“Idda” di Michela Marzano: un viaggio sull’amore, l’identità e la memoria

A fine febbraio, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Idda, abbiamo avuto il piacere di incontrare per la seconda volta nella nostra Treviso, presso la libreria Lovat di Villorba, la filosofa e scrittrice Michela Marzano. E non c’è dubbio, la sua straordinaria capacità di trattare l’umano da vicino, cogliendone la vulnerabilità estrema e le fragilità, riuscendo a nominarla con una delicatezza e una sensibilità rara, ha nuovamente travolto e attraversato i cuori del pubblico. La sala era gremita e gli applausi si alternavano a istanti di commozione durante i quali il racconto dell’autrice lasciava spazio alle storie di vita delle persone sedute in sala.

Michela Marzano è docente ordinario di filosofia morale all’Université Paris Descartes e si occupa principalmente delle questioni legate alle tematiche di etica medica, al corpo, all’identità, alla violenza di genere e ai diritti civili. Oltre ai numerosi saggi, ricordiamo il best-seller Volevo essere una farfalla, L’Amore è tutto, è tutto ciò che so dell’amore, vincitore del 62^ premio Bancarella nel 2014 e i due primi romanzi L’amore che mi resta (Einaudi, 2017) e Idda (Einaudi, 2019).

 

Idda è il secondo romanzo che hai scritto. In precedenza ti sei dedicata ai saggi. Da che cosa ha avuto origine questo spostamento dalla precisione della struttura argomentativa propria del saggio alla libertà narrativa della fiction di un romanzo?

Credo che lavorando su questioni che riguardano la vulnerabilità dell’esistenza, la finitezza, le fratture, le contraddizioni dell’umano,  il saggio rappresenti, almeno per me, uno strumento troppo stretto, nel senso che non era più sufficientemente capace di parlare di tutti questi temi.

Quando si scrive un saggio si hanno delle ipotesi, ci si poggia su una determinata bibliografia, si argomenta e si spiega. Il problema, però, è che quando si affrontano le questioni legate alla fragilità al plurale, più che spiegare e argomentare, abbiamo bisogno di mostrare e di raccontare. Già Umberto Eco diceva che quando viene meno l’argomentazione si deve narrativizzare, cioè “narrare per mostrare”, al fine di permettere alle persone di identificarsi in determinate situazioni, che sono poi quelle che a me piacciono, di cui mi piace parlare.  Ho quindi avuto la sensazione, pian piano, che la scrittura narrativa mi permettesse di andare molto più lontano rispetto alla scrittura saggistica.

 

Puoi raccontarci da che cosa è emerso il bisogno di scrivere Idda?

Io direi che ci sono due punti di partenza dietro al bisogno di scrivere questo libro. Da un lato, ciò che mi ha spinto è stata  la domanda esistenziale-filosofica riguardante l’identità personale, cioè: chi siamo quando pezzi della nostra esistenza scivolano via? E quindi, siamo sempre le stesse persone di prima quando cominciamo a non riconoscere più le persone care oppure, quando cominciamo a non riconoscerci guardandoci allo specchio? Questi quesiti hanno costituito la guida direzionale per affrontare e dare un tassello supplementare alla questione dell’identità personale.

Dopodiché, c’è stato l’Evento, che per me è sempre importante, e che, nel caso specifico, riguarda la mamma di mio marito, Renée. Renée si è ammalata di Alzheimer e se n’è andata in punta di piedi ad ottobre dell’anno scorso. Idda nasce dall’urgenza e dall’esigenza di raccontare com’è e che cos’è la vita di una persona che comincia effettivamente a mescolare tutto, dimenticando pezzi della propria storia dove tutto dventa confuso.

Ho voluto raccontare quindi anche quello che ho scoperto confrontandomi con la mamma di mio marito, cioè il fatto che in realtà non è vero che, con una malattia come quella dell’Alzheimer, una persona cambia drasticamente. In realtà, ciò che resta è l’essenziale, l’essenziale di una vita, quegli episodi che ci hanno talmente tanto marcato da costituire la nostra identità, quegli istanti che non scivolano via, quell’affettività che noi teniamo sempre accanto, all’interno di noi anche quando razionalmente ci allontaniamo dagli altri. Quell’affettività e quell’amore che nemmeno l’oblio più profondo riesce a cancellare.

 

Nel libro si parla di quello che ciò che gli specialisti definiscono residui di sé. Come secondo te possono essere definiti questi residui del sé?

Io direi che questi residui di sé possono essere rappresentati dall’affettività, dalla familiarità con le cose care. Annie, la protagonista del libro, talvolta, non riesce più a riconosce Pierre, il figlio, come tale; tuttavia, nemmeno per un istante pensa che Pierre sia un estraneo perché egli resta sempre all’interno della sua sfera affettiva. Anche se a volte Pierre diventa il marito, altre volte il padre, dentro di lei resta quel “qualcosa” che fa sì che, di fatto, quello che c’è stato non scomparirà mai,  quell’amore resterà per sempre.

 

La filosofia in Italia solo in tempi recenti sta tentando di ridurre quella distanza esistente tra la ricerca e lo specialismo filosofico, proprio dei contesti accademici, e le esigenze culturali di un pubblico popolare. Se e in che modo secondo te la ricerca filosofica e la sua divulgazione possono dialogare in modo sinergico?

Ritengo che la ricerca filosofica e la divulgazione dovrebbero dialogare in modo sinergico. Basti pensare al pensiero di Socrate, il quale camminava per le strade della città e dialogava con i cittadini, cercando maieuticamente di far maturare la riflessione, lo spirito critico. Se dunque partiamo dal presupposto che la natura della filosofia è di essere dialogica, il pensiero stesso non può essere rinchiuso all’interno della torre d’avorio. Forse, infatti, dovrebbe dimenticare un po’ di quei tecnicismi che lo stanno facendo soffocare.

Dobbiamo tornare a dialogare e a permettere alla filosofia di essere filosofia, un pensiero alla fine incarnato. Credo che però, in questo, ci sia una grande responsabilità da parte di molti accademici che hanno immaginato di poter fare della filosofia una disciplina da laboratorio. Al contrario, fare filosofia significa trattare le questioni sull’umano, ed è per questo che un tale oggetto di ricerca non lo si può trattare se non con e attraverso gli umani.

 

Obiettivo de La Chiave di Sophia è quello di aprire la filosofia ad un pubblico eterogeneo e neofita, proponendo questioni centrali per l’individuo e connesse fortemente con la vita quotidiana. In che modo secondo te la filosofia può sempre più avvicinarsi a chi non ha mai avuto modo di approcciarsi ad essa?

