Quello che manca. Una riflessione sui valori e sulle identità

Ogni paese ha i suoi eroi, e uno dei più pittoreschi e affascinanti della Bretagna francese è indubbiamente il corsaro Robert Surcouf, l’uomo che osò rifiutare il capitanato da Napoleone in persona per tutelare la propria libertà. Veloce di lingua come di spada, Surcouf è protagonista di moltissimi aneddoti più o meno credibili, e uno di questi lo vede impegnato in una conversazione con un ufficiale della Reale Marina Inglese durante una cena diplomatica: “Voi francesi combattete solo per il denaro”, aveva altezzosamente detto il soldato di carriera al corsaro, “mentre noi inglesi combattiamo per l’onore”. Affatto intimorito, Surcouf rispose: “Ognuno combatte per ciò che più gli manca”.

Mettendo da parte gli applausi per la pronta risposta, non è difficile vedere più che un fondo di verità nelle parole del futuro Barone Surcouf. Senza muoversi su conflitti troppo lontani storicamente, si può considerare come un motto simile possa applicarsi benissimo sia alle rivendicazioni di indipendenza e giustizia dei manifestanti di Hong Kong sia a quelle più “monetarie” e di riconoscimento sociale dei Gilet Gialli in Francia, alle manifestazioni ecologiste di Fridays for Future o Extinction Rebellion e ai sit-in per la riapertura delle miniere di carbone in Ohio. Indipendentemente dalla causa per cui si combatte, è (quasi) sempre una mancanza, percepita o reale, a spingere alla lotta, più o meno violenta, più o meno solitaria, più o meno efficace.
Tra tutte le forme di conflitto che caratterizzano la nostra epoca, dunque, sarebbe interessante rivalutare alla luce di questo assunto anche altre forme di lotta popolare che sono state interpretate in maniera diametralmente opposta, come il terrorismo fondamentalista, di matrice religiosa o identitaria o anche nazionalista-xenofoba.

Tra le molte voci giunte a commentare l’insorgenza di movimenti xenofobi oltranzisti, e precedentemente l’aumento dei cosiddetti foreign fighters e di cittadini diventati terroristi nei paesi europei, numerose sono state quelle che hanno parlato di “rinascita” delle ideologie, di “ritorno” delle (o alle) identità forti. A posteriori, a fronte di un crollo verticale nel numero degli attentati e di un indebolimento strutturale di molti nazionalismi, si potrebbe ipotizzare invece l’esatto contrario.

La società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman ha definitivamente minato le basi di ogni identità che si voglia presentare come “forte”, sostituendo patriottismi, appartenenze religiose, ideologie politiche e perfino scuole filosofiche con un continuo e instabile turbinio pluralista e relativista di concetti, opinioni e identità temporanei e instabili, senza alcun valore prominente l’uno sull’altro, senza alcun punto di riferimento ideologico fisso. In questo mare magnum di suggestioni e impressioni, deculturalizzate e deradicate, il conflitto stesso non può più ancorarsi a grandi narrazioni del mondo per autosostenersi, e ricade dunque automaticamente nel regime della mancanza cui si riferiva sagacemente Surcouf.

Può darsi, quindi, che la nascita di movimenti politici e sociali fieramente xenofobi, nazionalisti e identitari non sia l’espressione di un ritorno dei patriottismi nazionali moderni, quanto piuttosto il segno di spaesamento e confusione di persone che non ritrovano più radici etnico-razionali in un mondo irreversibilmente interconnesso e globalizzato. Analogamente, se alcuni ragazzi nati e cresciuti, ad esempio, nella laicissima Francia, si “convertono all’islam” e si radicalizzano in forme di terrorismo urbano violento, potrebbe non essere il segnale di un ritorno delle grandi religioni sulla scena mondiale, ma al contrario la concretizzazione del disagio di chi non trova più spazio né senso del sacro in società ormai quasi del tutto secolarizzate.

 

Giacomo Mininni

 

[Foto realizzata dall’autore alla torre di Londra]

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Filosofia del camminare (a piedi nudi). Intervista ad Andrea Bianchi

Con la sua filosofia della camminata a piedi nudi nella natura, Andrea Bianchi è diventato oggi il punto di riferimento del barefoot hiking in Italia e infatti conduce workshop di camminata scalza un po’ ovunque, dalle Dolomiti alla Via Francigena. Nel 2017 ha dato vita alla prima scuola italiana di barefoot hiking, Il silenzio dei passi, con cui propone il cammino a piedi nudi come una pratica di benessere psicofisico accessibile a tutti, per riconnettersi alle energie della Terra ma anche per imparare a diventare interiormente leggeri e silenziosi. Studia e pratica lo yoga da più di vent’anni, e quando indossa le scarpe è ingegnere e consulente di comunicazione, giornalista, fondatore ed editore del magazine online MountainBlog, uno dei più seguiti siti web sul mondo della montagna e degli sportoutdoor.
Lo abbiamo incontrato in occasione del TEDx della città di Mestre lo scorso 28 settembre e abbiamo proprio dovuto chiedergli di condividere con noi alcune riflessioni sulla natura, sul senso profondo del camminare, sul rapporto con il corpo e sulla filosofia. È una persona estremamente energica ed entusiasta, di una purezza e profondità rara, per cui la nostra è stata davvero una bella chiacchierata.
Buona lettura!

 

Nella storia del pensiero sono molti gli esempi di pensatori che furono legati al camminare: Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo. I sofisti invece si spostavano a piedi di città in città per insegnare la retorica. Socrate amava camminare e dialogare e gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene. Per poi arrivare a Rosseau, Nietzsche, Proust… Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo. Quale legame esiste per te tra pensiero e l’atto del camminare?

Per me il cammino – e in particolare il cammino consapevole a piedi nudi, su terreno naturale – è innanzitutto un atto che favorisce l’affievolirsi del flusso caotico e incalzante di quella successione di pensieri e di voci mentali che, nel quotidiano, definiamo “pensare”, ma che in realtà non è che una sequenza di reazioni meccaniche agli stimoli delle forze e delle varie influenze esterne.
Entrando, un passo scalzo dopo l’altro, nella presenza della percezione, entro in un flusso di tutt’altra qualità, in cui il mio intero essere diventa l’atto del camminare, pienamente integrato con il sentiero che percorro, il suo terreno, l’ambiente di cui esso stesso è parte.
In questo stato d’essere, posso dire di “non pensare”, di essere solo cammino, respiro, passi, vento, freddo o calore, silenzio. È allora che si apre nella mente quello spazio in cui tutto è possibile, in cui l’ascolto del mio essere viene facile e spontaneo: in quello spazio nascono idee, forme, parole. In quello spazio posso realmente decidere di prendere una direzione – nella mente come lungo il sentiero che sto percorrendo – e di seguirla per vedere dove conduce. Il pensiero, in tal senso, si fa fisico – corporeo – ed immateriale allo stesso tempo.

