Africa: una storia che c’è sempre stata

Tra le tante cose, Hegel sosteneva che l’Africa è «un continente senza storia […] al di qua della storia cosciente di sé»1. Complici di questa visione un immaginario plasmato secondo esotismi vari, che vedeva nei popoli africani uno stadio primitivo della coscienza umana, e una cecità di fondo che non riconosceva la particolarità socio-storica delle proprie asserzioni. L’idea che l’Africa sia un continente senza storia è inoltre un’idea comune ancora oggi. Ancora più comune è poi l’idea che questa storia sia stata inaugurata dalle prime spedizioni europee e islamiche, le quali hanno movimentato delle terre prima sterili e pigre.
Ma l’Africa è stato – e rimane – un continente dalla storia ricchissima, complicata e sorprendente, raccontata non solo dai vari conquistatori e commercianti stranieri che si sono spinti nel suo entroterra, ma soprattutto dagli stessi popoli indigeni, fautori di innumerevoli regni e imperi di grande prestigio, cultura e lungimiranza. La storia, per esistere, non necessiterebbe di nomi altisonanti e date fondamentali, ma queste vengono ricercate per comprovare qualcosa che altrimenti rimarrebbe ignoto e ipotetico, poiché l’idea di una storia aperta, mobile e non scritta – cioè documentata – sembra impossibile.

Giochiamo allora per un attimo a questo gioco. L’Africa ha visto l’ascesa e il declino di moltissimi imperi, molti dei quali protrattisi per secoli. Le fonti scritte endemiche scarseggiano in favore però di una lunga tradizione orale, e insieme abbondano le testimonianze monumentali e i ritrovamenti artistici. Oltre al famosissimo Impero egizio, si possono dunque ricordare il regno di Axum nell’attuale Etiopia (IV a.C. – X d.C.), quello di Zimbabwe, con le sue mura ciclopiche e le arti metallurgiche (VIII d.C. – XV d.C.), e tutta la sfilza di imperi saheliani, del Ghana, del Mali, Kanem e Songhai, che si succedettero l’uno dopo l’altro tra il X e il XVI secolo d.C.

Ma al di là delle date e delle circoscrizioni, addentrandosi nella storia millenaria del continente, ci si imbatte in popoli vitali e creativi, sempre in movimento attraverso frontiere e confini da aggiornare, da mappare, da ristudiare in funzione dei nuovi assetti politici e culturali, fomentati ora da una ideologia, ora da un’esigenza, ora da un’occasione. Le spedizioni coloniali, ad esempio, non ridussero gli indigeni al mero ruolo di “vittime”, poiché questi vedevano negli avventori stranieri possibilità di scambi commerciali, culturali e tecnici. Nemmeno le spedizioni missionarie adombrarono la libertà agentiva dei popoli indigeni, perché questi riutilizzarono le icone e le professioni di quelle fedi in forme alternative e sincretiste. Addirittura lo schiavismo fu perpetrato e fomentato da numerosi regnanti, arrivando a fondarvi, in alcuni casi, l’economia dei propri regni.

I grandi imperi conservarono dunque una certa autonomia durante le prime colonizzazioni. Questa però si affievolì quando buona parte del prestigio economico cominciò a dipendere dal commercio con gli europei e questi col tempo iniziarono a pressare sempre più sulle autorità fino ad assoggettarle del tutto alle loro direzioni. Nel 1519 una legge portoghese imponeva che tutte le merci congolesi fossero trasportate su navi lusitane: lo stato europeo otteneva così il monopolio commerciale. Molte città venivano distrutte se restie a trattare; molte altre non venivano conquistate ma veniva loro imposto un pesante tributo monetario. Da lì in poi l’escalation di sfruttamenti fu inarrestabile e con l’arrivo di altre potenze europee l’Africa scivolò sotto le direttive di volontà straniere. Il XIX secolo fu un “secolo lungo” anche per l’Africa: dalle prime resistenze alla schiavitù di fine XVIII secolo, alle prime indipendenze dai dominî europei, il continente fu percorso da ribellioni e guerre intestine tra gruppi eterogenei (europei, africani, arabi) per il consolidamento delle egemonie e la nazionalizzazione delle regioni.