Ritengo che alla base della filosofia ci sia, nonostante tutto, una grande domanda di senso, una richiesta di strumenti per trovare una propria direzione verso cui andare. Per questo, penso che possa essere anche “facile” avvicinarsi alle persone. Queste, infatti, non aspettano necessariamente delle risposte, anche perché non è proprio lo scopo della filosofia sempre e solo dare delle risposte; al contrario, trovare il modo di porre delle buone domande e poter elaborare degli strumenti critici per poi costruire il proprio futuro: questa è la ragione dell’esistenza del pensiero che poi non è altro che ciò che accomuna ciascuno di noi. Proprio per questo, può diventare “semplice” avvicinarsi al pubblico: in questo momento storico, le persone dispongono di domande di senso e esprimono il bisogno di strumenti capaci di permettere loro di dare un senso alla propria esistenza.

 

Greta Esposito e Sara Roggi

 

banner 2019

Atiq Rahimi: le parole non ascoltate sono lacrime

«Le parole non ascoltate sono lacrime»1.

Così termina l’evento tratto dal romanzo Terra e Cenere del Festival Dedica, che si concentra sullo scrittore e cineasta afghano Atiq Rahimi, tenutosi lunedì 12 marzo a Pordenone e di cui voglio narrarvi in questo promemoria filosofico.

L’autore nato a Kabul appare con un cappello in testa, un sorriso sereno, nonostante il passato. Fuggito nel 1984 dall’Afghanistan, invasa dalle truppe sovietiche, viene accolto in Francia come rifugiato: vive l’esperienza di “migrante”, resta per sempre ferito nell’anima dei ricordi della guerra.  Racconta nelle sue opere la cruda verità, senza sconti e giri di parole, il dolore, la disperazione, il caos e il sangue di tutte quelle storie di chi ha vissuto in territorio di guerriglia e dove la morte è all’ordine del giorno.
Ma partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro. Le luci si offuscano, non siamo più all’inizio di uno spettacolo ma all’interno del romanzo di Atiq Rahimi attraverso la voce di Fausto Russo Alesi.

Si sente rintoccare un orologio, il suono fastidioso riempie la sala e si ripete ancora e ancora, resta solo quello oltre alla terra e alla cenere.

«A mio padre e a tutti gli altri padri che hanno pianto durante la guerra».

A fermare i rintocchi un colpo, un forte suono irrompe e tutto si tinge di rosso.

La voce narrante dell’attore richiama l’attenzione della fame di un bambino, Yassin è il suo nome, si ripete spesso, quasi a ripetizione viene urlato.

Senza denti da latte vuole mangiare una mela ma non ce la fa, non ha denti buoni.

«O i denti o il pane, questo è il libero arbitrio».

Suo nonno Dastghir allora lo aiuta, per aiutare anche se stesso e placare quel vuoto e quella fame che soli sono rimasti, come la cenere a terra, mentre aspettano. Stanno aspettando un camion che da lì a poco dovrebbe passare per arrivare alla miniera di carbone dove lavora il padre del bambino, Morad.

Il vecchio deve assolutamente salire su quel mezzo e raggiungere il figlio per condividere con lui la terribile notizia della morte della madre, di sua moglie e del fratello.

All’avanguardia nessuno ha pietà di quel nonno e di suo nipote, anche se il bambino piange e urla. Non c’è parola che lui però possa comprendere davvero. Il mondo di Yassin è diventato senza rumore e per lui il suono ha abbandonato l’uomo e il mondo. Il piccolo è stato vittima del bombardamento nel suo villaggio, che lo ha reso sordo.

«La bomba era troppo forte e ha zittito tutti».

L’unica umanità rimasta la ritrovano incarnata nel negoziante lì vicino alla sbarra dell’avanguardia. Offre dell’acqua e delle giuggiole al bambino che per un momento pare calmarsi. Il vecchio allora può trovare conforto dalle poche parole che scambia con quell’uomo gentile.

«È da tempo che una parola nella tua lingua o in una lingua straniera ha dato calore al tuo cuore. È il dolore che si scioglie, lascialo correre».

È arrivato il momento, è arrivato intanto il camion, Dastghir può raggiungere Morad nella miniera di carbone. Ma è davvero un posto dove portare un bambino, il padre non si dispererà a vedere in quelle condizioni disgraziate suo figlio? Allora il nonno lascia quel nipote in custodia al negoziante e sale sul mezzo che si allontana lentamente e lascia nella nebbia tutto dietro di sé.

Morad, racconta il vecchio, è un uomo fiero e orgoglioso, che prende seriamente e vendica anche i piccoli sgarbi. Dopo un insulto alla madre, era stato capace di uccidere un uomo con una pala e per questo era stato in carcere per un anno e poi aveva deciso di allontanarsi dal villaggio e lavorare in miniera.

Il vecchio padre sa che gli arrecherà un dolore lancinante, ma si sente in dovere di comunicargli la sciagura. Arriva al posto, ma ad accoglierlo è il capo reparto che lo avvisa che suo figlio è in turno.

Il capo reparto dice che il figlio sa già tutto. Dastghir è sconvolto: perché Morad non è tornato a vendicare la morte dei cari, perché non è tornato a pregare sui corpi lacerati dal bombardamento sovietico?

Lo ha impedito il capo reparto, gli viene confermato.

Allora non resta più niente da dire e il padre torna sui suoi passi, lasciando al figlio solo una piccola scatola che lui stesso gli aveva fatto in dono per ricordarlo.
Resta solo cenere, la morte non ti chiede di chi sei madre o di sei figlio, resta solo terra e cenere.

Dastghir mangia la sola terra rimasta e la scena termina.

Le luci si riaccendono e non siamo più in Afghanistan tra il sangue e le bombe, ma nella nostra piccola realtà, che per quanto movimentata è serena nel suo svolgersi nella routine di tutti giorni, dove si dà per scontata la bellezza e la gentilezza. Siamo liberi di scegliere, siamo liberi di camminare all’aria aperta, liberi di vivere, senza l’agguato della morte di una crudele guerra, e neanche ce ne aggiorgiamo. Solo per noi lo spettacolo è finito.

Grazie, al prossimo promemoria filosofico

 

Azzurra Gianotto

 

NOTE:
1. Questa e tutte le successive citazioni sono stratte da A. Rahimi, Terra e Cenere, Einaudi, Torino 2002

[Immagine di copertina di Monica Galentino su unsplash.com]

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

 

La ricerca di un equilibrio interiore: “Nessuno si salva da solo”

C’è chi, nella vita di coppia, ama lasciarsi cullare dall’emozione del momento, chi preferisce mantenere un certo grado di razionalità, chi ancora sceglie di ritagliare ampi spazi per se stesso o chi, invece, sente di essere sufficientemente appagato impiegando la totalità del proprio tempo con il partner. In tutti questi casi essenziale è ritrovare un equilibrio interiore, una coerenza con se stessi e con l’altro che permetta di vivere con serenità il tempo quotidiano e le relazioni sociali, pur nell’infinita dinamicità che caratterizza l’esistenza. Non sempre questo è possibile, anzi al giorno d’oggi appare come una lontana chimera, questo lo spettro delineato da Margaret Mazzantini nel romanzo Nessuno si salva da solo, dove l’autrice riflette sul dramma di tante coppie contemporanee nelle quali vengono spesso a crearsi fratture che si trasformano in irrimediabili voragini.

«Eppure lui non era così cambiato. Lo stesso sguardo disponibile a ogni negoziazione possibile pur di essere amato e accettato. Gli stessi imbrogli. Era lei che lo guardava da una prospettiva diversa»1. Non c’è più affinità nella coppia, manca l’empatia, cadono gli elementi che rendevano la loro relazione unica e i due interessati finiscono per guardarsi l’un l’altro come dei perfetti estranei… perché? Che cosa è andato perduto? Cosa è cambiato?

Difficile rispondere a queste domande ma, guardando con sincerità all’interno di noi stessi, possiamo notare come nessuno di noi è immobile, bensì in evoluzione, un’evoluzione data dalle esperienze quotidiane, dal passare del tempo, dalla vita stessa. Se ci fermiamo a riflettere e osserviamo l’ “io” di qualche anno fa ci accorgiamo che è diverso dall’ “io” attuale, alcune vicende lo hanno mutato e magari alcuni aspetti si sono accentuati e altri invece nascosti. Così talvolta il cambiamento ci allontana e chi ci è accanto diventa estraneo, fa parte del nostro passato anche se quel passato ritorna sempre e sembra attuale.

«Non si possono dire le cose. Le parole salgono dal fondo ma restano lì come pesci morti. Non ci sono veri responsabili. Puoi ritenerti innocente. È semplicemente andata così»2.

L’equilibrio si è rotto, ciò che era unitario ora è diviso, ciò che era vero è diventato puro ricordo.

Proprio su questo punto, sulla necessità di staccarsi dal passato, un passato che sembra attaccato a noi come un filo, la Mazzantini indaga, mettendo in risalto la difficoltà contemporanea di avere una percezione reale di se stessi, di capire cosa fa parte di noi e cosa no. Si tratta di un aspetto riscontrabile in molte coppie e in molti uomini d’oggi: è difficile essere in equilibrio con se stessi, convivere con i propri piccoli e grandi drammi senza rinchiudersi in una egoistica contemplazione del proprio fabbisogno. Laddove la bilancia comincia a pesare troppo verso il proprio ego, laddove l’apertura verso l’altro viene meno, i pesi e le misure vengono scombussolati e la struttura oscilla pericolosamente: si è rotto l’equilibrio.

Di fatto ciò che la Mazzantini ci riporta in questo romanzo è una contemporaneità che ricerca ma non trova questa concordia, uomini che si interrogano in continuazione sui propri errori senza trovare una risposta che li appaghi.

Da questa riflessione si apre un’altra difficile parentesi: quale risposte l’uomo contemporaneo è in grado di trovare sulla propria esistenza? In un mondo che sembra ormai rispondere a qualsiasi esigenza fisica e fisiologica c’è una vera risposta alle intime domande umane?

Delia e Gaetano sembrano non trovare tregua: chiedono a se stessi, chiedono all’altro, ma gli interrogativi si accumulano fino a diventare una sorta di montagna che riempie la coscienza e non li lascia respirare. Anche la ricerca di un senso nell’ambito religioso sembra vacillante, non una via d’uscita valida che possa dare una risposta al proprio dramma.

Tuttavia «Nessuno si salva da solo», afferma la Mazzantini in chiusura: l’uomo ha bisogno di sentirsi in equilibrio, ha bisogno di trovare una via su cui contare e in cui credere, una via che può essere la sua guida.

Cercando bene questa soluzione, questo equilibrio forse è raggiungibile, così come sembra per Delia alla fine del romanzo; non smettiamo di cercare, non smettiamo di credere e di avere la forza di ricominciare, perché un appoggio da qualche parte è sempre possibile.

Anna Tieppo

NOTE:
1. M. Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Milano, Mondadori, 2011, p. 96
2. Ivi, p. 31

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Quando il paesaggio diventa espressione dell’io: i romanzi di Paola Drigo

L’ambiente in un romanzo, il “setting”, come viene definito nella letteratura inglese, assume un’importanza capitale nelle opere letterarie, tanto da divenire frequentemente parte integrante della storia, principio cardine nel quale si snodano le realtà, espressione dei sentimenti che caratterizzano i personaggi. Paesaggi freddi, interni ombrosi si accordano spesso con coscienze travagliate o riproducono le sensazioni interiori dei protagonisti.

Un esempio tangibile di questo processo appare evidente se si considerano i romanzi di Paola Drigo, autrice veneta della prima metà del Novecento, nei quali si arriva a raffigurare spazi di una grandezza desolante, ambienti che si configurano come la proiezione interiore delle emozioni dei protagonisti. L’autrice afferma ad esempio il personaggio femminile di Fine D’anno descrivendo l’ambiente interno della villa di campagna nella quale vive:

«E, nella villa, le stufe accese solo in qualche stanza, con vaste zone gelide da attraversare; l’acqua del serbatoio gelata, − impossibile fare il bagno; − la scala così alta e fredda che per transitare da un piano all’altro Alberta doveva infagottarsi in scialli, mantelli e golfs, e per poco non si metteva in testa il passamontagna»1.

L’interno della villa appare gelido, pungente, così come gelida verrà descritta la protagonista, costretta a compiere l’oneroso ruolo di ricostituire le finanze della famiglia dopo la morte del marito. Il vuoto si accampa nella sua vita, la solitudine apre una voragine nell’anima che viene proiettata all’esterno in un ambiente che appare allora desolato, privo di attrattiva. Anche le strade, nelle quali la donna si trova a camminare, sono deserte, ravvivate in maniera troppo sporadica da qualche passante che non riesce ad attenuare quel senso di isolamento, di estrema rigidità che le caratterizza. Il tutto inserito in una stagione quale l’inverno che diventa più che altro espressione dell’inverno dell’anima, di un cuore irrigidito per la freddezza delle mansioni da compiere. Non c’è gioia nella vita della donna e il paesaggio esterno esprime questo senso di impotenza, di inerzia, che soltanto una figura profondamente malinconica è in grado di creare attraverso la propria soggettiva percezione.

Così in Maria Zef Paola Drigo mette in scena una ragazzina costretta a crescere troppo presto, privata della sua fanciullezza in maniera precoce, dovendo accudire la sorella dopo la morte della madre. Anche qui l’ambiente in cui Maria si trova catapultata diviene ben presto l’espressione del grande silenzio interiore che si apre nella vita della protagonista:

«La facciata dell’Ospedale le si stendeva dinnanzi bianca e regolare, colle grandi finestre senza tende. […] Mariutine percorreva ansiosamente collo sguardo una per una tutte quelle finestre, coll’ingenua speranza di veder affacciarsi, chissà?  la sua Rosute, o almeno di udirne la voce. Ma nessuno si affacciava, e non una voce usciva dall’edificio pur così pieno di gente, come se fosse completamente disabitato»2.

L’estrema solitudine di Mariutine si esprime in un luogo che viene percepito come solitario pur nel suo affollato esistere. L’ospedale appare deformato, si trasforma agli occhi della piccola in un grande contenitore di figure ostili, estranee, a lei nemiche. Gli occhi di Mariutine non riescono infatti a trovare un’ immagine confortante, non una persona amica che possa alleviare la sua malinconia. Ancora una volta, dunque, l’ambiente diventa proiezione di un sentimento, la realtà viene trasfigurata e resa tale perché vissuta da un personaggio.

In fondo le descrizioni proposte da Paola Drigo permettono di riflettere su un processo frequente, condiviso dagli uomini anche nella vita reale. Spesso un ambiente, specialmente un interno d’abitazione, lascia trapelare molto di chi lo ha arredato, traspira l’essenza di chi gli ha dato vita, il quale in un certo senso lascia “la propria scia, la propria impronta” in un luogo. Da un interno è possibile comprendere molto della personalità di chi ci vive: uno studio colmo di libri di viaggio fa pensare alla figura di un uomo dedito al lavoro e alla progettazione di mondi, un ambiente ricco di divani raffinati ad una figura che ama la comodità e così via. Analogamente anche i paesaggi esterni vengono percepiti, vissuti e talvolta “creati” dalla sensibilità di chi sta loro di fronte.

In definitiva la realtà d’ambiente e quella paesaggistica è intrisa di noi, delle nostre emozioni e sentimenti, tanto che in un certo senso siamo noi a “crearla”. L’arte così come la letteratura permette in fondo di concretizzare questa creazione, di dar vita reale a quel processo che ognuno realizza in sé e di cui spesso si rende partecipe: l’espressione di noi stessi in ambienti, la costituzione di paesaggi fatti di immagini, che lasciano trapelare essi stessi un’emozione, una suggestione.

Per dirla con Fernando Pessoa:

«È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo».

Anna Tieppo

NOTE:
[1] Paola Drigo, Fine D’Anno, a cura di Patrizia Zambon, Padova, Rocco Carabba, 2005 p. 102.
[2] Paola Drigo, Maria Zef, a cura di Paola Azzolini e Patrizia Zambon, Padova, Il Poligrafo, 2001, p. 118.

[Immagine tratta da Google Immagini]

“Tomàs” siamo Noi. Incontro con Andrea Appetito

Tomàs è ogni persona che si imbatte in questo romanzo.
Invisibile, eppure onnipresente, la sua identità si dispiega grazie ai sette punti di vista che il racconto ci propone. Ciascuno si trasforma nell’artista del suo ritratto finale.
Sette personaggi e sette capitoli. Noi diventiamo l’ottava voce narrante di un racconto complesso, la cui tragicità mette a nudo la complessità dell’esistenza umana. Un’esistenza segnata da uno strappo, una perdita, un bisogno di riconoscimento e di amore.

È un romanzo travolgente quello scritto da Andrea Appetito e pubblicato con Effigie Edizioni. Tomàs ha incontrato la cittadinanza trevigiana venerdì 24 febbraio, presso la libreria Einaudi di Treviso.
Un pubblico caloroso, composto da ex studenti, colleghi, amici e non solo, ha accolto l’autore con una vera e propria festa di benvenuto. Una famiglia ritrovata. E in occasione di questa festa hanno partecipato i numerosi volti di Tomàs, volti disegnati dalla nostra interpretazione, dalle nostre storie di vita e dalle nostre emozioni.

Siamo immersi in un’anonima città sul mare, in cui Luka Stratos, visionario e autocrate ambizioso, vuole realizzare il suo progetto di dominio. Una politica di conquista, la sua, sorda rispetto ai bisogni, alle domande e ai desideri dei dominati. Un programma politico che si trasforma in una fede cui i più acconsentono, quasi inconsapevolmente. Quella che emerge è la stessa banalità del male di cui parla Hannah Arendt nel corso del processo a Eichmann. La stessa banalità che mette in crisi la nostra politica contemporanea.

Il bisogno di liberarsi da una struttura gerarchica subordinante è segnato da uno stile narrativo paratattico, interrotto, caratterizzato pertanto da preposizioni coordinate, sullo stesso piano.

Sullo sfondo, una profonda storia d’amore improvvisamente interrotta.

Leggere Tomàs significa infatti anche fare i conti con le contraddizioni di quell’amore che viviamo e di quell’amore che ricerchiamo.

Le storie d’amore che si intrecciano all’interno del romanzo sembrano essere segnate dall’impossibilità. L’impossibilità di sopravvive e l’impossibilità di un ritorno.

L’amore vissuto dai personaggi è patologico. Talvolta segnato dall’opportunismo. In ogni caso, costantemente vissuto nell’ombra. Il non-detto e l’assenza definiscono i legami della narrazione.

Ed è in ragione di questo non-detto che l’autore ci invita a riflettere. Perché c’è così tanta paura di dare voce al proprio pensiero? Che cosa risiede all’origine del nostro timore di esporci?

Certo, mettersi a nudo significa mettersi anche in gioco. L’esposizione diventa rischiosa nel momento esatto in cui ci opponiamo a un conformismo dominante. Il timore è quello dell’esclusione, dell’emarginazione sociale, del non-riconoscimento.

Come sosteneva Montaigne, infatti, la paura ci può tanto dare delle ali ai talloni, come inchiodarci i piedi al suolo, ostacolando l’espressione della nostra libertà.

Tomàs è anche questo. Un urlo di libertà. Un bisogno di dare liberamente forma alla propria identità ferita. La necessità di liberarsi da sovrastrutture. Una domanda di riconoscimento. Una domanda di riconoscimento che, talvolta, fatica ad avere una risposta.

Con questo libro, Andrea Appetito ci invita ad ascoltarci per ritrovare il Tomàs che ci portiamo dentro. Non un semplice romanzo, quindi. Queste pagine diventano un terreno fertile per l’ascolto, il dialogo e la riscoperta di sé.

Sara Roggi

[Immagine tratta da ilmessaggero.it]

Piero Chiara, “Il cappotto di astrakan”

Scrittore tra i più cordiali e affabili del Novecento, Piero Chiara (1913-1986) ebbe coi suoi romanzi e racconti un meritato successo specie tra gli anni Sessanta e i Settanta. Il cappotto di astrakan, del 1978, rappresenta molto bene il suo mondo narrativo e le sue qualità di piacevole intrattenitore e insieme raffinato disegnatore di stati d’animo e sentimenti.

il-cappotto-di-astrakan-copertina_La-chiave-di-SophiaSiamo nel 1950 a Luino, il piccolo centro sul Lago Maggiore dove l’autore ambienta quasi tutti i suoi romanzi. Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, decide di lasciare per qualche tempo la provincia e recarsi a Parigi. Con questo viaggio cerca nuove esperienze con cui farsi bello al ritorno: un soggiorno parigino «poteva dare gloria per tutta la vita anche a un tipo qualunque, solo che avesse saputo raccontare le sue gesta, immancabili, perché nessuno poteva vivere a Parigi senza capitare dentro casi e vicende degne di venir raccontate».

A Parigi, il protagonista conosce due donne. La prima è la signora Lenormand, che gli affitta una bella camera, piena di libri e occupata in pianta stabile dal gatto Domitien (un piccolo protagonista del romanzo). La signora, vedova di guerra, ha notato la somiglianza del protagonista col figlio Maurice e gliene parla molto: fidanzato con una brava ragazza, si è poi innamorato di un’altra donna che ha seguito in Indocina. Maurice ha lasciato nella camera un grosso quaderno pieno di stravaganti appunti, «tentativi di poesie, pensieri vari, spesso datati, brani d’autori celebri, minute di lettere d’amore, formule algebriche, trame di racconti e di romanzi».

L’altra donna è Valentine, che il protagonista intravede per la prima volta, nuda e intenta a fare degli esercizi, dietro le tapparelle mezzo abbassate dell’appartamento di lei. Riesce a conoscerla e i due si frequentano, trascorrendo le domeniche in tranquille passeggiate nei dintorni della città. Il protagonista è incerto su come comportarsi con Valentine, che non sembra interessata a un’avventura da poco.

In realtà entrambe le donne scorgono nel protagonista il riflesso di un’altra persona. Lo scopriamo quando la signora Lenormand gli lascia usare un bel cappotto in pelliccia di astrakan appartenuto a Maurice. Valentine, vedendolo con questo indumento, appare stupita, e finisce poco per volta col rivelargli il motivo: Maurice era il suo fidanzato. E non è affatto in Indocina: si trova in prigione dopo aver compiuto rapine e furti d’opere d’arte.

E una sera, all’improvviso, Maurice torna: fa irruzione nella sua camera, ora occupata dal protagonista, prende una gran somma di denaro che teneva nascosta nell’imbottitura di una poltrona, e scappa. Il nostro protagonista decide irrazionalmente di fuggire, subito, e torna in Italia. Dai giornali viene a sapere che Maurice è stato arrestato: dopo essersi recato a prendere Valentine a casa, ha cercato di raggiungere il sud ma è stato denunciato da un camionista.

Il protagonista è ripreso dalla vita di provincia, e i suoi racconti delle esperienze parigine hanno molto successo tra gli amici. Non vuole più tornare a Parigi, ma è Valentine che lo raggiunge: è disposta a vivere con lui sul lago, rinunciando a una buona proposta di lavoro. Ma il protagonista è combattuto: se era riuscito a accettare l’antica storia di lei con Maurice, la gelosia per questo breve periodo che gli ex fidanzati hanno trascorso insieme dopo l’evasione gli è troppo penosa. Dopo un ultimo pomeriggio insieme in una camera d’albergo, lui la accompagna al treno; poi le scrive una lunga lettera, su cui il romanzo si chiude.

Il protagonista del romanzo è tutt’altro che una figura eroica: privo di grandi qualità come di gravi difetti, sembra fatto per la routine della provincia, e anche quando si reca a Parigi sembra che la viva come una provincia più eccitante, che offre occasioni insperate come una donna che si spoglia al di là delle tapparelle di una finestra. Ma le due donne, attraverso di lui, scorgono Maurice: che prima ci incuriosisce attraverso i suoi quaderni e i racconti che ne fa la madre, ma alla fine si rivela anche lui un uomo dappoco, un banale rapinatore e carcerato evaso.

In questo calcolato gioco di specchi il racconto sembra costruirsi davanti ai nostri occhi: sono i non detti fra i personaggi a nascondere e poi svelare la trama. E l’autore governa questo gioco in maniera sapiente e un linguaggio di estrema eleganza: un parlato disinvolto e calcolato, come quando vogliamo raccontare una storia e, per fare bella figura, la ripetiamo più volte a noi stessi per sentirne l’effetto. Il romanzo, nella sua vena umoristica e insieme malinconica, suggerisce sempre la presenza di un ascoltatore: i compaesani del protagonista, che si fanno incantare dalle sue storie. E, con loro, anche noi lettori.

Giuliano Galletti

Piero Chiara, Il cappotto di astrakan, Milano, Mondadori, 1999.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il rumore delle cose: intervista a Evita Greco

Per una bambina di sei anni, accorgersi di avere difficoltà nella scrittura e nella lettura, non riuscire a soddisfare le aspettative degli adulti, scoprirsi diversa dai compagni di classe, non è per nulla semplice. Non lo era negli anni novanta, quando i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) erano quasi sconosciuti e poco compresi. A sette anni, quando la parola dislessia entra per la prima volta nel suo mondo, Evita ha già le idee chiare: avrebbe letto tantissimi libri e ne avrebbe scritto almeno uno.
Evita Greco copertina - La chiave di SophiaProprio grazie alla caparbietà di quella bambina, oggi siamo qui a parlare con una giovane e promettente autrice italiana, Evita Greco. Il suo romanzo d’esordio, Il rumore delle cose che iniziano (Rizzoli, 2016), qualche settimana fa si è aggiudicato come Opera Prima, il Premio Rapallo Carige, considerato tra i più rilevanti riconoscimenti letterari nazionali. Una storia dolce e poetica, narrata in modo intimo, diretto, delicato. La storia di Ada, cresciuta da una nonna che sta per dirle addio e intrappolata in un amore che prende forma solo tra le pareti di un loft ancora spoglio, è un inno alle piccole cose, un mosaico ben riuscito di dettagli effimeri, particolari teneri, minuzie enormi.
 

