Il valzer esistenzialista del tempo

«Che cos’è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia […], non so rispondere»1.

Molti conoscono il dilemma di S. Agostino sulla natura del tempo, ma qual è il tentativo di risposta fornitoci dalla musica? Per scoprirlo ci addentreremo in quella branca della filosofia chiamata estetica, nella quale l’uomo, con un misto di stupore e autocompiacimento, si pone domande sul prodotto della sua stessa arte.

Ora, se crediamo che il pensiero filosofico si sia limitato a riflettere su forme artistiche composte di parole e linguaggio, come la poesia e il teatro, ci sbagliamo di grosso. La velleità intellettuale dei filosofi si è spinta ben oltre, sino al tentativo di descrivere la musica, forse la più evanescente tra le forme artistiche.

Priva di una parvenza visibile o tangibile e priva di un testo, la musica pura, quella strumentale, si presenta a noi come un flusso di stimoli sonori difficilmente descrivibili dalle parole e dai concetti del linguaggio. Essa ci scorre addosso e rimane in un certo senso impalpabile e indescrivibile, come la natura stessa del tempo. Ed è proprio il tempo quell’elemento che sta alla base di ogni composizione musicale. Non c’è infatti musica priva di ritmo. È questo che rende possibile l’esistenza di una melodia, ovvero di una successione di suoni scanditi, per l’appunto, dallo scorrere degli istanti. Se infatti il ritmo di tamburo potrà sussistere senza melodia, non è data la possibilità a nessuna melodia di prescindere dal ritmo o, almeno, da una cadenza temporale. Le note si incasellano quindi all’interno di un arco di tempo, così come le immagini della pittura e le forme della scultura si inscrivono in uno spazio visibile o tangibile. È proprio nella natura delle note che troviamo lo scorrere all’interno del tempo, l’avere pertanto una durata, un inizio e una fine.

Ritorniamo però al dilemma di S. Agostino. È dunque possibile che la difficoltà di spiegare la natura della musica derivi da quella di spiegarne il suo elemento essenziale? D’altra parte, dalla problematicità di descrivere il tempo deriverebbe quella di spiegare l’uomo, essere caratterizzato anch’esso, come la musica, da una natura temporale, ovvero da un inizio e una fine? E ancora, ascoltiamo la musica per comprendere noi stessi? È forse questo l’obbiettivo dell’arte dei suoni?

Secondo la filosofa francese Gisèle Brelet le cose stanno all’incirca così. La musica non solo ci aiuterebbe a scoprire la nostra natura, ma anche a godere di questa nostra essenza temporale. Nella musica, l’angoscia legata allo scorrere degli attimi lascerebbe il posto al piacere legato ad un impulso ritmico capace di coinvolgerci a tal punto da farci muovere passi di danza.

Musica come terapia esistenziale?

La posizione della filosofa francese è all’incirca questa. Forse è un po’ esagerato pensare che la musica possa portarci a sconfiggere la paura della morte o, ancor peggio, della vecchiaia. Eppure, anche se non vogliamo credere ad una visione così radicale, non possiamo non soffermarci a pensare al potere di questa forma artistica. E se già ci eravamo stupiti per il fatto che essa potesse suscitare emozioni talmente forti da consolarci nei momenti di tristezza, farci ballare in quelli di gioia, incitarci durante gli sforzi fisici, tanto da farci dimenticare la stanchezza, ora scopriamo persino che essa è capace di filosofare. Certamente non si tratta di ragionamenti deduttivi, ma di quelle profonde intuizioni che solo l’arte può essere in grado di porgerci. Ed ecco che l’intuizione del tempo ci viene indicata dalla musica, la quale, almeno per la durata di un brano, ci fa vivere attivamente il cadenzare temporale e non più subirne gli effetti angosciosamente. Il ritmo sonoro dà forma al flusso dei secondi, così come le parole erano riuscite a dar forma al flusso delle sensazioni.

Ci ritroviamo così a godere attivamente di ciò che non avremmo mai pensato: il nostro scorrere.

Giulia Gaggero

Contemporaneamente agli studi di Filosofia presso l’Università Statale di Milano porto avanti la mia passione per la musica diplomandomi in violino presso il Conservatorio G. Verdi di Milano. Incuriosita poi dalla metodologia scientifica e dalle tematiche di filosofia della mente, decido di iscrivermi al Master in Cognitive Science dell’Università di Trento. Attualmente interessata alle neuroscienze della musica e alle tematiche di neuroestetica, sto svolgendo un tirocinio presso il centro di ricerca MIB (Music in the Brain) dell’università di Aarhus (Danimarca).

NOTE:
1. Agostino, Confessiones, Libro XI

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Lo scorrere del tempo

“La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del sole”: se cerchiamo la definizione di “tempo” è questo quello che troviamo, la semplice idea di “misurazione”.

In realtà il tempo è un concetto molto più ampio e la sua percezione è per lo più relativa: a volte può sembrarci infinito e la noia prende il sopravvento, altre invece sembra che passi troppo velocemente, ma alla fine dei conti le lancette si susseguono sempre alla stessa velocità, riempiendo le nostre orecchie con il loro fastidioso ticchettio.

Dalla preistoria ad oggi ci siamo imposti una successione di ore: l’alba e il tramonto non ci sono più bastati per dare un limite alle nostre giornate, e così ci siamo ingabbiati all’interno del piccolo spazio di un quadrante.

Se prendiamo, ad esempio, la visione di Kant il tempo è un’“entità che ci è già data a priori e di cui abbiamo bisogno per poter determinare la successione temporale dei fenomeni. Non basterebbe considerarlo come semplice susseguirsi di eventi? Senza frammentarne la grandezza? Senza farci condizionare ogni minuto? Senza farci spaventare dalla velocità con cui passa una giornata?

Una libertà tanto grande ci spaventerebbe, ci sembrerebbe di essere davanti ad una giornata infinita, e non sapremmo come muoverci senza poter programmare nulla.

La verità è che la libertà stessa tende a farci paura: la possibilità di poter gestire, almeno per un giorno, la nostra vita senza dover pensare ad altro. Se buttassimo nel cestino agende e orologi ci accorgeremmo che spesso tutto il tempo impiegato in mille altre attività nasconde la paura del vuoto.

Il famoso “horror vacui” non apparteneva solo agli antichi, forse è qualcosa di connaturato nell’uomo, ma purtroppo noi abbiamo bisogno di sentire il tempo che ci incalza spingendoci a riempire quel vuoto con altro vuoto.

Molto del tempo a nostra disposizione lo “ammazziamo” nel vero senso della parola impiegandolo in cose inutili, aspettando in modo quasi maniacale che scocchi l’ora successiva. Molte volte invece ciò che ci preme di più è vedere il giorno successivo, aprire le tende e accorgerci che è mattina, che abbiamo un altro giorno per rimediare a quello precedente.

Abbiamo dato al giorno 24 ore e alle ore 60 minuti, ma il tempo per vivere non ci basta mai quindi perché farci limitare dall’orologio?

Camilla Mariani

Ho 18 anni e frequento il liceo classico. Mi piace molto leggere,spaziando in ogni genere, l’arte, la storia e la filosofia. In futuro mi piacerebbe intraprendere un’università umanistica, ma paradossalmente anche l’ambito economico.

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