Fu questo il periodo delle esplorazioni e dei resoconti etnografici. Questi resoconti, che si alternavano tra il rispettoso e il razzista, stimolarono la fantasia occidentale, che subito creò l’Africa povera, selvaggia, dal “cuore di tenebra” che ancora oggi viene evocata. «L’Africa è un’invenzione»2, sostiene il filosofo Valentin Mudimbe; un’invenzione approssimata che nasconde e omette le dinamiche e le realtà presenti nei diversissimi contesti del continente. Come Hegel, anche nel contemporaneo ci si è lasciati traviare da immaginari sedimentati e da una concezione etnocentrica della storia. Le recenti tragicommedie politiche hanno poi esasperato questa approssimazione, producendo un oggetto che si adatta a tensioni più nostrane che altro. L’Africa resta un Paese inascoltato: quella che dovrebbe essere la sua storia, oggi forse più che mai, continua a essere manipolata da direzioni esterne che pretendono di conoscerne la realtà. La canizza politica diventa la storia (della salvezza!) di un intero continente.

La storia africana e il suo destino si tracciano ora all’insegna di una negoziazione continua. L’Africa non è un continente senza storia; e ancor di più non è un continente oscuro e violento, privo di ogni acume. Una intelligencija è presente da tempo in molti Paesi, anche se molti esponenti sono espatriati; ma si tratta comunque di figure auto-coscienti, consapevoli dei problemi del proprio popolo e della loro posizione, che hanno sempre cercato di definire un’identità africana in competizione con l’opprimente egemonia occidentale. Una cantante contemporanea del Mali, Fatoumata Diawara, scrive sull’infibulazione, sull’immigrazione, sulla libertà, sulla speranza, per sublimare il presente e così dischiudere il futuro. L’approssimazione è una forma di colonialismo rinnovata, forse più perversa: mantiene lo status quo e trasforma quei popoli in ciotole per le offerte, in sospetti, in minacce.

 

Leonardo Albano

 
NOTE
1. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, 2003, pp. 80 e 87
2- V.Y. Mudimbe, The Invention of Africa: Gnosis, Philosophy and the Order of Knowledge, Indiana University Press (1988)

copabb2019_ott

Étienne de La Boétie e il peso della libertà

Si immagini, per assurdo, una comunità di uomini e donne che abbiano cessato di camminare. Non perché non possano più, o perché non ci siano le condizioni che glielo permettono, ma, semplicemente, questi uomini e queste donne ritengono superfluo l’uso di gambe e piedi. Se si prosegue ancora un po’ con questo gioco di immaginazione, si sarà costretti a pensare a questi individui perennemente seduti, o striscianti, il cui mancato uso delle gambe, a lungo andare, ha reso fiacchi e deboli. Essi inizieranno quindi a lamentarsi della loro condizione misera e della loro indolenza, si malediranno e riterranno la loro esistenza molto infelice. Eppure, questi individui continuano imperterriti a non muovere le proprie gambe, o a usare i loro piedi, perché hanno dimenticato il motivo per cui non si sono più alzati, e, d’altronde, perché farlo adesso? Si vivrà, finché si potrà.

Per quanto questo esempio possa sembrare paradossale, se una tale società esistesse davvero, cosa diremmo a quegli individui così disperati? Non resteremmo increduli, o non saremmo persino divertiti dalle loro lamentele? Tuttavia, questo gioco non è così assurdo come appare, perché è proprio ciò che afferma Étienne de La Boétie quando scrive degli uomini servi e miseri sotto il potere di un tiranno. Il suo Discorso della servitù volontaria del 1576 è un testo di circa quaranta pagine, colme di indignazione e stupore. Centinaia, migliaia, milioni di uomini dipendono da uno o pochi sovrani, e li servono così bene e profondamente, che nemmeno ci si chiede più perché lo si fa. La domanda che La Boétie si pone nel Discorso è: perché i molti servono i pochi, se non uno solo? La Boétie, nemmeno ventenne, scrive queste pagine pieno di rammarico, incredulità, e nemmeno una parola si avvicina al distacco con cui immaginiamo qualsiasi filosofo.

Lo sbigottimento di La Boétie parte da un assunto molto semplice: l’essere umano è libero, in un modo naturale e spontaneo, nello stesso modo in cui è naturale che impari a camminare. La libertà è costitutiva dell’essere umano come il suo corpo, la sua voce, la sua intelligenza; fa parte della sua natura, e non ha bisogno di giustificazioni o di essere cercata. Eppure, gli uomini servono continuamente sovrani indegni, e la storia non è che un susseguirsi di volti e nomi che raccontano lo stesso ritornello: la servitù si erge e la libertà si smarrisce. Se si segue La Boétie, ci si rende conto che non essere liberi è come non camminare pur avendo gambe funzionanti: è negare la propria natura. A tutto questo vi è una motivazione semplice, tanto quanto il suo presupposto: gli uomini si sono così abituati a servire, che hanno dimenticato che sono nati liberi e autonomi.

«Ma l’abitudine, che esercita in ogni cosa un gran potere su di noi, non possiede in un nessun altro ambito forza tanto grande come nell’insegnarci a servire […]»1.

L’abitudine li ha intrappolati così bene e stretti, che risulta impossibile cercare un altro modo di vivere. Se gli occhi si abituano così bene all’oscurità, non ci sarebbe forse il rischio di accecarsi, accendendo la luce?

«Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi»2. Per La Boétie sembra incredibilmente facile. Il sovrano, il tiranno, sono uomini soli, che nulla potrebbero fare di fronte a una moltitudine che li rifiuta. Sembra addirittura troppo facile.

C’è, in verità, un altro elemento che non bisogna dimenticare: l’essere umano, oltre a essere libero, è anche razionale. Libertà e razionalità non possono che andare di pari passo, perché per essere liberi occorre intelligenza, per poterlo riconoscere dentro di sé; occorre coraggio, per difendere la propria libertà; occorre empatia, per non calpestare la libertà altrui. Se non ci si riconosce come individui unici, e che proprio in questa unicità siamo colmi di dignità, allora la nostra libertà è come le gambe degli uomini che abbiamo immaginato: inutile. Tuttavia, fino a quando l’essere umano vivrà ignorando se stesso e senza chiedersi nulla, l’abitudine, il vero male, sarà l’unica protagonista delle vicende umane.

Essere liberi è faticoso, e serve esercizio per renderlo più solido. Ciò che è importante saper ammettere è che la servitù non è imposta, ma a lungo andare ne siamo tutti complici.

È impossibile non indignarsi insieme a La Boétie, o ignorare il suo scritto, una volta che lo si è avuto fra le mani. È uno di quei libri che brucia i polpastrelli.

Il Discorso è presentato come un trattato politico ma si tratta di un mero travestimento, perché non si può sperare in civiltà migliori se non si riconosce l’essere umano per ciò che è.

La libertà dell’uomo, prima di essere civile, è naturale, fa parte della sua pelle, e come il bambino impara a reggersi in piedi, prima traballando e poi correndo, così l’individuo deve imparare a essere libero, riconoscendosi come tale.

Per concludere, c’è un solo, vero motivo, per cui si dovrebbe leggere il Discorso: i poteri a cui siamo sottomessi sono molteplici, ma di qualunque cosa si tratti, noi ne siamo complici, perché non solo abbiamo dimenticato chi siamo, ma l’abitudine ci ha fatto cessare di chiedercelo. Il Discorso spinge verso l’unica rivolta possibile, ovvero alla riappropriazione di sé, e alla coscienza della propria persona. Solo così si cessa di servire.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. É. de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Universale Economica Feltrinelli 2014, Milano p. 43
2. Ivi, p. 37

[Photo credits: Emile Séguin on Unsplash.com]

banner-pubblicitario_abbonamento-2018

La schiavitù delle donne

«Le donne che leggono, e ancor più quelle che scrivono, rappresentano nello stato attuale delle cose, una contraddizione e un elemento di disturbo: e si è sbagliato a coltivare nelle donne altre virtù che non fossero quelle di un’odalisca o di un’ancella»1.

Quando John Stuart Mill scriveva queste parole nell’opera La schiavitù delle donne, per criticare le condizioni che la società aveva creato su misura per le donne, aveva alle spalle una voce che gliele sussurrava, il cui nome è per lo più sconosciuto: quello della moglie, Harriet Taylor.
Questa timida e quasi anonima voce guidò la mano del marito nel tracciare uno dei testi più rivoluzionari sullo stato delle donne. Per far tremare i muri di una società, ispessiti dai secoli e dalle consuetudini, Harriet Taylor era consapevole che solo una penna di uomo avrebbe avuto quella forza demolitrice, e nulla venne trascurato: si scagliò contro la legge del più forte, contro il matrimonio forzato, un’educazione che non permetteva di progredire nelle scienze, ma che puntava a rendere ragionevole e persino appetibile la sottomissione. La voce di Taylor condusse la penna del marito oltre la semplice constatazione, per giustificare la fine della servitù femminile; perché non poteva bastare richiamare la loro intelligenza, il loro acume, la loro sensibilità. Taylor sapeva che tutto ciò non era sufficiente, e bisognava mettere in campo ben altri motivi: il progresso di una civiltà necessitava di maggiore forza intellettuale e delicatezza emotiva, e se ciò non fosse stato attuato il prima possibile, la società si sarebbe accartocciata su se stessa, rendendo gli uomini ancora più pigri e ottusi, e le donne stupide, incapaci di vedere al di là del proprio naso. Taylor era ben lucida a riguardo, e lo affidò alla scrittura leggera ed efficace del marito, John Stuart Mill, che divenne uno dei primi femministi della storia occidentale.

Da allora la strada è stata di molto spianata alle donne. Esse pongono il loro nome sulle pagine che scrivono, leggono, decidono se avere dei figli, cercano il loro posto nel mondo, lottano perché altre donne raggiungano gli stessi traguardi. Le donne occidentali sembrano diverse da quelle che Harriet Taylor voleva difendere senza svelarsi, e la persona a cui dobbiamo essere più grati è una sola: J. S. Mill. Solo lui, il filosofo inglese è stato ringraziato, letto e ricordato per avere scritto un’opera il cui senso controcorrente ha aperto nuovi occhi. È Mill l’intellettuale imperituro, non Taylor. Chi era Harriet Taylor? La moglie di Mill. E chi era John Stuart Mill? Il filosofo.

Viviamo ancora in quella società, in cui le donne per essere ascoltate hanno bisogno di un uomo, e finché il nome di Harriet Taylor è ricordato solo nelle Note del traduttore dell’opera La schiavitù delle donne, quei muri sono stati solo scalfiti, ma non abbattuti. Se persino le donne che studiano con passione l’opera di Mill non conoscono il nome di chi ha ispirato quelle parole, allora esse sono ancora schiave non di un uomo o di un matrimonio, ma di un preconcetto: l’idea che il sesso femminile necessiti della legittimazione del sesso maschile. La società di cui si promuove il progresso sta solo tremando, per trovare un nuovo equilibrio, non sta cadendo, e perché ciò accada bisogna ritrovare tutte quelle voci che sommessamente hanno spifferato le ingiustizie di metà del genere umano, e che sono i venti che hanno eroso, con pazienza e dedizione, il pregiudizio, la vigliaccheria e la violenza, e continuano a farlo.

La civiltà occidentale, in fondo, permette ancora che queste voci restino anonime, e se è così non si è allontanata troppo dall’Inghilterra di Mill e Taylor. La società è fatta di spazi chiusi, compartimenti, in cui gli individui si infilano, convincendosi che quello sia il proprio posto e vi restano. Quelle pareti si sono allargate, non sono ancora divenute ponti o strade; la civiltà occidentale è ancora costituita di regioni e confini, non di tragitti.
Allora, per provare a tracciare una nuova mappa, è bene raccontare una versione diversa della storia, ringraziando quello scrupoloso traduttore, che ha aggiunto la lunga Nota alla fine del libro.
Nel 1869 fu pubblicata La schiavitù delle donne, ed è forse il primo testo che mette in chiaro quanto dolore e quanta violenza abbiano dovuto subire le donne, e quanto gioverebbe alla società, non solo in termini di giustizia, ma di concretezza, che esse fossero libere di scegliere il proprio cammino. Viene chiamato protofemminismo. Il libro è il frutto dell’intesa intellettuale, della stima, dell’amore e fiducia di John S. Mill ed Harriet Taylor, il cui matrimonio fu desiderato e felice.

Sperimentando una parità intellettiva, riuscirono a rendere partecipi gli altri di quanto fosse motivo di serenità e gioia: lei concepì le idee, lui le mise per iscritto, e il mondo applaudì il libro.
Purtroppo, sul saggio vi è solo il nome di lui, John S. Mill. Il pubblico ha applaudito così forte che il nome di lei, Harriet Taylor, sfortunatamente, non l’ha sentito.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. John Stuart Mill, La schiavitù delle donne, Tasco, Milano 1992, p. 56

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

Il suicidio e quella continua ricerca di senso

Inevitabile che mi passi tra le mani in queste ore, di fronte al susseguirsi di tanti suicidi di cui veniamo a conoscenza quasi settimanalmente, anche di amici personali, il famoso volume di Albert Camus, Il mito di Sisifo:

«Vi è un solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».

È con questo inquietante quanto affascinante problema che il filosofo francese si interroga, tanto da scrivere un ampio volume tutto incentrato sul suicidio.

Si lancia nel vuoto un’adolescente perché stanca di vivere, si uccide un padre perché senza lavoro, si impicca un figlio perché ha mentito ai suoi genitori e amici, si toglie la vita un imprenditore perché non riesce più a pagare il salario dei suoi dipendenti.

Ma allora per parlare del suicidio dobbiamo fare un passo indietro e interrogarsi prima sul senso della vita. Ci si suicida, oggi, per mille motivi, ma un unico filo sottile sembra accomunare tutte queste morti: sono i desideri ultimi e supremi di libertà e liberazione.

Libertà dai condizionamenti sociali e familiari, libertà dal dolore fisico e psicologico, libertà dall’oppressione politica e militare.

«Libertà vo cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta»1, scrive il sommo poeta a proposito del suicidio. Gli fa eco il filosofo franco-rumeno Emil Cioran in Sillogismi dell’amarezza: «Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea di suicidio, mi sarei ucciso subito».

Il suicidio diventa, quindi, un inno alla libertà, la fine da ogni costrizione della vita e dalla sua drammatica finitudine. Suicida sembra oggi colui che non vuole più scendere a compromessi, che non vuole più rimanere all’interno di steccati ben definiti, che non accetta più certe regole e la “schiavitù” a cui è sottoposto, colui che non accetta più la finitezza e cerca l’infinito a tutti i costi. È il coraggio dell’impossibile, è sfidare qualcosa che altri non vogliono o hanno smesso di sfidare, è cercare quella luce in fondo al tunnel, è cercare un senso in un’altra dimensione.

«Soltanto gli ottimisti si suicidano, gli ottimisti che non possono più esserlo. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?» continua freddamente Cioran.

I suicidi di oggi sono dunque quelli in cui si sperimenta l’Assurdo e si cerca di andare oltre: si fugge per sempre da quell’incoerente mancanza di valori, di ragioni, di verità, di uguaglianza, di equità. L’Assurdo nasce quando nasciamo e muore quando moriamo. E allora perché continuare a vivere nell’Assurdo? Meglio andarsene prima ritrovando senso e significato all’esistenza stessa riconciliandosi con il mondo ed eliminando così ogni impurità di cui è contaminata la terra, rifugiandosi per sempre in una dimensione asettica.

Ma è proprio qui che sta il problema: anche il suicidarsi diventa uno degli atti dell’Assurdo, quindi anche il togliersi la vita rientra in quell’assurdo vortice di non senso, è uno degli atti più materiali e pregni di non-vita che l’esistenza umana ci offre. L’uomo di oggi non deve compiangere il suo destino, non deve eliminarlo, ma deve affrontarlo, deve essere più forte di esso. Alcuni di fronte a queste morti dell’Assurdo si chiedono: “Dove sei Dio?” Io mi chiedo: “Dove sono gli uomini? Dov’è la politica?”. Noi dobbiamo diventare Dio, dobbiamo riappropriarci della nostra vita, senza illusioni ed effetti speciali, dobbiamo lottare, a volte senza illuderci. Ecco il compito delle istituzioni, della politica, della religione: aiutarci a dare senso al nostro sudore, ai nostri passi stanchi, alle nostre lacrime che non potranno non esserci, ma che dobbiamo riconoscere come costitutive del nostro essere e per questo non da eliminare, ma da superare per raggiungere anche in questa dimensione un vivere meno inquinato.

«Bisogna amarsi molto per suicidarsi», scrive ancora Camus ne I giusti. È questo che non hanno ancora capito nostri politici, i nostri genitori, i nostri superiori, i nostri insegnanti, la chiesa: noi vogliamo amarci, noi vogliamo il meglio, vogliamo cambiare e se non ci è data questa possibilità allora è meglio morire.

Solo se aiuteremo l’uomo a superare il pessimismo facendogli sperimentare una sorta di metafisica dell’entropia, allora il suicidio non sarà più visto come negazione della volontà, ma come redenzione dell’esistenza, come capacità di guardare negli occhi l’Assurdo e il Nulla e vincerli per sempre.

 

di Gianbruno Cecchin

 

Gianbruno Cecchin, 46 anni, di Galliera Veneta (PD), dove “dormo”. 
Filosofo.
Laureato in filosofia a Padova con un tesi in filosofia della religione.
Ora, invece, mi occupo di filosofia della scienza e bioetica.
Collaboro all’Interno di alcuni progetti (master, corsi di specializzazione e altri corso come ad esempio P4F) con il dipartimento FISSPA dell’Università di Padova (in particolare con il gruppo di ricerca sulla pedagogia speciale). 
Sono professare a contratto in alcune università italiane ed estere dove insegno “etica e deontologia professionale”, nonché bioetica e storia della medicina.
Ho scritto numerosi articoli in riviste di settore e come editorialista in quotidiani locali e nazionali. 
Da libero professionista svolgo docenza di materie inerenti il mondo della comunicazione all’interno di corsi finanziati dal FSE e non e collaboro con alcuni enti di formazione professionale del Veneto ed Emilia Romagna.
Ho un “blogger” tutto mio dove annoto appunti di vita: “unfilosofoelavita” su WordPress. 
Single per scelta, adoro viaggiare, leggere (soprattutto saggistica), ascoltare e andare al cinema. Amo la buona tavola, adoro i mercatini dell’antiquariato e i festival del vintage (non ne perdo uno e acquisto l’impossibile!!).
Concludo con una citazione a me cara di William Hazlitt: “Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”.

 

NOTE:
1. Dante, La divina commedia, Purgatorio, I, 71

[Immagine tratta da Google Immagini]

Nessuno nasce schiavo

Adesso sto sotto un padrone, 9-10 ore al giorno a cucire palloni, a fare lo stesso lavoro mi rovino le dita e non imparo a fare altro.

Ci sorveglia un adulto. Si accerta che lavoriamo in continuazione. Quando si arrabbia, ci picchia con la bacchetta; è da un anno che lavoro qui con le altre bambine. Alcune avevano solo cinque anni quando hanno iniziato, mangiamo e dormiamo nel laboratorio, c’è poco spazio e l’aria è piena di polvere di lana.

Latif pakistano, ha 11 anni, cuce palloni da quando ne aveva 7; Kira, 7 anni, è tessitrice di tappeti in Nepal.

Read more

Uguaglianza nella diversità: donne che lottano per essere donne

Sin dai primissimi albori della società umana, ogni donna si è trovata in balìa di qualche uomo. Le leggi e i sistemi politico-sociali nascono sempre dal riconoscimento dei rapporti fra gli individui così come li trovano già in essere. Quel che era un mero fatto fisico, lo convertono in un diritto legale […]. Così, chi doveva già obbedire per forza, deve poi obbedire per legge.

Sono queste le parole utilizzate dal filosofo John Stuart Mill, nella sua opera del 1864 L’asservimento delle donne, per spiegare la ragione di fondo per la quale le donne, nel corso della storia, siano state costantemente penalizzate e poste in un gradino inferiore rispetto all’uomo. Ab origine, sostiene il filosofo, l’ordinamento legislativo di una data società non era altro che il riflesso delle relazioni esistenti tra gli individui, riconfermando quell’ordine sociale che ha attraversato la storia, basato sul dominio del forte rispetto al debole. Esistono dunque due nature: una schiava ed una libera. Alla prima viene associata l’immagine femminile, passiva, fragile e sottomessa alla volontà del suo padrone-uomo-marito; la natura libera, invece, viene affiancata dalla figura maschile, caratterizzata da forte autonomia e controllo.

Si è consolidata pertanto la pretesa di attribuire alle donne il ruolo di dedicarsi completamente al focolaio e alla procreazione dei figli, distinte dal marito per la loro incapacità di autonomia e per il loro senso di obbedienza, precludendosi ogni genere di relazione con l’esterno; mentre l’uomo, considerato essenzialmente il bread winner, è il solo ad avere la possibilità di occuparsi della vita pubblica.

Come ridimensionare quest’ordine sociale che, malgrado le recenti conquiste, a partire dal movimento femminista, continua incessabilmente a riaffermarsi e a mantenersi come un dato naturale e scontato?Perché la differenza continua ad essere motivo di svalutazione e subordinazione della donna piuttosto che di uguaglianza e parità di diritti?

La risposta la si può ritrovare nella différance stessa, come sostiene anche Jacques Derrida. I due generi, considerati non opposti ma distinti,dovrebbero permettere ad ogni individuo di svilupparsi nella propria autonomia, nella propria diversità rispetto all’altro. In questo modo, si impedisce ogni tipo di annullamento e di alienazione personale: soltanto vivendo in una società dove ciascuno ha il diritto di diventare ciò che è, è possibile realizzare una vita pacifica e armoniosa, dove la dignità di ognuno, nella distinzione e nella parità, viene rispettata. Si impara così a vivere con l’altro e dell’altro.

Perciò, ogni tentativo di uguaglianza con gli uomini può diventare la causa della neutralizzazione dell’identità femminile, l’assorbimento del genere femminile nel maschile e il definitivo dominio dell’uomo. La via d’uscita da questa logica di subordinazione è fondare un’etica del riconoscimento, dove ciascuna donna, come anche ciascun uomo, viene valorizzato nella propria unicità rispetto all’alterità.

Anche nella relazione d’amore non esiste prevaricazione, la violenza non appartiene a questo campo di dominio: si ama con l’altro, lo si rispetta, nella sua diversità.

Ciò di cui anche oggi avremmo bisogno è valorizzare, tramite il reciproco riconoscimento dell’altro, la specificità di ognuno e solamente nel momento in cui ogni donna riuscirà a farsi rispettare grazie alla sua differenza rispetto all’uomo, allora si avrà vinto la lotta per la vera uguaglianza. Fino a quel momento, come sostiene la filosofa Michela Marzano in Sii bella e stai zitta, ci sarà sempre qualcuno che rifiuterà valore e dignità a chi non è “perfettamente identico”.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google immagini]