Quando hai compreso che il tuo sogno di bambina stava divenendo realtà?

Dopo aver frequentato la scuola Palomar di scrittura, e dopo aver finito –con ritardo rispetto ai tempi previsti- il romanzo, sono passati lunghi mesi in cui non è successo nulla. Poi un martedì pomeriggio ho ricevuto la chiamata dell’agente Vicki Satlow e lì ho capito che forse stava succedendo qualcosa.

Nel tuo libro i rumori assumono un ruolo importante, diventano un campanello che ci permette di scandire i momenti della vita, donandogli valore. Quale rumori associ all’inizio della tua carriera di scrittrice?

Più che un rumore, forse, a caratterizzare questo mio inizio è stato una particolare qualità di silenzio: quello della biblioteca pubblica della mia città. È lì che ho scritto la maggior parte del romanzo. Di tanto in tanto la porta della sala studio si apriva. Faceva un rumore tutto suo, in effetti.

Nel tuo romanzo è possibile scorgere una filosofia delle piccole cose, dove sono i dettagli, i particolari, le cose più semplici, ad assumere rilievo e importanza. E’ una linea di pensiero che applichi anche nella vita quotidiana?

Decisamente. In realtà io non le vedo davvero come piccole cose. Per me sono cose e basta.

Per Ada il momento in cui si diventa grandi è «quello in cui non c’è più nessuno pronto ad afferrarti quando rischi di cadere». Per Evita cosa significa crescere?

Forse ancora non lo so. A lungo ho pensato che “crescere” significasse farsi una vita propria, trovare qualcuno con cui condividerla, scegliersi una casa, creare una famiglia. Ora che tutte queste cose le ho fatta, ci sono ancora dei momenti in cui mi sento “bambina” e capisco che forse non sono ancora davvero cresciuta. Forse non è vero che si cresce in modo definitivo una volta per tutte. Una parte di noi resta sempre “piccola”, un’altra cresce.

La protagonista del tuo libro, con quella disarmante aria da bambina, ricorda un’Amelie Poulain malinconica e sognatrice. Ti somiglia, la tua Ada?

Scrivendo pensavo di no. O almeno, non così tanto. Poi rileggendo ho capito che qualcosa di mio effettivamente lo ha. Il guaio è che io non la vedo così sognatrice. Il che rende più grave il mio grado di “strampalatezza”, forse. Scherzi a parte: ha molto della mia insicurezza. Ma ognuno dei personaggi ha qualcosa di me: Giulia – l’infermiera che si prende cura di nonna Teresa che diventa amica di Ada- rappresenta molto di quello che vorrei diventare come donna: forte, elegante, pratica senza essere invadente. Persino Matteo mi somiglia. L’ho sempre immaginato una via di mezzo tra l’insicurezza di Ada e la forza di Giulia.

Nonna Teresa insegna alla piccola Ada la magia dei rumori, che serve a superare le paure degli inizi. Sei da poco diventata madre, c’è qualcosa che, più di altro, vorresti insegnare alla tua bambina?

Tutta la seconda parte del libro è stata scritta dopo la sua nascita, e non c’è una sola riga che – in un certo senso – non parli di lei o a lei. Anche la lettera che la nonna lascia ad Ada è “per lei”. Vorrei insegnarle a riconoscere la sua vera natura e a prendersene cura. E l’importanza di guardare l’essenza delle cose.

In una realtà come quella italiana, in cui il numero dei lettori non è un dato incoraggiante, qual è il compito della letteratura?

Aiutarci a restare umani, credo. E aiutarci a capire le cose “umane” senza semplificarle. Ma anche senza complicarle.

Da lettrice, cosa cerchi nelle storie che leggi? E cosa pensi che i lettori troveranno nel tuo libro?

Cerco quello che spero trovino i miei lettori nel mio libro. Un momento di silenzio dopo aver finito di leggere. Un momento dopo il quale ci si sente cambiati, anche solo di pochissimo. Con uno sguardo nuovo – e possibilmente più attento- nei confronti del mondo. E soprattutto nei confronti delle “piccole” cose.

Scrivere significa riversare su carta un mondo intero. Pensi che i romanzi debbano racchiudere mondi reali o mondi ideali?

Penso dipenda molto dall’indole dell’autore. E anche da quella del lettore che fa “l’altra metà dell’opera”. Io personalmente sono più interessata ai mondi reali. Ma ho moltissima stima per chi invece sa scrivere di quelli ideali, dicendoci però molto a proposito di quelli reali.

Per concludere, una domanda che ci piace porre a tutti i nostri ospiti: che valore attribuisci alla filosofia?

La filosofia, in un certo senso, è entrata nella mia vita prima di sapere cosa fosse davvero. Io e mia sorella avevamo l’abitudine di chiacchierare prima di addormentarci, nel buio della nostra stanza. Una sera, io ero alle medie e lei al liceo, ho iniziato a dirle che “se non esistesse la notte, allora non potrebbe esistere il giorno” o una cosa del genere. Lei allora mi disse che stava studiando un filosofo che diceva più o meno la stessa cosa, molto meglio di me, ovviamente. Parlava di Eraclito. Da allora sono stata sempre attratta dal mondo dei filosofi. Credo che la filosofia sia ovunque. C’è sempre, ed è una fortuna saperla vedere.
Ringraziamo Evita Greco per il tempo che ci ha dedicato.
Non vi resta che leggere il suo romanzo per scoprire se voltata l’ultima pagina troverete il “momento di silenzio” di cui Evita ci ha parlato. Questa interpretazione della letteratura piace molto anche a noi, le storie come veicolo di cambiamento, come strumento di crescita e scoperta personale, come mezzo per acquisire una nuova sensibilità e un nuovo sguardo sul mondo. Perché  a volte i libri riescono a donarci occhi inediti, e lo fanno in un silenzio carico di significato.
A questo esordio, che invece ha fatto un rumore bellissimo, auguriamo di essere la nota iniziale di una lunga melodia.

