Le quattro virtù del guerriero della vita

Fiore Furlan de’ Liberi da Premariacco (Friuli) è considerato uno dei più grandi maestri di scherma d’Europa del XIV secolo: le cronache lo collocano nelle grandi battaglie d’Italia e di Germania e la sua grande esperienza maturata sul campo gli ha permesso di approfondire la propria arte marziale fino a raggiungere l’eccellenza. Nel 1409 egli ha redatto il proprio manuale, il Flos Duellatorum1, un’opera destinata a diventare una pietra miliare nello studio dell’arte della spada, nella quale elenca quattro virtù cardinali che dovevano necessariamente appartenere al guerriero, a colui che voleva avvalersi di questa “nobile arte”: tutte egualmente importanti, esse sono la Prudenza, l’Agilità, l’Audacia ed infine la Fortezza. La simbologia che le accompagna punta a completare il loro significato, rendendolo manifesto all’allievo attraverso la pratica: la Lince che tiene stretto nella zampa un compasso rappresenta l’attenzione alle distanze, fondamentale nello scontro marziale; la Tigre, animale intrepido, tiene appoggiata alla spalla una freccia e rappresenta la rapidità nell’attacco; il Leone che protegge con la zampa un cuore, rappresenta ovviamente il coraggio; infine l’Elefante con la torre d’assedio sulla groppa è rappresentativo della Fortezza, cioè l’equilibrio e la stabilità.

È sicuro, tuttavia, che queste quattro virtù del guerriero possedessero un valore assai più ampio, estendibile ben oltre i confini dell’arte schermistica, proprio in quanto espressione di un certo modo di vivere confinato in alcuni anni della nostra storia: potremmo definirle come principi etici in un’epoca in cui combattere e duellare rappresentava un vero e proprio rituale simbolico entro il quale si risolvevano molteplici situazioni; principi per addestrare ed educare la mente e il corpo.

Quale significato potrebbero avere le quattro virtù del guerriero del XXI secolo, un uomo che deve affrontare gli scontri/incontri quotidiani preservando le proprie energie e garantendosi la continuità del proprio benessere? Come nella scherma medievale, nonostante il carattere generale delle regole, quanto è scritto non perde la propria utilità nelle diverse situazioni; come ogni regola per la vita, inoltre, ognuna è strettamente legata all’altra.

CORAGGIOil cuore del maestro
Il Coraggio è necessario per affrontare una vita che fa paura: il coraggio si sviluppa per affrontare questa emozione primordiale e allo stesso tempo accettarla: quella “paura assoluta” di cui parlava Hegel2 e che si può riconoscere anche nel vivere-per-la-morte heideggeriano, ci apre le porte ad un’esistenza piena, attuale. È certo che a volte gli ingranaggi della realtà vanno spezzati per poter procedere oltre sul nostro sentiero, proprio come bisogna “rompere” l’azione del nostro nemico quando siamo in pericolo; tuttavia la vita va pure assecondata nella sua medesima natura e contingenza così da mettere alla prova il nostro spirito di adattamento. Non si può impedire ad un avversario di combatterci: bisogna avere il coraggio di avere paura.

PRUDENZA, la testa del maestro
Buonsenso, prima di tutto il resto. È ciò che permette al Coraggio di non trasformarsi in avventatezza. Può essere calcolo razionale e pulsione pacata; il buonsenso è entrambe queste cose insieme. La Prudenza in relazione al Coraggio genera il Dubbio, base fondamentale della crescita personale e dell’evoluzione del nostro pensiero. Poiché la pura logica non dice niente sul mondo, sta alla ragionevolezza che genera sapienza guidarci nei sentieri della vita.

VELOCITÀ, le braccia del maestro
Lesti di mente per cogliere le occasioni, non per temporeggiare: le occasioni, per loro stessa natura, sono sfuggenti e la celerità di una freccia diretta verso il bersaglio è ciò che ci consente di ottenere un risultato. Velocità e destrezza sono caratteristiche di un pensiero creativo che si insinua tra le pieghe degli avvenimenti e trova la propria strada. Chi meglio di un felino, dopotutto, può farsi largo nella fitta giungla?!

FORTEZZA, le gambe del maestro
La possanza e l’equilibrio sono ciò che ci mantengono saldi e sicuri in noi stessi: è l’abilità con cui il corpo armonizza stabilità e instabilità nell’atto di camminare, infatti non possiamo asserragliarci in una torre immobile e rigida ma piuttosto essere dinamici e saldi. La mente ha bisogno di muoversi, scoprire cose, evolversi ed essere sicura di sé. Non può esserci vero equilibrio senza movimento.

«Sii audace nella lotta e giovane nel cuore.
Non avere paura nella tua mente, solo allora puoi aver buone prestazioni. Se il tuo cuore manca di audacia, tutto il resto è carente;
Audacia e virtù: di ciò consiste l’arte»
(Flos Duellatorum – Prefazione)

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. F.F. de’ Liberi, Flos Duellatorum, 1409-1410.

2. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, 1807.

[Photo credit Ricardo Cruz via Unsplash]

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Creta, Dioniso e la nascita della filosofia

Dioniso è una divinità molto complessa, capace di demolire le difese dell’ego e portare alla condivisione universale. In lui si riversa la pulsione animale e l’anelito al divino, il maschile e il femminile, l’eros carnale e l’ascesi, il turbine delle emozioni più ancestrali e la contemplazione dell’estasi, la discesa negli spazi reconditi e scandalosi dell’anima e la liberazione da essi. Dioniso è simboleggiato nel toro, nel serpente, nel capro o nel satiro, altri suoi simboli sono l’edera, la vite (sarà Bacco per i Romani) e altro ancora, insomma, una molteplicità che ci narra della sua impossibilità a giacere nell’univocità.

Oggi manca un riferimento simbolico così potente nel riunire gli opposti e liberare dall’oppressione del quotidiano. Non ci rimane che interrogarci sulla sua provenienza, per comprendere meglio cosa ci manca.

Nel mondo minoico-miceneo di Creta va ricercata l’origine del suo culto, come scrive anche Giorgio Colli1. Questo ci porta a entrare nel mitico labirinto di Minosse, dove incontriamo anche Arianna e il Minotauro. Il mito che qui si offre potrebbe essere il più antico e fondante della cultura greca, mille anni prima del suo apogeo. In questo misterioso cosmo ebbero origine i caratteri fondanti di quella sapienza che darà poi origine alla filosofia. Nietzsche ha avuto il merito di dissotterrare il dionisiaco e scoperchiare la sua sconvolgente potenza.

Il legame di Dioniso con la filosofia si svela attraverso un racconto tra storia e mito.

Il popolo minoico fu così chiamato dal nome del mitico re di Creta, Minosse, che fece costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, una sorta di alter ego dionisiaco, mostro mezzo uomo e mezzo toro, partorito dalla moglie. Questo mito ci arriva così maneggiato dalla cultura greca e per noi la civiltà minoica non ha voce; quasi cancellata da catastrofi naturali, i suoi resti furono assorbiti dagli invasori, i Micenei.

Il labirinto, riconducibile alla struttura intricatissima dei palazzi minoici, è una figura centrale. Esso simboleggia probabilmente la sfida dell’enigma, il percorso tortuoso e sfiancante della conoscenza, la cui insidia è quella di far smarrire o divorare l’essere umano mentre tenta di emanciparsi dalla sua animalità attratto dall’ammaliante possibilità di elevarsi a dio attraverso il possesso della conoscenza. La tensione dialettica tra le polarità apparentemente inconciliabili della bestialità e della tensione al divino, è il filo, dionisiaco, che conduce alla sapienza.

Chi era il sapiente? «Essere sophos significava essere radicato nell’Assoluto, essere attraversato dall’eternità, ed essere-uno… con l’origine di tutte le cose»2, come nel caso di Eraclito, Empedocle o Pitagora, o tutti gli altri che si collocano prima dello spartiacque: Socrate, l’ultimo sapiente prima che l’impresa della conoscenza si depositasse nella scrittura. La scrittura è percepita come un potenziale inganno perché il sapere è materia viva, dinamica e fluida, si presta al lavoro del confronto, si arricchisce nello scambio umano, con il dialogo e la critica. La filosofia nasce invece come forma letteraria fondata sulla logica raziocinante e rifugge dall’oscurità enigmatica dei sapienti.

