Hannah Arendt: come la banalità genera il male

Il modo in cui Hannah Arendt descrive il momento della condanna a morte di Adolf Eichmann è impeccabile. Impeccabile nel peso che ogni singola parola espressa, acquista. Impeccabile nel valore che riesce a comunicare nella descrizione di alcuni particolari e di quei gesti che, anche durante il processo del 1961, hanno fatto la differenza, mettendo a nudo le contraddizioni di una mentalità perversa, incarnata in quell’essere umano, accusato di essere uno dei responsabili di uno dei più tragici crimini contro tutta l’umanità.

«Eichmann andò alla force con grande dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. […] Percorse i cinquanta metri della sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso»1.

Quello che possiamo percepire anche attraverso una prima e veloce lettura è il ritratto di un protagonista, la rappresentazione di un uomo che, fino all’ultimo, si è sentito al centro della scena. Anzi, egli non solo ha fatto in modo che le luci fossero rivolte su di lui fino alla chiusura del sipario, ma ha inoltre contribuito alla stessa costruzione della rappresentazione di quella scena teatrale finale che, attraverso la sua condanna a morte, lo proclamava e lo innalzava quasi come se, i suoi, fossero stati dei gesti eroici.

Nessuna colpa, nessun rimorso. Per lui quelli commessi non erano crimini orrendi, senza pietà e dei quali doveva essere ritenuto responsabile.

D’altronde, sostenne Eichmann, egli si occupava solamente del trasporto dei deportati verso i campi di concentramento: personalmente, non aveva mai ucciso nessuno, aveva solo rispettato gli ordini ed era diventato un piccolo ingranaggio di quella macchina infernale2, alimentata dall’odio verso il diverso, l’altro. Chi poteva dunque essere considerato il vero responsabile dell’uccisione degli ebrei? Poteva Eichmann definirsi innocente, solo per il fatto di aver rispettato le decisioni e gli imperativi di un comando superiore cui aderiva e cui non poteva in alcun modo sottrarsi? Che fine fanno la responsabilità e la colpa?

Hannah Arendt in Responsabilità e giudizio spiega come talvolta, quando un crimine commesso coinvolge un grande numero di attori, si finisce con il sostenere il valore di una responsabilità collettiva, in altre parole, una dimensione globale alla quale nessuno può sottrarsi. È importante ammettere tuttavia che l’idea di una responsabilità universale non solo impedisce che vengano definiti gradi di colpevolezza differenti a seconda del crimine commesso da ogni singolo individuo; ciò che è ancora più grave è che questo possa essere utilizzato come strumento attraverso il quale ciascuno, attraverso la logica del “se nessuno è colpevole, nemmeno io lo sono”, riesce a sentirsi innocente e ad uscirne “pulito”.

Strumentalizzare un concetto di responsabilità collettiva al fine di decolpevolizzarsi in quanto membro di una collettività in cui il dovere kantiano doveva ad ogni costo essere ascoltato e rispettato, in onore di un’ideologia, non può tuttavia permettere di dimenticare il valore di una responsabilità particolare che, anche Eichmann, avrebbe dovuto ammettere. Sotto il regime nazista, come nel caso di molte altri sistemi basati su una forte struttura ideologica, le norme imposte venivano assimilate come naturali e giuste e il loro rifiuto non era mai stato oggetto di una presa in considerazione. Gli ordini pertanto erano corretti e giusto era eseguirli. Al contrario, l’ingiustizia nasceva nel loro rifiuto.

In Banalità del male3 Hannah Arendt esprime chiaramente il suo giudizio a proposito dell’accusato: egli era una persona totalmente normale, a tal punto che perfino gli psichiatri lo avevano definito tale. Qualsiasi altra persona, dunque, avrebbe potuto prendere il suo posto ed essere accusato dello stesso crimine; ciò non toglie che, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto fare in modo che le cose cambiassero. Malgrado ciò potesse significare opporsi al sistema o costituisse una negazione del suo solito e profondo dovere morale. Nonostante un tale atto avrebbe potuto costargli la morte. Ma Eichmann no: fino all’ultimo si è dichiarato innocente.

Secondo Arendt, i giudici avrebbero dovuto sostenere che solo potenzialmente i cittadini di uno Stato avrebbero potuto compiere i crimini più inauditi, e che c’è un abisso tra ciò che egli ha fatto realmente e ciò che gli altri avrebbero potuto fare, tra l’attuale ed il potenziale4Eichmann doveva dunque essere ritenuto responsabile poiché attualizzò quegli ordini che, dall’alto, vegliavano su di lui come un imperativo categorico il cui valore assoluto era indubitabile e il cui rispetto non solo era necessario, ma per di più naturale.

Quanto può influire un’ideologia nella formazione della propria persona? Come fare in modo di poter preservare e custodire quella libertà che, attraverso un giusto utilizzo della ragione, ci permette di prendere delle scelte adeguate, secondo le circostanze? Il male commesso da Eichmann è stato sì, terribile. Malgrado ciò e senza giustificarlo, le azioni da lui commesse sono state frutto del rigoroso rispetto di un volere naturalmente reputato corretto.

Anche oggi, nel momento degli attentati terroristici in Francia e nel resto d’Europa ma anche in numerose altre occasioni, siamo diventati e continuiamo ad essere spettatori delle numerose manifestazioni della banalità del male. Adolf Eichmann è stato l’incarnazione di questa banalità. Una banalità che può provenire dall’ignoranza, sia volontaria, sia frutto di un’abitudine le cui profonde radici costituiscono le fondamenta di un’ideologia, la cui mostruosità non può essere percepita da chi, crescendo, è stato educato secondo il rispetto di particolari valori, credenze e imperativi morali.

Rilevare il peso che le circostanze esterne a noi può avere rispetto alle scelte che prendiamo, certo, è importante. Una cosa, tuttavia, è ammettere la loro influenza, tutt’altra è non prendersi carico, nonostante tutto, delle responsabilità dei propri atti e definirsi, come nel caso Eichmann, non colpevoli di una tragedia contro tutta l’umanità.

 

Sara Roggi

 

NOTE:
1. H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli Editore, Milano, 2011, p. 259.
2. H. Arendt, Résponsabilité et jugement, Editions Payot & Rivages, Paris, 2009.
3. Ibidem.
4. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Ritirati in te stesso!

Esiste, all’interno di ognuno di noi, una parte inviolabile, inaccessibile.

Un cassetto interiore che chiudiamo ed apriamo meticolosamente con la chiave del cuore.

Nessuno può accedervi. Noi soltanto. E se qualcuno ci prova, restiamo con il fiato sospeso e poi iniziamo a balbettare. Un po’ come quando da piccoli ci veniva chiesto quale fosse il nostro sogno nel cassetto e ci sentivamo talmente disorientati che le nostre labbra non proferivano alcun suono, se non qualche “ehm..”, segno di incertezza. Un po’ anche come gli scritti autobiografici in cui il lettore può conoscere proprio tutto, ma dentro quel tutto ci si immerge nel niente..perchè anche qualora ci si mettesse a nudo, ci sarebbe sempre quella cosa lì che scivola via, che non può essere pienamente colta e compresa dall’altro, perché il vissuto individuale va al di là dei limiti dell’immaginabile. Read more

Uguaglianza nella diversità: donne che lottano per essere donne

Sin dai primissimi albori della società umana, ogni donna si è trovata in balìa di qualche uomo. Le leggi e i sistemi politico-sociali nascono sempre dal riconoscimento dei rapporti fra gli individui così come li trovano già in essere. Quel che era un mero fatto fisico, lo convertono in un diritto legale […]. Così, chi doveva già obbedire per forza, deve poi obbedire per legge.

Sono queste le parole utilizzate dal filosofo John Stuart Mill, nella sua opera del 1864 L’asservimento delle donne, per spiegare la ragione di fondo per la quale le donne, nel corso della storia, siano state costantemente penalizzate e poste in un gradino inferiore rispetto all’uomo. Ab origine, sostiene il filosofo, l’ordinamento legislativo di una data società non era altro che il riflesso delle relazioni esistenti tra gli individui, riconfermando quell’ordine sociale che ha attraversato la storia, basato sul dominio del forte rispetto al debole. Esistono dunque due nature: una schiava ed una libera. Alla prima viene associata l’immagine femminile, passiva, fragile e sottomessa alla volontà del suo padrone-uomo-marito; la natura libera, invece, viene affiancata dalla figura maschile, caratterizzata da forte autonomia e controllo.

Si è consolidata pertanto la pretesa di attribuire alle donne il ruolo di dedicarsi completamente al focolaio e alla procreazione dei figli, distinte dal marito per la loro incapacità di autonomia e per il loro senso di obbedienza, precludendosi ogni genere di relazione con l’esterno; mentre l’uomo, considerato essenzialmente il bread winner, è il solo ad avere la possibilità di occuparsi della vita pubblica.

Come ridimensionare quest’ordine sociale che, malgrado le recenti conquiste, a partire dal movimento femminista, continua incessabilmente a riaffermarsi e a mantenersi come un dato naturale e scontato?Perché la differenza continua ad essere motivo di svalutazione e subordinazione della donna piuttosto che di uguaglianza e parità di diritti?

La risposta la si può ritrovare nella différance stessa, come sostiene anche Jacques Derrida. I due generi, considerati non opposti ma distinti,dovrebbero permettere ad ogni individuo di svilupparsi nella propria autonomia, nella propria diversità rispetto all’altro. In questo modo, si impedisce ogni tipo di annullamento e di alienazione personale: soltanto vivendo in una società dove ciascuno ha il diritto di diventare ciò che è, è possibile realizzare una vita pacifica e armoniosa, dove la dignità di ognuno, nella distinzione e nella parità, viene rispettata. Si impara così a vivere con l’altro e dell’altro.

Perciò, ogni tentativo di uguaglianza con gli uomini può diventare la causa della neutralizzazione dell’identità femminile, l’assorbimento del genere femminile nel maschile e il definitivo dominio dell’uomo. La via d’uscita da questa logica di subordinazione è fondare un’etica del riconoscimento, dove ciascuna donna, come anche ciascun uomo, viene valorizzato nella propria unicità rispetto all’alterità.

Anche nella relazione d’amore non esiste prevaricazione, la violenza non appartiene a questo campo di dominio: si ama con l’altro, lo si rispetta, nella sua diversità.

Ciò di cui anche oggi avremmo bisogno è valorizzare, tramite il reciproco riconoscimento dell’altro, la specificità di ognuno e solamente nel momento in cui ogni donna riuscirà a farsi rispettare grazie alla sua differenza rispetto all’uomo, allora si avrà vinto la lotta per la vera uguaglianza. Fino a quel momento, come sostiene la filosofa Michela Marzano in Sii bella e stai zitta, ci sarà sempre qualcuno che rifiuterà valore e dignità a chi non è “perfettamente identico”.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google immagini]