Stefania Mangiardi

[Immagini tratte da Google Immagini]

Attendere il deserto

Stai bene?

Penso di sì, perché?

Che significa “penso di sì”? O stai bene o non stai bene.

Facile per te. Ad ogni modo, perché me lo chiedi?

Non è facile per me: lo è per tutto il mondo; meno che per te, a quanto pare. Non hai detto una parola per tutta la cena.

È che ho una strana sensazione…

A cui non è così semplice dar nome, sì: conosco il gioco.

Mi fai sembrare un coglione, fammi finire.

Vai.

È la strana sensazione che accompagna la fine di un romanzo, è come un senso evanescente di incompiutezza.

Perché incompiutezza? Se l’hai finito, hai compiuto un percorso, sei arrivato fino in fondo. Dovresti essere felice: dici sempre di non aver mai tempo per leggere un romanzo dall’inizio alla fine, che ti capita sempre meno di leggere cose “scritte con un pizzico di spirito”.

Non mi fare il verso, mi fa…

Sembrare coglione

Appunto, grazie. Comunque: prima di leggere un romanzo sei entusiasta perché attendi di iniziare a frugarci dentro, sei come un bambino con un giocattolo nuovo. Hai solo voglia di sederti da qualche parte, in santa pace, e leggerlo.
Mentre lo leggi, se è un buon romanzo, un romanzo scritto bene – magari non un capolavoro, ma almeno scritto bene -, sei affascinato dalla trama, vuoi capire come diavolo fa a finire e inizi a prenderlo in mano ogni volta che hai cinque minuti. Mi segui?

Vai avanti.

Quando l’hai finito, se è un romanzo scritto bene, sei a posto: hai anche il diritto di sentirti bene in coscienza, perché nonostante viviamo in una società impazzita et cetera et cetera, hai trovato il tempo per leggere un buon romanzo. Ti senti una persona migliore, magari.

E quindi perché questo senso di incompiutezza? Quello che hai letto non era scritto bene?

Era scritto molto bene.

Mi stai facendo innervosire: finito di leggere un romanzo scritto bene, ti senti meglio. Ma tu ti senti strano. Ergo il romanzo non era scritto bene. Che mi sono perso?

Era scritto molto bene. Il problema non è con quello che c’era scritto ma con quello che diceva; c’è sempre qualcosa che un romanzo ti dice, qualcosa che, tuttavia, non è scritto lì, nero su bianco.

Un significato implicito?

Ma che implicito! È tutto fin troppo esplicito. Immagina di essere in salotto; io, dalla cucina, ti dico una cosa: non una qualsiasi, ma qualcosa il cui significato è così potente che sembra ti sia stato sussurrato appena accanto al cuore. Se distogli gli occhi dal televisore e ti guardi intorno, noti la mia assenza: io non ci sono, lì con te.

Ma mi hai parlato.

Appunto! L’assenza è l’altro lato della presenza, fa da contrasto e quello che deve essere notato veramente, certe piccole parole essenziali, di una brillantezza limata (come le figure delle miniature, sui vecchi codici, hai presente?), risuonano più chiare che mai. È solo nel deserto che senti le parole le più belle e importanti di tutte. E l’assenza è il deserto!

E perché questa cosa non va bene?

Va benissimo!

Ma ti fa sentire strano…

Perché è la verità: e con la verità ci devi sempre fare i conti!

E cosa ti ha detto ‘sto libro?

Mi ha detto qualcosa a proposito delle occasioni perdute, di un soldato, Giovanni Drogo, coraggioso come pochi, la cui esistenza non era, di per sé, inferiore a quella dei suoi commilitoni, degli altri soldati che, mentre se ne scendeva dalla Fortezza, ormai vecchio e consunto e debole, gli davano il cambio, sorpassandolo con passo guerresco.

Un romanzo di soldati: da quando ti sei messo a leggere romanzi di guerra?

Ma che guerra!

Va bene, allora un soldato troppo vecchio per far la guardia a questa fortezza: non mi pare un gran coraggioso.

Ma il coraggio sta nell’andarsene, nel fuggire dal posto in cui questo nemico non si palesa mai. Nel coltivare le proprie speranze fino all’ultimo momento e nel capire che la guerra è già tutta nell’attesa: è guerra contro noi stessi, contro la nostra pigrizia, contro l’incapacità di aspettare ­– fosse anche per tutta la vita- il momento della propria nascita. Lui se ne sta lì per anni, senza mai accontentarsi: senza neanche dar colpi di testa, sia chiaro; facendo sempre il suo dovere scrupolosamente, ma senza mai accontentarsi di quello che vedeva, toccava. Mentre viveva lì, assaporava il gusto di qualcosa di lontano che lo aspettava chissà dove; o forse che lui, Giovanni Drogo, stava aspettando: chi può dirlo? Fatto sta che mi ha fatto capire qualcosa in più su di me, su come funziona per me questa attesa.

E come funziona per te?

Non posso dirtelo, è un segreto. Hai capito perché non parlo? Quello che ho udito sfugge affinché non sia detto o ripetuto. Funziona così con le grandi parole: devi agire.

Non ti seguo.

E non devi! Leggi il libro, è sul divano, di là: è il “Deserto dei Tartari”.

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

Sibilla Aleramo, “Una donna”

Ogni opera letteraria è un messaggio che deve incontrare i propri lettori, e questo destino non è mai prevedibile. Una donna (1906), romanzo d’esordio di Sibilla Aleramo (Marta Felicina Faccio, 1876-1960), dopo un discreto successo e un lungo periodo d’oblio, fu riscoperto nel 1975 e incontrò un nuovo, straordinario favore di pubblico perché i tempi erano più favorevoli: i temi apertamente femministi che l’autrice aveva anticipato di molti decenni erano adesso oggetto di un dibattito acceso.

Una donna  elabora in forma di romanzo le esperienze giovanili dell’autrice. Da subito ci viene incontro una figura vivace e aperta al mondo: «La mia fanciullezza fu libera e gagliarda», una ragazza affascinata dal padre, che vede come un esempio di forza e indipendenza, mentre non trova mai una sintonia con la madre debole e sottomessa al marito.

Quando il padre accetta la proposta di dirigere una fabbrica in un paese del sud, la protagonista è entusiasta, e dà una mano in ufficio nonostante la giovanissima età, creando scalpore in paese, dove «regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia tra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopra tutto subivano sevizie in silenzio, (…) l’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se qualcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!».

Ma il padre ha una relazione con un’altra donna: la moglie, quando lo scopre, tenta il suicidio gettandosi da una finestra. Sopravvive, ma una forma di demenza progressiva impone il suo ricovero in un manicomio.

Intanto la protagonista, nemmeno sedicenne, è attratta da un giovane impiegato della fabbrica: le loro schermaglie si risolvono un giorno quando «accanto allo stipite d’una porta (…) fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava».

L’unica soluzione è un matrimonio “riparatore”, ma ben presto la protagonista scopre quanto il marito è meschino e incapace di capire la sua personalità. L’unica consolazione è la nascita di un bambino, su cui la ragazza riversa tutto il suo affetto.

La vita famigliare risulta noiosa, soffocante, finché la protagonista, corteggiata a una festa da un giovane uomo, finisce per rispondere alle sue attenzioni dopo averlo inizialmente respinto. Scoperto il fatto, il marito la maltratta e la segrega in casa finché lei, in un momento di sconforto, tenta il suicidio ingerendo del laudano.

Si salva, e la famiglia si sottrae alle chiacchiere trasferendosi a Roma. Lì la protagonista, sempre più convinta di doversi esprimere anche al di fuori della famiglia e conquistare una vita indipendente, collabora con una rivista femminile. Il marito la ostacola, e quando lei propone di separarsi, lui la ricatta rifiutando di lasciarle il figlio. Ma quando lei scopre che il marito ha una relazione con un’altra, se ne va comunque. Il libro che ha scritto forse permetterà al figlio, un giorno, di capire la sua scelta e il tormentato cammino che l’ha portata a quel passo: «Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!».

Una storia autobiografica, dicevamo; ma, per l’autrice, un esempio di vita nel quale altre donne possano riconoscersi. Il titolo stesso, così generico, va in questa direzione; e anche la singolare scelta stilistica, per cui tutti i personaggi sono indicati per il rapporto che hanno con la protagonista (il padre, il marito, la direttrice…) senza mai usare dei nomi propri.

Si potrebbe forse definire un romanzo di formazione, ma con una sostanziale differenza: mentre in questo genere, di solito, le esperienze giovanili preludono a una consapevolezza che porta i protagonisti a accettare un posto nel mondo, qui il percorso sembra inverso. La protagonista si sforza in ogni modo di adattarsi alle convenzioni, non discute mai il principio, all’epoca ovvio, per cui a una donna spetta solo «amare, sacrificarsi e soccombere». Il matrimonio e la maternità sono accettati come passi obbligati, ma la consapevolezza che «la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana», la spingono a infrangere fino in fondo le convenzioni, in nome del rispetto per se stessa. Una sfida, una prova da affrontare, capace ancora – pure in un linguaggio che suona ormai antiquato, di provocare i lettori.

Giuliano Galletti

[Immagini tratte da Google Immagini]

Anna Banti, “Artemisia”

Agosto 1944. Una donna è seduta sulla ghiaia di un viale nel giardino di Boboli, a Firenze. Come se firmasse un autoritratto, è la stessa autrice del romanzo, Anna Banti (1895-1985), che nella prima pagina si presenta al lettore in un drammatico momento della sua vita: un bombardamento alleato ha colpito la città, la sua casa è andata distrutta. Ma la sua disperazione è rivolta a un’altra perdita, molto diversa da quelle delle altre vittime che la circondano: un manoscritto al quale ha lungamente lavorato, spingendosi fino al punto in cui è difficile distinguere tra una creatura di carta e la persona (reale) che essa rappresenta: «Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto».

Anna Banti, Artemisia (copertina) - La chiave di SophiaArtemisia – Gentileschi è il cognome – fu una grande pittrice dell’età barocca. Il canovaccio biografico su cui si basa il romanzo (pubblicato per la prima volta nel 1947) lo si può riferire con le stesse parole dell’autrice: «Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovanetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi. Le biografie non indicano l’anno della sua morte».

Il romanzo segue l’esile traccia di queste notizie, ma le circostanze di questa sua seconda scrittura gli danno un carattere problematico. L’autrice deve ricostruire un testo sapendo che non potrà mai riuscirci al grado di perfezione che vorrebbe; affronta i dubbi della memoria, le ansie di una nuova creazione; e spesso si sofferma a dialogare con la sua protagonista, con l’opera in corso, con il lettore: «L’ostinazione di Artemisia a farsi ricordare, la mia ostinazione a ricordarla capricciosamente, a sobbalzi commossi, sta diventando un gioco e forse un gioco crudele». «Di questa sua vita di Napoli, il fulcro della sua fama, è fatta sospettosissima, incerta se ricorderò quel che avevo scritto o se batterò nuova strada».

Leggiamo un romanzo e insieme assistiamo al formarsi del suo testo, e restiamo sorpresi da questo contrasto fra l’ambientazione storica e le riflessioni metaletterarie, del tutto novecentesche. La forma che l’autrice dà al romanzo sembra debitrice della stessa pittura barocca, con lunghe scene statiche, ognuna dedicata non tanto a un fatto quanto a un’epoca della vita della protagonista: «la velocità con cui le figurazioni della sua vita si succedevano e fluivano una  nell’altra oscilla, coagulata in quadri di lanterna magica lunare, piatti e freddi». Improvvisi lampi di luce illuminano i vari ambienti e il forte carattere della protagonista: dalla sua fanciullezza e dall’amicizia con la piccola e sfortunata Cecilia Nari, al dramma del processo contro il suo stupratore Agostino Tassi, al matrimonio combinato dal padre per restituire a Artemisia la sua “onorabilità”, ai viaggi e ai soggiorni in varie città (Firenze, Napoli, Londra) dove Artemisia insegue una sofferta, tenace, inquieta vocazione artistica.

«Le sue armi furono: dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada. Imparino queste femminette, questi pittorelli invaghiti di delicature». Nel cuore del romanzo una scena di grande suggestione la mostra in tutta la forza del suo talento: la creazione di uno dei suoi dipinti più grandi, Giuditta e Oloferne. Artemisia è a Firenze, circondata da alcune dame sue allieve, affascinate dall’imponente fisico del modello; ma la pittrice, nella sanguinosa scena, sta consumando una tarda vendetta raffigurandosi nelle vesti dell’eroina e dando a Oloferne i lineamenti dell’uomo che l’aveva stuprata. Una scena grandiosa, che restituisce tutto il mistero di un personaggio: «non è principessa, non è pedina, non è forese né mercantessa, non è eroina, non è santa. E neppure cortigiana: anche se quel che dicono fosse vero».

Giuliano Galletti

Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne (particolare)
[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
Citazioni tratte da: Anna Banti, Artemisia, Milano, SE, 2015.