 

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Il camminare frequentemente viene associato alla libertà, libertà nella scoperta del proprio corpo e del contatto con la natura, libertà nello scoprire se stessi e il proprio essere. Nel tuo libro Il silenzio dei passi (Ediciclo) scrivi che «camminare allora diventa un atto sempre più essenziale, dal quale uno ad uno si toglie ogni gesto, ogni spinta, ogni pensiero superfluo, purificando il movimento fino a renderlo inconsistente eppure elastico, definito eppure impercettibile allo stesso tempo». Perché ritieni che il camminare, e nello specifico il camminare a piedi scalzi, aiuti l’uomo nella scoperta di questa dimensione interiore che gli è propria?

Principalmente proprio perché camminare a piedi nudi ci aiuta a togliere ciò che non è necessario: le scarpe innanzitutto, che prima di essere un “abito” materiale sono un abito mentale, un’”idea” – un “guscio concettuale” – senza la quale non riteniamo di poter percorrere la nostra strada. Invece (re)imparare a camminare scalzi ci fa (ri)scoprire la nostra essenza, che è proprio quella di un camminatore che si affida totalmente alla sua forza fisica e mentale, alla sua sensazione di equilibrio e alle sue percezioni, alla sua capacità di vedere il sentiero formarsi davanti a lui un passo dopo l’altro. Questa dimensione interiore ci appartiene fin dall’alba della nostra storia di specie umana: siamo nati camminatori e per milioni di anni non abbiamo mai smesso di camminare. Camminare è una delle nostre dimensioni biologiche e cognitive principali. Per camminare, e per conoscere attraverso il camminare, non abbiamo bisogno che di noi stessi; tutto il resto è superfluo.

 

Da ormai molti anni ti sei impegnato nello studio e ricerca della camminata a piedi nudi, sia dal punto di vista della meccanica della camminata e della sensorialità, sia dal punto di vista dell’esperienza interiore e di scoperta di se stessi. Nel tuo ultimo lavoro Con la Terra sotto i piedi (Mondadori) il cammino scalzo diventa veicolo per parlare di ecologia, del rapporto Uomo-Natura e di spiritualità. Perché è necessario e urgente recuperare un certo rapporto con la Natura?

Essenzialmente perché noi siamo Natura: nella Natura, per milioni di anni, ci siamo evoluti, ed ancora oggi – nonostante il fatto che grazie alla tecnologia riusciamo ad estendere oltre ogni immaginazione i nostri limiti – la nostra vita è parte di questa evoluzione. Siamo parte di un sistema di relazioni viventi che costituisce la biosfera del pianeta che ci ospita: la nostra vita è intimamente connessa a quella della Terra, e non possiamo permetterci di perdere la consapevolezza di questa connessione, pena la sopravvivenza della nostra specie, oltre che di quella di milioni di altre specie viventi!

 

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Essere a piedi nudi nella natura non significa solo aver tolto quella separazione che esiste tra il nostro corpo, coperto dalle scarpe, e il terreno che stiamo percorrendo, ma significa anche ritornare alle radici, ritornare ad un contatto e un dialogo con la natura sincero, intimo, nel quale possiamo vedere, sentire e conoscere in modo profondo. Nel tuo intervento al TEDx Mestre lo scorso 28 settembre hai messo al centro proprio questi aspetti, che diventano occasioni di risveglio per l’Uomo, perché è la natura il luogo da cui proveniamo e in cui abbiamo le nostre radici. Secondo te come può l’uomo allora risvegliarsi e recuperare quella capacità di vedere e conoscere che sta smarrendo?

Credo che il risveglio debba passare attraverso un recupero della nostra relazione empatica con la Natura: non è con la sola comprensione razionale dei fenomeni, che potremo risolvere i grandi problemi e le sfide del nostro tempo, ma con il recupero delle emozioni, perché – come ho detto infatti al TEDx – non potremo salvare nulla se prima non lo amiamo. Per fare un esempio concreto: se percorro a piedi nudi un sentiero nel bosco – aprendomi alle emozioni che derivano da questo contatto intimo con il terreno, con l’umido o il secco delle foglie, percependo sotto la pianta del piede l’avanzare delle stagioni – quel bosco diventerà anche un po’ parte del mio essere, ne percepirò l’interdipendenza che lega la mia esistenza alla sua, e non potrò rimanere indifferente nel vederlo bruciare.

 

Nei tuoi workshop ma anche nei tuoi libri “sfidi” (è il caso di dirlo) le persone a compiere con i piedi gesti che riusciamo a compiere in modo immediato con le mani. In questa nostra difficoltà meccanica ad eseguire semplici movimenti (come ad esempio sollevare solo l’alluce e tenere le altre dita ancorate a terra) ci rendiamo conto di quanto un cambio di prospettiva possa influire sulla nostra visione del mondo. Anche tu intravvedi una sorta di metafora nella nostra incapacità di utilizzare le dita dei piedi?

È una metafora, sì, ma anche una piccola ma concreta dimostrazione di come il nostro attuale modo di vivere urbanizzato, separati dalla Natura e chiusi dentro i nostri gusci – le nostre case, i nostri uffici, le nostre auto, le nostre “scarpe mentali” – ci stia facendo perdere facoltà innate acquisite nel corso di milioni di anni di evoluzione. Dalle più recenti scoperte delle neuroscienze conosciamo oggi la plasticità del cervello, la sua capacità cioè di modificare la propria struttura a seguito di stimoli esterni e dello sviluppo dell’individuo. È grazie a questa capacità che possiamo crescere e svilupparci, ma vale anche il contrario: le dita di un piede che non sa più – o non ha mai saputo fin dai primi anni di vita dell’individuo – cosa significa essere libero di muoversi secondo il massimo del suo potenziale, si atrofizzano, perdono la loro funzionalità, fino a non rispondere più a semplici comandi neuro sensoriali. Ma le dita dei nostri piedi sono la punta di un iceberg: sotto la superficie di una vita che riteniamo di conoscere e poter controllare in ogni aspetto, si nasconde una perdita crescente di consapevolezza del “sistema Uomo” e della sua relazione con l’Universo.

 

Il camminare molto spesso è un elogio alla lentezza come dimensione dello spirito, il mettere un piede davanti all’altro per compiere un percorso non necessariamente include un “fine” specifico, perché la bellezza del camminare risiede nell’atto stesso e nel modo in cui corpo e anima dialogano in una dimensione del tutto diversa dal quotidiano a cui siamo abituati. Tu affermi che «un sentiero non è mai obbligato, lo si può percorrere non in un solo modo ma secondo tante vie diverse, linee persone che rispondono ad altrettanti modi di interpretarlo e farlo proprio». Come si può essere educati a questi esercizi dell’anima?

Questo genere di educazione – come del resto ogni educazione – non può che formarsi attraverso l’esperienza: per imparare a camminare scalzi su un sentiero di montagna – o di bosco, o di campagna – non c’è che da togliersi le scarpe e provare, un passo alla volta, all’inizio magari solo per pochi minuti, poi gradualmente più a lungo, con sempre maggiore consapevolezza dell’appoggio del piede, della sua meccanica, prima di poter infine apprezzare l’analogia del cammino con i percorsi della vita. Nessuno può sostituirsi a noi nella scoperta e nell’esercizio di queste facoltà, ma può essere utile camminare con qualcuno che è più avanti nella ricerca, che può darci consigli tecnici e soprattutto un esempio. La scuola di cammino a piedi nudi in Natura Il silenzio dei passi, che ho fondato nel 2017, nasce con questo intento: riavvicinare le persone alla Terra per riavvicinarle a se stesse.

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Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta e il motore di ogni nostra azione e anche di ogni professione, perché è riflessione e ricerca di senso. Nella tua persona e nella tua ricerca ritieni che la filosofia abbia un ruolo importante? Che cos’è per te la filosofia?

Come ho detto al TEDx, credo che la filosofia sia nata milioni di anni fa, quando i primi ominidi scesero dagli alberi, e conquistando la posizione eretta consentirono allo sguardo di spaziare verso l’orizzonte, ponendosi una méta, domandandosi cosa ci fosse oltre la linea del visibile, dando una direzione alla loro ricerca. Per me la filosofia è questo, è tentare di rispondere alle domande che infiniti orizzonti ci pongono, lasciarsi guidare da esse nella scoperta di noi stessi, accettando che dietro ogni orizzonte ne troveremo sempre un altro. Per questo, una delle dediche che lascio più spesso alle persone nei miei libri è che i loro orizzonti siano ricchi di significato!

 

Grazie Andrea per questa chiacchierata.

 

Elena Casagrande

[immagini concesse da Andrea Bianchi]

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Una parola per voi: antipatia. Novembre 2019

«Il mese di novembre è il più antipatico che ci sia in tutto l’anno» disse Meg uno scuro dopopranzo, guardando dalla finestra il povero giardino spoglio di tutti i suoi fiori.
«È per questo che io sono nata in quel mese» osservò Jo.
– Louisa May Alcott, Piccole donne

Come dice Meg, la sorella maggiore delle quattro piccole donne protagoniste del celebre romanzo di Louisa May Alcott, il mese di novembre può sembrare antipatico sotto molti punti di vista. L’estate viva, rigogliosa, calda e piene di promesse, è ormai lontanissima. Settembre ha ancora quell’aria frizzante e quel sapore tutto particolare dei nuovi inizi. Ottobre incarna l’autunno, i paesaggi piacevolmente tinti di giallo, arancione e rosso; in ottobre cominciamo a indossare vestiti più pesanti, ma il sole e il calore ci fanno ancora qualche improvvisata ricaricandoci di vitamina D. Novembre, invece, è un mese di passaggio, ci traghetta verso la magia del Natale ma senza prometterci festeggiamenti allettanti o esaltanti (pensiamo a Ognissanti e al giorno che commemora i morti). Quando ci affacciamo alla finestra a novembre, la reazione della maggior parte di noi può essere la stessa di Meg, che osserva un paesaggio freddo, spoglio, spento, desolato. Eppure… Eppure Jo, la seconda nata in casa March, la più forte e coraggiosa, la femminista ante litteram per eccellenza, ricorda a Meg che lei è nata a novembre. È un mese sgradevole, che può far storcere il naso, ma anche riservare delle sorprese piacevoli, proprio come Jo. Il rigido novembre può radunare le persone in casa, al caldo, a godersi una bevanda fumante e il reciproco affetto, per esempio.

Questo mese, noi de La Chiave di Sophia, vorremmo farvi riflettere sulla parola antipatia: su come tante situazioni o persone possano di primo acchito sembrarci antipatiche, senza contenuti (o con i contenuti sbagliati), magari cupe e senza fronzoli. Ma, come si suol dire, le apparenze ingannano, e le avversioni possono sciogliersi in simpatie. Riuscite a pensare a un film, a un caso letterario, a una canzone o a un’opera artistica o architettonica, che si concentri su un sentimento di antipatia poi trasformatosi in qualcosa di positivo? Ecco cosa abbiamo selezionato per voi!

 

UN LIBRO

harry-potter-parola-novembre-la-chiave-di-sophiaJ.K. Rowling – Harry Potter saga

Quando si pensa a Hermione Granger si pensa all’eroina che con la sua intelligenza ha salvato più di una volta Harry; e quando si pensa a Severus Piton, viene subito in mente il suo grande amore per Lily e il suo sacrificio. Eppure, non li abbiamo subito amati, anche se in modo diverso. Saccenti, oscuri, “antipatici” perché insuperabili, forse invidiabili; ma è grazie alla loro antipatia, alla loro complessità, che Harry Potter è la grande storia che abbiamo vissuto. Perché essere antipatici significa essere originali, non accettare compromessi, essere se stessi a dispetto di tutti. Se non fossero stati antipatici, fuori dagli schemi, alla fine non li avremmo amati così tanti.

UN LIBRO JUNIOR

nella-rete-georgia-manzi-chiave-di-sophiaGeorgia Manzi – #NellaRete

Ti chiami Fulvio, frequenti la scuola primaria e ti piacciono i video games. Il tuo preferito? Nessun dubbio: Puckish Game; per lo meno fino a quando un hacker misterioso non si è introdotto nella tua partita, facendoti rinnegare addirittura la connessione internet! Da qui ti immergerai in una serie di indagini assieme ai tuoi “amici” Dino e Amelia, perché le grandi avventure si possono condividere anche con quelle persone che ti stanno meno simpatiche. Cosa aspetti? Non perdere questa lettura misteriosa!

 

UNA CANZONE

cesare-cremonini-dicono-di-me-la-chiave-di-sophiaCesare Cremonini – Dicono di me

L’antipatia a volte la si prova verso personaggi apparentemente troppo sicuri di sé; persone che manifestano superiorità e distacco per non lasciarsi avvicinare. Di persone del genere poi, si sa, è un piacere sparlare con amici e parenti. Questo è il profilo che si può immaginare per il protagonista della canzone di Cremonini, che sa di essere bersaglio di molti giudizi piccati come “un serpente con ali da diavolo e un cuore da re“, “un bastardo e un bugiardo“, “una stupida frase da dire davanti a un caffè“. Un personaggio antipatico dunque, o comunque da evitare. “E invece no“, dice e ripete cantando il protagonista della canzone, “nessuno sa“. Una considerazione non banale da portarci sempre con noi quando abbiamo voglia di dare giudizi gratuiti, perché spesso davvero non conosciamo la persona di cui stiamo parlando e, in molti casi, è meglio lasciare il beneficio del dubbio.

UN FILM

harry-ti-presento-sally_la-chiave-di-sophiaRob Reiner – Harry ti presento Sally

Avete mai conosciuto qualcuno così antipatico da diventare la vostra anima gemella? Harry ti presento Sally parte da un interrogativo a dir poco paradossale per costruire una delle commedie romantiche più riuscite della storia del cinema. Possiamo innamorarci di qualcuno che, per una vita, ci è sempre sembrato antipatico e pieno di difetti se alla fine scopriamo che non è poi tanto diverso da noi? L’antipatia si trasforma in un pregio se riusciamo a capire che spesso è solo una corazza per nascondere i sentimenti più veri a chi non conosciamo. Riscoprire il film di Rob Reiner a 30 anni esatti dall’uscita nei cinema è necessario non solo per la meravigliosa sceneggiatura di Nora Ephron e le straordinarie interpretazioni di Meg Ryan e Billy Crystal, ma anche per capire come un pizzico di antipatia possa spesso trasformarsi nel sale della vita.

 

Francesca Plesnizer, Fabiana Castellino, Federica Bonisiol, Giorgia Favero, Alvise Wollner

 

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Medioevo e mass media: parliamo ancora di “secoli bui”?

Un recente articolo, comparso su “L’Espresso”, a firma di Helena Janeczek, titola: Febbre da Medioevo: Ritorna in tv “Il trono di spade” con stupri, tradimenti e torture. Una saga sul passato che intercetta lo spirito dei nostri tempi: incertezza sul futuro e predominio del più forte. Da alcuni mesi, articoli come questo si ritrovano su tutti i principali quotidiani italiani (a prescindere dall’orientamento politico), in rubriche che spaziano dalla critica culturale all’attualità politica, fino al commento su fatti di cronaca. Un fenomeno trasversale, certamente variegato, ma che può essere ascritto sotto la generica categoria di un “ritorno di moda” del Medioevo. Un fenomeno peculiare, che suscita stimolanti interrogativi: quali sono le sue caratteristiche? Qual è il suo nucleo d’origine? E ancora, come la stampa italiana ne viene influenzata?

Innanzitutto, alcune precisazioni. Primo: molte delle conoscenze sedimentate nell’opinione pubblica riguardo il Medioevo sono stereotipi, generalizzazioni, verità parziali. Quando non esplicite distorsioni ideologiche e ricostruzioni fittizie. Vale la pena citare l’esempio più eclatante: il medioevo dei “secoli bui”, un’età dominata da oscurantismo, immobilismo, assenza di cultura, violenza, in cui popolazioni “barbare” e arretrate vivevano sotto il giogo della superstizione e l’autorità di una Chiesa persecutrice e corrotta. In secondo luogo, è necessario sottolineare quanto tutte queste ricostruzioni fantasiose siano ormai completamente estranee agli orientamenti di storici di professione ed esperti di medievistica. Quale percezione invece hanno del periodo medievale i “non addetti ai lavori”? Nel 1979, una storiografa italiana notava quanto, benché l’accezione negativa del termine Medioevo fosse ormai stata estirpata dalla critica storica, essa fosse ancora in voga nel linguaggio giornalistico. A distanza di quarant’anni è interessante valutare se e in che misura le cose siano cambiate, ovvero se un atteggiamento pregiudiziale verso il medioevo possa dirsi eliminato a livello di mass media e cultura divulgativa. 

Apparentemente la tendenza giornalistica a utilizzare la parola Medioevo con accezione dispregiativa può sembrare in aumento, soprattutto nell’ultimo anno e soprattutto in Italia.  Ad una più attenta analisi tuttavia, in modo particolare nell’ambito della stampa online, è presente un approccio maggiormente consapevole alla questione. È significativo il drastico calo a livello mondiale dal 2004 a oggi della digitazione sui motori di ricerca di termini quali “secoli bui” (dati Google Trend). Ad articoli d’opinione che paragonano le storture del XXI secolo a un regresso verso l’anno mille, fanno da contraltare numerose analisi e fact checking che smascherano stereotipi e pregiudizi. Tutto ciò non esclude che permanga un ampio uso del termine “medioevo” in modo distorto. Inoltre, non siamo ancora in grado di valutare quanto questa tendenza sia radicata nel linguaggio colloquiale e presso le fasce meno istruite della popolazione. 

L’aggettivo medievale viene comunque utilizzato in modo diffuso, nel senso di regresso verso l’inciviltà, per numerosi titoli “caldi” da parte della stampa non specialistica. Il sussistere stesso di questa scelta presuppone che il lettore medio condivida l’equazione fra medioevo e decadimento di ogni manifestazione dello spirito umano. Una significativa opposizione contro l’irreggimentazione del medioevo si infrange sulla complessità, sulla poliedricità di un periodo lunghissimo (fra la caduta dell’Impero Romano e la scoperta dell’America trascorrono esattamente 1.016 anni!), costruito a posteriori, in modo artificiale sulla base dei differenti indirizzi storiografici.

In conclusione, il concetto di medioevo mostra con evidenza una peculiarità, ovvero il suo essere caleidoscopico. Proprio questa sua struttura intrinseca ci pone di fronte a un rischio: derubricare a mere sottigliezze erudite le tante, variegate interpretazioni – e strumentalizzazioni – riguardanti l’età di mezzo. È una tentazione forte, in particolar modo per il lettore non specialistico. Eppure, è una tentazione a cui bisogna resistere. Rifiutare la semplificazione è infatti un antidoto potente contro la manomissione delle parole (Carofiglio). Chi impiega il paradigma medievale per stigmatizzare l’attualità, non dimostra esclusivamente ignoranza del passato, né meramente distorce un vocabolo. Tramite preconcetti “storici”, infatti, sclerotizza il presente, per generare, a sua volta, nuovi stereotipi. 

Si può ipotizzare su quale terreno germini questo fenomeno di medievalizzazione del presente. Possiamo interpretare questa operazione come un tentativo di esorcizzare le paure della contemporaneità, nell’ottica di quello “spirito dei nostri tempi” citato in apertura. Stiamo innegabilmente vivendo un’epoca di profonde trasformazioni. Come in ogni periodo storico di cambiamento, si vedono i germogli di nuovi sistemi di valori, vengono generandosi nuovi ordinamenti politici, sociali ed economici. È inevitabile che la società risponda a queste modificazioni dell’ambiente circostante, rivedendo i propri metri di giudizio. L’adattamento, più o meno consapevole, è, in alcuni casi, incentivato dal riferimento, come modello da adottare o come esempio da rifiutare, a determinati periodi storici; è il caso del medioevo, il quale negli ultimissimi anni ha subito un vero e proprio revival. Come afferma lo storico Alessandro Barbero «ogni cosa che non ci piace ci fa gridare: ritorna il Medioevo. È il sollievo che il Medioevo sia finito che ce lo fa piacere».

 

Edoardo Anziano

Nato a Firenze, studia Filosofia all’Università di Bologna. È redattore del mensile culturale Edera e collabora con la testata online LucidaMente.

Le quattro virtù del guerriero della vita

Fiore Furlan de’ Liberi da Premariacco (Friuli) è considerato uno dei più grandi maestri di scherma d’Europa del XIV secolo: le cronache lo collocano nelle grandi battaglie d’Italia e di Germania e la sua grande esperienza maturata sul campo gli ha permesso di approfondire la propria arte marziale fino a raggiungere l’eccellenza. Nel 1409 egli ha redatto il proprio manuale, il Flos Duellatorum1, un’opera destinata a diventare una pietra miliare nello studio dell’arte della spada, nella quale elenca quattro virtù cardinali che dovevano necessariamente appartenere al guerriero, a colui che voleva avvalersi di questa “nobile arte”: tutte egualmente importanti, esse sono la Prudenza, l’Agilità, l’Audacia ed infine la Fortezza. La simbologia che le accompagna punta a completare il loro significato, rendendolo manifesto all’allievo attraverso la pratica: la Lince che tiene stretto nella zampa un compasso rappresenta l’attenzione alle distanze, fondamentale nello scontro marziale; la Tigre, animale intrepido, tiene appoggiata alla spalla una freccia e rappresenta la rapidità nell’attacco; il Leone che protegge con la zampa un cuore, rappresenta ovviamente il coraggio; infine l’Elefante con la torre d’assedio sulla groppa è rappresentativo della Fortezza, cioè l’equilibrio e la stabilità.

È sicuro, tuttavia, che queste quattro virtù del guerriero possedessero un valore assai più ampio, estendibile ben oltre i confini dell’arte schermistica, proprio in quanto espressione di un certo modo di vivere confinato in alcuni anni della nostra storia: potremmo definirle come principi etici in un’epoca in cui combattere e duellare rappresentava un vero e proprio rituale simbolico entro il quale si risolvevano molteplici situazioni; principi per addestrare ed educare la mente e il corpo.

Quale significato potrebbero avere le quattro virtù del guerriero del XXI secolo, un uomo che deve affrontare gli scontri/incontri quotidiani preservando le proprie energie e garantendosi la continuità del proprio benessere? Come nella scherma medievale, nonostante il carattere generale delle regole, quanto è scritto non perde la propria utilità nelle diverse situazioni; come ogni regola per la vita, inoltre, ognuna è strettamente legata all’altra.

CORAGGIOil cuore del maestro
Il Coraggio è necessario per affrontare una vita che fa paura: il coraggio si sviluppa per affrontare questa emozione primordiale e allo stesso tempo accettarla: quella “paura assoluta” di cui parlava Hegel2 e che si può riconoscere anche nel vivere-per-la-morte heideggeriano, ci apre le porte ad un’esistenza piena, attuale. È certo che a volte gli ingranaggi della realtà vanno spezzati per poter procedere oltre sul nostro sentiero, proprio come bisogna “rompere” l’azione del nostro nemico quando siamo in pericolo; tuttavia la vita va pure assecondata nella sua medesima natura e contingenza così da mettere alla prova il nostro spirito di adattamento. Non si può impedire ad un avversario di combatterci: bisogna avere il coraggio di avere paura.

PRUDENZA, la testa del maestro
Buonsenso, prima di tutto il resto. È ciò che permette al Coraggio di non trasformarsi in avventatezza. Può essere calcolo razionale e pulsione pacata; il buonsenso è entrambe queste cose insieme. La Prudenza in relazione al Coraggio genera il Dubbio, base fondamentale della crescita personale e dell’evoluzione del nostro pensiero. Poiché la pura logica non dice niente sul mondo, sta alla ragionevolezza che genera sapienza guidarci nei sentieri della vita.

VELOCITÀ, le braccia del maestro
Lesti di mente per cogliere le occasioni, non per temporeggiare: le occasioni, per loro stessa natura, sono sfuggenti e la celerità di una freccia diretta verso il bersaglio è ciò che ci consente di ottenere un risultato. Velocità e destrezza sono caratteristiche di un pensiero creativo che si insinua tra le pieghe degli avvenimenti e trova la propria strada. Chi meglio di un felino, dopotutto, può farsi largo nella fitta giungla?!

FORTEZZA, le gambe del maestro
La possanza e l’equilibrio sono ciò che ci mantengono saldi e sicuri in noi stessi: è l’abilità con cui il corpo armonizza stabilità e instabilità nell’atto di camminare, infatti non possiamo asserragliarci in una torre immobile e rigida ma piuttosto essere dinamici e saldi. La mente ha bisogno di muoversi, scoprire cose, evolversi ed essere sicura di sé. Non può esserci vero equilibrio senza movimento.

«Sii audace nella lotta e giovane nel cuore.
Non avere paura nella tua mente, solo allora puoi aver buone prestazioni. Se il tuo cuore manca di audacia, tutto il resto è carente;
Audacia e virtù: di ciò consiste l’arte»
(Flos Duellatorum – Prefazione)

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. F.F. de’ Liberi, Flos Duellatorum, 1409-1410.

2. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, 1807.

[Photo credit Ricardo Cruz via Unsplash]

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Creta, Dioniso e la nascita della filosofia

Dioniso è una divinità molto complessa, capace di demolire le difese dell’ego e portare alla condivisione universale. In lui si riversa la pulsione animale e l’anelito al divino, il maschile e il femminile, l’eros carnale e l’ascesi, il turbine delle emozioni più ancestrali e la contemplazione dell’estasi, la discesa negli spazi reconditi e scandalosi dell’anima e la liberazione da essi. Dioniso è simboleggiato nel toro, nel serpente, nel capro o nel satiro, altri suoi simboli sono l’edera, la vite (sarà Bacco per i Romani) e altro ancora, insomma, una molteplicità che ci narra della sua impossibilità a giacere nell’univocità.

Oggi manca un riferimento simbolico così potente nel riunire gli opposti e liberare dall’oppressione del quotidiano. Non ci rimane che interrogarci sulla sua provenienza, per comprendere meglio cosa ci manca.

Nel mondo minoico-miceneo di Creta va ricercata l’origine del suo culto, come scrive anche Giorgio Colli1. Questo ci porta a entrare nel mitico labirinto di Minosse, dove incontriamo anche Arianna e il Minotauro. Il mito che qui si offre potrebbe essere il più antico e fondante della cultura greca, mille anni prima del suo apogeo. In questo misterioso cosmo ebbero origine i caratteri fondanti di quella sapienza che darà poi origine alla filosofia. Nietzsche ha avuto il merito di dissotterrare il dionisiaco e scoperchiare la sua sconvolgente potenza.

Il legame di Dioniso con la filosofia si svela attraverso un racconto tra storia e mito.

Il popolo minoico fu così chiamato dal nome del mitico re di Creta, Minosse, che fece costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, una sorta di alter ego dionisiaco, mostro mezzo uomo e mezzo toro, partorito dalla moglie. Questo mito ci arriva così maneggiato dalla cultura greca e per noi la civiltà minoica non ha voce; quasi cancellata da catastrofi naturali, i suoi resti furono assorbiti dagli invasori, i Micenei.

Il labirinto, riconducibile alla struttura intricatissima dei palazzi minoici, è una figura centrale. Esso simboleggia probabilmente la sfida dell’enigma, il percorso tortuoso e sfiancante della conoscenza, la cui insidia è quella di far smarrire o divorare l’essere umano mentre tenta di emanciparsi dalla sua animalità attratto dall’ammaliante possibilità di elevarsi a dio attraverso il possesso della conoscenza. La tensione dialettica tra le polarità apparentemente inconciliabili della bestialità e della tensione al divino, è il filo, dionisiaco, che conduce alla sapienza.

Chi era il sapiente? «Essere sophos significava essere radicato nell’Assoluto, essere attraversato dall’eternità, ed essere-uno… con l’origine di tutte le cose»2, come nel caso di Eraclito, Empedocle o Pitagora, o tutti gli altri che si collocano prima dello spartiacque: Socrate, l’ultimo sapiente prima che l’impresa della conoscenza si depositasse nella scrittura. La scrittura è percepita come un potenziale inganno perché il sapere è materia viva, dinamica e fluida, si presta al lavoro del confronto, si arricchisce nello scambio umano, con il dialogo e la critica. La filosofia nasce invece come forma letteraria fondata sulla logica raziocinante e rifugge dall’oscurità enigmatica dei sapienti.

La nascita della filosofia si congiunge al declino della sapienza perché se la razionalità tende a essere calcolante e produttrice di ordine, si allontana dal lato oscuro della mente umana, spalancato all’abisso del caos, dove gli opposti convivono e lottano tra di loro. Il sapiente sa sfidare questo abisso e uscirne arricchito, ma esiste una possibilità anche per tutti gli altri. Questa è nel dionisiaco che si offre attraverso pratiche collettive di culti e misteri in cui la condivisione tra adepti consente quella fuga dall’individualità funzionale alla visione liberatoria che il sapiente raggiungeva attraverso percorsi conoscitivi diversi.

Dove la collettività sperimenta rituali di condivisione e fuga dal quotidiano, ma anche quando il singolo abbandona la propria configurazione individuale e temporanea per ricongiungersi al tutto, lì appare il dionisiaco. Di tutto ciò non possiamo che constatare un’enorme assenza, visto il nostro esser consegnati alla logica della ragione senza spazi istituzionali, al di fuori della religione, per coltivare la dimensione più intima, ma collettiva, del nostro io. Questa dimensione è talmente sconvolgente che l’io sparisce, perché in fondo al tunnel c’è l’uno, il tutto, la miscela incendiaria degli opposti. Solo nell’esperienza mistica possiamo ritrovare qualcosa di simile oggi, ma lungi dall’essere un’esperienza collettiva, essa perlopiù rimane qualcosa di individuale.

Alla fine, Dioniso è il filo conduttore di una storia lunghissima, albeggia in civiltà remote e si dissolve nel Cristianesimo, tuttavia non è scomparso nelle trame delle religioni orientali. Egli è sempre pronto a svegliarsi grazie al suo potere: quello di legare tutto assieme e offrirci un momento di liberazione attraverso pratiche che attendono solo di essere cercate e che potrebbero forse lenire la diffusa malinconia della nostra società.

Sull’esempio di Alice nel Paese delle Meraviglie, osate passeggiare sul prato dove nasce la filosofia e poi tuffatevi nella prima cavità per un viaggio nel suo sottosuolo!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, p. 25.
2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[Immagine a cura dell’autrice]

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“Non si è affamati soltanto di pane”: il mondo dei giovani visto da Viktor Frankl

«Non si è affamati soltanto di pane, ma anche di senso. Ci si preoccupa troppo poco di quest’aspetto nello stato sociale odierno» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima), così si era espresso lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl in una conferenza al Politecnico di Vienna nel 1985. Queste parole risuonano con maggior intensità alla luce delle manifestazioni umane, giovanili in particolare, del tempo presente. Le cronache quotidiane riportano eventi che interessano adolescenti e giovani, i cui comportamenti sono espressione di un marcato vuoto interiore. Bullismo, sopraffazione reciproca, violenza reale e virtuale – quest’ultima ancor peggiore per la vastità della propria eco e delle proprie conseguenze psicologiche –, dipendenze tecnologiche, perversioni sessuali, depressione, omicidi e suicidi, sono cifre tragicamente ricorrenti che ritraggono una parte, malauguratamente crescente, della popolazione giovanile.

Nell’attuale mondo occidentale non si può certo affermare che gli stomaci siano vuoti, ma alla luce di questi indicatori certamente lo sono le esistenze, tormentate da un vuoto interiore senza precedenti. È possibile comprendere queste manifestazioni – il che non significa certamente giustificarle – soltanto se analizziamo il fenomeno in profondità, andando alla radice di quei comportamenti e del loro movente. Esse sono espressione della noia, che implica un’assenza di passioni e interessi per il mondo e dell’indifferenza che richiama ad una mancanza di iniziativa costruttiva e proattiva. La noia e l’indifferenza affiorano nel vuoto esistenziale che pervade le giovani generazioni, le quali sembrano aver smarrito compiti e impegni nobili che possono inondare di senso la propria esistenza.

Il senso dell’esistenza non è un concetto astratto, come spesso e banalmente si vuol far credere, ma è estremamente concreto, calato nell’esigenza dell’ora. Il significato riguarda quanto la vita si attende da noi, giorno per giorno, di ora in ora. Esso può essere scoperto soltanto interiormente, contattando l’organo esistenziale per eccellenza: la propria coscienza. Invero, attraverso essa scopriamo i valori che attendono di essere da noi realizzati ed è proprio tale concreta realizzazione che proiettandoci nel futuro, riempie di senso anche il nostro presente. Altresì, è nella coscienza che possiamo percepire e riconoscere la sottile ma fondamentale differenza fra valori, che promuovono la vita e la sua dignità, secondo libertà, responsabilità, solidarietà e dis-valori, tutto ciò che ergendosi sulla distruttività tende a negare il valore della vita, poiché esclude dal proprio agire i fondamenti dell’umanesimo.

L’isolamento, la depressione, la dipendenza e la violenza sono l’espressione di una generazione marcata da un abissale vuoto di senso. Un vuoto che esige, in ogni modo, di essere riempito. Proprio laddove la volontà di significato viene frustrata proliferano comportamenti distruttivi per sé e per gli altri, i quali contrastano la vita nella sua espressione umana più nobile. Per questo è necessario che la comunità educativa degli adulti riconosca anche in un giovane delinquente, in un tossicodipendente, in un depresso o in un dipendente patologico, la volontà di trovare uno scopo e dare un senso alla propria vita. I giovani d’oggi non sono senza valori, hanno bisogno che il mondo adulto ritorni ad adempiere al proprio compito educativo, sfidandoli a realizzare significati nella propria esistenza. Facendo sentire loro la responsabilità per la vita, che si configura come impegno concreto per un’opera da realizzare, per una causa, per un alto ideale civile, politico o religioso, o come amore per un altro essere umano. Solo riscoprendosi responsabile per qualcosa o per qualcuno, l’essere umano può sperimentare che la propria esistenza, unica e irripetibile, ha un significato altrettanto unico e irripetibile. Precisamente, scrive Frankl, «la ricerca di senso ha un orientamento […] è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima).

Queste no future generation hanno bisogno di riconoscere che la vita si configura come un appello, un compito unico e irripetibile, al quale ciascun essere umano è invitato a rispondere personalmente. Riconoscendosi responsabile dinanzi a tale compito, il singolo individuo profonderà il proprio impegno fisico, psicologico e spirituale, per realizzarlo. Invero, sperimentare che vi è uno scopo nella vita, che vi è un obiettivo da perseguire, una causa da servire o una persona da amare, permette di superare anche le circostanze più arcane, senza precipitare nel nichilismo che induce a fare cose senza senso (dis-valori). Aiutare i giovani in questo difficile cammino di educazione esistenziale, implica invitarli a sentire interiormente il desiderio di significato, quel motore che aiuta a muoversi da obiettivi conseguiti a valori che ancora attendono di essere realizzati nel futuro, in una sana e necessaria tensione verso il significato che anima fattivamente l’esistenza.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo credits su unsplash.com]

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“Timore e Tremore” di Kierkegaard: salvezza umana e individualità

Timore e Tremore (1843) di Kierkegaard è un’opera magistrale perché offre una delle più interessanti considerazioni filosofiche su che cosa sia la fede in relazione alla ragione e alla morale. Lo scrittore in questione è il padre ante litteram dell’esistenzialismo e l’opera affronta in maniera dettagliata il sacrificio a Dio da parte di Abramo del suo unico figlio Isacco, descritto nell’Antico Testamento e rappresentante una delle massime religiose più influenti del credo cristiano. Kierkegaard con quest’opera cercò, inoltre, di opporsi alla chiesa danese, cercando di riportare il culto cattolico alle origini. Non a caso il titolo dell’opera riprende una frase tratta dalla Seconda lettera ai Corinzi dell’apostolo Paolo: l’individuo deve affrontare da sé Dio, riflettendosi in esso e passando attraverso laceranti passioni. Timore e Tremore rappresenta perciò un nuovo modo di intendere il sentimento in relazione al rapporto con l’altro e ai propri desideri.

 «”E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Prendi Isacco, il tuo unico figlio che tu ami, e va’ nella terra di Moria e sacrificalo ivi in olocausto sul monte che ti mostrerò” [Gen, 22, 1-2] camminando tre giorni in silenzio [scrive Kierkegaard nell’opera] la mattina del quarto giorno, Abramo non disse parola ma, alzando gli occhi vide in lontananza i monti di Moria. […] Si fermò, pose la sua mano sul capo del figlio in segno di benedizione […] ma Isacco non riusciva a capirlo, la sua anima non poteva elevarsi tanto»1.

In parallelo alla descrizione del sacrificio di Abramo a tratti romanzata dal filosofo, c’è anche una lucidissima e profondissima analisi sul valore e il significato di questo sacrificio, sulle conseguenze che da esso scaturirono, sull’immensa angoscia che questa scelta ha generato, ma soprattutto sullinaudito paradosso della fede. Il sentimento religioso emerge così in tutta la sua forza ed evidenzia in prima battuta due concetti molto chiari. Il primo consiste nella libertà di scelta che l’uomo possiede e in secondo luogo affronta la terribile angoscia che può scaturire da questa grandissima libertà. Abramo personifica entrambi gli aspetti, tra ragione e fede.

Dopo il comando di Dio, Abramo obbedì. Pose sull’altare Isacco e mentre si apprestava a compiere l’azione sente la voce di un angelo che lo intima a fermarsi, mentre la sua mano stringe ancora saldamente il pugnale, esattamente un attimo prima che lo stesso ricada su Isacco. Questi non viene dunque sacrificato e Abramo ha superato la prova: riavrà così suo figlio per la seconda volta.
Qui s’innesca il primo terribile paradosso: egli è un omicida mancato oppure il migliore dei figli di Dio?
La questione è basilare ma viene liquidata facilmente tanto dagli atei quanto dai credenti, sostiene Kierkegaard. Il pensatore tuttavia non ha dubbi. Ammira il gesto di Abramo, lo esalta, lo capisce, non lo condanna e scrive: «io non sono in grado di fare il movimento della fede: non posso chiudere gli occhi e precipitarmi fiducioso nelle braccia dell’assurdo, questo è per me impossibile ma non me ne vanto»2.

Il paradosso della fede si racchiude «in questa in virtù dell’assurdo, poiché qui non potrebbe esserci un calcolo umano, e l’assurdo è che Dio, il quale esigeva quel sacrificio, un istante dopo avrebbe revocato la richiesta […] credette che Dio non avrebbe preteso Isacco. Egli fu sicuramente sospeso dall’esito […] e così egli ricevette con una gioia maggiore Isacco rispetto alla prima volta»3. Ogni calcolo umano deve essere abbandonato e il Singolo deve rifiutare la mediazione e trovarsi davanti a Dio con la sola fede senza l’appoggio di istituzioni come la Chiesa. È qui che può avvenire la sua perdizione o la sua salvezza. In questo modo Kierkegaard cerca con tutte le sue forze di salvare il Singolo, vedendo nell’individualità la risposta ai dilemmi del mondo. Il Singolo, infatti, una volta entrato nel paradosso verrà a toccare l’affanno e l’angoscia per diventare veramente individuo. Ciò traccia le linee del Cavaliere della Fede: una figura quasi mitologica. Abramo dopo la prova lo diventa, rappresentando così l’uomo più divino di tutti.

«Lui sa della sicurezza ch’è data dal generale. Sa quanto è bello nascere come Singolo che ha nel generale la sua patria […]. Ma sa anche che al di sopra di questo si snoda una vita solitaria, stretta e dirupata; sa com’è terribile esser nato solitario fuori dal generale, e dover camminare senza incontrare nessun compagno di viaggio»4.

Concludendo, la strada romantica indicata da Kiekregaad in Timore e Tremore presuppone la salvezza dell’uomo, che paga però a caro prezzo. L’individuo, infatti, non solo deve passare per passioni destabilizzanti che minano la propria identità, ma dovrà anche accettare la solitudine nei confronti del mondo. La realtà però non viene sacrificata dal filosofo in nome dell’isolamento individuale perché se siamo qui, qui dobbiamo restare. In tal senso la fede non è una mera promessa d’eternità dopo la morte ma la prova continua dell’uomo su questa terra.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. S. Kierkegaard, Timore e Tremore, Rusconi, Santarcangelo di Romagna, 2011, p. 7.

2. Ivi, p. 25.
3. Ivi, p. 27.
4. Ivi, p. 62.

[Photo credit Josh Boot via Unsplash]

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Joker: una critica violenta ma inefficace dei disagi del capitalismo

Se Joker di Todd Phillips si sta imponendo così massicciamente nel dibattito pubblico non è solo per la grande prova attoriale di Joaquin Phoenix, né per i meriti cinematografici dell’opera, riconosciuti in modo unanime dalla critica italiana, ma messi in dubbio da quella inglese e statunitense. Il successo di Joker sta nella sua capacità di aver inserito il fascino della storia del villain più famoso dei fumetti nella realtà concreta, nel disagio sociale sempre più avvertibile nel mondo occidentale. E non è infatti un caso che il regista abbia dichiarato di ispirarsi più al realismo e alla narrazione del mondo degli esclusi di Martin Scorsese che alla spettacolare ma volutamente irrealistica trilogia di Batman firmata da Christopher Nolan.

Certamente Phillips ha avuto il merito (e la furbizia) di aver legato la storia di Joker a un tema attuale e bruciante come la disparità sociale e la conseguente rabbia degli esclusi del progresso. E bisogna ammettere che non è affatto scontato che una grande produzione hollywoodiana lasci trasparire un ritratto così cupo e negativo della società capitalista. Il problema però è che Joker si accontenta di riprodurre questa rabbia sociale, di metterla in scena in modo particolarmente violento e shoccante, senza tuttavia tentare di offrirne un’alternativa. Il film culmina così in una scena finale di caos e morte, dove i negozi vengono distrutti e le macchine della polizia bruciate e Joker si dipinge sulla faccia un sorriso di sangue che non ha nulla di gioioso, ma è solo la sublimazione violenta di una rabbia che non ha trovato senso o risposta.

Phillips sembra aver traslato nell’universo pop una strategia già da tempo attuata nell’arte contemporanea, che il filosofo francese Jacques Ranciere nei suoi scritti descrive come arte critica. Si tratta cioè di un’arte che per combattere le contraddizioni del capitalismo si limita a raddoppiarle ed esagerarle, a costringere lo spettatore a confrontarsi con quegli effetti dell’esclusione sociale che nella nostra quotidianità sono rimossi, senza però cercare di modificarne la nostra percezione e lasciando quindi nel pubblico una sensazione di disagio e impotenza. Anche di fronte a Joker lo spettatore non può che rimanere annichilito, reso consapevole dell’insopportabile disparità sociale prodotta dal capitalismo, ma lasciato di fronte a due possibilità ugualmente spiacevoli: o celebrare la ribellione furiosa di Joker, oppure condannarlo, rimanendo quindi nel sistema dominante e accettandone l’ingiustizia.

Ranciere sostiene quindi che un’arte e un cinema critico nei confronti del capitalismo siano oggi quanto mai necessari, ma che non possano accontentarsi di denunciare le condizioni presenti e ricercare lo shock dello spettatore. In tal modo si rischia soltanto di diffondere ulteriormente degli stereotipi e di confermare in modo drammatico che non ci sia via d’uscita ai disagi della società contemporanea. Al contrario l’arte avrebbe il compito di aprire nuovi spazi di possibilità, di mettere in dubbio le condizioni esistenti per riformularle, di lasciar emergere un nucleo positivo e costruttivo e non un discorso puramente nichilistico. Che anche il grande cinema hollywoodiano si stia avvicinando ai temi della disparità sociale è un passo in avanti e al contempo il sintomo di un problema così pressante da invadere anche gli spazi del cinema commerciale, ma è tempo di cercare risposte diverse.

 

Lorenzo Gineprini

 

[Immagine di copertina tratta dal film Joker]

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