Satyricon: il primo romanzo nasce con Petronio

All’interno di una società corrotta, dissoluta, lasciva, dove l’integrità dei costumi è solo un eco dei secoli passati, dove le operette oscene e cafè-chantants dominano la scena culturale e rispecchiano la decadenza morale, nasce del tutto inaspettatamente un nuovo genere letterario: il romanzo. Londra? Parigi? Metà ‘800? Sbagliato. Roma, I secolo d.C.

Ho sempre pensato che tutto quello che si può dire, o pensare, in arte, in politica, in filosofia, insomma nella ‘fabbricazione di idee’, lo abbiano già in qualche modo detto, espresso o almeno abbozzato gli antichi. Vuoi capire Hegel? Studia Platone o Eraclito. Vuoi capire Canova? Studia il canone greco. Vuoi capire Picasso? Studia il canone greco, e pensa il contrario (Picasso senza canone greco sarebbe forse stato davvero un bambino di 5 anni che pocciava una tela. Qualcuno gli disse che lo era comunque. Lui rispose “Magari!”. L’esattezza non la si impara a scuola).

In letteratura, poi, è una battaglia persa. Sai com’è, loro hanno Omero… E’ un po’ come quando, nel campionato NBA ’93-’94, un allenatore si trovava a dover sostenere una conferenza stampa dopo una sconfitta dai Bulls: “Cosa volete che vi dica, loro avevano Michael Jordan…”. Uguale.

Se su Jordan qualcuno ancora dubita (non so con che coraggio ogni tanto sento ancora pronunciare il nome di Wilt Chamberlain), Omero pare mettere tutti d’accordo: tutto quello che è definibile “letteratura” è, in qualche modo, riconducibile a lui. Iliade: il conflitto. Odissea: il viaggio. L’amore e il fato, sempre. Non resta molto altro. E tuttavia, esiste un altro autore che, dopo l’enorme balzo di Omero ha compiuto un decisivo passo verso la modernità. Il suo nome è (probabilmente) Petronio, scrittore del Satyricon.

Il Satyricon, opera a noi giunta gravemente mutilata, è, per la prima volta nella storia, definito ‘romanzo’. Se però consideriamo che il termine ‘romanzo’ è nato intorno al 1400, Petronio ha scritto una cosa che, per più di un millennio, non ha neanche avuto un nome. E anche quando lo ha ottenuto, ha dovuto aspettare altri 300 anni, fino al 1700, perché qualcosa gli assomigliasse davvero (fatta esclusione per Le Metamorfosi di Apuleio, l’unico altro grande romanzo antico). Perché è stato possibile questo? Come ha fatto Petronio a essere precursore, con così largo anticipo, di un genere letterario del tutto nuovo? E’ stato possibile proprio grazie alla distanza che è riuscito a mettere tra la sua opera e quella di Omero, che il filologo Auerbach riassume in tre differenze principali, facendo riferimento al capitolo 37, dove viene descritta Fortunata, la moglie di Trimalchione.

“[…] Certamente esistono anche notevoli differenze nei confronti della maniera omerica. In primo luogo la forma del tutto soggettiva, poiché quella che ci viene presentata non è la cerchia di Trimalchione come realtà obiettiva, ma invece come immagine soggettiva, quale si forma nel capo di quel vicino di tavola, che però di quella cerchia fa parte. Petronio non dice: – È cosi -; lascia invece che un soggetto, il quale non coincide né con lui né col finto narratore Encolpio, proietti il suo sguardo sulla tavolata, un procedimento assai artificioso, un espediente di prospettiva, una specie di specchio doppio che nell’antica letteratura conservataci costituisce non oserei dire un unicum, ma tuttavia un caso rarissimo. La forma esteriore di questo raccontare in prospettiva non è affatto nuova, poiché in tutta la letteratura antica vi sono persone che parlano delle loro esperienze e delle loro impressioni, ma o viene impiegata, come nei racconti di Ulisse presso i Feaci o d’Enea presso Didone, soltanto un’esposizione compiutamente obiettiva, oppure si tratta di presa di posizione d’un personaggio di fronte a uomini o avvenimenti, da cui esso, nella cornice d’un’azione, è per l’appunto toccato, e dove dunque l’aspetto soggettivo è inevitabile e naturale anche senza arte. Qui si tratta invece del soggettivismo più spinto, che viene maggiormente accentuato dal linguaggio individuale da una parte, e per intenzione d’obiettività dall’altra, dato che l’intenzione mira, per mezzo del procedimento soggettivo, alla descrizione obiettiva dei commensali, compreso colui che parla. Il procedimento conduce a un’illusione di vita più sensibile e concreta, in quanto, descrivendo il vicino di tavola la compagnia a cui egli stesso appartiene, il punto di vista vien portato dentro all’immagine, e questa ne guadagna in profondità così da sembrare che da uno dei suoi luoghi esca la luce da cui è illuminata.[1]

“Un’altra distinzione importante nei confronti d’Omero è la seguente. Al vicino di tavola sta molto a cuore, descrivendo quella gente, di mettere in risalto la sua condizione passata in confronto con quella d’adesso. << Et modo, modo quid fuit? >>, così dice di Fortunata; […]. Anche ad Omero piace, come prima abbiamo notato, intercalare notizie sull’origine, la nascita e la vita precedente dei suoi personaggi. Ma i suoi accenni sono di tutt’altra specie, e non ci conducono attraverso il farsi e il trasformarsi dei personaggi, al contrario ci portano a un punto saldo di riferimento. L’ascoltatore greco che ha notizie di mitologia e di genealogia deve riconoscere l’origine e la famiglia delle persone in discorso, deve saperle collocare, proprio come al giorno d’oggi in un chiuso circolo aristocratico o d’alta borghesia si precisa d’un nuovo venuto l’ascendenza paterna e materna. Con ciò si suscita assai meno l’impressione della trasformazione storica quanto piuttosto l’illusione di un’immutabile saldezza della struttura sociale, accanto alla quale il mutarsi delle persone e dei loro destini sembra relativamente senza importanza. Ma in quest’opera di Petronio predomina ciò che è supremamente pratico e terreno, e dunque i cambiamenti di sorte veduti come storia interna; Trimalchione descrive la nascita del suo patrimonio come fatto supremamente pratico e terreno, e anche altrove si trova qualche cosa di simile, ma l’impressione di storia interna È prodotta soprattutto dal metterci innanzi una serie di liberti arricchiti. Difficilmente nelle letterature antiche si trova un brano che come questo mostri con tanta forza un movimento storico intimo.”[2]

E con ciò arriviamo alla terza, e forse più importante differenza dallo stile omerico e alla più importante particolarità del banchetto petroniano: più che qualunque altro scritto dell’antichità esso s’avvicina alla concezione moderna della rappresentazione realistica, e non tanto per l’umiltà dell’argomento, quanto per la descrizione precisa, non schematica, dell’ambiente sociale. La commedia ci dà l’ambiente sociale in modo molto più generico e schematico, in luoghi e tempi molto più imprecisi, ed ha soltanto scarsi accenni al linguaggio individuale dei personaggi; nella satira si hanno parecchi spunti simili, ma la rappresentazione è meno diffusa, bensì piuttosto moralistica e rivolta alla critica di qualche determinato vizio o ridicolaggine; […] infine, la fabula milesiaca, […] nelle opere e nei frammenti pervenutici è così zeppa d’incantesimi, d’avventure, di cose mitologiche, e soprattutto erotiche, che riesce impossibile considerarlo imitazione della vita quotidiana del tempo, per non dir nulla della stilizzazione della lingua anti-realistica e retorica. […] Questi, come un realista moderno, pone la sua ambizione artistica nell’imitare senza stilizzazione un qualsiasi ambiente d’ogni giorno e contemporaneo, e nel far parlare alle persone il loro gergo. Con ciò raggiunge il limite estremo a cui sia arrivato il realismo antico.” [3]

Adesso capiamo da dove arriva il naturalismo francese, il verismo di Verga, addirittura il realismo magico di Marquez. Vuoi capire Dickens? Studia Petronio.

Un’ultima considerazione. Trovo magnifico il fatto che i due “padri” della letteratura mondiale, Omero e Petronio, forse non sono nemmeno esistiti. O comunque non si sa chi sono. Sarà anche una visione un po’ panteistica, ma trovo che un “caso Fosbury” sia un mutamento necessario (dello Spirito, direbbe Hegel) che prescinde dalla persona in cui si manifesta, è più grande di lui. In questo senso, il Fosbury più grande di tutti forse è nato a Betlemme.

Insomma, che Omero e Petronio siano esistiti o no, o che siano spariti dopo poco, non conta. Fosbury, Dick Fosbury, dopo quell’oro non ha vinto più nulla. Oggi, per dire, è ingegnere.

Alessandro Storchi

NOTE

[1] E. Auerbach, Mimesis, pagg. 31-36

[2] Auerbach, op.cit.

[3] Auerbach, op.cit.

Il ritrattista – Carlo Buccheri

Una Milano alla vigilia dell’Expo, Alfio Cafiero stagista al Corriere della Sera, un serial killer enigmatico; questi sono gli ingredienti principali del romanzo d’esordio di Carlo Buccheri.
Romanzo semplice, essenziale, che allo stesso tempo non rinuncia al particolare, alla descrizione dei personaggi, soprattutto del loro lato interiore.

Alfio Cafiero, il protagonista della storia, appare come un giovane giornalista promettente, più per la sua schiettezza e intraprendenza che per gli articoli, un po’ troppo ironici e poco professionali che tuttavia rispecchiano il suo carattere, i suoi modi di fare, talvolta irriverenti nei confronti di chi gli sta davanti: il direttore, due importanti registi italiani trapiantati negli ‘States‘, il commissario Battistella, l’assassino seriale che sconvolge la sua vita privata e professionale…
Solamente verso il suo tutor, il dottor Teruzzi, prova una sorta di rispetto e soggezione.
Un ragazzo alla ricerca del successo improvviso, dei sogni modellati sui film americani, a metà tra l’eroico e l’impacciato che tuttavia strappa sempre un sorriso.

Da semplice stagista, emarginato da colleghi ben più celebri, si ritrova al centro del caso mediatico che infiamma la cronaca locale e nazionale, viene scelto personalmente dall’assassino come interlocutore a cui affidare l’esclusiva degli omicidi, o ‘opere d’arte’ come le chiama lui.
Ma perché?
Perché “il dottor Cafiero” è tagliente, sincero, non tralascia nulla; un perfetto ritrattista per un uomo in cerca di macabra attenzione.

copertina-ritrattista1-378x537Attorno ad Alfio gravitano personaggi altrettanto caratteristici: Mauro, un professore di religione in pensione; Rosita, la ragazza ispano-abruzzese con la quale condivide l’appartamento e Pantaleo Frontino detto Diogene, ‘filosofo contemporaneo’ con la sua inseparabile fisarmonica.

Lo stile di scrittura è calzante, coinvolgente, il classico romanzo giallo che ‘prende’ e porta via le ore come se fossero minuti.
I riferimenti alla Filosofia sono filtrati attraverso gli occhi del protagonista e dei suoi amici, a loro volta pensatori eccentrici, quasi estranei al 2012, anno in cui sono ambientati i fatti.
Sono presenti salti temporali, brevi ma necessari per seminare indizi che il lettore è portato a raccogliere, conscio che verso le ultime pagine tutti i nodi verranno al pettine e i puntini saranno uniti da una linea che renderà definitivo il disegno dell’autore.
I sospetti ricadranno inevitabilmente su numero imprecisato di persone, ma il colpo di scena è garantito.

Alessandro Basso

[immagine tratte da Google Immagini]

 

La scomparsa di Majorana

Non sempre i narratori inventano storie di personaggi inesistenti: è possibile raccontare la storia di un personaggio reale inventando i dettagli; si può naturalmente affidarsi a una documentazione precisa per tracciare la biografia di un personaggio reale: i rapporti tra invenzione e realtà si declinano in modi diversi, che si determinano volta per volta con le rispettive regole. Leonardo Sciascia (1921-1989), nel suo breve romanzo (ma già la definizione di genere sarebbe da discutere) La scomparsa di Majorana (1975) sceglie una via ancora diversa: ricostruisce, a partire da precisi documenti, un fatto realmente avvenuto, e alterna liberamente il racconto a pagine di riflessione. Al centro dell’opera non ci sono tanto la vicenda o i personaggi, quanto il costruirsi stesso del racconto, i molti interrogativi suggeriti dai documenti e ai quali l’autore cerca di dare risposta.

Ettore Majorana era un brillante fisico nucleare siciliano, che nel 1938, a poco più di trent’anni, lasciò un biglietto nel quale sembra alludere all’intenzione di suicidarsi; poi si imbarcò su un traghetto in servizio tra Palermo e Napoli e durante il viaggio scomparve nel nulla. Forse si uccise gettandosi in mare (fu la conclusione della polizia, che abbandonò presto le indagini), forse arrivò a destinazione; ma non si poté trovare né il corpo né qualunque altra sua traccia.
Questo mistero è il centro dell’opera, l’oggetto su cui l’autore vuole indagare; e Sciascia – dopo aver raccontato i fatti – cerca di delineare la personalità del protagonista, in cerca di indizi. Conosciamo così il curriculum di studi di Majorana e la sua frequentazione dell’istituto di fisica di Roma diretto da Enrico Fermi; ma anche il suo carattere difficile: uno scienziato di straordinario talento, ma disinteressato a far conoscere i risultati della sua ricerca, come se cercasse di trattenersi.
Nel 1933 Majorana trascorre un lungo periodo di studio in Germania, dove conosce importanti studiosi come Werner Heisembeg; sono gli anni in cui prende piede il nazismo, al quale accenna in alcune delle sue lettere alla famiglia.
Tornato in Italia, il protagonista si ritira per qualche tempo, abbandonando l’istituto di fisica e forse continuando le ricerche per proprio conto. Solo quattro anni dopo viene chiamato a insegnare fisica teorica a Napoli “per chiara fama” (è un artificio per evitare che vincesse un concorso i cui risultati erano già definiti in partenza); ma insegna solo per un breve periodo, fino al momento della scomparsa. image

Questi sono i termini del mistero. L’autore ha a disposizione solo degli indizi, può solo formulare delle ipotesi impossibili da dimostrare, ma non si sottrae alla necessità di dare un senso a questa storia: a suo parere Majorana sarebbe scomparso perché aveva intuito le spaventose possibilità dell’energia nucleare in campo bellico (come è noto lo scoppio della guerra diede impulso a queste ricerche, tanto che Hiroshima e Nagasaki vennero distrutte pochi anni dopo). È il tema della responsabilità degli scienziati verso gli uomini: è giusto, è sempre necessario portare a termine una ricerca, quando questa potrebbe avere conseguenze gravissime? Una discussione molto sentita nei primi anni Settanta, quando l’autore scrive il suo libro.
Una tesi forte, che – l’autore lo sa bene – non può essere dimostrata. Nel suggestivo finale, Sciascia allude a questo scacco: dopo aver visitato un convento nel quale si dice che Majorana visse per anni, “sulla soglia, salutandoci, il certosino domanda: Ho dato risposta a tutti i vostri quesiti? (…) Ne abbiamo posti pochi, lui ne ha indovinati molti ed elusi. Ma rispondiamo di sì. Ed è vero”.

Ma il vero senso nel racconto sta nell’indagine, nella ricerca di qualunque possibile indizio. La ricostruzione dei fatti passa attraverso l’analisi del linguaggio dei verbali di polizia, oppure attraverso suggestioni letterarie (Proust, Stendhal e molti altri autori) che forniscono quadri di riferimento, modelli di interpretazione.
E il linguaggio dell’opera risulta denso, severo, lucido, con quel gusto razionalista di stampo illuministico che caratterizza l’autore; dappertutto si avverte l’omaggio all’opera capostipite di questo genere di racconto: la Storia della colonna infame di Manzoni.
Un lavoro lontano dall’oggettività di una ricostruzione storica, e che al tempo stesso rinuncia alle facili scappatoie dell’invenzione; e che si rivela un’indagine sulle possibilità conoscitive della letteratura.

LEONARDO SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 2004.

Giuliano Galletti

[immagini tratte da: ritratto di Majorana
http://it.blastingnews.com/cronaca/2015/02/photo/photogallery-la-scomparsa-di-majorana-non-e-piu-in-mistero-era-in-venezuela-174829.html ]

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Scansione della prima edizione del romanzo.

Pierluigi e Ettore Erizzo, Il regalo del Mandrogno

Ci occupiamo oggi di un romanzo poco noto, pressoché estraneo al percorso della letteratura italiana del secondo Novecento. Un romanzo dalla storia editoriale anomala: pubblicato nel 1947, poi nel 1964, alla fine degli anni Settanta e infine nel 2002 (questa edizione è tuttora in commercio), ma sempre da piccoli editori locali. Il regalo del Mandrogno è opera di due fratelli, Pierluigi (1884-1962) e Ettore (1895-1979) Erizzo: due avvocati piemontesi (ma di origine nobile veneziana) che lo scrissero per passatempo mentre la guerra ostacolava la loro attività professionale.

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Un’opera minore, certo, ma che nei decenni si è costruita un pubblico partecipe quanto appartato. E un romanzo di ampie dimensioni (oltre 800 pagine nell’ultima edizione), ben giustificate dalla trama: la storia di una famiglia della provincia alessandrina da Napoleone ai primi del Novecento.
La vicenda inizia con la morte, intorno al 1930, del vecchissimo Policleto Montecucco: un personaggio di rara antipatia, egoista e pieno di astio verso tutti i componenti della sua famiglia. Col suo testamento non si smentisce: sceglie infatti di lasciare ai figli solo la legittima, dividendo tutto il resto del patrimonio fra quattro persone apparentemente prive di rapporti tra loro: “è, più che lecito, giusto che il Testatore del suo peculio disponga a favore di quanti conservino in sé, sia pure per vie ascose, la miglior linfa della imporrita pianta”. Due nipoti di Montecucco, gli avvocati Polo e Alvise (evidenti alter ego degli autori, che raccontano la vicenda in una curiosa prima persona plurale) indagano su questi personaggi ricostruendo la storia di un ramo nascosto – eppure forte e vitale – di una famiglia ormai decaduta.
Tutto comincia il giorno della battaglia di Marengo (14 giugno 1800), quando nella tenuta dei Montecucco arriva un ufficiale napoleonico ferito, Isidoro Chénousset: un uomo forte, appassionato, dai rozzi lineamenti e dai capelli rossi. Lo accompagna il “mandrogno” del titolo: è questo un termine popolare locale che indica gli abitanti delle campagne di Alessandria. I mandrogni tornano spesso nel romanzo: carrettieri dalla vita zingaresca e un po’ ai margini della legge, impegnati in traffici non sempre chiari ma mossi da un forte senso dell’onore.
Di Chénousset si innamora perdutamente Rosina, moglie spenta e intristita di Giovacchino Montecucco: da questo breve amore nasce un figlio, Napoleone, destinato a trasmettere una discendenza irregolare (e il particolare aspetto fisico di Chénousset) a vari personaggi le cui vicende si intrecciano con quelle della famiglia “ufficiale”.
Il romanzo ha una struttura complessa, le parti raccontate in prima persona plurale fanno da cornice e intermezzo a tre “romanzi” , ognuno dedicato a un personaggio di una diversa generazione: l’infelice Rosina, suo figlio Napoleone, patriota e sacerdote, e Paoletta, figlia di Policleto obbligata dal padre a un matrimonio sbagliato. I tre romanzi appaiono intonati con l’epoca in cui si svolgono: una storia d’amore di stampo romantico (Rosina), una biografia in forma di romanzo storico (Napoleone), un dramma borghese (Paoletta). A unificare i fili della vicenda è l’ambiente: la tenuta del Cucco, con la sua atmosfera antiquata, i suoi oggetti polverosi che ricordano tanto le “buone cose di pessimo gusto” care a Gozzano, i rapporti sociali tra proprietari e contadini; e tutto intorno le pettegole città di provincia, l’affettuosa descrizione dei personaggi minori, la monotona vita borghese.
Ma a colpire il lettore è il semplice piacere di raccontare, con un linguaggio piano, elegante, discreto, un po’ agé e piacevolmente prolisso; con una costruzione impeccabile, un piglio narrativo ottocentesco e un abile uso dei luoghi comuni della narrativa. In fondo una storia del genere è un bell’esempio di un possibile romanzo italiano “popolare”, assente sia nella tradizione “alta” come nell’attuale letteratura di genere che di solito si limita a riproporre modelli elaborati in altri contesti. Qui ci si abbandona con piacere a una vicenda nella quale ci riconosciamo facilmente: per l’ambiente provinciale, per la presenza ingombrante della famiglia, per il contesto storico che bene o male ci è familiare; ci si fa accompagnare da una voce di narratore distaccato e insieme partecipe, sorridente e capace di ironia. E affezionato a ciò che narra: “ma se la verità è stata diversa da quella che noi abbiamo ricostruita, non ce ne importa assolutamente nulla. Per noi è così, anzitutto perché riteniamo che la nostra ricostruzione sia fedele, ma soprattutto perché, così com’è, a noi piace moltissimo”.

PIERLUIGI e ETTORE ERIZZO, Il regalo del mandrogno, Boves (CN) Araba Fenice Libri, 2002.

Giuliano Galletti

“Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”

Recensione de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepulveda

C’è una foresta senza limiti a El Idilio, di quelle con l’aria calda e pesante che ti si appiccica alla pelle come una pellicola, di quelle il cui cielo coperto pare una pancia d’asino rigonfia e si sa che da un momento all’altro si apriranno le cataratte del cielo. Lì, a bordo di una canoa, ci arriva Antonio José Bolivar Proaño, un colono bianco. Il suo passato è un ritratto di coppia con assenza: si sposa a tredici anni con una ragazzina che ama molto ma dalla quale non riesce ad avere un figlio, motivo questo che costringe la coppia ad allontanarsi dal loro paese natio. Si trasferiscono così ai margini della foresta ecuadoriana ma quando la donna resta finalmente incinta muore di parto e Antonio José Bolivar Proaño prosegue la sua vita, solo, accanto agli indios. Sono loro che gli insegneranno i modi per sopravvivere nella foresta. Un giorno, tuttavia, andando a caccia, viene morso da un serpente chiamato IX e arriva moribondo al villaggio shuar più vicino: essi lo curarono, lo accudiscono, gli salvano la vita. Presso di loro conosce il suo compagno di battute di caccia che però un giorno viene ucciso per errore da alcuni coloni bianchi giunti lì in esplorazione. Antonio José Bolivar Proaño si trasforma rapidamente in un assassino per vendicare l’uccisione dell’amico ma lo fa alla “maniera dei bianchi”, causando cioè la morte del nemico con un fucile e non con dei dardi velenosi come gli avevano insegnato gli indigeni shuar. Da quel luogo verrà dunque cacciato, esiliato dagli stessi indios che non riescono più a riconoscerlo come parte integrante della loro famiglia. Antonio José Bolivar Proaño vivrà quindi i restanti anni della sua vita a El Idilio, leggendo romanzi d’amore che pensa possano riempire il vuoto lasciato dalla morte della moglie e mettendo a disposizione degli abitanti del posto le sue conoscenze sulla foresta nella caccia ad un animale pericoloso.

SEPULVEDAScritto con una semplicità naïve in memoria dell’attivista ecologico assassinato Chico Mendes, la struttura narrativa di questo romanzo si arena con determinazione in quegli spazi vitali propri dei nativi indiani Shuar che sanno scuotere la coscienza del lettore come dardi velenosi conficcati in cuori pulsanti. La foresta rigogliosa dell’Ecuador, infatti, di fronte alla costante minaccia di essere trasformata in terra desolata per colpa di cacciatori d’oro o squallidi avventurieri lotta e si ribella. Solo chi sa interiorizzare il linguaggio segreto della terra ed entrare in armonia con essa si salva e vive. Antonio José Bolivar Proaño si fa dunque simbolo della resistenza, resistenza contro le macellazioni anti-ecologiste dei bianchi, resistenza contro la furia e la cattiveria umana come a dire che opporsi alla barbarie in-naturali è ancora possibile. Non sa solo resistere però, ai ricordi e alla vecchiaia, a quei tafani che rodono miserabilmente le nostre solitudini, a quelle leggi immutabili proprie degli uomini. Leggere romanzi d’amore pare dunque essere l’unico antidoto efficace, perché nessuno riesce a legare un tuono, e nessuno riesce ad appropriarsi dei cieli dell’altro nel momento dell’abbandono. Come a dimostrare che non resta che continuare meravigliosamente a respirare.

Luzia Ribeiro da Costa

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Emma – Jane Austen

Ogni romanziere sa che scrivere un libro è difficile, ma scrivere l’inizio lo è ancora di più; gli incipit dei romanzi di Jane Austen sono invece del tutto naturali e portano subito il lettore al centro della storia perché in realtà racchiudono così tanti indizi del libro da lasciare tutti a bocca aperta.

Bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e un carattere felice, Emma Woodhouse sembra riunire in sé alcuni dei vantaggi migliori dell’esistenza; e aveva vissuto quasi ventun anni in questo mondo con scarsissime occasioni di dispiacere o dispetto”.

Scopriamo dunque già molto della protagonista –il suo aspetto e carattere, la sua condizione sociale, la sua età- ma soprattutto intuiamo che tutto il libro ruoterà attorno alle piccole beghe di una giovane donna che (probabilmente) si troverà finalmente a dover fare i conti con un po’ di dispiaceri e dispetti. Infatti è proprio così: le vicende si collocano nella tranquilla campagna di inizio Ottocento e nella sua piccola società, all’interno della quale l’autrice stessa viveva, e che è dunque capace di ritrarre con vividezza e grande acume, ma soprattutto con velata ma assai decisa ironia.emma-jane-austen

Ecco dunque che ci troviamo immersi nella vita di Emma e ci vengono via via introdotti tutti i caratteristici personaggi che la animano: da prima il rispettabile ma comicamente lamentoso padre, il signor Knightley, uomo deciso ed impegnato nella missione di smorzare la vanità della protagonista, così continuamente sollecitata dall’ammirazione di tutti, e poi ancora la giovane Harriet Smith, ragazza di ignoti natali e quindi di scarse pretese sociali, la quale però riesce involontariamente a suscitare su di sé l’interesse di Emma. La nostra eroina decide dunque di prenderla sotto la sua ala, ed essendosi congratulata con se stessa per (dubbi) meriti nell’essere riuscita a maritare la sua cara governante, la signorina Taylor (ora signora Weston) è ormai risoluta a combinare un matrimonio per Harriet.

Altri coloratissimi personaggi entrano progressivamente in scena, ciascuno dei quali capaci di strappare al lettore un sorriso e spesso un arricciamento di sopracciglia; molti di loro sono destinati a creare un certo scompiglio nella tranquilla comunità di Highbury, ognuno a modo suo: compare dapprima Jane Fairfax, una giovane da tutti ammirata ma misteriosamente riservata, poi la signora Elton, garbatamente insopportabile, infine il signor Frank Churchill, l’eroe tanto atteso ed universalmente ritenuto amabilissimo, eppure inconsapevolmente osservato con sospetto dal signor Knightley. Emma ha su tutti loro il suo ben deciso parere, una risolutezza che viene sempre messa in dubbio dalla vena ironica di cui la prosa di Jane Austen è pervasa: la protagonista infatti (e spesso insieme a lei anche il lettore) verrà puntualmente costretta a ricredersi, arrossendo ma sempre incapace di ammettere di aver preso vere e proprie cantonate, provocando la serie di equivoci tipica delle trame dell’autrice. Attraverso di essi il lettore può osservare la crescita psicologica di Emma, l’accortezza con cui impara a vedere il mondo e se stessa: il momento in cui decide di smettere di cercare di combinare il matrimonio di Harriet coincide infatti con la rivelazione del suo stesso cuore, da lei sempre trascurato nella sicurezza di essere sempre superiore a tutti i tormenti del comune essere umano.

Con questo libro si riscopre soprattutto il piacere della conversazione: il mondo di Jane Austen consiste infatti di piccole azioni ma di grandi conversazioni, è un mondo dove i dettagli non devono passare inosservati nemmeno al lettore. Nei dialoghi possiamo andare a caccia di verità nascoste, opinioni segrete celate in impercepibili termini e aggettivi scelti con cura, ma anche imparare quanto una conversazione sul niente possa diventare elaborata, quanto possa essere riempita di piccole e cerimoniose accortezze. Senza dubbio un mondo molto distante dal nostro, in cui comunicazione diretta e messaggi chiari vengono maggiormente apprezzati, tuttavia ci ricorda quanto può essere affascinante l’acume che può nascondersi in una normale conversazione.

Il lettore potrebbe scovare in questo romanzo una lunga serie di morali, nascoste tra le righe di brillante ironia uscite dalla penna dell’autrice, ma forse, la vera morale è che non ci sono morali né giudizi: averli è legittimo, ma attaccarsi ciecamente ad essi è presuntuoso, oltre che infinitamente sciocco.

Giorgia Favero

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La macchina dell’alienazione: i Quaderni di Serafino Gubbio operatore – Luigi Pirandello

Il Manifesto del futurismo (1911) provoca la cultura italiana a una nuova attenzione nei confronti delle macchine e del progresso tecnologico. Poco dopo (1915) Luigi Pirandello dà un’originale lettura di questi temi nel suo sesto romanzo, pubblicato nella “Nuova antologia” col titolo Si gira…, che diventa nell’edizione definitiva del 1925 Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Il personaggio che dà il titolo al romanzo è un operatore presso la Kosmograph di Roma, un’immaginaria casa di produzione cinematografica. Lui stesso si definisce “una mano che gira la manovella”: il suo lavoro impone di mettersi al servizio di una macchina e registrare impassibilmente le scene che gli si svolgono davanti. Non ha un ruolo attivo nella vicenda: è un testimone che annota nei suoi quaderni le vicende dei personaggi costruendole in scene chiuse, quasi spezzoni di pellicola descritti dal suo sguardo lucido e spesso critico.

Al centro della storia la diva russa Varia Nestoroff, una femme fatale abituata a giocare a suo piacimento con gli uomini che le cadono ai piedi, pronta a distruggerli per un capriccio ma senza mai ricavarne un vero piacere. Alcuni anni prima, la Nestoroff era fidanzata del giovane pittore Giorgio Mirelli, che si suicida quando la donna cede facilmente a Aldo Nuti, un amico di Giorgio che voleva rivelargli la vera natura della donna. La Nestoroff è adesso legata al rozzo, geloso e violento attore Carlo Ferro, ma Nuti ritorna nella sua vita cercando di ottenere un ruolo nel film di ambientazione esotica La donna e la tigre. Approfittando dei timori di Ferro, Nuti prende il suo posto in una drammatica scena nella quale deve uccidere una vera tigre; ma davanti a un atterrito Serafino Gubbio che riprende con la cinepresa tutti i suoi gesti, punta l’arma verso Varia Nestoroff e la uccide, lasciandosi poi sbranare dalla belva.QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO - COPERTINA

Una storia con molti caratteri melodrammatici ispirati alle enfatiche storie del muto, ma che conferma alcuni temi tipici di Pirandello. La vera essenza dei personaggi appare sfuggente, ma non per il continuo gioco delle maschere con cui ognuno si adatta alle varie richieste della società. Qui sono gli stessi personaggi a sembrare incapaci di render conto di sé stessi: dello stesso Serafino Gubbio non sappiamo quasi nulla, a parte gli elementi del suo passato che giustificano il suo ruolo di testimone; gli attori recitano in storie senza capo né coda, senza nemmeno rendersi conto del ruolo della loro scena all’interno del film. E quando il lavoro è finito non si riconoscono nelle loro ombre proiettate sullo schermo, prive di ogni rapporto autentico con il pubblico.

Il fatto è che la macchina, per Pirandello, ha invaso l’ambito umano, costringendo gli uomini a sottostare alle sue leggi e alienarsi da sé stessi. L’unico “personaggio” che ancora appartiene a una dimensione vitale è la tigre, la cui potenza è destinata a essere sacrificata per un modesto spettacolo, per un gioco di inganni. E la tigre – vera immagine della vita alla quale nessuno dei personaggi è degno di accostarsi – riceve il più alto degli omaggi quando un violinista, come un novello Orfeo, suona davanti alla gabbia per ammansirla (è lo stesso violinista che, all’inizio del romanzo, abbandona la sua arte e si dà all’alcool dopo essere stato costretto a accompagnare un pianoforte meccanico).

E anche Serafino Gubbio, sconvolto dalla scena che ha ripreso, nel finale del romanzo perde la parola e si riduce al suo lavoro di alienato che muove la manovella: se pochi decenni prima la letteratura realistica credeva che fosse possibile una rappresentazione oggettiva della realtà, ora una storia viene raccontata per frammenti, in forma di appunto o di diario; l’unica oggettività è quella imposta da una macchina. Il dramma dei protagonisti diventa un film, uno spettacolo che sarà distrattamente consumato, e che farà discutere per il crudo realismo di due morti rappresentate in presa diretta.

Nel mutismo di Serafino Gubbio si scorge la fine di una letteratura convinta che le azioni umane siano dotate di un senso. La macchina da presa si limita a riprendere le cose senza cercare di spiegarle. Come dice Gubbio a un certo momento:

“Ah, se fosse destinata a questo solamente la mia professione! Al solo intento di presentare agli uomini il buffo spettacolo dei loro atti impensati, la vista immediata delle loro passioni, della loro vita così com’è. Di questa vita senza requie, che non conclude”.

 

Giuliano Galletti

 

LUIGI PIRANDELLO, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Milano, Mondadori, 2000 (nella collana “Oscar tutte le opere di Luigi Pirandello”).

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Intervista a Giovanna Zucca: scrivere per vivere

Eclettica. Dinamica. Sorprendente.

Se esiste una Donna che si possa definire “multitasking” per eccellenza, il riferimento a Giovanna Zucca è inevitabile.

Infermiera di sala operatoria nella quotidianità, diventa filosofa per amore, innamorandosi dei grandi e piccoli nomi di questa materia.

È scrittrice per passione. È scrittrice per vivere e far vivere i suoi personaggi; tra le pagine scritte e le righe che ci colpiscono nel leggerla. Tra le parole che racchiudono un significato sempre intenso, tra l’interesse che nel leggerla cresce sempre di più.

 

– Giovanna Zucca, dal campo scientifico a quello letterario e filosofico! Per molti potrebbe sembrare un salto alquanto ardito, per noi de La chiave di Sophia, un’ulteriore dimostrazione di quanto la Filosofia ci appartenga anche se la nostra professione ci porta altrove. Come è avvenuta questa transizione e da dove è nata la passione per la scrittura e la Filosofia?

La filosofia ci appartiene. Nel mio quotidiano vivo sospesa tra tecnica e metafisica, e devo dire che mi ci trovo benissimo. La tecnica è il mio lavoro in sala operatoria, una professione scelta molti anni fa, dopo che una famosa serie televisiva, aveva avvolto di una patina romantica la figura della strumentista di sala operatoria. E’ stata una buona scelta. Mi piace pensare che anche nel momento dell’iscrizione alla scuola per infermieri la filosofia, mi abbia guidata. Dopo qualche anno, ho deciso di approfondire a livello universitario la passione per la conoscenza, ciò che avevo appreso per mio conto non mi bastava più, sentivo la necessità di una guida, di dare organicità e ordine al mio sapere filosofico. Sono stati anni di crescita. Di consapevolezza e di senso. Sono membro del CISE il centro interuniversitario di studi etici, e partecipo attivamente alle attività seminariali anche come relatore. La filosofia studiata a livello universitario ha agito profondamente sul mio carattere. Ha permesso l’incontro più importante che un essere umano possa fare: quello con se stessi.

– Come è stato tornare sui libri e rimettersi in gioco come studentessa alle prese con una materia da molti considerata obsoleta?

Gli anni a Cà Foscari sono stati impegnativi. Conciliare studio e lavoro non è stato semplice. Eppure…posso dire che sono stati tra i più felici della mia vita.

– Nella sua professione ospedaliera la Filosofia l’ha in qualche modo aiutata? Se sì come?

A volte per lavoro mi trovo ad affrontare situazioni che sono legate a sofferenze indicibili. Ci si domanda spesso il senso di ciò che si vede. Perché quel bambino? Perché quel ragazzo? …Ebbene la filosofia trattando essenzialmente del senso mi ha aiutato a evitare che il pensiero si avvitasse su se stesso senza che la riflessione portasse ad alcun risultato. La filosofia insegna a pensare.

Scrivere: quanta attitudine personale e quanta determinazione sono richieste? 

Credo che l’attitudine sia fondamentale. La tecnica narrativa si può apprendere ma la capacità di vedere storie e creare personaggi è propria del temperamento visionario di chi si nutre di parole. La determinazione è una conseguenza. Se la passione e la voglia di inventare vite è davvero forte la determinazione a portarle nel mondo ne deriva come logica conseguenza.

zucca

 

– La scrittura: mettere su carta una storia appassionante non è facile. Eppure lei con Mani Calde ci è riuscita, andando a toccare corde sensibili e trattando un tema come il coma in modo mai superficiale ma nemmeno con toni cupi, portando alla luce la gioia di vivere tipica dei bambini anche quando non possono esprimersi, come il protagonista del libro. Questa storia deriva dalla sue esperienza professionale? Come si può affrontare psicologicamente una situazione tanto tragica?

Mani calde nasce dalla mia esperienza, sgorga dalla convinzione che l’essere umano utilizza canali diversi per di comunicare. Il logos ha molteplici declinazioni. L’uomo è un rapporto che si rapporta, e quando non può comunicare attraverso la lingua, trova altri livelli espressivi.

– Jane Austen: intramontabile, viva tuttora più che mai. Una grande Autrice, ma anche un’eroina del suo tempo che ha avuto il coraggio di ribellarsi ad una società che imponeva un determinato modo di essere e comportarsi. Quanto ci ha lasciato al giorno d’oggi? Perché può ancora essere considerata un esempio? 

Azzardo due motivi: Uno è prettamente sociologico. La Austen ha voluto narrare le vicende di una classe che conduceva uno stile di vita in marcia verso la propria fine. La rivoluzione industriale era alle porte, l’aristocrazia perdeva il suo primato di classe dominante e le campagne si sarebbero presto spopolate. La scrittrice che era ben consapevole del mutamento che stava giungendo ha, con ironia e ingegno dipinto la società di campagna del suo tempo.

L’altro motivo è più filosofico-letterario: I personaggi dei suoi romanzi sono universali. Possiedono delle caratteristiche che nella loro essenza sono le stesse di oggi. Se spogliamo la signora Bennett del linguaggio lezioso, di certe svenevolezze tipiche del suo tempo, chi può dire di non averne mai incontrata una?

La Austen visse in un periodo nel quale erano di moda i romanzi gotici dove accadevano molte cose. Castelli in rovina, eroine rapite da tenebrosi seduttori, fantasmi nelle torri. Ha sfidato le convenzioni decidendo di narrare vicende nelle quali non accadeva nulla o quasi. Perché? Non ne aveva bisogno. Non necessitava di magnificenze stilistiche o avventure mirabolanti per avvincere il lettore. Ci riusciva comunque, mantenendo viva l’attenzione su argomenti apparentemente banali, come l’arrivo della lettera della signorina Fairfax…con una scrittura inarrivabile per ironia e capacità descrittiva. In tre righe ci mette davanti agli occhi la matrona supponente e conscia della sua importanza che altezzosa batte il bastone a terra per richiamare l’attenzione, e quando con maestria vertiginosa le da’ della sciocca questa senza neppure sospettarlo alza il naso con sussiegosa condiscendenza…Ti ricordi la signora Norris di Mansfield Park?

Romanzi come “orgoglio e pregiudizio” raccontano le più belle storie d’amore. Un amore che si viveva con restrizioni e non liberamente, eppure i personaggi sono estremamente carichi di emotività. Cosa rende questi romanzi così intensi? Perché l’ideale di amore è ancora riferibile a quello, nonostante la nostra società si sia in qualche modo sterilizzata? 

Perché in essi c’è l’autenticità propria del genio. E i lettori lo sentono. Le storie d’amore della Austen sono dei mezzi narrativi che permettevano all’autrice di dire quello che voleva: tracciare dei caratteri universali che trascendono il tempo e arrivano fino a noi con immutata genialità narrativa. A duecento anni di distanza l’opera della Austen è più viva che mai.

– Guarda c’è Platone in TV, il tuo secondo libro che potremmo considerare un libro di etica narrata. Come è nata l’idea di attualizzare filosofi antichi come Platone, Aristotele ed Epicuro accostandoli in modo divertente a filosofi contemporanei?

Guarda c’è Platone in tv è la mia tesi di laurea. Quando l’ho proposta, avevo l’idea di scrivere una tesi creativa, che mi coinvolgesse divertendomi. Mi sono detta che comunque mi ci dovevo impegnare, tanto valeva farlo in maniera divertente. Cosa c’è di più divertente di una puntata di Porta a Porta dove il plastico è l’Acropoli di Atene e gli ospiti sono niente meno che Platone e Aristotele che battibeccano allegramente in una dialettica che vede il sentimento prevalere sulla ragione l’orgoglio e soprattutto sul pregiudizio…

– In UK sono molti i ragazzi che si laureano in Filosofia applicata alla scienza o alla medicina; in Italia anche solo dirlo sembra essere un’eresia. Lei cosa ne pensa? Perché in Italia la Filosofia è così bistrattata?

Perché il pregiudizio che è il fratello scemo del giudizio ancora oggi guida le teste d’uovo che orientano la cultura e la scuola italiane. La filosofia applicata alla medicina dovrebbe essere una disciplina ovvia. I medici nascono soprattutto come filosofi ma poi la techne ha snaturato l’ideale filosofico che sottostava alla scelta del “prendersi cura” in favore di un biologismo esasperato che ha portato alla frammentazione del sapere medico e alla scomparsa della base filosofica dalla quale ha avuto origine.

La filosofia è bistrattata perché forse fa paura. La filosofia insegna a pensare. A essere critici. A dare il giusto valore alle cose. E’ una temibile sciagura che una nazione intera sappia pensare.

“Mani calde”, “Guarda! C’è Platone di TV”, “Una carrozza per Winchester”; tre libri in cui è stata capace di cimentarsi in stili diversi tra loro, pur riuscendo in ogni caso al massimo. Questo denota che lei e una scrittrice eclettica e completa. Cosa ci riserva per il futuro? 

In un tempo in cui sono popolari i romanzi seriali fare una scelta come la mia è considerato controproducente. Non sono d’accordo. Credo che un autore debba misurarsi con narrazioni diverse. Inoltre per quanto mi riguarda, posso scrivere esclusivamente ciò che in quel momento cattura la mia attenzione e scatena la folgore creativa. Dopo Mani calde non avrei potuto scrivere un altro romanzo di ambientazione ospedaliera, anche se me lo consigliavano vivamente.

Il prossimo romanzo sarà un romanzo di relazioni. Un giallo particolare dove le relazioni tra i protagonisti sono più importanti del delitto.

E dopo quattro romanzi tornerò al punto di partenza con un’altra storia che ricorderà in parte Mani calde. La vicenda di due gemellini dal giorno zero al Principio creatore.

 

Un percorso al di fuori di tutto ciò che si potrebbe definire scontato. Un’ironia sagace e brillante.

Un talento che corrisponde a grandi risultati.

Questi gli ingredienti appartenenti a Giovanna Zucca, una Donna che dimostra quanto i propri sogni possano essere realizzati.

 

La Chiave di Sophia

[Immagini concesse da Giovanna Zucca]

 

Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen

LIBRO

Jane Austen è, e non smette mai di essere. Per quanto si leggano e rileggano i suoi libri, per quanto si sfoglino – anche per l’ennesima volta – quelle pagine, si rimane ancora spettatori increduli delle sue storie.

Le campagne inglesi sullo sfondo, le peculiarità della gente in primo piano. È straordinario come i comportamenti umani possano essere plasmati dalla società in cui sono inseriti. Ieri come oggi; i romanzi di Jane Austen non sono per nulla distanti da noi, ma rispecchiano una rigidità di allora che adesso sembra essere diventata, qualche volta, ostentazione.

A me non piace dare una definizione di Amore; non può essercene soltanto una. Non può valere un’unica accezione dell’amore per ogni tempo e luogo. Intorno a noi l’evoluzione delle cose ci investe, ma l’Amore? Quello vero. Quello con la lettera maiuscola, quello che non ti lascia tempo per decidere, per riflettere. Se dovessi pensare ad un romanzo d’amore, proprio in cima alla lista troverei “Orgoglio e Pregiudizio”.

Una lei ed un lui. Una società che non permette di esprimere un sentimento. Una ribellione contro un’etichetta. Il valore di ciò che è giusto contro ciò che si vuole. Voler realizzare i propri sogni che non coincidono con quelli che si dovrebbero avere.

Non cambia molto rispetto a tante storie di oggi, non cambia molto rispetto alla vita che ci passa davanti e abbiamo paura di prendere. Ci manca il coraggio, quello che non manca ad Elizabeth Bennet, quello che non manca a chi desidera essere indipendente già in un’Inghilterra vittoriana.

La diversità e l’indipendenza potrebbero essere definiti “super poteri”; quelli di cui si vestono i personaggi di Jane Austen. Non tutti, per la verità. Soltanto quelli che cataloghiamo come eroi, soltanto quelli che ci trasmettono la capacità di essere loro stessi in una dimensione in cui non avrebbero potuto esserlo.

Proprio per questo si generano miti letterari come “Orgoglio e Pregiudizio”, proprio perché fanno credere possibile ciò che sembra impossibile. La difficoltà dell’amore che diventa linearità. L’incapacità di superare barriere che diventa una costante. La purezza dei sentimenti che li trasforma in dannatamente tossici. I protagonisti che dovrebbero limitarsi a sopravvivere eppure sono bramosi di vivere.

Leggere Jane Austen non è semplicemente sognare, leggerla è riuscire a pensare che si possa essere precursori dei propri tempi, lasciandosi alle spalle l’ordinarietà e dando vita alla più autentica essenza di noi stessi.

Cecilia Coletta

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FILM

Se c’è una scrittrice che, più di molte altre, è riuscita ad affascinare con le sue storie il mondo del cinema, questa è sicuramente Jane Austen. La dote che ho sempre apprezzato in quest’autrice è quella di esser riuscita a legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’universo femminile. Come raccontato da Virginia Woolf nello splendido saggio breve: “Una stanza tutta per sé”, la Austen fu una delle prime scrittrici che a inizio Ottocento, pur essendo costretta a scrivere in condizioni terribili, nel soggiorno comune e stando sempre attenta a non farsi scoprire dai suoi familiari, riuscì a scrivere una serie di romanzi considerati ancora oggi delle colonne portanti della letteratura mondiale. Storie di donne scritte da una ragazza in cerca d’amore e indipendenza, che hanno segnato una tappa fondamentale nel percorso dell’emancipazione femminile.

Se c’è una storia che più di altre può rappresentare al meglio l’importanza di Jane Austen e il suo rapporto con il mondo delle donne, questa è sicuramente “Orgoglio e pregiudizio”. Per farvi capire l’impatto straordinario di questo romanzo sul mondo del cinema e della televisione, vi basterà sapere che la storia ha avuto finora una dozzina di adattamenti tra miniserie, serie televisive e veri e propri film per il grande schermo. Di quest’ultimi si ricordano il primo storico adattamento del 1940, diretto Robert Z. Leonard, con protagonisti Elizabeth Bennet e Laurence Olivier e il celebre rifacimento del 2005 diretto Joe Wright e interpretato da Keira Knightley e Matthew Macfadyen. Ci soffermeremo proprio su questa seconda versione che ha saputo rileggere con efficacia la storia originale, dimostrando quanto le parole scritte dalla Austen potessero essere attuali e coinvolgenti anche all’inizio degli anni Duemila. Wright, regista al suo esordio cinematografico, conosceva bene l’importanza della sfida e senza rischiare più di tanto ha diretto un adattamento giudicato da pubblico e critica “estremamente fedele al testo scritto”. Un lavoro che traspone in immagini le parole di Jane Austen. Un prodotto che resta in bilico tra il blockbuster raffinato e la pellicola che ricerca pregevoli soluzioni stilistiche (un esempio su tutti: il piano-sequenza del ballo a palazzo)  per raccontare un amore vittoriano che ha conquistato generazioni di lettori e, soprattutto, di lettrici. La rigidità dei costumi ottocenteschi emerge tutta nel film di Wright che dal canto suo riversa un’attenzione estrema per gli elementi della messa in scena: dai costumi alle scenografie passando per i trucchi e la fotografia che ci restituiscono una campagna inglese pregna di suggestioni romantiche. L’amore tra Elizabeth Bennet e l’affascinante signor Darcy dimostra così di non subire per nulla il peso dell’invecchiamento e ci fa capire come il rapporto tra cinema e letteratura sia spesso capace di dar vita a una fusione che invece di schiacciare il libro in favore del film, lo porta a rinnovarsi di una nuova linfa, esaltandone la bellezza e la sua forza nel resistere alle insidie del tempo.

 
Alvise Wollner
 
 
[immagini tratte da Google Immagini]

Io e Te – Niccolò Ammaniti

Qualcuno sostiene che non si possa scegliere il modo in cui dovremmo essere e che la Natura che risiede in noi sia indipendente dalla nostra forza di volontà e dalla nostra capacità di cambiare. Ci vengono dati gli elementi del nostro carattere alla nascita, in un calderone di ingredienti che non siamo mai perfettamente pronti a mescolare. Perché non siamo capaci. Perché non siamo abbastanza coraggiosi. Perché non siamo obiettivi. Perché non ci sentiamo mai abbastanza pronti.

Perché – forse – senza essere in DUE, non si è mai abbastanza pronti ad affrontare la vita.

 Lorenzo è un adolescente come tanti; uno di quelli che non si piace, uno di quelli che non si sente accettato, uno di quelli a cui – per dirla tutta – di essere accettato non interessa proprio niente.

Questo il primo tra i motivi per i quali decide di fingere di partire per una settimana bianca a Cortina con dei suoi compagni di scuola, questo il motivo per cui inscena questa vacanza, mentre decide di rimanere chiuso nella cantina di casa sua per una settimana intera.

Genitori entusiasti del fatto che lui abbia finalmente degli amici, desiderio di risultare invisibile soddisfatto, il videogioco che preferisce, qualche lattina di Coca-Cola; tutto sembra organizzato nel migliore dei modi.

Eppure, a quel disegno così preciso, va aggiunto un tassello in più: in quella cantina si rifugerà anche la sua sorellastra Olivia, che Lorenzo non vede da qualche anno.

Olivia ha circa dieci anni in più di lui ed odia il loro padre; è la figlia “abbandonata”, la figlia accontentata soltanto tramite il denaro, la figlia che si sente sbagliata perché ha sempre avuto un motivo per sentirsi tale.

Olivia e Lorenzo non potrebbero essere più diversi e, al tempo stesso, non potrebbero avere di più da condividere. Sentirsi inadeguati in un mondo che non sembra accettarli, sentirsi insoddisfatti pur apparentemente avendo tutto. Beni materiali, giovinezza, una vita davanti, una dose di leggerezza che pesa troppo sulle spalle dell’una e troppo poco sulle spalle dell’altro. Spesso si ha solo bisogno di trovare un compagno di avventure, di trovare un qualcuno che pur non somigliandoci ci proietti nel suo universo mostrandoci che non è poi tanto diverso dal nostro. Abbiamo bisogno di notare che qualcuno possa prendersi cura di noi; una cura poco materiale, una cura costruita su basi più solide di quelle di tutti i giorni.

Olivia non è una sorellastra come le altre: non è amorevole, non è capace di badare nemmeno a se stessa. Lorenzo non è un fratellastro da controllare, perché nella sua solitudine interiore sembra aver già capito come funziona la vita. Entrambi hanno qualcosa da insegnare all’altro, entrambi hanno opinioni da raccontare, entrambi hanno una prospettiva diversa da scoprire.

L’adolescenza non è così lontana dalla prima età adulta; c’è sempre tempo per iniziare ad uscire dalla propria inadeguatezza, c’è sempre tempo per combattere, oppure non ce n’è più.

C’è sempre tempo per farsi delle promesse, non c’è sempre la forza di mantenerle. C’è sempre la possibilità di incontrare qualcuno che ci guidi, nonostante non ci sia sempre la bravura di farsi tenere per mano.

Niccolò Ammaniti ci regala un romanzo breve ed intenso, un romanzo che sa dirci così tanto oltre a quello che possiamo leggere e che tenderà a stupirci dalla prima all’ultima pagina.

Perché non sono soltanto coloro che non possiedono nulla a sentirsi inadeguati, perché non sono soltanto gli incompresi quelli che hanno bisogno di una strada, perché c’è sempre tempo per ricominciare daccapo, ma non è detto che ci si riesca.

Non tutti siamo capaci di diventare grandi con l’approvazione del resto del mondo, non tutti siamo capaci di essere chi dovremmo essere.

Siamo semplicemente “come ci viene”, come ci riesce. Siamo semplicemente.

E una strada in salita non è detto che non ci venga più facile percorrerla camminando all’indietro. E un muro come quello della crescita non è detto che saremo in grado di abbatterlo, perché potrebbe venirci semplicemente più semplice scavalcarlo.

Bevo un sorso di caffè e rileggo il biglietto.

– Caro Lorenzo, mi sono ricordata che un’altra cosa che odio sono gli addii e quindi preferisco filare prima che ti svegli. Grazie per avermi aiutata. Sono felice di aver scoperto un fratello nascosto in una cantina. Ricordati di mantenere la promessa,

Tua, Oli –

 Oggi, dopo dieci anni, la rivedo per la prima volta dopo quella notte.

(Io e te – Niccolò Ammaniti)

Cecilia Coletta