“L’avventura del giglio selvatico”: la favola nera di Kierkegaard

Søren Kierkegaard ha scritto fiabe capaci di sondare le contraddizioni della vita. Fiabe severe, inesorabili e indagatrici. Tra queste c’è L’avventura del giglio selvatico, che il filosofo danese non ha mai dato alle stampe. È stato Gianni Garrera a rintracciarla per poi tradurla in una pubblicazione di Quodlibet nel 2018.

Poche pagine e ben lontane dalla narrazione di regni lontani, principi e principesse, lustrini e corone, fate e calderoni. «Andersen può raccontare la fiaba delle scarpette della felicità, ma io sono in grado di raccontare la fiaba della scarpa che stringe, che fa male»1, confida Kierkegaard nei suoi Diari. D’altra parte l’età dell’innocenza è abitata anche da fantasmi e ombre, cui ogni bambino dà vita in base alla sua percezione e sensibilità.

L’avventura del giglio selvatico è la storia dell’incontro mortale tra un fiore e un uccello. Delicato, lieve e dubbioso il primo, annoiato tentatore e – forse inconsapevolmente – malevolo il secondo. Un incontro tra terra e aria, uno scontro nel dubbio tra il sacrificio di essere nient’altro di ciò che si è e l’aspirazione a una libertà apparente.

A comparire per primo sulla scena è un giglio selvatico, che abita una zolla di terra vicino a un piccolo corso d’acqua. Fiorisce felice, amato dalle ortiche e dalle altre piante. D’improvviso gli vola vicino un uccellino che comincia a parlargli. Gli consiglia di cambiare compagnia: quella di cui si circonda non è alla sua altezza. Gli parla di campi dove fioriscono gigli reali: «Quanto più ascoltava l’uccello tanto più si angosciava», scrive Kierkegaard. L’uccellino gli racconta di prati più fertili dove fiorire diversamente. Il fiore ascolta, riflette e dubita come a domandarsi: “che sia quello il mio posto? Forse davvero dovrei radicarmi altrove…”

L’uccellino convince il fiore a seguirlo in volo. Così, una mattina, il piccolo volatile con il becco sradica il giglio e se lo mette sotto l’ala. Durante la traversata verso la terra promessa, però, il giglio si secca e muore.

È una favola sull’angoscia. Sull’angoscia che nasce anche come desiderio dello sconosciuto. Un ignoto che attrae e, allo stesso tempo, impaurisce. Kierkegaard sembra qui allertare i piccoli lettori sulla possibilità di incontrare qualcuno che voglia insinuarsi nella naturale insoddisfazione che a volte può incombere. Quasi a suggerire: nel mondo ci sono gigli che pensano che l’esistenza piena significhi anelare a qualcosa in più. Appoggiarsi a qualcuno per migrare in luoghi ideali e “altri”. Spesso, però, la realtà è ben diversa.

Ad angosciare il giglio è, infatti, anche la possibilità di smarrire se stesso. La possibilità di perdere la consapevolezza del proprio splendere.

«Domandati e continua a domandare finché troverai la risposta. […] Solo la verità che edifica è verità per te»2.

Questo racconto, come altri del filosofo danese, sembra una parabola, un brano evangelico. Nella sua scrittura radicale, altera e decisa, si rivela quello che Kierkegaard considera “favola”. Una storia pensosa e amara, quasi rude. Resa simile a un esperimento spirituale, che spinge il lettore a interrogarsi, a meditare sulla possibilità di scegliere tra estremi.

Diventare quello che si è, cioè essere, è un fiorire. A volte, però, non si diventa ciò che si è. Semplicemente, sembra suggerire Kierkegaard, si diventa casualmente casuali, seguendo il vento dell’irrequietezza. Del dubbio. E dell’angoscia nell’esistenza.

Ed esistere significa scegliere. Ma la scelta si realizza tra termini spesso contraddittori, a volte inconciliabili. Per il filosofo, ciò che dà valore al singolo non è la forza delle sue convinzioni, l’ampiezza del suo ego, o il luccicare dei trofei strappati ma la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

«Responsabilità significa sapere che ciascuno dei miei atti mi costruisce, mi definisce, mi inventa. Scegliendo quello che voglio fare mi trasformo a poco a poco. Tutte le mie decisioni lasciano impronte in me stesso prima ancora di lasciarle nel mondo che mi circonda. Ovvio che una volta che ho impiegato la mia libertà per darmi un volto non posso lamentarmi o spaventarmi per quello che vedo nello specchio quando mi guardo3».

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. S. Kierkegaard, Ultimatum, in Aut-Aut, 1843 (trad. it. a cura di Alessandro Cortese, Adelphi, Milano 1989).

2. S. Kierkegaard, L’avventura del giglio selvatico, tr. it. a cura di Gianni Garrera, Quodlibet, 2018 pp. 39 e seg.
3. F. Savater, Etica per un figlio, 1991 (tr. it. a cura di Francesca Saltarelli e Cristiana Paternò, Laterza, Roma-Bari, 2007).

[Photo credit JR Korpa  via Unsplash]

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A Place to be: uno sguardo alla ricerca del proprio posto nel mondo

L’inizio di un nuovo anno è sempre il tempo dei bilanci: è come se ciascuno di noi sentisse la necessità di mettere un punto a tutto quello che nella propria vita si teneva in sospeso, nel bene e nel male.
Non ho mai amato i resoconti del passato. Ridurre la propria esistenza a una specie di check-list di ciò che si è fatto e si è ottenuto, di quel che si è perso o non si è raggiunto, tende a escludere dalla propria prospettiva le sfumature che arricchiscono gli incontri, le conquiste e i fallimenti, appiattendo la propria esperienza sui meri “fatti”.

Nessun bilancio da parte mia per questo 2018 passato. Mi limito a ricordare, a volte con un velo di nostalgia, quella innocua, che ti fa sorridere. È un sabato mattina e approfitto del centro città ancora vuoto per sedermi in un caffè e scrivere, come quando ero all’università e mi prendevo una pausa dallo studio per dare forma ai miei pensieri.
La voce di Nick Drake mi riporta alla mente quegli interrogativi che assillavano una giovane matricola di filosofia, ormai molti anni fa.
«When I was younger, younger than before / I never saw the truth hanging from the door»1 canta in Place to be.

Già, la verità. Che cos’è la filosofia se non la costante ricerca della possibilità e del senso della verità? Politica, religione, scienza, sociologia, antropologia: non sono tutte legate da un’unica sottile trama che le riconduce al problema del Vero? Lungi dall’essere un valore assoluto da imporre universalmente, uno dei primi insegnamenti che ho appreso dagli autori del passato è che il concetto di verità si declina in molteplici versi, sfuggendo a una semplice classificazione. Verità storica, verità di fatto, verità di ragione, verità di fede: quante verità possibili?

«And now I’m older see it face to face / And now I’m older gotta get up clean the place»2.
Forse la verità più profonda è quella che si raggiunge proprio con il tempo, quella costante a cui l’uomo non riuscirà mai a sottrarsi. Un giorno ti prendi una pausa dalla routine e ti chiedi: “ok, quindi è tutto qui?”. Ora, ponendoti alla giusta distanza temporale, vedi bene gli errori del passato, i traguardi, ma anche inevitabilmente le sconfitte e i rimpianti. Le alternative che hai scartato nel corso degli anni e le vite possibili a cui hai rinunciato.
«And I was green, greener than the hill / Where the flowers grew and the sun shone still»3.
Idealizzare la nostra giovinezza: ecco l’errore che spesso si compie. In fondo, vorremmo veramente tornare quelli che eravamo? Le possibilità che avevamo, a distanza di anni ci sembrano illimitate, ma non erano forse mere illusioni?

Ciò che più manca è l’inconsapevolezza che ci rendeva innocenti. Non c’erano ancora gli errori che logorano, le ferite aperte.
«Now I’m darker than the deepest sea / Just hand me down, give me a place to be»4.
Ecco, la ricerca di un posto in cui stare. La tranquillità e la pace interiore, un luogo che si possa definire veramente “casa”. C’è chi ha trovato ben presto quel luogo dentro di sé ed è rimasto lì fino alla fine dei suoi giorni e chi invece, forse come Nick, quel luogo l’ha sempre cercato, senza mai trovarlo.

Ripenso con nostalgia agli anni in cui ho appreso dalla filosofia molto più di quanto mi aspettassi. Non parlo di semplici nozioni o conoscenze, ma di una visione del mondo che mi ha reso la persona che sono oggi. Impossibile per me non ripensare al Mito di Sisifo di Albert Camus, dove il filosofo francese descrive il momento in cui un uomo “si accorge o dice di avere trent’anni”:

«Costui ammette di trovarsi a un certo punto di una curva, riconoscendo di doverla percorrere fino in fondo. Egli appartiene al tempo, e per l’orrore che l’afferra, riconosce così il suo peggior nemico. Domani – desiderava ardentemente il domani – mentre tutto in lui avrebbe dovuto rifiutarlo. L’assurdo, è proprio quella rivolta della carne»5.

Di fronte alla fuga dall’assurdo ad opera degli esistenzialisti, la lucida analisi di Albert Camus ci pone davanti a un’unica possibilità: confrontarci con l’esperienza umana nella sua finitudine sofferta e nella sua relazione con il mondo e con gli altri. Così, lo sforzo di Sisifo nel trascinare il masso su per la collina per poi vederlo ricadere, giorno dopo giorno per l’eternità, diventa il simbolo della nostra esistenza, dove ogni sforzo è gratuito, senza alcuno scopo.

«I thought I’d see / when day is done / Now I’m weaker than / the palest blue / Oh so weak in this need for you»6.
La forza della giovinezza si contrappone qui alla debolezza e alla fragilità della maturità. Più trascorrono gli anni, più ci si sente dipendenti dall’altro: le tue scelte diventano in parte le mie, l’amore e l’amicizia sfumano nel bisogno, la dipendenza affettiva costruisce muri anziché renderci liberi. Dove trovare l’antidoto contro la temporalità dell’esistenza? Non esiste nessuna pietra filosofale, ma Camus insegna che è invece la consapevolezza di fronte alla morte ciò che rende l’uomo assurdo, un uomo sorridente.

Il sorriso che immaginiamo sul volto di Sisifo felice potrebbe essere l’espressione di un presente eterno, quel posto in cui stare al di là del tempo e della mortalità.

 

Greta Esposito

 

NOTE
1-4. Nick Drake – Place to be.

5. Albert Camus, Il Mito di Sisifo, in Opere. Romanzi, racconti, saggi, Bompiani, Milano 1988, pp. 214-215.
6. Nick Drake – Place to be.

 

[Photo credit Aron Visuals]

Il bivio esistenziale: le due strade di Guido Gozzano

L’una luminosa, ricca, autentica; l’altra posata, priva di brio, grigia: sono queste le due strade esistenziali descritte nell’omonima poesia di Guido Gozzano, personificate da due figure, metafora del cammino di ogni singolo individuo. Grazia e la Signora, entrambe donne: l’una molto giovane, l’altra ormai in età avanzata «da troppo tempo bella, non più bella tra poco»1, come la definisce il poeta, privata di quella vitalità tipica dell’adolescenza, che fa apparire il mondo vivace e colorato, ricco di gioia.

Sembrano così diverse all’apparenza: Grazia ha «una bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose», dei «biondissimi capelli» e una «bocca vermiglia», la Signora è «triste», passiva, nostalgica in molti suoi atteggiamenti, eppure «la vita una allacciò all’altra» afferma il poeta, il destino vuole che entrambe si incontrino, si sfiorino sebbene per poco tempo.

Grazia a cavallo della propria bicicletta, dinamica, vitale incontra dopo molto tempo la Signora che quasi stenta a riconoscerla, tanto è cresciuta e diventata donna. Ma l’incontro dura poco, poi la giovane riparte per la propria strada.

Cosa significa? Cosa simboleggiano queste due figure che occupano in fondo l’intera scena poetica?

Si tratta di due immagini simboliche, che personificano due condizioni esistenziali: l’una autentica, forse più facilmente assimilabile alla giovinezza spensierata, quando, come afferma Leopardi «solazzo e riso» sono della «novella età dolce famiglia»; l’altra inautentica, matura, sicura, ma priva di quella brillantezza che dovrebbe caratterizzarla. Due modi di vivere, dunque, paragonabili ad un bivio, dove una scelta esclude l’altra.

Non a caso il poeta che, per costrizione sociale o per condizione personale, si sente più simile alla Signora, vede partire per sempre Grazia, di lei conserva solamente l’eco della sua voce e la promessa di un futuro ritorno che non giunge. «Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta»2 afferma infatti in chiusura Gozzano, di lei non è rimasta traccia tangibile: la felicità se ne è andata con la scelta di una strada diversa.

L’immagine portante attorno a cui è costruita questa poesia, apparentemente spensierata e redatta come un ritornello, è dunque un tema filosofico tra i più significativi e profondi: l’uomo e le proprie scelte, i bivi esistenziali che si presentano come biforcazioni antitetiche, in quanto ogni persona può prendere una sola strada.

Ciò porta a una serie di conseguenze di non poco valore: l’abbandonare alcune possibilità rispetto ad altre, il subentrare della nostalgia o del rimpianto alla vista di chi ha effettuato altre scelte, la rinuncia di vite parallele alla propria. È ciò che si trova a sperimentare la Signora e il poeta stesso che afferma «che valse la luce mattutina raggiante sulla china tutte le strade false?/cuore che non fioristi, è vano che t’affretti verso miraggi schietti in orti meno tristi3. Entrambi hanno rinunciato alla felicità, per abbracciare una vita di doveri e sicurezza, che manca di emozioni spontanee e intense. Da qui quel senso di rimpianto, che solo chi ha fatto questa scelta può percepire, difronte a una persona – Grazia – che invece incarna un’altra possibilità, forse più precaria, frivola per certi aspetti, ma piena di gioia.

È un tema che si ritrova fin dalle origini nella scena filosofica: si pensi anche solo a Parmenide che mostrava come due erano le strade percorribili: l’una “la via della verità”, dello svelamento e l’altra “la via dell’opinione”, fallace, ingannevole, via che porta necessariamente all’errore.

In fondo questa antitesi tra strade e vie diverse è un il fil rouge di tanta riflessione filosofico-letteraria che si trova ad affrontare i dilemmi dell’uomo diviso tra varie scelte esistenziali, senza una risposta su quale sia la migliore per sé.

Gozzano tuttavia mostra un punto di vista, una soluzione, sia pure poco rassicurante, che rispecchia la propria condizione: ovvero quella di un uomo troppo preso da una vita impostata, piena di doveri. Ciò non significa che egli non dia possibilità nelle scelte, ma in un certo senso ammonisce il lettore a fare attenzione a quali sono le vie calpestate, perché spesso queste hanno un unico senso di marcia.

Un bozzetto colorato ma allo stesso tempo ricco di indagine filosofica, quello presentato dunque dal poeta, che lascia il lettore con alcune profonde domande: quanto distante è la felicità dalla nostra vita? Quanto influenziamo il destino con le nostre scelte? Dove si trova la vera felicità?

Forse, dice Gozzano, basta osservare meglio e non lasciarsi sfuggire quella donna «dolcesorridente» quando sfiora la nostra strada con la sua veloce bicicletta.

 

Anna Tieppo

 

NOTE
1. G. Gozzano, Poesie e prose, a cura di Luca Lenzini, Milano, Feltrinelli, 2011, p.104.
2. Ivi, p. 107.
3. Ivi, p. 105.

 

[immagine tratta da Google immagini]

 

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L’importanza di essere una minoranza attiva

Per alzata di mano.
In quale pizzeria andremo stasera? Scegliamo per alzata di mano, la maggioranza almeno accontenterà quante più persone possibili e, forse, il clima a tavola sarà il migliore possibile.
Non sono un politico ma mi piace la pizza e la compagnia per una curiosità umana e sociale. Forse da questo deriva il mio soffermarmi su questioni quotidiane, particolari, anziché dibattere su leggi universali e metafisiche. È un’indeterminatezza più pratica, un lavoro a mani nude come quello dello psicologo, del buon filosofo che vive nel mondo, di ogni meccanico in realtà.
La scelta di una pizzeria, di un locale in cui passare la serata è una delle questioni umane meno stressanti. Solitamente nel weekend, liberi da pensieri, orari lavorativi e dunque con una voglia di distrarsi e staccare la spina. Ogni posto va bene, in fin dei conti, pochi prendono l’iniziativa e si nascondono dietro la nichilistica indifferenza: “per me è indifferente, scegliete voi”. Già da questo è interessante vedere come tutti cedano la propria possibilità di scelta e si annichiliscano per poi finire nello stesso posto di sempre o farsi guidare da un leader più intraprendente.
Non sono troppo drammatico o disturbato socialmente nel dire che si tratta di una fotografia della società ridotta ad un livello micro. Si pensa che in quel gruppo ci sia democrazia, ci sia rispetto reciproco tra tutti condito da un’idea di uguaglianza. Ogni parere dovrebbe valere quanto un altro e le decisioni vengono prese secondo la volontà dei più per renderne infelici il minor numero possibile. Nonostante la possibilità dell’indifferenza di tutti, la maggior parte delle volte ci sono individui più influenti di altri, con gusti e preferenze particolari e capaci di guidare il gruppo, tanto quanto l’intraprendente leader citato precedentemente.
Si forma così la maggioranza? Ma soprattutto, in un periodo di profonda crisi di valori e di senso politico, porrei in dubbio il valore della maggioranza.
Del resto, come tutte le dinamiche sociali, politiche ed economiche, la maggioranza è una creazione artificiale, un costrutto politico formato dalle persone facenti parte di un gruppo. Un sistema come quello capitalista o neoliberista non dev’essere trattato da ente esterno, bensì da risultato di un’aggregazione umana che contribuisce a renderlo tale. La maggioranza è un insieme di persone che esprimono un certo parere secondo la propria prospettiva soggettiva, veicolo di credenze, valori, emozioni e permeata, dunque, da un grado di imprecisione. Eppure grandi strutture sociali e politiche sono state erette, così apparentemente solide da considerarle autonome e insuperabili. Quella che in filosofia è definita la “tecnica” ivi ritorna con gran prepotenza nella vita umana, dominandola, quasi sostituendola. Galimberti scrive:

«Il problema è: non cosa possiamo fare noi con gli strumenti tecnici che abbiamo ideato, ma che cosa la tecnica può fare di noi»1.

Costruttori e costruiti, schiavi dell’artificio e del costume della maggioranza, della deriva conformista, o meglio omologata secondo strutture. Da amante della pedagogia ho apprezzato le parole di Francesco Codello ad una conferenza all’università Ca’ Foscari di Venezia, il quale, nell’ambito della storia del pensiero anarchico, evidenziò la pedagogia come massima forma di nichilismo. Questo per il semplice meccanismo che ci ha portati a voler calcolare e dominare il mondo nietzscheanamente, impartire lezioni e indirizzare secondo la prospettiva del dover essere e non dell’essere. Il conformismo e la mortificazione sociale si nutrirebbero delle difese a questa affermazione, ne formulerebbero un’accusa forte dei numeri, della percentuale di maggioranza degli omologati, di chi si comporta nel modo giusto stabilito secondo maggioranza.
Se la maggioranza, dunque, era vista come la soluzione al bene di più persone e al danno dei meno, ora possiamo ammirare la sua deriva nichilista, capace di permeare di dovere le varie stratificazioni sociali riproponendo la logica biunivoca del bene e del male, di giusto e sbagliato. Ebbene penso che sia finito il tempo anche delle grandi opposizioni, della violenza come risposta e reazione a forme di dominio così ampie e complesse. Serge Moscovici in Psicologia delle minoranze attive ci mostra come, posta la condizione duale di maggioranza e minoranza, sia possibile avere un’influenza effettiva pur ritrovandosi in situazione di “inferiorità”. I canoni sociali ci portano a ritenerci inferiori, diversi, strani e forse sbagliati se a compiere un’azione o attuare un comportamento siamo in pochi. Subito il numero e la massa opposta inizierebbe a pesarci, ad opprimerci ma più per abitudine a mitizzare la quantità. Se riuscissimo a liberarci, a superare tale credenza impartita socialmente, si potrebbe attuare il proprio essere una minoranza attiva. Secondo Moscovici per avere un’influenza sull’attuale maggioranza ci si dovrebbe presentare secondo tre punti fondamentali:
1.  Avere un’idea o un valore chiaro da proporre e portare avanti nel tempo;
2.  Essere coerente con la posizione presa;
3.  Non essere esclusi dal sistema sociale.
Dico che è finito il tempo di grandi opposizioni e scontri perché credo di aver visto abbastanza alternative rivoluzionarie desiderose di estraniarsi dal sistema per costruirne un altro, piuttosto che modificarlo dall’interno. Il risultato è rappresentato da troppe idee e conferenze isolate in aule remote con poche persone presenti e risentite, frustrate per il proprio essere impotenti.
Penso che da un piccolo gesto quotidiano si possa già esercitare il proprio essere, magari senza le catene del dover essere. Mi viene in mente come un mio amico una volta, come ricompensa per aver trovato e restituito un oggetto caro ad una persona, abbia chiesto come ricompensa a quella persona di aiutare a sua volta altre tre persone. Un piccolo gesto, come un aiuto, trasmesso ed esteso a più persone di volta in volta è ciò che nel nostro essere soli, unici e quindi assolutamente ininfluenti rispetto alla massa sociale, può invece renderci influenti come minoranza, renderci attivi nel mondo e con le persone che vediamo ogni giorno, senza per forza ambire ad arrivare a tutti, bensì partendo da chi hai di fronte in questo momento.

Grazie a Paolo Benini e Eugeniu Pinzaru

 

Alvise Gasparini

 

NOTE:
1. U. Galimberti, Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica, Milano, Feltrinelli, 2000

 

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Non dovremmo essere fedeli come i cani

Dovremmo imparare a essere fedeli come le arvicole della prateria, non come i cani. I cani amano un padrone per abitudine: se lo ritrovano in custodia e guarda caso questo padrone è anche un distributore automatico e gratuito di cibo. E così diventano fedeli. Stanno al suo capezzale se sta male, lo riconoscono e lo cercano con devozione, certo, ma sotto sotto c’è un po’ di opportunismo evoluzionista.

Ma cosa sono invece queste arvicole della prateria? Dei roditori, dei piccoli criceti che si amano alla follia e praticano la monogamia più dei cristiani.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, condotto presso la Emory University ad Atlanta, in Georgia, il desiderio di fedeltà e della classica “relazione stabile” deriva da un collegamento nervoso, che rafforza gli scambi tra l’area decisionale e quelle della gratificazione e del piacere. Ho scritto “desiderio di”! Non “obbligo di una relazione stabile”. Perché ormai la stabilità è vista come una gabbia, un matrimonio che ci costringe alla fedeltà (almeno a quella manifesta e dichiarata).

Invece questi piccoli roditori − e anche qualche sporadico caso nel mondo − sentono proprio il desiderio di stare con un loro simile, e uno soltanto. Di amare quello e basta.

In questo caso il cuore non c’entra niente: l’amore non sta lì dove passa il sangue che viene pompato nel resto del corpo. Quello batte, continua a battere e al massimo cambia ritmo. Ma è un ritmo dettato dal cervello, dai nostri condizionamenti e da quel flusso più o meno inconscio di pensieri che ci accompagnano in ogni istante della giornata.

Quando un pensiero è piacevole, l’area del cervello della gratificazione si accende, lavora, intensifica le trasmissioni tra neuroni. Cresce.

I ricercatori statunitensi hanno analizzato le connessioni nervose degli esemplari femmina di quei criceti, in particolare tra la corteccia prefrontale (che riguarda la sfera decisionale) e il “nucleo accumbens” (ovvero il centro della gratificazione e del piacere). Dai risultati di questo studio è emerso che più le due aree comunicavano tra loro, più la femmina desiderava una relazione duratura con il maschio.
E quindi? Quindi più le scelte che si prendono portano anche piacere e gratificazione, più la relazione sarà duratura. Non è scontato. C’è di mezzo una stretta connessione tra le scelte che si fanno per se stessi e il relativo benessere che ci portano. Se scegliamo per noi e questo ci porta un grande piacere, di conseguenza aumentano le probabilità di una relazione monogama, e per di più felice.

Poi bisogna vedere se il cervello delle arvicole della prateria funziona come quello degli esseri umani.

Dai test su questi roditori è comunque emerso che la base fisiologica dell’amore e della fedeltà si trovano nel cervello. Quindi è un amore che passa per la decisione, per la scelta. Non una fedeltà da cani, legata all’abitudine e alla ricerca di un padrone. No, niente di tutto ciò, nessun padrone in amore, ma solo decisioni rafforzate dal piacere.

Questa potrebbe essere insomma una delle chiavi per risolvere i problemi di coppia. Smetterla con ‘sta cosa della monogamia per forza, per promessa o per morale. Quella non porta alcun legame con la gratificazione. Buttiamoci invece nelle scelte personali, consapevoli, libere e assaporiamo il piacere che ne deriva.

Perché non è detto che funzioni come sosteneva Goethe: «La fedeltà è lo sforzo di un’anima nobile per uguagliare un’altra più grande di lei.» La scienza alcune volte spazza via anche le frasi più romantiche, i racconti a cui era bello credere. Non ci sono anime di serie A e di serie B. Ci sono decisioni e responsabilità da cui derivano emozioni e sentimenti. E pure il battito del cuore a cui siamo tanto legati in amore.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

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La fine di un amore non cambia mica l’universo (credo)

È dura riconoscere la fine di un amore! (Mi fa quasi ridere scriverlo a due giorni di distanza da San Valentino, ricorrenza a cui molti tengono e che molti festeggiano, eppure… questo l’allegro argomento del giorno). Ricominciamo dai…

È dura riconoscere la fine di un amore, specie se si tratta di un amore durato un periodo di tempo sufficientemente lungo per riconoscergli senza troppa presunzione la qualità di amore “vero”. Non che la durata di un rapporto determini inevitabilmente la sua importanza; ma all’infuori della convivenza o del matrimonio, quello temporale è sicuramente un fattore che contribuisce a definire la profondità di una relazione. Il tempo da dedicarsi, il tempo da trascorrere insieme è forse il regalo più bello che due innamorati possano farsi. Si suppone infatti che il tempo sia la vera chiave per scoprire al meglio la persona che si ha di fronte, per conoscerne con meno approssimazioni possibili le caratteristiche, per amarne i pregi e per accettarne i difetti. La durata di un rapporto a volte sembra determinarne la saldezza, sembra renderlo immune a qualsiasi tipo di intemperie.

Eppure, la durata di un rapporto, sa essere anche una vera scocciatura, una nebulosa indefinita che non ci permette di distinguere raggio d’azione e confini della relazione. La durata di un rapporto d’amore è infatti direttamente proporzionale alla difficoltà di stabilirne la fine! Il tempo trascorso insieme, carico di bei momenti ma anche di difficoltà superate, ci fa credere invincibili. Il tempo vissuto à deux ci sembra il più convincente fattore legittimante per sopportare gli screzi del presente e per trovare la forza e la voglia di andare avanti. Come se di bei momenti da vivere insieme ce ne potessero essere ancora tanti; come se le difficoltà superate ci permettessero di affrontare e scavalcare anche quelle attuali o addirittura quelle che si potrebbero presentare nel futuro.

Quando il tempo trascorso insieme lo si è guardato con sempre rinnovata incredulità, come fosse qualcosa di veramente incredibile nella sua bellezza, come si può capire se è davvero giunto il momento di dichiararsi tregua reciproca? Quando si ha sempre guardato con soddisfazione e orgoglio a quanto si è saputo costruire, come poter riconoscere la necessità di pronunciare la parola “fine”?

L’amore e l’odio sono le due forze che muovono il mondo e assieme a lui anche noi poveri umani. Che ci affanniamo tanto con domande e preoccupazioni di ogni genere, come se il mondo lo dovessimo portare sulle nostre spalle, come se la fine di una relazione potesse cambiare completamente le carte della nostra partita. Ma infondo noi umani non siamo altro che pedine microscopiche di un gioco di cui non conosciamo le regole, e forse nemmeno il nome. Ma di cui sappiamo invece l’obiettivo finale. Certo, perché la conoscenza delle tattiche per vincere ci appartiene senza volerlo. Lo scopo del gioco è quello di essere felici, di conoscere il bene, quello vero. Sì, proprio quello che i vari filosofi che abbiamo letto e studiato si sforzavano di individuare e definire.

Allora personalmente dico: pazienza se non sappiamo definirlo, pazienza se non sappiamo descriverlo a parole. Il bene lo sentiamo, lo riconosciamo senza volerlo; impossibile girarci attorno, impossibile confonderlo. Ed è quindi domandandoci se rispecchia o meno l’idea del bene, del bene-per-noi-stessi e del bene-per-l’altro, che possiamo capire se il nostro rapporto d’amore è giunto o no alla sua fine. Siamo ancora capaci di donare e di ricevere il bene? Riusciamo ancora a farci del bene malgrado il tempo che è passato, i cambiamenti che abbiamo subito, le nuove scelte che abbiamo intrapreso?

La risposta DOVREBBE essere semplice…

Mal che vada, vi ricordo che i testi di Schopenhauer sono sempre in commercio! (Ma cercatelo da soli, perché io oggi mi rifiuto proprio di citarlo).

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google immagini]

La contraddizione come condizione dell’esistenza

<p>La Trahison des images (Ceci n'est pas une pipe). 1929. Oil on canvas, Overall: 25 3/8 x 37 in. (64.45 x 93.98 cm). Unframed canvas: 23 11/16 x 31 7/7 inches, 1 1/2 inches deep, 39 5/8 inches diagonal. Purchased with funds provided by the Mr. and Mrs. William Preston Harrison Collection (78.7).</p>

Sembra quasi un ossimoro, un’affermazione paradossale.
E proprio un paradosso può essere l’inizio della nostra indagine. È uno dei più famosi nella storia dell’uomo: il paradosso del mentitore, articolato tramite una proposizione auto-negante del tipo “questa frase è falsa”. Nessuno potrà dimostrare se essa sia vera o falsa dato che se fosse vera allora non sarebbe falsa; mentre se fosse falsa si capovolgerebbe in “questa frase è vera”, quando si è appena affermato il contrario.

Contraddizione. Questo concetto attraversa tutta la storia della filosofia occidentale. Ai suoi albori, Aristotele formulò il famoso principio di non contraddizione, che è diventato la base più solida della nostra logica e del nostro linguaggio, una città amica dove sappiamo di poterci sempre rifugiare insieme ad un alleato pronto a sostenerci. E con un alleato come il “principium firmissimum” – come è stato più volte chiamato – la vittoria sembra certa.
Ma come dovremmo comportarci di fronte ad una situazione paradossale? Una soluzione può esserci suggerita attraverso il principio del terzo escluso, ovvero che non è possibile una terza via tra due proposizioni tra loro contraddittorie: “tertium non datur”. È necessario però fare una precisazione: questo principio non scandisce che non può esserci una terza possibilità tra vero e falso – che sono contrari –, il che aprirebbe la strada all’indeterminato, come spesso è stato interpretato, ma tra vero e non-vero (o falso e non-falso), che sono appunto contradditori. Sembra quindi che all’interno del non-vero possa essere posto sì il falso ma, ad esempio, anche l’indeterminato.
Un’altra soluzione può essere quella – condivisa anche da Aristotele – che tramite i paradossi non si stia dicendo propriamente nulla, e quindi la (non-)proposizione va tralasciata senza nessun problema.

Facciamo ora un passo oltre ai paradossi e concentriamoci sulle contraddizioni vere e proprie, quali i paradossi non sono.
Il significato di una contraddizione è molto semplice: essa si presenta quando si considera una proposizione logica attualmente identica al suo opposto (ad esempio “in questo momento piove e non-piove”).
Possiamo quindi tranquillamente soprassedere alle contraddizioni logiche e ampliamo lo sguardo alla nostra vita.
È un dato di fatto che nel corso della nostra esistenza compieremo qualche scelta e/o azione irrazionale. L’uomo infatti è sì – per dirla con Aristotele – animale razionale, ma la nostra “umanità” non si esaurisce in questo.
L’azione di andare contro il buon senso può essere considerata una contraddizione? Ed il suicidio? Perseverare in una scelta pur sapendo che non ci condannerà ad altro che all’infelicità e a ripetute delusioni è una contraddizione?
A mio modo di vedere – e con qualche necessaria precisazione – la risposta può essere positiva e negativa insieme, ed ecco che si ripropone una contraddizione.
Se consideriamo l’uomo come entità calcolante, alla stregua di un computer, la risposta è certamente affermativa: queste azioni – potremmo dire – sarebbero espressione di un malfunzionamento.
La risposta è negativa (ma ora vedremo che in realtà sarà comunque positiva) se aggiungiamo all’uomo la sfera emotiva. Seguire le emozioni, gli istinti, le pulsioni: ecco cosa ci differenzia dalle macchine, ed ecco i grandi problemi con cui ha a che vedere la robotica e lo sviluppo delle intelligenze artificiali.
Ma possiamo ipotizzare vari gradi di irrazionalità? Può esserci un’irrazionalità sempre maggiore che al suo estremo sconfini comunque nella contraddizione? Può cioè essere l’irrazionalità essa stessa irrazionale non per definizione ma per comportamento? E non stiamo parlando di due negativi che moltiplicati fanno un positivo: una irrazionalità irrazionale non diventa ragionevole, bensì si riproduce ed amplifica, sconfinando – appunto – nella contraddizione.
E ciò – a mio modo di vedere – succede ogni giorno.
Accade quando sappiamo che dobbiamo andare al lavoro ma restiamo a letto.
Capita quando vogliamo esplodere di rabbia ma ci imponiamo di stare calmi.
Succede quando siamo consapevoli che amare qualcuno potrebbe destinarci al dolore ma lo facciamo comunque.
Ciò – in sostanza – si realizza quando, nel conflitto tra ragione e passioni, una delle due prevale sull’altra. Perché entrambe le possibilità sono me.
Entrambe potrebbero, singolarmente, esprimere la mia individualità. Entrambe, isolate, sono una parte che esaurisce il tutto. Ma l’uomo non è questo Tutto, esso va oltre, ha bisogno anche di quello che circonda la Totalità, che per definizione non esiste e che la logica non riesce nemmeno ad immaginare. Eppure è proprio questa sovrabbondanza di esistenza inesistente che ci permette di domandarci cosa c’è oltre l’Universo, cos’è veramente una singolarità avvolta da un buco nero e se il tempo possa essere aggirato.
È come se fossimo inconsapevolmente consapevoli di essere altro rispetto a quello che siamo.
È una contraddizione che spiega la vita.
È La Contraddizione: vivere senza sapere il perché ma sapendo che c’è.
Vivere perché si vive. Vivere perché sono vivo.

Massimiliano Mattiuzzo

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Contro il tempo, la libertà

Non c’è sera in cui, percorrendo i pochi passi dal bagno al letto, io non ricordi a me stessa, in maniera forse ossessiva, che un altro giorno è ormai finito e passato. Nello specifico, sono due le frasi che mi ripeto, sera dopo sera, senza mai stancarmi. La prima, presa da una canzone di Guccini, che in realtà non ascolto ormai da anni: «un altro giorno andato» (la sua musica ha finito, quanto tempo ormai è passato e passerà). La seconda, copiata questa volta a una poesia di Quasimodo, ricordo forse delle medie, forse delle superiori, chi lo sa: «ed è subito sera». Prima di addormentarmi ripercorro con il pensiero i momenti che hanno riempito la mia giornata, le persone con cui ho parlato, quelle con cui ho scambiato un semplice e veloce sguardo, le parole che ho detto, i piatti che ho mangiato, i particolari che mi hanno colpita, e via dicendo. Finita questa lista di istanti trascorsi e passati, inizio quella del giorno dopo: ricapitolo mentalmente le cose da fare, a volte numerose, a volte minime, fantastico sui miei desideri o progetti futuri, a volte carichi e rinvigorenti, altre volte spenti e deprimenti.

Il tempo che scorre incessantemente e passa alla velocità della luce è il nostro più fedele compagno, ma anche il nostro peggiore nemico. Il mio rapporto con lui qualche mese fa è stato abbastanza turbolento: la paura di aver perso tempo in anni di università che forse non mi porteranno laddove mi ero immaginata intraprendendo questo percorso; il rimorso di aver già rinunciato a piccoli grandi sogni, attività o impegni; il dovere di inventarmi in fretta cosa fare di qui a qualche mese… Mettiamoci dentro anche la banale preoccupazione per i primissimi capelli bianchi. E la sana invidia verso mia sorella quasi diciottenne, alla quale, sentendomi una vera nonna, ripeto con i miei migliori auguri che ha tutta la vita davanti.

Ho cercato di venirne fuori, da questo superficiale e stupido malessere che mi stavo ossessivamente creando da sola. L’ho fatto cercando di appropriarmi per davvero di quel maledetto tempo che ci caratterizza e condiziona tutti, ricordandomi di un’altra dimensione che appartiene all’uomo, alla pari del tempo. La nostra libertà! La libertà di muoverci nelle trame del tempo come ci pare e piace, la libertà di disporre di esso e di gestirlo nel modo in cui preferiamo. Preciso che con ciò non intendo la possibilità di svincolarci da una serie di obblighi alla quale siamo chiamati a rispondere per un dovere che potrei definire ‘morale’. Altrimenti, lungi dall’essere libera e volontaria gestione del proprio tempo, questa finirebbe per decadere nel caos egoistico dettato dal volere e dal piacere. Intendo piuttosto dire che, nella scelta riguardo il come poter disporre del tempo che ci appartiene, dovremmo darci tutti una lista di priorità e dovremmo provare a rispettarla quanto più ci è possibile.

Dovremmo imparare a dire ‘sì’ senza paure, ma anche imparare a proferire qualche ‘no’ secco andando oltre le convenzioni. Dovremmo impegnarci con dedizione e costanza in quanto crediamo, e riuscire a rinunciare ad impegni che lungi dall’arricchire la nostra persona finiscono invece per inaridirla. Dovremmo accogliere e passare più tempo con le persone che amiamo e stimiamo e svincolarci da quelle con cui non riusciamo più ad avere punti d’incontro.

Dovremmo e potremmo fare tante cose. Ma non tutto dipende da noi e dalla nostra libertà. I giorni si susseguono senza sosta, e un altro anno è ormai andato… La sola soluzione è allora ricordarci di vivere appieno ogni singolo momento della nostra vita, bello o brutto che sia. Dobbiamo ardere, per noi stessi, per il dono della vita, e per quanti ci stanno attorno. Circondiamoci di quanta più freschezza e positività riusciamo. Facciamoci avanti e consumiamo, inghiottiamo, svisceriamo il nostro presente!

«Circondatevi di uomini che siano come un giardino, o come musica sopra le acque, al momento della sera, quando il giorno già diventa ricordo».

Nietzsche

Federica Bonisiol

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Claire Underwood, il femminismo nel cinismo

Un personaggio moralmente disgustoso può essere un simbolo del femminismo? Claire Underwood, protagonista di House of Cards, una delle migliori serie tv degli ultimi anni, è una fredda e cinica manipolatrice. In accordo con il marito, ma talvolta anche contro di lui, Claire non si ferma di fronte a nulla pur di perseguire i propri interessi e accumulare potere, nemmeno di fronte alla madre malata di cancro.

Molti l’hanno paragonata a Lady Macbeth, eppure Claire è una donna molto più indipendente.  Il personaggio di Shakespeare è prima di tutto una moglie. Il nome con cui è passata alla storia non è il suo ma quello del marito. E per quanto perfidamente geniale, Lady Macbeth è solo una consigliera, mai un’esecutrice diretta. I suoi piani servono a sostenere e rafforzare il marito, ma nel corso della tragedia non emerge mai un suo progetto, che si possa sovrapporre o scontrare con quello del marito. Al contrario Claire ha una forte volontà autonoma; se aiuta il marito è perché crede di poter raggiungere più rapidamente i suoi obiettivi restando al suo fianco. Infatti non esita ad abbandonarlo quando inizia a percepirlo come un ostacolo, e gli torna accanto solo dopo aver ricevuto la promessa di diventare Vice Presidente.

Inoltre Lady Macbeth è una madre mancata. Per garantire il successo dell’omicidio del re Duncan ella prega così:

«venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso […]
Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri dell’assassinio!
»1

Come in un patto con il diavolo, in cambio della riuscita del suo piano Lady Macbeth rinuncia alla possibilità di avere figli, all’aspetto più importante della sua femminilità. E proprio questo, secondo Freud, che la porta ad impazzire, infrangendo una determinazione «che sembrava tratta dal più duro metallo»2. Si può «facilmente capire la malattia della donna, la trasformazione della crudeltà in rimorso, come reazione all’impossibilità di avere figli»3. Ella si rende conto che il prezzo pagato è stato troppo alto, che il potere non ha senso poiché in cambio ha rinunciato alla sua essenza di donna, al compito più prezioso che aveva come essere umano.

Claire Underwood ha un rapporto ben diverso con la maternità. Ha avuto 3 aborti, due quando era troppo giovane per crescere un bambino, uno durante la campagna elettorale del marito Frank, quando i due non avevano né il tempo né la disponibilità emotiva per avere un figlio. Al contrario di Lady Macbeth, schiacciata dal rimorso, Claire non accetta che qualcuno la faccia vergognare o sentire in colpa per le sue decisioni.  Quando una collega le chiede con malizia “Ma non hai dei rimpianti a non aver avuto figli?”, lei gelida risponde “E tu non rimpiangi mai di averne avuti?”. La maternità non è la cosa più preziosa che una donna possa avere, rinunciarci non la priva delle sue potenzialità o della sua umanità, si possono scegliere altri modi per realizzarsi.

Tracie Egan Morrisey probabilmente esagera quando definisce su jezebel il personaggio interpretato da Robin Wright Penn «un’antieroina e guerriera femminista»4. Claire lotta per i suoi obiettivi, non certo per i diritti di tutte le donne nella società. Eppure così facendo offre senza dubbio un modello femminile fortemente indipendente. Claire persegue con determinazione i suoi (pur discutibili) obiettivi,  non si sottomette di fronte a nessuno, rifiuta le norme sociali sul ruolo della donna che la vincolerebbero ad una posizione secondaria. Anche come first lady Claire non si accontenta di essere solo una comparsa sorridente, ma interviene direttamente nella vita politica; come quando denuncia l’oppressione degli omosessuali in Russia, malgrado il marito le abbia detto di tacere per evitare problemi diplomatici.

Se la descrizione di Claire vi ha ricordato Hillary Clinton, non siete i soli. Anche Michael Dobbs, creatore dei libri da cui è stato tratto House fo Cards, ritiene che la Clinton sia il personaggio politico che oggi più si avvicina a Claire Underwood. «She is a political figure in her own right – behind the scenes, but now increasingly in front of the scenes»5. Dobbs, assistente di Margaret Tatcher negli anni Ottanta, se ne intende di donne forti al potere.

Può darsi che queste signore non ci piacciano, che riteniamo eccessivi i compromessi a cui sono scese per ottenere la loro attuale posizione. Eppure è forse inevitabile che per creare una figura femminile che prima non esisteva si debba avere una determinazione che può sfociare nel freddo cinismo.

Per quanto Claire Underwood non sia certo un modello da imitare per le donne di oggi, con la sua ricerca di indipendenza tesa fino all’estremo, fino a sfilacciarsi e diventare solitudine nell’egoismo, apre una strada. Che forse le donne del futuro potranno percorrere senza bisogno di vendere l’anima al diavolo.

Lorenzo Gineprini

Lorenzo Gineprini: nato nel 1994 a Torino, dove studia Filosofia. Redattore del Brockford Post, collabora anche con altre riviste. Appassionato della Germania e della filosofia tedesca, che ama far dialogare con fenomeni pop contemporanei: dal cinema alla moda, dalla musica alle serie tv.

NOTE:
1. William Shakespeare, Macbeth, Sansoni, Firenze, 1950
2. Sigmund Freud, Saggi sull’arte, la letteratura, il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2015
3. Idem
4. http://jezebel.com/house-of-cards-claire-underwood-is-a-feminist-warrior-1524425272
5. https://www.buzzfeed.com/jimwaterson/you-might-think-that-but-we-couldnt-possibly-comment?utm_term=.mjWL4Z2nb#.ttrBX3GE9

[Immagine tratta da Google Immagini]

Tra Aristotele e “Sliding Doors”: la teoria del caos

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Da sempre ci interroghiamo sul nostro rapporto con il tempo, ci chiediamo se siamo davvero liberi, quale sia il rapporto tra le nostre scelte e quanto ci accade. Alla fin fine possiamo spremerci le meningi quanto vogliamo, ma le possibili risposte al nostro rapporto con il tempo e l’eziologia (questa parola si riferisce a tutti i fenomeni che hanno un rapporto di causalità causa-effetto) sono sostanzialmente tre:

  • tutto è dominato dal caso;
  • tutto è predestinato, vi è cioè un Destino per ognuno di noi predeterminato che però sfugge alla nostra capacità previsionale (o forse no?), l’astrologia e le arti divinatorie tentano di sondare questo confine insondabile con uno statuto epistemologico però insufficiente, almeno per come intendiamo la scienza contemporanea;
  • ci sono cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi, ma le nostre scelte aprono a futuri condizionali (esempio: decido di scavare in un dato punto perché penso che ci sia un tesoro sotterrato che effettivamente c’è, azione: scavo=trovo il tesoro, il mio scavare o non scavare implica due futuri condizionali diversi. La catena di azioni è determinata, la mia scelta no).

A seconda di come decidete di interpretare le vostre esistenze, magari senza saperlo, sappiate che appartenete a una diversa scuola di pensiero greca. Non lo sapevate? Adesso sì.
Rispettivamente:

  • Scuola atomista: Epicuro ci dice che tutto è dominato dal caso;
  • Scuola stoica: Crisippo sostiene che tutto è predeterminato e “tutto è pieno di segni” che ci preannunciano ciò che deve venire, sta a noi la capacità di interpretarlo;
  • Scuola aristotelica: Aristotele prima e Marco Aurelio poi ci spiegano che ci sono delle nostre scelte che aprono o meno futuri condizionali o se vogliamo scenari/futuri paralleli diversi.

Sliding Doors è un film del 1998 che racconta le vicende di Helen, una giovane donna che lavora nelle pubbliche relazioni fidanzata con Gerry. Dopo essere stata licenziata si dirige affranta verso la metropolitana. Il momento topico da cui si origineranno due dimensioni parallele parte dall’ascensore, quando andando via dal posto di lavoro le cade un orecchino e incontra James (che diventerà un potenziale amante e un coprotagonista della storia).

Le nostre scelte anche più piccole contribuiscono a forgiare il nostro futuro, ma alcune sono più importanti di altre. Se forse scegliere tra una pasta al pomodoro, un petto di pollo o un’insalata impatta relativamente poco sul nostro futuro, scegliere di andare all’Università o meno e quale Università frequentare implicherà una nostra frequentazione di un certo ambiente per molti anni e ci esporrà ad alcuni tipi di scelte escludendone altre.

La nostra intera esistenza è sempre esposta alla dimensione del “se”, la dimensione condizionale del “se quella volta avessi scelto” o del “se non fossi andato lì allora”; l’immaginazione è uno strumento importante perché ci permette in maniera proiettiva di farci un’idea dei futuri possibili ed è così che l’umanità è sempre esposta alla dimensione utopica e ucronica dell’esistenza, utopica senza un luogo, ma realizzabile nel tempo, ucronica senza un tempo, ma in un luogo, un paradosso che si genera nella dimensione in cui possiamo immaginare cosa sarebbe successo se gli Alleati non avessero mai sconfitto i Nazisti o se ad esempio Giulio Cesare non fosse stato eliminato a seguito della congiura ordita da Gaio Cassio e Decimo Bruto.

Aristotele aveva ragione? Possiamo notare come la teoria formulata da Aristotele si possa ricondurre alla teoria del caos cioè «lo studio attraverso modelli di fisica matematica dei sistemi fisici che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali». In pratica prendiamo un sistema, in esso ci sono delle leggi deterministiche che non mutano (la gravità muta, ma non il modo in cui funziona la gravità), nonostante tali costanti deterministiche in tale sistema ci sono anche delle variabili dinamiche, che cambiano, che determinano una casualità empirica nell’evoluzione del sistema stesso. I fisici ci dicono che il comportamento casuale è in realtà solo apparente, dato che si manifesta nel momento in cui si confronta l’andamento temporale asintotico di due sistemi con configurazioni iniziali arbitrariamente simili tra loro, ma la parte che davvero ci interessa è che a condizioni iniziali simili i risultati possono essere estremamente diversi, come potrebbe darsi nel caso di due gemelli allevati in condizioni completamente differenti.

Un treno o una metropolitana sono esempi calzanti per quello che Aristotele considera un futuro condizionale: saliti su quel treno il nostro andare in una direzione o in un’altra non sarà più in nostro potere, almeno tra una stazione e l’altra. Una scelta determina cioè una catena di eventi, per Aristotele la nostra esistenza è composta da catene.

A questo punto tiriamo in ballo l’effetto farfalla, una semplificazione della nozione tecnica di “dipendenza sensibile alle condizioni iniziali” presente nella teoria del caos. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema, per esempio se un viaggiatore proveniente da una macchina del tempo tornasse indietro di milioni di anni e nel suo “safari” calpestasse accidentalmente una farfalla ciò potrebbe comportare un futuro completamente diverso dove magari l’umanità non si è mai evoluta o forse nemmeno esistita.

«Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950.

Scrivevo prima che se magari possiamo sottovalutare l’importanza tra lo scegliere una pasta al pomodoro, un petto di pollo o una insalata (anche se l’effetto farfalla ci direbbe di stare attenti anche a questo tipo di scelte) forse ci converrebbe riflettere di più su quelle scelte importanti che aprono a futuri condizionali diversi perché alla fin fine la nostra vita non è che la somma di tutte le nostre scelte. Se quando la nostra vita inizia il tasso di indeterminazione è molto alto e fino a quando siamo giovani il nostro spettro possibilistico è molto ampio, mano a mano che invecchiamo siamo sempre più soggetti all’effetto imbuto, cioè la riduzione del nostro spettro di possibilità: anche a 90 anni possiamo viaggiare, ma magari non sarà come farlo a 20 o almeno la quantità di futuro opzionale e opzionabile sarà probabilmente più ridotto.

 

Matteo Montagner

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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