79.
3. Ivi, p. 80.

 

[immagine tratta da Wikipedia]

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“L’arte di correre” di Murakami: memorie di uno scrittore-corridore

Haruki Murakami, pilastro della narrativa contemporanea, è stato di recente nuovamente in lizza per il Premio Nobel per la Letteratura. Famoso per una prosa che mescola realismo, gusto per l’assurdo, fantasia, fantascienza ed elementi magico-onirici, ha scritto circa una trentina di opere, tra cui romanzi (Dance Dance Dance, Norwegian wood, 1Q84), raccolte di racconti (I salici ciechi e la donna addormentata, Tutti i figli di Dio danzano) e saggi. Ha anche tradotto diversi autori (Capote, Salinger, Fitzgerald, per citarne alcuni). Nel 2007 ha pubblicato L’arte di correre (Einaudi), una raccolta di nove brani in cui riflette sul suo rapporto con la scrittura e la corsa, sua grande passione. Il libro – da lui annoverato nella categoria “memorie” – offre un ritratto dell’autore giapponese come persona, scrittore e corridore.

Murakami, umile e al contempo testardo e metodico, riconosce i suoi limiti e le sue imperfezioni, ma si impegna al massimo in tutto ciò che fa. La corsa e la scrittura, due attività che potrebbero sembrare molto distanti, hanno a suo avviso in comune tre fondamentali aspetti: richiedono impegno, dedizione e costanza.

Uno scrittore deve possedere un imprescindibile talento, ma anche saper perseverare e avere capacità di concentrazione e queste ultime due caratteristiche vanno esercitate quotidianamente – così come un maratoneta deve allenarsi giorno dopo giorno per migliorare il suo tempo e la sua resistenza.

Scordatevi lo stereotipo dello scrittore dalla vita sregolata: Murakami è sì un outsider, ma in modo diverso. Va a letto presto, si alza prima dell’alba e scrive per qualche ora; fa poca vita sociale, prediligendo l’«invisibile relazione ‘concettuale’» con i suoi lettori. Ma soprattutto, egli corre regolarmente dall’82, partecipando ogni anno ad almeno una maratona – nel libro racconta per esempio del suo allenamento per la maratona newyorkese.

La corsa gli permette di mantenere uno stile di vita sano, secondo lui indispensabile, poiché ciò che fa lo scrittore è qualcosa di malsano. «Quando decidiamo di scrivere un libro […] portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano» afferma il romanziere. Quell’ingrediente nocivo è indispensabile affinché si verifichi un autentico atto creativo, ma è anche pericoloso, e Murakami desidera scrivere a lungo e proficuamente, creando storie sempre più potenti. L’energia per fare questo la ritrova nel rafforzamento del suo fisico, perché la letteratura rappresenta per lui «una forza vitale che tende naturalmente in avanti» e comporta enorme fatica. Scrivere equivale a scalare vette ripidissime, combattendo duramente finché non si giunge in cima, dove si saprà se si ha vinto o perso contro se stessi – questo pensa Murakami quando scrive, scavando nei meandri di se stesso alla ricerca dell’ispirazione. Lo stesso gli accade quando corre: sente «uno stimolo interiore silenzioso e preciso» e l’unico avversario può essere solo il «se stesso del giorno prima».

Murakami è diventato narratore relativamente tardi, a trent’anni. Ricorda il momento preciso in cui ha sentito di voler scrivere: in una bella giornata primaverile del ‘78, sdraiato sull’erba a godersi una birra e una partita di baseball, ha sentito d’un tratto il forte desiderio di buttare giù un romanzo.

«In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi» racconta. All’epoca egli gestiva un bar: rincasava tardi la notte e scriveva finché non gli veniva sonno. In queste condizioni scrisse i suoi primi due romanzi: Ascolta la canzone del vento e Il flipper del 1973. Ma creare in quel modo era dura, così fece un salto nel buio: chiuse il bar dedicandosi solamente alla scrittura per un po’, per vedere se avrebbe ottenuto dei risultati. Così produsse il suo terzo lavoro, Nel segno della pecora, diventando uno scrittore professionista apprezzato in tutto il mondo.

Come si dice, il resto è storia.

Proprio in quel periodo Murakami iniziò a correre: fumava troppe sigarette, conduceva una vita sedentaria, tendeva ad ingrassare e capì che di quel passo non sarebbe durato molto – urgeva un cambio di rotta. La corsa gli parve subito l’attività sportiva più congeniale alla sua natura bisognosa di solitudine e silenzio. «Quando corro, semplicemente corro. In teoria nel vuoto. O […] è anche possibile che io corra per raggiungere il vuoto. In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano naturalmente nel mio cervello» dice. A volte affiorano alla sua mente idee per un nuovo libro. Certo è, per lui, che senza la corsa le sue opere sarebbero state diverse – anche se non sa dire in che modo.

Murakami non si definisce uno scrittore straordinario, né pensa che la sua vita sia eccezionale; ciò che gli importa è poter sempre fare le cose a modo suo. Alla fine de L’arte di correre, c’è un suo umile proponimento: continuare a partecipare alle maratone finché non sarà soddisfatto di sé, anche se sarà anziano e malridotto e al di là del tempo o della posizione in graduatoria che otterrà durante la gara. Sulla sua tomba, desidererebbe il seguente epitaffio:

«Murakami Haruki
Scrittore (e maratoneta)
1949-20**
Se non altro, fino alla fine non ha camminato».

Perché, nelle maratone, si corre – ed è così che lui avanza, senza clamore, sfidando se stesso, mettendocela tutta.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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Umiltà e successo vanno d’accordo? Marc Levy ve lo dimostrerà!

Tra i moltissimi ospiti dell’edizione 2016 del festival Pordenonelegge, c’era Marc Levy, l’autore francese più venduto al mondo. L’incontro con i lettori, in occasione della presentazione dell’ultimo romanzo tradotto in italiano, Lei & Lui, ha avuto un’ottima partecipazione; il pubblico, come si potrebbe immaginare, comprendeva per la sua quasi totalità donne e ragazze, soltanto qua e là si intravedeva il volto di qualche uomo, probabilmente nel ruolo di accompagnatore di moglie o compagna.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che la sobria e composta location del Convento di San Francesco ha rispecchiato in maniera esemplare l’immagine che Marc Levy ha saputo dare di sé, tanto durante l’incontro, quanto dimostrandoci la sua disponibilità a rispondere ad alcune nostre domande. Marc Levy è un autentico autore di best seller: tutti i suoi romanzi riscuotono un così grande successo che il mediatore dell’incontro, Filippo La Porta, lo “accusa” di conoscere la ricetta del successo editoriale! I romanzi di Levy sono etichettabili come delle commedie sentimentali, tra le pagine delle quali spiccano i temi dell’amore, dell’amicizia, della vita, dell’ottimismo. Con quello che La Porta ha definito “Levy’s touch”, uno stile leggero e appassionato, Levy è in grado di raggiungere per lo più il lettore comune, il lettore che cerca un attimo di diletto, il lettore spensierato, ma non per questo meno serio.

Marc Levy è l’autore dei grandi numeri, certo, ma non manca di ricordare quanto lavoro ci sia dietro ad un libro. Impegno, ricerca, osservazione, capacità di dare spazio alla propria creatività, e soprattutto, umiltà. A sua detta è necessario rimanere con i piedi per terra, guardare a ciò che si fa, e non a se stessi, dedicarsi al proprio lavoro con spontaneità ed autenticità, e non con la volontà di pianificare il successo; è soltanto in questo modo, infatti, che la scrittura si manterrà terreno di libertà”.

Ma ora facciamo spazio alla nostra piccola intervista per voi lettori.

Durante l’incontro ha sottolineato più volte l’importanza dell’umiltà. Per cominciare vorrei chiederle: il fatto di avere svolto altre professioni in passato l’ha aiutata a conservare quest’importante qualità?

Indubbiamente il fatto di poter incontrare persone di orizzonti diversi permette di arricchirsi e di sviluppare la capacità di relativizzare. D’altronde anche il più grande attore del mondo risulta impotente di fronte all’infermiera che lo cura quando è ammalato. Quando si ha la fortuna di entrare a contatto con persone che svolgono mestieri ammirabili, si è a nostra volta più umili.

Scrivere è mai stato un sogno per lei?

Certo. È sempre stato un sogno, fin da quando ero bambino, ma non pensavo fosse realizzabile. Ho scritto il mio primo manoscritto all’età di 17 anni; non era affatto ben riuscito così lo gettai. Ma anche a quell’età continuavo ad avere il sogno di diventare scrittore, perché già la lettura per me era un sogno.

Come trova le idee per i suoi romanzi?

Non ho mai saputo rispondere a questa domanda. Le idee vengono dalle cose della vita, osservando le varie situazioni che abbiamo di fronte. È il miracolo di questo mestiere! Come viene un’idea? A volte dalla lettura di un articolo, a volte dal fatto che si è stati testimoni di una situazione, a volte semplicemente osservando qualcuno. Credo che il mestiere di scrittore richieda di sapere osservare ed ascoltare attentamente.

La nostra associazione e la nostra rivista trattano di filosofia. Quello che ha appena detto mi ha fatto pensare agli elementi che letteratura e filosofia possono avere in comune, per esempio lo spirito d’osservazione. C’è qualche traccia di filosofia nel suo lavoro?

Credo che dirselo da soli sia abbastanza pretenzioso. Credo che la filosofia, nel suo splendore, sia fonte di domande più che di risposte. Quindi sarebbe terribilmente pretenzioso affermare «ciò che scrivo è filosofia». Piuttosto, potrei dire che è il lettore colui che può trovare nelle mie frasi un elemento filosofico.

La lettura può aiutarci a riflettere sulla quotidianità?

Sì, ma non solo la lettura. Anche il cinema, per esempio, grazie ai suoi personaggi, con quali ci si può identificare. Un’importante funzione della letteratura o del cinema è quella di donare voglia d’essere. Quando ero adolescente e mi ponevo delle domande riguardo la mia identità, traevo voglia di vivere, voglia di adottare alcuni loro valori, di seguire la loro strada, da alcuni personaggi cinematografici.

Federica Bonisiol

Qui per l’intervista in lingua originale.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il rumore delle cose: intervista a Evita Greco

Per una bambina di sei anni, accorgersi di avere difficoltà nella scrittura e nella lettura, non riuscire a soddisfare le aspettative degli adulti, scoprirsi diversa dai compagni di classe, non è per nulla semplice. Non lo era negli anni novanta, quando i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) erano quasi sconosciuti e poco compresi. A sette anni, quando la parola dislessia entra per la prima volta nel suo mondo, Evita ha già le idee chiare: avrebbe letto tantissimi libri e ne avrebbe scritto almeno uno.
Evita Greco copertina - La chiave di SophiaProprio grazie alla caparbietà di quella bambina, oggi siamo qui a parlare con una giovane e promettente autrice italiana, Evita Greco. Il suo romanzo d’esordio, Il rumore delle cose che iniziano (Rizzoli, 2016), qualche settimana fa si è aggiudicato come Opera Prima, il Premio Rapallo Carige, considerato tra i più rilevanti riconoscimenti letterari nazionali. Una storia dolce e poetica, narrata in modo intimo, diretto, delicato. La storia di Ada, cresciuta da una nonna che sta per dirle addio e intrappolata in un amore che prende forma solo tra le pareti di un loft ancora spoglio, è un inno alle piccole cose, un mosaico ben riuscito di dettagli effimeri, particolari teneri, minuzie enormi.
 

Quando hai compreso che il tuo sogno di bambina stava divenendo realtà?

Dopo aver frequentato la scuola Palomar di scrittura, e dopo aver finito –con ritardo rispetto ai tempi previsti- il romanzo, sono passati lunghi mesi in cui non è successo nulla. Poi un martedì pomeriggio ho ricevuto la chiamata dell’agente Vicki Satlow e lì ho capito che forse stava succedendo qualcosa.

Nel tuo libro i rumori assumono un ruolo importante, diventano un campanello che ci permette di scandire i momenti della vita, donandogli valore. Quale rumori associ all’inizio della tua carriera di scrittrice?

Più che un rumore, forse, a caratterizzare questo mio inizio è stato una particolare qualità di silenzio: quello della biblioteca pubblica della mia città. È lì che ho scritto la maggior parte del romanzo. Di tanto in tanto la porta della sala studio si apriva. Faceva un rumore tutto suo, in effetti.

Nel tuo romanzo è possibile scorgere una filosofia delle piccole cose, dove sono i dettagli, i particolari, le cose più semplici, ad assumere rilievo e importanza. E’ una linea di pensiero che applichi anche nella vita quotidiana?

Decisamente. In realtà io non le vedo davvero come piccole cose. Per me sono cose e basta.

Per Ada il momento in cui si diventa grandi è «quello in cui non c’è più nessuno pronto ad afferrarti quando rischi di cadere». Per Evita cosa significa crescere?

Forse ancora non lo so. A lungo ho pensato che “crescere” significasse farsi una vita propria, trovare qualcuno con cui condividerla, scegliersi una casa, creare una famiglia. Ora che tutte queste cose le ho fatta, ci sono ancora dei momenti in cui mi sento “bambina” e capisco che forse non sono ancora davvero cresciuta. Forse non è vero che si cresce in modo definitivo una volta per tutte. Una parte di noi resta sempre “piccola”, un’altra cresce.

La protagonista del tuo libro, con quella disarmante aria da bambina, ricorda un’Amelie Poulain malinconica e sognatrice. Ti somiglia, la tua Ada?

Scrivendo pensavo di no. O almeno, non così tanto. Poi rileggendo ho capito che qualcosa di mio effettivamente lo ha. Il guaio è che io non la vedo così sognatrice. Il che rende più grave il mio grado di “strampalatezza”, forse. Scherzi a parte: ha molto della mia insicurezza. Ma ognuno dei personaggi ha qualcosa di me: Giulia – l’infermiera che si prende cura di nonna Teresa che diventa amica di Ada- rappresenta molto di quello che vorrei diventare come donna: forte, elegante, pratica senza essere invadente. Persino Matteo mi somiglia. L’ho sempre immaginato una via di mezzo tra l’insicurezza di Ada e la forza di Giulia.

Nonna Teresa insegna alla piccola Ada la magia dei rumori, che serve a superare le paure degli inizi. Sei da poco diventata madre, c’è qualcosa che, più di altro, vorresti insegnare alla tua bambina?

Tutta la seconda parte del libro è stata scritta dopo la sua nascita, e non c’è una sola riga che – in un certo senso – non parli di lei o a lei. Anche la lettera che la nonna lascia ad Ada è “per lei”. Vorrei insegnarle a riconoscere la sua vera natura e a prendersene cura. E l’importanza di guardare l’essenza delle cose.

In una realtà come quella italiana, in cui il numero dei lettori non è un dato incoraggiante, qual è il compito della letteratura?

Aiutarci a restare umani, credo. E aiutarci a capire le cose “umane” senza semplificarle. Ma anche senza complicarle.

Da lettrice, cosa cerchi nelle storie che leggi? E cosa pensi che i lettori troveranno nel tuo libro?

Cerco quello che spero trovino i miei lettori nel mio libro. Un momento di silenzio dopo aver finito di leggere. Un momento dopo il quale ci si sente cambiati, anche solo di pochissimo. Con uno sguardo nuovo – e possibilmente più attento- nei confronti del mondo. E soprattutto nei confronti delle “piccole” cose.

Scrivere significa riversare su carta un mondo intero. Pensi che i romanzi debbano racchiudere mondi reali o mondi ideali?

Penso dipenda molto dall’indole dell’autore. E anche da quella del lettore che fa “l’altra metà dell’opera”. Io personalmente sono più interessata ai mondi reali. Ma ho moltissima stima per chi invece sa scrivere di quelli ideali, dicendoci però molto a proposito di quelli reali.

Per concludere, una domanda che ci piace porre a tutti i nostri ospiti: che valore attribuisci alla filosofia?

La filosofia, in un certo senso, è entrata nella mia vita prima di sapere cosa fosse davvero. Io e mia sorella avevamo l’abitudine di chiacchierare prima di addormentarci, nel buio della nostra stanza. Una sera, io ero alle medie e lei al liceo, ho iniziato a dirle che “se non esistesse la notte, allora non potrebbe esistere il giorno” o una cosa del genere. Lei allora mi disse che stava studiando un filosofo che diceva più o meno la stessa cosa, molto meglio di me, ovviamente. Parlava di Eraclito. Da allora sono stata sempre attratta dal mondo dei filosofi. Credo che la filosofia sia ovunque. C’è sempre, ed è una fortuna saperla vedere.
Ringraziamo Evita Greco per il tempo che ci ha dedicato.
Non vi resta che leggere il suo romanzo per scoprire se voltata l’ultima pagina troverete il “momento di silenzio” di cui Evita ci ha parlato. Questa interpretazione della letteratura piace molto anche a noi, le storie come veicolo di cambiamento, come strumento di crescita e scoperta personale, come mezzo per acquisire una nuova sensibilità e un nuovo sguardo sul mondo. Perché  a volte i libri riescono a donarci occhi inediti, e lo fanno in un silenzio carico di significato.
A questo esordio, che invece ha fatto un rumore bellissimo, auguriamo di essere la nota iniziale di una lunga melodia.

Stefania Mangiardi

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Riflessioni circa scrittura ed architettura: del senso, dello spazio

Victor Hugo era molto appassionato di architettura tanto che definiva quest’arte “regina”; era più di tutto attratto dalle città medievali poiché ne percepiva l’unità, la forza interna, l’ “organicità” medievale, che era ai suoi occhi un ideale perduto.
C’è un intero capitolo in Notre Dame de Paris, “Paris à vol d’oiseau”, che esprime perfettamente l’intuizione di questo attento scrittore: «Non era soltanto una bella città; era una città omogenea, un prodotto architettonico e storico del Medio Evo, una cronaca di pietra».
Nel capitolo “Ceci tuera Cela”, Victor Hugo andò ancora oltre, sviluppando una vera e propria filosofia dell’architettura.
Le poche pagine in cui paragona l’architettura ad un linguaggio, oltre ad essere illuminanti circa la funzione storica dell’architettura medievale, costituiscono un prezioso monito.
Victor Hugo ha scritto il saggio più illuminante che sia mai stato scritto sull’architettura.

«Questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l’edificio». Le enigmatiche parole dell’arcidiacono, nella loro lucida perentorietà, hanno forse bisogno di essere interpretate. Sicuramente esprimono nel contesto del romanzo il pensiero di un prete, il terrore del sacerdote dinnanzi alla tecnica, alla stampa.
Ma c’è una lettura più profonda che comprende l’osservazione del cambiamento in atto che a noi interessa particolarmente: Victor Hugo aveva capito che l’architettura era un linguaggio e aveva intuito che non si sarebbe più scritto nello stesso modo e con gli stessi mezzi.
La stampa, la nuova arte, stava per detronizzare l’altra, la più antica: l’architettura.
Da un libro di pietra, l’uomo si sarebbe affidato ad un libro di carta per tramandare la sua sapienza ed esperienza.
Dall’origine delle cose fino al secolo XV dell’era cristiana, l’architettura era infatti il gran libro dell’umanità, la principale espressione dell’uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo.
I primi monumenti furono massi di pietra, non tagliati, anzi come disse espressamente Mosè, “che il ferro non aveva toccati”.
L’architettura cominciò così a compitare il suo alfabeto, partendo dai rudimenti della sua scrittura: i massi, la pietra alzata dai Celti.
Più tardi si fecero parole, combinando sillabe di granito.
Il dolmen e il cromlech celtici, il tumulo etrusco e il galgal ebraico, sono parole.
I tumuli invece, sono nomi propri.
E poi si fecero interi libri, le tradizioni avevano elaborato dei simboli sotto i quali la nuda pietra andava scomparendo, rivestendosi invece di significato.
Allora l’architettura si sviluppò a pari passo col pensiero umano, fissando tutto quell’universo simbolico fluttuante in forma eterna, visibile e palpabile.

L’idea madre: il verbo, era nella loro forma. Il tempio di Salomone non era la rilegatura del libro santo, era il libro santo stesso.
E così fu fino a Gutemberg, l’architettura rimane la principale scrittura.
Di questa scrittura si possono distinguere due forme storiche: l’architettura di casta, teocratica; e l’architettura “del popolo”, paradossalmente più ricca, e meno consacrata.
Tra le due vi è la differenza che intercorre tra una lingua sacra, rara, dotta e precisamente codificata, dove nessuna parola deve cadere a vuoto e nessuna ricolatura è concessa poiché ha il potere di legare e sciogliere, di fare atto ciò che nomina e dice; è una lingua volgare, quotidiana, funzionale in continua evoluzione e contaminazione con gli eventi.
Nel secolo XV tutto cambia, il pensiero umano scopre un mezzo più duraturo e più facile: le lettere di Gutemberg.
L’invenzione della stampa è la rivoluzione madre: è il modo di esprimersi dell’umanità che si rinnova completamente, è il pensiero umano che si spoglia di una forma e ne riveste un’altra.
Da qui in poi, l’architettura si atrofizza e si denuda; inizia quella meravigliosa decadenza che noi chiamiamo Rinascimento.
A volte le albe e i tramonti si assomigliano.
Con il tramonto dell’architettura, infatti, le altre arti hanno più spazio e iniziano il processo di emancipazione da questa che era sempre stata l’arte tiranna che a sé tutte sottometteva.
L’isolamento ingigantisce ogni cosa: la scultura si fa statuaria, l’iconografia pittura, il canone musica.

Ritornando a Parigi, e al xv secolo bisogna ribadire che era non tanto una bella città, quanto una città omogenea, un prodotto architettonico e storico del Medioevo, una vera cronaca di pietra.
Ma quale Parigi l’ha mano a mano sostituita?
La Parigi di oggi è difficile da descrivere e definire, non ha più una fisionomia generale, appare invece come una collezione di elementi eterogenei.
La capitale si estende solo per il numero di case.
Questo ci riconduce ad un altro fondamentale cambio di guardia: il secolo XVIII.
Il Settecento ha ridefinito cosa fosse la città, e l’ha tramutata di sistema di reti e rapporti, ad un agglomerato di cose ed edifici.
Dalla città delle persone e degli scambi, alla città delle strutture.

Laura Ghirlandetti

Laura Ghirlandetti, 1983.
Filosofa on the road con base a Milano, teatrante, e cittadina mediamente attiva.
Ha due blog ed un canale You Tube.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Giornalismo e Filosofia: interazione o rivoluzione?

Per Foucault, che considerava il proprio lavoro più affine a quello del giornalista che a quello del filosofo, giornalismo e filosofia si intrecciano e modellano a vicenda, dando vita, alla fine, alla soluzione della problematica sull’oggi e il rapporto tra l’evento del momento e l’attualità. Proprio Foucault è il punto di partenza (già alla fine del XVIII secolo) per analizzare il fatto che “non ci sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: Chi siamo noi adesso? Ma penso che tale domanda sia il fondamento di chi, forte della sua etica e deontologia professionale, dedica la sua vita al giornalismo”. Ecco che, al momento, la domanda da porsi, sia esso un filosofo o un giornalista è quale significato acquista, oggi per noi, il cosiddetto “giornalismo filosofico”.

La risposta va ricercata su entrambi i fronti, ascoltando la voce del “filosofo” e quella del “giornalista”, analizzando il tutto da entrambe le prospettive. L’obiettivo è proprio quello di capire in cosa consista la differente angolatura tra le due e dove risieda la loro specificità. In altri termini: cosa significa praticare giornalismo filosofico dal punto di vista di un giornalista e da quello di un filosofo. Ruolo importante, in entrambi i casi, lo svolge la pratica del dire la verità all’interno del giornalismo filosofico e di che tipo di verità eventualmente si tratta. Insomma, il “giornalismo filosofico” consiste in una sorta di “battaglia a colpi di verità” contro il potere o produce piuttosto uno slittamento della posizione, della funzione e anche del significato di “verità” (spostando il problema sul piano della visibilità, ovvero, in termini prettamente e squisitamente filosofici, rendendo visibile ciò che non lo è (tornando indietro nell’antichità la sostanziale differenza tra noumenon e phenoumenon)? In questo caso diventa fondamentale, per produrre un certo effetto politico, il fatto in sé di dire la verità. La verità intesa in senso oggettivo, senza giudizi personali, secca, così come è realmente accaduta. Entra, solo dopo, in gioco il rapporto tra “giornalismo filosofico” da un lato e critica dall’altro, e in che modo la critica può aprire concretamente nuovi spazi di resistenza. Partendo dall’Illuminismo, Foucault utilizzava l’espressione “ontologia critica di noi stessi“ per indicare un atteggiamento in cui “la critica di quello che siamo è, al tempo stesso, analisi storica dei nostri limiti e prova del loro superamento possibile“.

Un pensiero che sottintende al fatto che la pratica del “giornalismo filosofico” vada inserita all’interno di un processo di trasformazione e cambiamento rispetto al contesto, sempre specifico e politicamente determinato, in cui agisce. Questo non vuol dire alterare la verità piegandola al “volere” della politica trasformandola quindi in una “non verità”, ma analizzarla con oggettività e obiettività come base per una discussione finemente politica che faccia emergere problemi e conseguenti soluzioni. Diventa, se etica e deontologia vengono rispettate come dovrebbe un giornalista, inutile parlare o discutere di “militanza” nel caso della pratica del “giornalismo filosofico”, non additando, dunque, il “giornalismo filosofico” come modalità di “engagement” politico o di resistenza. La posta in gioco principale consiste, concludendo, nella capacità di superare definitivamente l’opposizione tra lavoro teorico ed “engagement” individuale, introducendo nuove possibilità per colui che pratica il giornalismo filosofico di essere coinvolto in prima persona rispetto al proprio presente. In parole più semplici, la verità inconfutabile come base per la discussione politica/filosofica su basi concrete e non su voli pindarici. Compito, quest’ultimo, che ritroviamo proprio nel pensiero di Foucault. “Ho tentato di fare delle cose che implichino un engagement personale, fisico e reale – diceva il filosofo – e che pongano i problemi in termini concreti, precisi, definiti all’interno di una situazione data”. All’interno di questa prospettiva di indagine, diventa fondamentale allora chiedersi, concretamente, quali siano le connessioni più efficaci e realizzabili che il giornalismo filosofico può intessere con gli specifici contesti sociali: in quali campi, oggi, la pratica del giornalismo filosofico abbia maggiori margini di manovra e possa dare luogo a trasformazioni significative al livello dei rapporti di forza esistenti.

La risposta sta nel giornalismo di indagine e nel lavoro di ufficio stampa e portavoce nel quale (se svolto con correttezza, etica e professionalità) l’indagine conclusa o l movimento politico (inteso anche come persona fisica che “vive” di politica) siano solo lo specchio pulito di una realtà oggettiva che, a quel punto, viene comunicata solo con un messaggio meno tecnico e accessibile a tutti. Per chi lavora nel capo della filosofia come nel campo del giornalismo, dunque, bisogna sempre tenere presente il detto che narra che “se tu non ti occupi di politica, prima o poi sarà la politica a occuparsi di te”. E se dunque, di necessità virtù, l’argomento va affrontato, questo avvenga senza alcuna negazione o mistificazione di una realtà oggettiva e narrata in modo cronistico.

Gian Nicola Pittalis

Intervista a Giovanna Zucca: scrivere per vivere

Eclettica. Dinamica. Sorprendente.

Se esiste una Donna che si possa definire “multitasking” per eccellenza, il riferimento a Giovanna Zucca è inevitabile.

Infermiera di sala operatoria nella quotidianità, diventa filosofa per amore, innamorandosi dei grandi e piccoli nomi di questa materia.

È scrittrice per passione. È scrittrice per vivere e far vivere i suoi personaggi; tra le pagine scritte e le righe che ci colpiscono nel leggerla. Tra le parole che racchiudono un significato sempre intenso, tra l’interesse che nel leggerla cresce sempre di più.

 

– Giovanna Zucca, dal campo scientifico a quello letterario e filosofico! Per molti potrebbe sembrare un salto alquanto ardito, per noi de La chiave di Sophia, un’ulteriore dimostrazione di quanto la Filosofia ci appartenga anche se la nostra professione ci porta altrove. Come è avvenuta questa transizione e da dove è nata la passione per la scrittura e la Filosofia?

La filosofia ci appartiene. Nel mio quotidiano vivo sospesa tra tecnica e metafisica, e devo dire che mi ci trovo benissimo. La tecnica è il mio lavoro in sala operatoria, una professione scelta molti anni fa, dopo che una famosa serie televisiva, aveva avvolto di una patina romantica la figura della strumentista di sala operatoria. E’ stata una buona scelta. Mi piace pensare che anche nel momento dell’iscrizione alla scuola per infermieri la filosofia, mi abbia guidata. Dopo qualche anno, ho deciso di approfondire a livello universitario la passione per la conoscenza, ciò che avevo appreso per mio conto non mi bastava più, sentivo la necessità di una guida, di dare organicità e ordine al mio sapere filosofico. Sono stati anni di crescita. Di consapevolezza e di senso. Sono membro del CISE il centro interuniversitario di studi etici, e partecipo attivamente alle attività seminariali anche come relatore. La filosofia studiata a livello universitario ha agito profondamente sul mio carattere. Ha permesso l’incontro più importante che un essere umano possa fare: quello con se stessi.

– Come è stato tornare sui libri e rimettersi in gioco come studentessa alle prese con una materia da molti considerata obsoleta?

Gli anni a Cà Foscari sono stati impegnativi. Conciliare studio e lavoro non è stato semplice. Eppure…posso dire che sono stati tra i più felici della mia vita.

– Nella sua professione ospedaliera la Filosofia l’ha in qualche modo aiutata? Se sì come?

A volte per lavoro mi trovo ad affrontare situazioni che sono legate a sofferenze indicibili. Ci si domanda spesso il senso di ciò che si vede. Perché quel bambino? Perché quel ragazzo? …Ebbene la filosofia trattando essenzialmente del senso mi ha aiutato a evitare che il pensiero si avvitasse su se stesso senza che la riflessione portasse ad alcun risultato. La filosofia insegna a pensare.

Scrivere: quanta attitudine personale e quanta determinazione sono richieste? 

Credo che l’attitudine sia fondamentale. La tecnica narrativa si può apprendere ma la capacità di vedere storie e creare personaggi è propria del temperamento visionario di chi si nutre di parole. La determinazione è una conseguenza. Se la passione e la voglia di inventare vite è davvero forte la determinazione a portarle nel mondo ne deriva come logica conseguenza.

zucca

 

– La scrittura: mettere su carta una storia appassionante non è facile. Eppure lei con Mani Calde ci è riuscita, andando a toccare corde sensibili e trattando un tema come il coma in modo mai superficiale ma nemmeno con toni cupi, portando alla luce la gioia di vivere tipica dei bambini anche quando non possono esprimersi, come il protagonista del libro. Questa storia deriva dalla sue esperienza professionale? Come si può affrontare psicologicamente una situazione tanto tragica?

Mani calde nasce dalla mia esperienza, sgorga dalla convinzione che l’essere umano utilizza canali diversi per di comunicare. Il logos ha molteplici declinazioni. L’uomo è un rapporto che si rapporta, e quando non può comunicare attraverso la lingua, trova altri livelli espressivi.

– Jane Austen: intramontabile, viva tuttora più che mai. Una grande Autrice, ma anche un’eroina del suo tempo che ha avuto il coraggio di ribellarsi ad una società che imponeva un determinato modo di essere e comportarsi. Quanto ci ha lasciato al giorno d’oggi? Perché può ancora essere considerata un esempio? 

Azzardo due motivi: Uno è prettamente sociologico. La Austen ha voluto narrare le vicende di una classe che conduceva uno stile di vita in marcia verso la propria fine. La rivoluzione industriale era alle porte, l’aristocrazia perdeva il suo primato di classe dominante e le campagne si sarebbero presto spopolate. La scrittrice che era ben consapevole del mutamento che stava giungendo ha, con ironia e ingegno dipinto la società di campagna del suo tempo.

L’altro motivo è più filosofico-letterario: I personaggi dei suoi romanzi sono universali. Possiedono delle caratteristiche che nella loro essenza sono le stesse di oggi. Se spogliamo la signora Bennett del linguaggio lezioso, di certe svenevolezze tipiche del suo tempo, chi può dire di non averne mai incontrata una?

La Austen visse in un periodo nel quale erano di moda i romanzi gotici dove accadevano molte cose. Castelli in rovina, eroine rapite da tenebrosi seduttori, fantasmi nelle torri. Ha sfidato le convenzioni decidendo di narrare vicende nelle quali non accadeva nulla o quasi. Perché? Non ne aveva bisogno. Non necessitava di magnificenze stilistiche o avventure mirabolanti per avvincere il lettore. Ci riusciva comunque, mantenendo viva l’attenzione su argomenti apparentemente banali, come l’arrivo della lettera della signorina Fairfax…con una scrittura inarrivabile per ironia e capacità descrittiva. In tre righe ci mette davanti agli occhi la matrona supponente e conscia della sua importanza che altezzosa batte il bastone a terra per richiamare l’attenzione, e quando con maestria vertiginosa le da’ della sciocca questa senza neppure sospettarlo alza il naso con sussiegosa condiscendenza…Ti ricordi la signora Norris di Mansfield Park?

Romanzi come “orgoglio e pregiudizio” raccontano le più belle storie d’amore. Un amore che si viveva con restrizioni e non liberamente, eppure i personaggi sono estremamente carichi di emotività. Cosa rende questi romanzi così intensi? Perché l’ideale di amore è ancora riferibile a quello, nonostante la nostra società si sia in qualche modo sterilizzata? 

Perché in essi c’è l’autenticità propria del genio. E i lettori lo sentono. Le storie d’amore della Austen sono dei mezzi narrativi che permettevano all’autrice di dire quello che voleva: tracciare dei caratteri universali che trascendono il tempo e arrivano fino a noi con immutata genialità narrativa. A duecento anni di distanza l’opera della Austen è più viva che mai.

– Guarda c’è Platone in TV, il tuo secondo libro che potremmo considerare un libro di etica narrata. Come è nata l’idea di attualizzare filosofi antichi come Platone, Aristotele ed Epicuro accostandoli in modo divertente a filosofi contemporanei?

Guarda c’è Platone in tv è la mia tesi di laurea. Quando l’ho proposta, avevo l’idea di scrivere una tesi creativa, che mi coinvolgesse divertendomi. Mi sono detta che comunque mi ci dovevo impegnare, tanto valeva farlo in maniera divertente. Cosa c’è di più divertente di una puntata di Porta a Porta dove il plastico è l’Acropoli di Atene e gli ospiti sono niente meno che Platone e Aristotele che battibeccano allegramente in una dialettica che vede il sentimento prevalere sulla ragione l’orgoglio e soprattutto sul pregiudizio…

– In UK sono molti i ragazzi che si laureano in Filosofia applicata alla scienza o alla medicina; in Italia anche solo dirlo sembra essere un’eresia. Lei cosa ne pensa? Perché in Italia la Filosofia è così bistrattata?

Perché il pregiudizio che è il fratello scemo del giudizio ancora oggi guida le teste d’uovo che orientano la cultura e la scuola italiane. La filosofia applicata alla medicina dovrebbe essere una disciplina ovvia. I medici nascono soprattutto come filosofi ma poi la techne ha snaturato l’ideale filosofico che sottostava alla scelta del “prendersi cura” in favore di un biologismo esasperato che ha portato alla frammentazione del sapere medico e alla scomparsa della base filosofica dalla quale ha avuto origine.

La filosofia è bistrattata perché forse fa paura. La filosofia insegna a pensare. A essere critici. A dare il giusto valore alle cose. E’ una temibile sciagura che una nazione intera sappia pensare.

“Mani calde”, “Guarda! C’è Platone di TV”, “Una carrozza per Winchester”; tre libri in cui è stata capace di cimentarsi in stili diversi tra loro, pur riuscendo in ogni caso al massimo. Questo denota che lei e una scrittrice eclettica e completa. Cosa ci riserva per il futuro? 

In un tempo in cui sono popolari i romanzi seriali fare una scelta come la mia è considerato controproducente. Non sono d’accordo. Credo che un autore debba misurarsi con narrazioni diverse. Inoltre per quanto mi riguarda, posso scrivere esclusivamente ciò che in quel momento cattura la mia attenzione e scatena la folgore creativa. Dopo Mani calde non avrei potuto scrivere un altro romanzo di ambientazione ospedaliera, anche se me lo consigliavano vivamente.

Il prossimo romanzo sarà un romanzo di relazioni. Un giallo particolare dove le relazioni tra i protagonisti sono più importanti del delitto.

E dopo quattro romanzi tornerò al punto di partenza con un’altra storia che ricorderà in parte Mani calde. La vicenda di due gemellini dal giorno zero al Principio creatore.

 

Un percorso al di fuori di tutto ciò che si potrebbe definire scontato. Un’ironia sagace e brillante.

Un talento che corrisponde a grandi risultati.

Questi gli ingredienti appartenenti a Giovanna Zucca, una Donna che dimostra quanto i propri sogni possano essere realizzati.

 

La Chiave di Sophia

[Immagini concesse da Giovanna Zucca]

 

“I posti del cuore” visto da Nietzsche

Le strade non portano a nessuna meta, tutte terminano in noi.

José Hierro – Le Strade Portano

Ormai da mesi “I posti del cuore” di Matteo Cristani edito da Perosini Editore se ne sta sulla mia scrivania in attesa di scrivere qualcosa su di esso. Mi sono imbattuto in questo libro, come accade la maggior parte delle volte, per caso.

Un comune amico dell’autore dopo aver visto La Chiave di Sophia me lo sottopose portandomelo nel corso di un’iniziativa chiedendomi un parere e, come scriveva qualcuno, la vita è un po’ quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altro.

“I posti nel cuore” è un libro proprio strano, un mix tra essere e apparire, tra biografia personale e immaginazione, sembra di guardare attraverso un caleidoscopio di emozioni e ricordi contrastanti che si manifestano attraverso i contesti, i posti, i luoghi che cambiano, o siamo noi a cambiare? In effetti i posti magari restano uguali e siamo noi a cambiare, diventiamo anagraficamente più vecchi, oppure sono i posti a cambiare, ma certe sensazioni restano costanti?

Sfogliando le pagine sorge spontaneo chiedersi chi ci sia dietro la scrittura, l’autore forse? Lewis Carroll, come ricorda Cristani nel libro, intitola la sua opera principale “Through the looking glass” per dire di se stesso che narra essere specchio di ciò che poi il lettore legge.

“I posti del cuore” è un libro difficile perché stimola nel lettore moltissimi dubbi e offre poche risposte preconfezionate come nella letteratura mainstream che va oggi per la maggiore. Ogni volta che la vita apre un varco tra un’età e l’altra qualcosa finisce e qualcosa comincia. Che succede nel corso di questi passaggi?

Ogni tappa del viaggio ci ricorda sempre la presenza degli altri, fa riflettere sul senso del nostro stare insieme e sul significato della comunità di cui facciamo parte. Cristani ci mostra dialoghi, scambi, comprensione, ma non ci nasconde nemmeno le ombre che i rapporti con il prossimo portano inevitabilmente con sé: incomprensioni, delusioni, riappacificazioni complesse. Gli equilibri mutano, le cose vanno e vengono. I personaggi del romanzo vivono luoghi che diventano molto più che meri sfondi nel quadro della vita che l’autore traccia per loro.

Sapete a chi sto pensando?

Da un punto propriamente teorico (vale a dire, filosofico, logico, epistemologico) Nietzsche dopo aver svolto una critica del presente riesce già a fornire un “terreno” alternativo su cui muoversi, modificando per molti versi il nostro orizzonte, pur nelle difficoltà palesate dallo stesso Nietzsche:

“La società sente con soddisfazione di avere nella virtù di questo, nell’ambizione di quello, nella riflessione e nella passione di quell’altro, uno strumento fidato, pronto a ogni momento: essa tiene in sommo onore questa natura strumentale, questa costante fedeltà a se stessi, questa irremovibilità nelle opinioni, nelle aspirazioni e anche nelle non virtù. Un siffatto apprezzamento, che è e fu in auge ovunque, unitamente all’eticità del costume, educa “caratteri” e getta il discredito su ogni cambiamento, su ogni diverso orientamento, su ogni auto trasformazione.”

F. NIETZSCHE, La gaia scienza.

L’importanza data da Nietzsche all’attimo è emblematica. Ogni scelta per quanto libera è paradossalmente anche necessaria secondo l’eterno ritorno dell’uguale. Ogni attimo è un tempo bloccato che perdura nella mente e nell’essere ontologicamente definito, un fotogramma fuori dal film, una foto istantanea fuori dalla realtà, un attimo bloccato, separato per sempre da quello prima e da quello dopo, perduto nel tempo e nello spazio per opera di quello che alcuni potrebbero chiamare l’incantesimo del ciclo dell’essere.

Proust ha ben indagato a livello letterario e fenomenologico questo fenomeno che si declina come la strana sensazione secondo cui l’orologio è come incantato e batte sempre lo stesso secondo incurante del tempo che scorre.

Tra coloro che non valutano le conseguenze delle proprie azioni si annoverano gli artisti e le persone capaci di portare all’essere azioni ed enti nuovi.

L’uomo si struttura in tal modo in qualità di soggetto estremamente vario e che proprio per la ricchezza dei suoi contenuti personali è in grado di impiegare in modi estremamente differenti le proprie capacità.

Nietzsche al riguardo scrive:

“fino a quella interiore apertura e raffinatezza derivante dalla sovrabbondanza, che esclude il pericolo che lo spirito si perda e per così dire si innamori delle sue stesse vie e resti fisso, inebriato, in un punto qualsiasi; fino a quell’eccesso di forze plastiche, capaci di guarire a fondo, formare di nuovo, ricostituire, che è appunto il segno della grande salute, quell’eccesso che dà allo spirito libero la pericolosa prerogativa di poter vivere d’ora innanzi per esperimento e di potersi offrire all’avventura; la prerogativa di maestria dello spirito libero! In mezzo possono venire lunghi anni di convalescenza, anni pieni di trasformazioni multicolori, doloroso- incantate, dominate e tenute a freno da una tenace volontà di salute, che spesso già osa vestirsi e travestirsi da salute.”

F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano.

Diventa quindi estremamente attuale il confronto tra il pensiero di Nietzsche e l’opera di Cristani, non a caso l’interesse per questo filosofo non decresce e anzi spazia oltre gli ambiti accademici fino a toccare non di rado il mondo della letteratura.

L’accento posto dalla filosofia di Nietzsche sulla “trasgressione” dei limiti imposti dalle convenzioni stabilite, per il superamento della debolezza che tali convenzioni hanno determinato in noi, al fine di dare spazio al nostro essere personale ed alla nostra creatività, risulta essere estremamente stimolante. Importante che questa “trasgressione” non porti, nella ricerca del nostro essere e della nostra espressività, a perdere il senso del reale per chiudersi ancora una volta in un ghetto estraniato dal nostro rapporto con gli altri.

Nietzsche attraverso il suo pensiero scettico e sconvolgente si prefigge di raggiungere l’ideale di un uomo indipendente ed educato alla grandezza di sé e degli altri nonostante la tragedia che alberga nella vita umana nelle sue molteplici forme.

L’incitamento di Nietzsche pare denso di significato e ricco di conseguenze positive qualora riesca a mantenere un contatto interpersonale. Del resto è Nietzsche stesso ad avvertire e prevedere i rischi del proprio annuncio, ma è anche egli stesso a sottolineare come il bisogno di una vita alternativa, percepito inizialmente da pochi, non dovrà portare questi alla chiusura.

Si dovrà realizzare la massima comunicazione di ciò tramite forme e modi decisi a seconda del momento, perché è il sociale che dovrà comprendere tale bisogno e rispondere ad esso strutturandosi in modo alternativo.

Finché non si daranno delle soluzioni concrete a tutta una serie di esigenze che sono in noi e dalle quali non si può prescindere inevitabilmente le domande si faranno maggiormente insistenti e il rischio di squilibri nel sociale diventerà sempre più acuto.

Come sottolineato da Montinari, lo studioso che più ha indagato in merito alla conoscenza degli scritti, del pensiero e delle vicende esistenziali di Nietzsche, non è tanto da porre in discussione l’adesione di Nietzsche a idee democratiche, socialiste o totalitarie, come anche una parte della recente critica ha dibattuto, ma ritengo che sia soprattutto da porre in rilievo la dimensione del suo pensiero per l’indubbia valenza critica, razionale e liberatoria. Un pensiero che, senza nessuna presunzione di certezze assolute, vede l’individuo, benché inserito in una società di eguali, libero di esprimere la propria spontaneità e di reagire alla prevaricazione dello “Stato”, in grado cioè di superare la “politica” intesa come repressione dell’individualità.

E così nel libro di Cristani ogni personaggio suona la sua nota, e forma con gli altri l’accordo, come i tasti di un piano premuti sapientemente. I personaggi si immergono in luoghi immoti, luoghi che hanno amato come hanno amato la vita, dove hanno sperimentato come essa cambi, una vita che qualche volta hanno abbracciato e altre volte temuto. Vi sono ricerca, trasformazione e inquietudine. E’ probabilmente proprio l’inquietudine il filo che lega i racconti del libro, come se fossero immagini delle anime dei lettori, affinché riconoscano, in quei luoghi, i loro posti del cuore e forse, perché no, anche i nostri.

“E poi pensai che in fondo, di ogni luogo del mondo ce n’è un pezzo da un’altra parte”

Matteo Montagner

Link Pagina FB del libro: I posti del cuore

[Immagini tratte da Google Immagini]