Sguardo a Oriente: Tiziano Terzani e il concetto di malattia

Il tema della qualità della vita è uno degli argomenti più discussi degli ultimi anni. Senza un giusto bilanciamento tra sopravvivenza e qualità della vita, si corre il rischio che gli inconvenienti determinati dalle cure, ad esempio, interferiscano con lo stato di benessere soggettivo della persona tanto che tutto il periodo di sopravvivenza arriva a coincidere con quello di sofferenza, indotto da una terapia.

In questo caso, Tiziano Terzani (1938-2004), giornalista e reporter italiano che ha legato la sua vita, il suo lavoro e la sua ricerca di verità in particolare all’Asia, in Un altro giro di giostra racconta il suo ultimo viaggio, quello attraverso la malattia che lo ha colpito, un viaggio quindi diverso, più intimo e personale, che l’ha portato da New York all’India, lungo le strade della medicina sia tradizionale che alternativa. In una ricerca tra Oriente e Occidente «Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perché uno stesso posto può significare cose diverse a seconda di chi le visita. Quel che può essere una medicina per l’uno può essere niente o addirittura un veleno per l’altro: specie quando si lascia il campo, in qualche modo collaudato, della scienza e ci si avventura in quello ormai affollato delle cure alternative».

All’interno di questa prospettiva, la cultura orientale è stata a lungo ignorata da quella occidentale, impegnata a costruirsi categorie e strumenti razionali di indagine e di dominio della realtà. L’Occidente infatti è venuto a identificarsi sempre più con la razionalità tecnica e scientifica: modello che è stato spesso messo in discussione e che ha maturato una nuova attenzione per la civiltà orientale, espressione di una diversa tradizione culturale. L’Occidente guarda a Oriente perché trova nella sua saggezza qualcosa che ha smarrito e non ha più nel suo patrimonio culturale; secondo Terzani infatti: «l’uomo occidentale, imboccando l’autostrada della scienza, ha troppo facilmente dimenticato i sentieri della sua vecchia saggezza».

Se la cultura occidentale si presenta sempre più segnata da dualismi (soggetto-oggetto, mente-corpo), da conflitti e contraddizioni, l’Oriente, invece, sembra avere molto vivo il senso della ricomposizione armonica degli opposti, del loro equilibrio e la concezione di una unità armonica di tutta la realtà, in tutti i suoi aspetti.

Questa mancanza di armonia nel mondo occidentale è vista come effetto del prevalere di un atteggiamento aggressivo; si sente quindi il bisogno di integrare un altro tipo di atteggiamento, per conquistare l’armonia e l’equilibrio desiderati. La trasformazione comporta però una revisione, sia del modo di vivere che del modo di vedere le cose. Bisogna quindi superare quegli atteggiamenti unilaterali e la volontà di dominio per orientarsi sempre più verso un atteggiamento di complementarietà, verso una visione d’insieme. Questa visione unitaria, nella cultura occidentale sembra mancare, perché in essa è prevalso un modello di razionalità analitica e astratta, che ha sacrificato l’esigenza di avere un’esperienza profonda del mondo e delle cose.

L’Occidente quindi, si impone con la sua razionalità scientifica e tecnologica, ma sembra avere sempre più bisogno di qualcosa che non trova nella propria realtà culturale. E questa crisi della ragione sembra essere sempre più evidente dalle parole di Terzani: «la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi è ancora estremamente limitata e dietro alle apparenze, dietro i fatti, c’è una verità che davvero ci sfugge, perché sfugge alla rete dei nostri sensi, ai criteri della nostra scienza e della nostra cosiddetta ragione».

La medicina occidentale, a questo proposito, sembra vedere la malattia e non più il malato, conosce le patologie del corpo, ma non sa vedere l’unità profonda della dimensione fisica e di quella spirituale; per questo il ricorso alle medicine alternative può essere considerato per affrontare e curare i disagi profondi di un’umanità interiormente divisa. Il confronto con l’Oriente quindi può suscitare una consapevolezza dei limiti della razionalità, il bisogno e la necessità di ripensarla, rompendo quelle impostazioni che sono avvertite come un impedimento per affrontare problemi e difficoltà nuovi.

Se l’Occidente quindi in questo senso è in una situazione di blocco, può cercare anche fuori di sé un aiuto e un’integrazione del suo ethos. Questo non significa abbandonare completamente il suo approccio, ma riconoscere di avere bisogno di altre fonti di morale, in un rapporto che sia di conoscenza, di disponibilità al confronto e al cambiamento. Dialogo che deve essere improntato al rispetto e alla convinzione che anche l’ “altro” è portatore di valori; arricchendoci a partire da questo incontro; come avviene nei rapporti di cura.

Ma un’importante indicazione si aggiunge a questo discorso, che ci viene da Terzani, perché egli riconosce che il viaggio per lui è stato una grande occasione di riflessione e di ricerca, ma «quello che alla fine mi pare di aver imparato è parte di quella filosofia perenne che non ha nazionalità, che non è legata a nessuna religione, perché ha a che fare con l’aspirazione più profonda dell’animo umano, con quell’eterno bisogno di sapere come mai siamo al mondo».

 

Martina Basciano

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

La saggezza come antidoto alla disperazione

«Beato l’uomo che ha trovato la sapienza…»
Proverbi 3, 13.

Quante volte nel corso della nostra vita ci sentiamo in balia del destino? Quante volte ci sembra di naufragare di fronte agli eventi? Quante volte concludiamo di non aver alcun potere di modificare il corso della nostra storia personale?

Lo stoicismo e Seneca in particolar modo, suggeriscono che anche rispetto alle circostanze più avverse, anche di fronte a un destino ineludibile, l’uomo ha ancora una dimensione in suo potere: la saggezza. Seneca è maestro di saggezza e tutti i suoi scritti filosofici e letterari rappresentano un preciso itinerario verso la serenità.

Il filosofo romano definisce la grandezza d’animo di un individuo sulla base della sua capacità di sopportare con saggezza e serenità le avversità dell’esistenza. Tutto questo richiede un impegnativo e profondo percorso alla riscoperta della propria forza interiore. Un cammino che può condurre ad accettare serenamente gli eventi della vita, compreso l’avvenimento inesorabile per antonomasia: la morte. Per farlo occorrono: conoscenza profonda di se stessi, autocontrollo, imperturbabilità (atarassia) e distacco dalle cose materiali. Il saggio stoico è imperturbabile, completamente padrone di se stesso. Egli, come afferma Epitteto, desidera che accada ciò che accade e non ciò che desidera. Il saggio è incrollabile, rimane impassibile di fronte a ciò che gli giunge dall’esterno, non prova più alcun turbamento dell’anima.

Il carattere apparentemente inarrivabile dello stoicismo, nella vita quotidiana si colora di una profonda umanità, si avvicina all’esistenza del singolo, manifesta il suo carattere “terapeutico”, perché aiuta l’uomo a riscoprire che anche quando ci si trova di fronte ad un destino crudele e irreversibile, si ha ancora la possibilità di scegliere come vivere interiormente quel destino, con saggezza e serenità.

Seneca nei suoi scritti ci riporta costantemente a riflettere sulla nostra vita interiore, sulla nostra anima. Egli stabilisce che a contare è la qualità della nostra esistenza e non la quantità. Dove per qualità egli intende quella della nostra anima, della nostra esistenza interiore. Ed è proprio dalla disposizione dell’anima che dipende la qualità dei nostri giorni, dunque è da essa che è necessario ripartire per risanare la nostra esistenza troppo spesso ferita in modo straziante dagli eventi.

Nel De brevitate vitae Seneca sostiene che non è la quantità dei giorni a definire la lunghezza della nostra esistenza, quanto piuttosto il modo in cui la viviamo. La saggezza conduce alla tranquillitas (pace dell’anima) e colui che la raggiunge vive serenamente, in modo quieto, nulla lo condiziona, nulla lo influenza negativamente. Anche nell’oceano in tempesta la sua barca è ben ancorata e si mantiene stabile. Solo in questo modo si evita di essere corrosi dal pensiero del futuro e dalla paura della morte.

Vivere con saggezza significa vivere pienamente, non disperdere i propri giorni e le proprie energie in occupazioni e preoccupazioni vane, perché «in realtà, non è che di tempo ne abbiamo poco; ne sprechiamo tanto»1. Vivere, afferma Seneca, significa disporre «di ogni giorno come della vita intera»2. Solo in questo modo è possibile un’esistenza completa. La vita infatti sarebbe lunga ma l’essere umano l’accorcia dissipandola. Siamo proprio noi a renderla breve e ciò risulta evidente se pensiamo a quanto tempo impieghiamo ad accumulare denaro, ad abbandonarci a effimeri divertimenti e a passioni superflue di ogni genere. Seneca sostiene che la maggior parte degli uomini disperdono il proprio tempo perché «corrono solo dietro a faccende inutili»3. Per questo egli scrive che molti uomini sono rimasti a lungo su questa terra ma non hanno vissuto a lungo, sentenza da cui emerge, come ribadisce anche nelle Lettere a Lucilio, che non è la durata della vita che conta, ma l’uso che di essa ne viene fatto.

L’autore è consapevole che l’arte di vivere saggiamente è una lunga e faticosa conquista e per questo afferma: «per imparare a vivere ci vuole tutta la vita e, cosa ancor più stupefacente, ci vuole tutta la vita per imparare a morire»4.

Il segreto consiste nel desiderio e nella ferma volontà di conoscere i propri moti interiori e nel prestare ascolto alla propria coscienza. Agire secondo coscienza significa essere sempre presenti a se stessi. In ogni azione, in ogni espressione, in ogni decisione chiedersi il senso di quanto si sta compiendo, evitando, come capita ai più, di interrogarsi sulle proprie gesta solo dopo averle compiute. Anche in questo consiste la saggezza, celebrata da Seneca con le seguenti parole: «soli fra tutti raggiungono la vita serena coloro che si dedicano alla sapienza; sono i soli che sanno vivere»5.

Le molteplici difficoltà che attraversiamo nella nostra esistenza, esigono un rimedio efficace che parta dalla sorgente interiore presente in ciascuno. La saggezza è questo rimedio. Seneca asserisce che, quando non è possibile modificare gli eventi esternamente, è possibile risolverli e modificarli interiormente e questo dipende da come ci disponiamo verso gli eventi stessi.

Gli insegnamenti del saggio stoico vanno dunque riscoperti ed evocati come la possibilità esistenziale della serenità e della gioia. La vita vissuta con sapienza è un’esistenza piena e lunga, ove vengono riconosciuti il senso e la preziosità dei singoli istanti.

E a coloro che non vivono secondo sapienza, Seneca ricorda:

«Nessuno ti restituirà più  i tuoi anni, nessuno ti renderà un’altra vota a te stesso. La vita proseguirà lungo la strada per cui si è avviata, senza fermarsi né guardare indietro. E lo farà in silenzio, senza rumore, senza nulla che t’avverta della sua velocità […] correrà com’è partita il primo giorno, senza deviazioni né soste. Cosa accadrà? Tu sei affaccendato, ma la vita ha fretta: intanto arriverà la morte e per lei, tu lo voglia o no, il tempo dovrai trovarlo»6.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. Seneca, La brevità della vita, tr. it. di G. Manca, Einaudi, Torino 2015, p. 3.
2. Ivi p. 33.
3. Ivi, p. 53.
4. Ivi, pp. 29-31.
5. Ivi, p. 69.
6. Ivi, p. 37.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Phronesis tra intellettuali e popolani

Era una notte chiassosa, sia fuori che dentro le mie stanze. Fuori la pioggia imperversava e dentro una riunione tra intellettuali scuoteva tutte le ragioni del mondo come tutte le mie certezze. Questi sedevano in una tavola rotonda e discutevano animatamente di come, ogni giorno, il cielo potesse essere così blu e di quanta terra ci fosse sotto ai piedi dell’umanità. Di come poter accelerare quel regolare deflusso del male attraverso l’eternità e di come poter enfatizzare un mondo umano fondato sul bene come ideale.

In questa surreale riunione, ricoprì il ruolo dello stenografo: registravo diligentemente e con pazienza i voli e le iperboli di ogni loro punto di vista. Parecchie furono le interruzioni. Ad esempio le sortite della vicina che veniva a lamentare il troppo chiasso. Bella e avvenente, ogni qual volta si presentava, riusciva a tenere le ragioni di ognuno entro un tot di decibel. Dopo udì per strada il fornaio, il pescatore ed il contadino, uno ad uno, lamentavano il clamore di quelle idee ed in ordine come note su un pentagramma, lanciavano sassi e screzi contro le finestre. Fu baraonda finché non venne anche un avvocato con dei gendarmi e così la legge richiamò all’ordine sia gli intellettuali che i popolani. Quella donna era ancora lì e la sola sua presenza bastava da deterrente ad ogni deriva: in quanto moglie dell’avvocato, desiderio del popolo, nonché prima fustigatrice degli intellettuali. Sapeva sempre come farsi ascoltare: semplicemente, alzando la gonna! Per buona pace di tutti, la facile avvenenza mise a tacere commi e schioppi.

Capì sin da subito che nonostante si parlasse di ragioni, la base da cui si partiva e il fine a cui bisognava arrivare era senz’altro l’emozione, alla Freud: l’eros. Mi venne in mente un simbolo: l’uroboro e pensai che questo roteante simbolo dovesse appartenere sia all’aristocrazia dell’intelletto che a quella dell’artefatto. Quindi pensai all’emotività di entrambe le compagini come ad un qualcosa che dovesse irrimediabilmente risiedere nel cuore e roteare, roteare, roteare senza mai fermarsi. Lo pensai come l’unica parte che non stava né dall’una né dall’altra parte; né col bene né col male. Come il sesso ed il piacere effimero d’intrecciare il proprio corpo con un altro: semplice, costante, eterno seppure stretto dai limiti di un tempo circolare.

La tempesta continuava a tuonare, il popolo del fare stava stretto stretto sotto le balconate del quartiere ed anch’esso tuonava; avvocato e gendarmi aspettavano il podestà, il governatore e persino il capo di stato ed ovviamente tuonavano anch’essi, anche se per il ritardo. Gli intellettuali presi gli uni dalle idee degli altri lanciavano fulmini e saette e scrosciavano elogi solo nel momento in cui la vicina brandiva gonna e mattarello. Che confusa bischerata!

Anche le ore continuavano a scorrere, da poco eran passate le quattro e ben presto vedemmo il cielo albeggiare e tingersi di quel blu decantato per tutta la notte dagli intellettuali e tutta la terra che ci stava sotto ai piedi, grazie alla luce del giorno, si poté minuziosamente quantificare. Ma con la luce gli intellettuali persero gli argomenti: tutto s’era compiuto, il cielo era blu, la terra era tanta e la luce rischiariva le tenebre della mente di intellettuali e compagnia bella. Con la luce, la logica si sposava perfettamente con la materia e tutti gli spiriti, così assolati, si riscoprirono cotti a puntino.

Maldestramente pensai che potessi finalmente andare a letto ed invece gli intellettuali videro il nuovo cielo ed iniziarono a dibattere sulle sfumature ed infine su di un nuovo imbrunire; della terra, che dal popolo verrà presto smossa, si ipotizzò che molta sfuggirà alla conta. Alcuni pensarono, che dopo una notte insonne avvocato, gendarmi, podestà, governatore e capo di stato fossero un tantinello stanchi e che il crimine avrebbe avuto la meglio sul popolo e sulla terra; che l’imbrunire del cielo, in realtà, fosse solo una metafora per descrivere al meglio quanto stava accadendo. Che il male fosse un bene ed il bene un male.

Ed io sbadigliavo, sbadigliavo alla grande e senza sosta. Davo il meglio di me e della mia disattenzione. Battevo errori, cambiavo verso e senso di ogni parola che udivo e così facendo, incoscientemente, rubavo dei sorrisi e del caffè alla vicina: per lei ero semplicemente un ragazzo alla mercé di quel tempo. Ero tenero.

Ben presto, tra un sorso ed un sorriso, la donna si sedette accanto a me e all’orecchio mi sussurrò:

“Sai? Sono stanca! Stanca di richiamare mio marito, l’avvocato. Egli passa più tempo con la legge e col potere che con me. Dimentica che lo richiamo all’ordine di altre leggi e di ben altro potere: quello del piacere. E che dire di questi intellettuali? Mi stimolano l’anima con i loro pensieri, il mio spirito si anela alla passione ma sarebbe sempre troppo chieder loro di toccarmi le cosce. Alcuni di loro sono carini, ma quanto discutere per una palpatina! Mentre il popolo, che mi toccherebbe volentieri e senza troppi convenevoli, non ha la grazia e nessuna parola dolce con le quali accompagnare il gesto: chiedo carne, ma ben condita. Tu invece che registri, che sbagli e che seppur nel rischio di essere ammonito dagli intellettuali o incarcerato dai gendarmi o malmenato da mio marito, strappi dal mio viso il sorriso e chiedi, senza indugio, ristoro. Sei coraggioso e meriti un premio: dimmi, adesso che tutti si son quietati dalla stanchezza, vorresti trasformare questa nuova e noiosa notte in una bellissima tempesta?”

Salvatore Musumarra

Fonte immagine: “Botticelli, pallade e il centauro 480” di Sandro Botticelli – I maestri del colore – 8 – Botticelli ; Fabbri 1963. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia