Il valore della sconfitta

Bisogna saper perdere è il titolo di un singolo dei The Rokes cantato nel lontano 1967 in un anglo-italiano che in quegli anni spopolava tra i giovani della Beat Generation. Il testo è un invito alla riconciliazione tra due amici dopo una contesa d’amore finita con l’immancabile vincitore che consola lo sconfitto: «Quante volte, lo sai si piange in amore / ma per tutti c’è sempre un giorno di sole!».
Ascoltandola nel 2018, oltre all’inevitabile sorriso che strappa l’accento di Shel Shapiro, la canzone porta con sé un importante messaggio, quel titolo dal retrogusto esortativo che può essere applicato per sua natura a più livelli interpretativi, specialmente in campo sociale.

Quanti di noi considerano una sconfitta, un passo falso, come un aspetto negativo della nostra vita? Un’esperienza da non ripetere, un rimorso che ogni tanto bussa alle porte del nostro cervello proprio mentre cerchiamo di dormire, una malattia latente che spesso uccide nuove iniziative prima ancora della loro realizzazione.
Quanti di noi sono cresciuti con il timore del giudizio altrui? Forse non riusciremmo a tenere il conto.
E quanti hanno pensato, anche solo per un momento, che nulla avrebbe avuto più senso dopo quella tremenda delusione? Con dosi e in proporzioni differenti, ci siamo passati un po’ tutti.
Quante soluzioni possiamo mettere in campo allora per tentare di risolvere questo problema comune? Purtroppo non esiste una ricetta standard valida per lenire qualsiasi tipologia di sconfitta poiché dovrebbe essere compito di ciascuno trovare la propria cura, provando, tentando, fallendo.
Eppure negli ultimi anni stiamo assistendo a un lento estinguersi dei problemi, operato sia dalla gente comune sia dalle istituzioni.

I maggiori beneficiari di questa politica anti-problema sono gli appartenenti alle nuove generazioni a cui viene offerta la più ampia gamma di strumenti per affrontare al meglio le sfide, la vita e l’istruzione in modo da prepararli ad essere i buoni cittadini di domani. Si offre loro tutto… tutto, tranne la possibilità di crescere attraverso le sconfitte.
In passato i minori appartenevano, assieme alle donne, alla parte ‘debole’ della società e, complice una diversa sensibilità umana, risultavano privi delle più elementari norme riguardanti i loro diritti fondamentali, redatti e revisionati a più riprese a partire dal 1924 fino a giungere, solamente nel 1989, con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Tutto ciò è sacrosanto, ci mancherebbe, tuttavia credo sia arrivato il momento di chiedersi se dal riconoscere i normali diritti dei minori non si sia passati, magari impercettibilmente, a creare per loro un mondo d’ovatta, bello e pericoloso al tempo stesso.

Come potrebbe crescere, ad esempio, un bambino a cui viene regalato tutto, magari una promozione scolastica immeritata, un premio nonostante il suo comportamento irrequieto, un atteggiamento fin troppo conciliante – targato erroneamente come comprensivo: comprendere/capire non è sinonimo di perdonare – sebbene conduca una vita all’insegna della violenza, o peggio della droga?
Ancora, si parla di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole, ma come lo si combatte se aumenta il giustificazionismo verso le “ragazzate goliardiche” compiute da giovani delinquenti in erba? I paradossi e le contraddizioni sembrano regnare incontrastati.
Qualsiasi tipologia di punizione viene recepita come traumatizzante, destabilizzante, distruttiva, oltre ai genitori che tendono a colpevolizzare l’insegnante pur di non ammettere l’evidente impreparazione beffarda dei loro sacri pargoli, ci si mette anche la legislazione istituzionale della “Buona Scuola” (legge 107/15) a rendere sempre più arduo il bocciare, il respingere, il non accettare.

A prima lettura la mia sembra una sadica difesa a tutto ciò che provoca delusione e sconforto, ma scrivo da “plurideluso” e “plurisconfortato”, ho sperimentato le conseguenze di più bocciature scolastiche, di esami non superati, di progetti falliti, eppure non avrei l’ardire di definirmi un sopravvissuto.
Certo, fa male, ma sono giunto alla conclusione che fa più male essere salvaguardati troppo, perché?
Provate a pensare, alla luce di quanto detto fino ad ora, quali pieghe potrebbe prendere la vita di un ragazzo che si è visto regalare tutto nel nome della sensibilità. Nel mondo degli adulti si aspetterà di trovare altri regali, altri vagoni di sensibilità, altre istituzioni che si preoccuperanno di alleviargli la colpa, tutte cose che nella realtà non esistono, o almeno non esistono per tutti.
Sarà allora che scoprirà di aver vissuto in un pianeta illusorio e si farà ancora più male, poiché orfano di tutte quelle esperienze, negative sì, ma capaci di formare e rafforzare il carattere; quando si cade da bambini ci si rialza, da adulti diventa un problema.

Non c’è soluzione quindi?
Ci troviamo davanti ad un aut-aut? O si soffre oggi o si soffrirà domani?
La sconfitta, che piaccia o no, è un ingrediente della nostra esistenza tuttavia possiamo scegliere di totalizzarla, e precipitare quindi nello sconforto, oppure trasformarla in insegnamento, affrontandola con serenità ammettendo i propri errori per evitare di compierli nuovamente.
In questo modo si saprà perdere senza farsi troppo male.

 

Alessandro Basso

 

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Come stai? Bene! (sbagliato)

Come stai?

A volte dietro questa semplice domanda si nascondono le risposte più impensate, anche dalle persone che crediamo di conoscere bene. Spesso quelle risposte vengono bloccate, represse, ingoiate e rimangono dentro come macigni, mentre la nostra bocca pronuncia un flebile “bene grazie”.

L’apparenza a cui siamo costretti il più delle volte è un’abitudine deleteria, un’usanza che ci uccide dentro per dare dimostrazione della nostra perfezione all’esterno.

Perché siamo costretti a mentire, a fingere benessere, a pensare che tutto stia filando liscio? Per paura, per bisogno e necessità. Per gli altri. Si mente pensando all’altro, a chi potrebbe soffrire del tuo malessere, a chi potrebbe sì consolarti ma non aiutarti.

Eppure tutto poi viene fuori, in un modo o in un altro.

Occhi acuti, sguardi attenti e orecchie in ascolto percepiscono ogni minimo cambiamento, ogni espressione diversa e piano piano ti inducono ad estrarre dal petto quel macigno, senza che tu debba necessariamente dare spiegazioni.

La mente in queste situazioni è assolutamente assuefatta, percorre imperterrita la sua strada, ascolta le parole altrui ma le sente da lontano, come una eco, a volte fastidiosa, altre confortante, ma comunque inutile ad interrompere la sua corsa.

Quale corsa poi?

Un percorso ardito verso il nulla, verso qualcosa che si prospetta già determinato, finito, senza uscita eppure una strada che ti rapisce e ti inghiotte come un vortice senza darti il tempo nemmeno di respirare.

Arriva poi un giorno, quando la mente si ritrova sotto acqua, in apnea da troppo tempo, e, anche se lei continuerebbe lo stesso in tali condizioni, il fisico dice basta! e inizia a mandare segnali di malessere, quello stato che la mente aveva represso, vivendo di mezze felicità, di attimi di gioia e di gabbie costruite ad hoc.

E quella domanda ‘come stai?’ inizi a fartela tu. Sì, inizi finalmente a parlare con te stesso, a cercare chi sei o chi sei diventato e perché sei diventato così. Le risposte ovviamente non arrivano perché la mente continua a mentire e a non ascoltare il corpo.

E perché mente?

Perché vuole vivere!

Perché nonostante il dolore, la sofferenza che si possono provare in determinate situazioni, la mente si sente viva!

Il dolore non è qualcosa che va bypassato o da cui occorre scappare, il dolore è qualcosa che va attraversato, vissuto fino in fondo, perché no anche subìto per poterlo conoscere e per dire, una volta superato, di avercela fatta veramente, senza più la paura di ricadere nello stesso tunnel.

A volte la vita ti permette di avere queste esperienze che all’inizio sembrano casuali, capitate per chissà quale motivo, solo alla fine delle stesse ti rendi conto che niente è per caso e che erano le ennesime prove per conoscere di più se stessi.

Dire per ogni cosa “a me non capiterà mai” è sbagliato. Può capitare tutto a tutti ma questo non vuol dire essere persone cattive, false, amorali.

La nostra vita ha bisogno di scosse di amoralità, di finzione e di sorpresa per aiutarci a capire i nostri limiti, le nostre debolezze, le nostre mancanze o le nostre necessità, altrimenti se tutto filasse sempre liscio non potremmo mai capire cosa vogliamo veramente dalla vita, perché saremmo adagiati ad una routine in cui tutto scorre come sempre.

Ora la routine a me fa paura, come mi fanno paura il mare calmo o il cielo sereno. Sono tutti momenti di apparente stasi in cui tutto può succedere all’improvviso. La vita che ti sorprende ogni giorno, il mare mosso o il cielo tempestoso ti turbano sicuramente perché non danno certezze, però ti mettono alla prova, ti sfidano, minando le tue certezze, mettendo alla prova la tua coerenza, cercando di farti guardare dentro per trovare la forza che nella routine non hai bisogno di manifestare.

Recentemente, la scrittrice di Harry Potter, J.K.Rowling, durante il discorso ai laureandi di Harvard ha speso bellissime parole per il concetto del “fallimento”:

Fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient’altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva […]

Una certa dose di fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.

Fallire mi ha dato una sicurezza interiore che mai avevo raggiunto superando gli esami. Fallendo ho imparato cose su me stessa che non avrei mai imparato in un altro modo. Ho scoperto che ho una volontà forte, e più disciplina di quanto avessi pensato; ho anche scoperto che avevo amici veramente inestimabili.

Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri nella vostra capacità di sopravvivere.

Non conoscerete mai voi stessi, e la forza dei vostri legami, fino a quando entrambi non saranno provati dalle avversità.

Una tale conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che avrete vinto nella sofferenza, e per me ha più valore di ogni altra qualifica abbia mai guadagnato.

Il fallimento come il dolore, come il senso di colpa o il senso di assenza e mancanza, sono occasioni!

Occasioni per liberare noi stessi dalle gabbie mentali in cui ci ostiniamo a vivere.

Occasioni per sentirci liberi di dimostrare chi siamo senza vergognarci.

Occasioni per urlare agli altri che sì, nemmeno noi siamo perfetti!

Una volta raggiunta la consapevolezza del fallimento come occasione, ci saremo davvero rialzati più forti di prima e avremmo capito la forza di noi stessi che prima era celata dentro di noi.

Stay hungry

Stay foolish

è un frase ormai anche troppo utilizzata, eppure è un motto che deve far parte della nostra vita sempre e comunque.

Essere affamati, avere voglia di prendere a morsi la vita, qualunque cosa essa ti presenti davanti è lo spirito che ti permette di affrontare le avversità.

Essere folli è andare incontro all’imperfezione, abbandonando la strada del consueto, del banale e del finto perfetto, perché solo nella follia assapori veramente il gusto della vita, dolce o amaro che sia, e solo la follia ti concede il lusso di osare, sbagliare e ricominciare.

L’abitudine spesso sbiadisce i colori

Ravviviamoli perdendo, ogni tanto, l’equilibrio.

Valeria Genova

[Immagine tratta da Google]

La società del ‘Vietato sbagliare’ (?)

Nell’era della performance, degli obiettivi, dei risultati e dell’ansia da prestazione viviamo in una società che ci richiede di essere sempre vincenti e che non lascia spazio agli errori, alle sviste e alle mancanze.

Proverbi come ‘sbagliando si impara’ sembrano ormai fuori moda, obsoleti; molto spesso viviamo la scuola, l’università, il lavoro, lo sport e la vita in generale imbottendoci di impegni con un alto grado di competizione, dove l’unica regola che sembra essere valida è quella del ‘vietato sbagliare’.

Così ci convinciamo che sbagliare non è umano, sbagliare non è ammissibile nella grande competizione della vita, sbagliare è per deboli, sbagliare è sinonimo di perdente e incapace. Costruiamo modelli di educazione fondati sulla reale necessità di non sbagliare e così proteggiamo i nostri figli dal grande reato dell’errore, rinchiudendoli in una gabbia protettiva.

Se a tutto ciò aggiungiamo un narcisismo dilagante e un super-io dominante che ha modificato la nostra stessa antropologia, la parola ‘errore’ sembra non essere più ammessa nel nostro vocabolario. Con molta fatica riusciamo ad ammettere a noi stessi di poter sbagliare e talvolta anche di poter fallire, sembra non esserci tempo per poter sbagliare, figuriamoci il tempo per poter metabolizzare l’errore e quindi rimediare. Così se da un parte è inammissibile commettere qualcosa di sbagliato, dall’altra parte risulta difficile anche perdonare l’errore.

Proviamo a pensare a tutte quelle volte che abbiamo affermato ‘Questo non te lo perdonerò mai, è un grave errore ciò che hai commesso’, proviamo a pensare a quante volte nella nostra vita siamo riusciti a perdonare un errore sia a noi stessi che agli altri, proviamo a pensare a tutte quelle situazioni in cui siamo riusciti a dire ‘ho sbagliato’, ammettendo a voi stessi e agli altri l’errore commesso; se nel primo caso il numero delle situazioni così vissute è alto, negli altri due casi il numero si riduce drasticamente.

Perché non siamo più capaci di ammettere e accettare di poter sbagliare? Perché vediamo l’errore come qualcosa di imperdonabile? Abbiamo paura forse di dimostrarci per quello che siamo? Di essere uomini e non automi? Perché non vediamo quanto di buono può esserci anche nell’errare?

L’errore è utile alla nostra vita, come tale va interpretato e rivalutato in funzione della nostra vita futura. Nietzsche riteneva l’errore una specie di terapia naturale dal delirio di onnipotenza, nel quale l’essere umano rischia di cadere tutte le volta che si sente invincibile. L’errore ci ricorda che non siamo ne macchine perfette ne dèi, ci ricorda quanto complessa sia la realtà e la vita, quanto queste non possano essere controllate in toto dalla tecnologia, dal controllo, dalla programmazione e dallo studio.

Sbagliare contiene in sé aspetti positivi anche nelle situazioni che ci appaiono le più critiche, dobbiamo solamente cogliere questi aspetti positivi, renderci conto che sbagliare ci consente di attivare risorse e capacità che altrimenti non verrebbero alla luce. Interpretare e riflettere sugli errori commessi ci aiuta a crescere e quindi a migliorare, ci permette di vedere fatti e situazioni da una prospettiva diversa che ci consentirà poi di modificare il nostro pensiero e il nostro comportamento. Sbagliare stimola in noi il pensiero critico e anche la nostra autonomia di giudizio; se ammettiamo a noi stessi la possibilità di poter sbagliare possiamo finalmente riuscire a perdonare a noi stessi ma anche agli altri l’errore compiuto.

“Concedersi la possibilità di sbagliare è una condizione essenziale per aprirsi totalmente al ventaglio della vita, la quale è complessa e va affrontata affidandosi anche al dubbio, all’erranza, all’incertezza”.

Massimo Donà

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini]