La verità della bellezza

Spesso, quando parliamo di bellezza, facciamo un errore: ci fermiamo alla sua dimensione statica. Nel giudicare una bella donna, ad esempio, consideriamo aspetti precisi come gli occhi, le labbra, i seni; ma questi elementi, visti nella loro staticità, sono sufficienti a dare un giudizio completo?

Questa domanda ha senso anche riguardo alle rappresentazioni mediatiche della bellezza: pensiamo alle pose dei modelli, che mettono in risalto alcune parti del corpo (spesso quelle erogene) ma peccano di artificiosità, tanto che il docente di semiotica Alessandro Zinna le ha definite falso dinamismo1.

Se quelle pose sono artificiose, se quel dinamismo è falso, dove possiamo trovare la verità della bellezza? Nel suo linguaggio, consiglia il filosofo Franco Bolelli2. La bellezza, infatti, non è tale secondo elementi statici, ma in relazione ai contesti: gli occhi non sono banali occhi, ma sguardi che indagano gli spazi; le labbra non sono semplici labbra, ma parti dei discorsi che le attraversano; i seni sono curve tra le curve del mondo, movimenti della realtà.

Allo stesso tempo la bellezza non si cura di coloro che la guardano: come ha scritto Roland Barthes, essa «è una sagoma intenta al lavoro»3. Quale lavoro? Quello della vita, della sua manifestazione in situazioni quotidiane, libere dalla staticità. Sembra di sentire le parole di Leonard Shelby – protagonista del film Memento di Christopher Nolan (2000) – quando ricorda la moglie, brutalmente uccisa, recuperando «frammenti che si fanno sentire anche se non vorresti»: il suo lavarsi le mani, il suo maneggiare una forchetta, il suo lasciarsi sorprendere da un raggio di sole che entra dalla finestra.05

Momenti cui solitamente non prestiamo attenzione, ma che, nel loro fondere corpi e contesti, si rivelano gravidi di bellezza. Eventi, come li definisce il fisico Carlo Rovelli; perché se il cinema, la filosofia e la semiotica non ci bastassero, entrerebbe in gioco la scienza affermando che «la migliore grammatica per pensare il mondo è quella del cambiamento, non quella della permanenza»4. Allo stesso modo, la migliore grammatica per parlare della bellezza non è quella degli occhi da cerbiatto, delle labbra carnose e dei seni prosperosi che aspettano di essere notati, ma quella di uno sguardo che, mosso dalla curiosità, incontra una fonte di luce e, come per magia, comincia a brillare.

 

Stefano Cazzaro

 

NOTE
1. A. Zinna, Unico. Eliana Lorena. A cura di Marta Carboni, 2009
2. F. Bolelli, Si fa così. 171 suggestioni su crescita ed evoluzione, Add editore, 2013
3. R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2014
4. C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017

[Photo credit: Amy Luo via Unsplash.com]

 

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Treviso Comic Book Festival: edizione 2017

Anche quest’anno ritorna l’attesissimo Treviso Comic Book Festival (o TCBF), con una nuova edizione 2017 ricca di iniziative – tra mostre, conferenze e workshop – portando così un bel po’ di colore a questi primi giorni d’autunno.

A partire dall’ormai consolidato progetto 100 vetrine, che coinvolge diversi disegnatori impegnati, in questi giorni, a dipingere le vetrine dei negozi del centro storico e non solo. La fama di urbs picta di cui Treviso si è vantata in passato ha ragion d’essere tutt’oggi.

Un allestimento diffuso che evidenzia la stretta relazione tra il festival e la cittadinanza, dimostrando la volontà di coinvolgere e accogliere chiunque passeggi per le strade del centro. Lo spazio museo e lo spazio urbano partecipano a un dialogo condiviso che vede come protagonisti creativi, illustratori, appassionati di fumetto e di editoria indipendente.

treviso-comic-book- festival_vetrineL’illustratore Bruttomesso all’opera su una vetrina

 

Senza dimenticare la calorosa e attiva partecipazione dei tanti volontari, che permettono al festival di evolversi e crescere, a dimostrare che la passione è fondamentale perché le cose funzionino.

Ed è proprio l’entusiasmo dei più giovani, affiancato dall’esperienza dei veterani, la ricetta perfetta per un’organizzazione di successo, due punti di forza che vengono celebrati in questa edizione 2017: il tema centrale è infatti GENERAZIONI. Una tematica che invita al confronto, intenzione che si manifesterà concretamente con la conferenza Generazioni, (sabato 23 settembre, ore 10, Fondazione Benetton), attraverso il dialogo tra due grandi illustratori: Alex Giorgini, direttore dell’Illustri festival di Vicenza, e Guido Scarabottolo, firma del Sole24ore e art director di Guanda (una mostra a lui dedicata sarà allestita a Palazzo Manin da venerdì 22). Riflessione che pare molto azzeccata in un contesto come quello attuale, nel quale emergono chiaramente le differenze tra un passato e un presente del fare creativo.

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Guido Scarabottolo

La fitta programmazione di inaugurazioni, che conta 25 mostre allestite in sedi differenti, inizia già oggi giovedì 21 e prosegue fino alla chiusura del festival domenica 24 settembre. Mentre la grande mostra mercato – 40 espositori tra negozianti e case editrici – aprirà le porte sabato 23, in due distinte sedi, l’ex-ISRAA in Borgo Mazzini e la tensostruttura in Piazza Matteotti.

La scelta di spazi espositivi molto diversi – da quelli più istituzionali ai luoghi meno convenzionali – indica la necessità dell’arte di trovare nelle città un tessuto integrato, in grado di sostenerla e promuoverla, rifiutando qualsiasi esclusivismo. Lo spazio urbano è a disposizione del cittadino e della cultura, in cambio, l’arte si dimostra perfettamente adattabile, cogliendo l’occasione di diventare uno stimolo sociale.

Un festival che, sebbene profondamente radicato nella realtà locale, manifesta inoltre una forte sensibilità alle influenze globali. Quest’anno, per esempio, la grande mostra antologica è dedicata ai paesi baltici, con autori da Estonia, Lettonia, Lituania, protagonisti di una scena indipendente tutta nuova. Sempre in riferimento al contesto internazionale, ricordiamo alcuni degli ospiti più riconosciuti, come Andy Rementer, Nina Bunjevac, Jesse Jacobs, Thomas Gilbert. Quattro artisti caratterizzati da uno stile fortemente personale e innovativo.

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Andy Rementer

Infine, una vera chicca per i bibliofili: la mostra che verrà inaugurata a Ca’ dei Ricchi (sabato 23 settembre, ore 18.30) presenterà un corpus di oltre 50 tavole dell’artista Luigi Serafini. Le illustrazioni sono tratte dal libro di culto Codex Seraphinianus, un dizionario fantastico, tra la scienza e l’irrazionale, che già in passato ha affascinato figure di rilievo come Roland Barthes, Italo Calvino e Tim Burton.

Ma questo è solo un assaggio, le proposte infatti sono numerose: da studiare con attenzione il nutrito programma.

Che sia attraverso un confronto generazionale o una contrapposizione di poetiche e stili personali, emerge in ogni caso la necessità di ritrovare nella differenza uno stimolo per il dialogo, lo scambio e la ricerca. Nella grande varietà di spunti creativi offerti dall’edizione TCBF 2017, si definisce una sorta di enciclopedia dell’immaginario visivo, che va aldilà di qualsiasi confine geografico e temporale, invitando a riflettere sui diversi linguaggi dell’arte grafica, tra cultura pop e sperimentazione.

treviso comic book festival_warholDal libro “Warhol:l’intervista”, di Officina Infernale

Claudia Carbonari

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Il linguaggio delle lacrime

Cresciamo e maturiamo con un’educazione fondata sull’essenzialità del linguaggio.

Il significato che ciascuna parola porta con sé costituisce una guida per esprimere ciò che ciascuno di noi sente. Le parole, quindi, possono riuscire a rappresentarci, a descriverci, a definire un particolare stato d’animo oppure un sentimento.

Tuttavia, nel corso di questi ultimi anni, una domanda mi è sorta spontanea, dovendo fare i conti con l’espressione di quella che era la mia sofferenza: in che modo il linguaggio riesce a decifrare ciò che viviamo, seppelliamo e ci portiamo dentro, quando tratteniamo i ricordi in una cassaforte di cui abbiamo perso il codice? Come dare parola all’impronunciabile? Perché le parole non sono sufficienti?

L’uso di un codice linguistico preciso e di riferimento talvolta non permette di far emergere ciò che è rimasto sepolto tra le pieghe dell’anima. Questo perché, per riuscire a nominare e a definire ciò che sentiamo, è necessario affrontare ciò che si è vissuto e trascurato, sollevando quel velo che rassicura ma che al tempo stesso nasconde frammenti di un passato, non permettendoci di vedere e di ricordare chi siamo stati e che cosa, all’improvviso, è andato in frantumi.

Le lacrime, come le definisce Eugenio Borgna1, sono un’esperienza interiore e testimoniano la presenza di una vita interiore, e di una vita cicatrice, che non si spegneranno mai. Esse, tuttavia, sono dei segni, non delle espressioni; dei segni indicanti «delle esperienze psicologiche e umane radicate in orizzonti dialogici di senso», come le definisce bene lo stesso autore.

In Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes parlando delle lacrime scrive che «piangendo si vuole impressionare qualcuno, fare pressione su di lui». Questo qualcuno, però, non è riferito unicamente a un possibile altro, quanto più a un Io autoreferenziale il quale, piangendo, dimostra a se stesso che il proprio dolore non è illusione, ma concreto, visibile.

A tale proposito, lo stesso Barthes si chiede: «Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più».

Quando la parola si blocca, allora il corpo cerca di esprimersi altrimenti.

Le lacrime diventano così uno dei mezzi espressivi di un’emozione che deve essere detta in un linguaggio altro. Un linguaggio che è impastato di nostalgia e di assenza, di dolore e tristezza, ma anche di gioia e di luce.

La lacrima è dono, un dono che ci viene offerto. Molto belle sono le parole utilizzate da Jean Loup Cahrvet, e riprese da Borgna, a tale riguardo:

«Le lacrime si offrono al nostro viso, come al nostro intelletto o al nostro cuore, la loro evidenza ne rende inutile la definizione, dalla quale le protegge la loro inintelligibilità. La loro chiara trasparenza evita loro una descrizione. […] Esse parlano verso un altrove che è già oltre la loro esistenza»2.

Quell’indicibile che ci abita ha bisogno del corpo per non soffocare. Il silenzio, talvolta, inaridisce, facendo morire la vita interiore.

La lacrima, toccando nel profondo, sfiora, sussurra il non-detto. Essa rappresenta un segno di vita, di un qualcosa che vuole, in un modo o nell’altro, essere detto, pronunciato, sfiorato. Anche solo toccando la superficie di quello che poi è un malessere profondo e devastante.

Le lacrime, scrive lo psichiatra Eugenio Borgia, così come il sorriso, sono forme di vita, ovvero forme di espressione emozionale che costruiscono ponti capaci di annullare le distanze tra gli atteggiamenti normali e quelli psicopatologici. Questi “ponti” ci aiuterebbero così a ritrovare «isole di straziata normalità nella sofferenza psichica, e schegge di sofferenza psichica nella normalità»3.

Il pianto aiuterebbe così ad incanalare un’energia repressa e messa al bando dalla coscienza, attraverso una forma espressiva che, in fin dei conti, ci accomuna, costituendo una sorta  di nuovo linguaggio capace di nominare la sofferenza interiore di ciascuno.

 Sara Roggi

NOTE:
1. Borgna E., La dignità ferita, p. 194-95, Feltrinelli Editore, Milano, 2013.
2. Ibidem, p. 197.
3. Ibidem, p. 206.

[Immagine tratta da Google Immagini]