La nascita della filosofia si congiunge al declino della sapienza perché se la razionalità tende a essere calcolante e produttrice di ordine, si allontana dal lato oscuro della mente umana, spalancato all’abisso del caos, dove gli opposti convivono e lottano tra di loro. Il sapiente sa sfidare questo abisso e uscirne arricchito, ma esiste una possibilità anche per tutti gli altri. Questa è nel dionisiaco che si offre attraverso pratiche collettive di culti e misteri in cui la condivisione tra adepti consente quella fuga dall’individualità funzionale alla visione liberatoria che il sapiente raggiungeva attraverso percorsi conoscitivi diversi.

Dove la collettività sperimenta rituali di condivisione e fuga dal quotidiano, ma anche quando il singolo abbandona la propria configurazione individuale e temporanea per ricongiungersi al tutto, lì appare il dionisiaco. Di tutto ciò non possiamo che constatare un’enorme assenza, visto il nostro esser consegnati alla logica della ragione senza spazi istituzionali, al di fuori della religione, per coltivare la dimensione più intima, ma collettiva, del nostro io. Questa dimensione è talmente sconvolgente che l’io sparisce, perché in fondo al tunnel c’è l’uno, il tutto, la miscela incendiaria degli opposti. Solo nell’esperienza mistica possiamo ritrovare qualcosa di simile oggi, ma lungi dall’essere un’esperienza collettiva, essa perlopiù rimane qualcosa di individuale.

Alla fine, Dioniso è il filo conduttore di una storia lunghissima, albeggia in civiltà remote e si dissolve nel Cristianesimo, tuttavia non è scomparso nelle trame delle religioni orientali. Egli è sempre pronto a svegliarsi grazie al suo potere: quello di legare tutto assieme e offrirci un momento di liberazione attraverso pratiche che attendono solo di essere cercate e che potrebbero forse lenire la diffusa malinconia della nostra società.

Sull’esempio di Alice nel Paese delle Meraviglie, osate passeggiare sul prato dove nasce la filosofia e poi tuffatevi nella prima cavità per un viaggio nel suo sottosuolo!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, p. 25.
2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[Immagine a cura dell’autrice]

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“Non si è affamati soltanto di pane”: il mondo dei giovani visto da Viktor Frankl

«Non si è affamati soltanto di pane, ma anche di senso. Ci si preoccupa troppo poco di quest’aspetto nello stato sociale odierno» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima), così si era espresso lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl in una conferenza al Politecnico di Vienna nel 1985. Queste parole risuonano con maggior intensità alla luce delle manifestazioni umane, giovanili in particolare, del tempo presente. Le cronache quotidiane riportano eventi che interessano adolescenti e giovani, i cui comportamenti sono espressione di un marcato vuoto interiore. Bullismo, sopraffazione reciproca, violenza reale e virtuale – quest’ultima ancor peggiore per la vastità della propria eco e delle proprie conseguenze psicologiche –, dipendenze tecnologiche, perversioni sessuali, depressione, omicidi e suicidi, sono cifre tragicamente ricorrenti che ritraggono una parte, malauguratamente crescente, della popolazione giovanile.

Nell’attuale mondo occidentale non si può certo affermare che gli stomaci siano vuoti, ma alla luce di questi indicatori certamente lo sono le esistenze, tormentate da un vuoto interiore senza precedenti. È possibile comprendere queste manifestazioni – il che non significa certamente giustificarle – soltanto se analizziamo il fenomeno in profondità, andando alla radice di quei comportamenti e del loro movente. Esse sono espressione della noia, che implica un’assenza di passioni e interessi per il mondo e dell’indifferenza che richiama ad una mancanza di iniziativa costruttiva e proattiva. La noia e l’indifferenza affiorano nel vuoto esistenziale che pervade le giovani generazioni, le quali sembrano aver smarrito compiti e impegni nobili che possono inondare di senso la propria esistenza.

Il senso dell’esistenza non è un concetto astratto, come spesso e banalmente si vuol far credere, ma è estremamente concreto, calato nell’esigenza dell’ora. Il significato riguarda quanto la vita si attende da noi, giorno per giorno, di ora in ora. Esso può essere scoperto soltanto interiormente, contattando l’organo esistenziale per eccellenza: la propria coscienza. Invero, attraverso essa scopriamo i valori che attendono di essere da noi realizzati ed è proprio tale concreta realizzazione che proiettandoci nel futuro, riempie di senso anche il nostro presente. Altresì, è nella coscienza che possiamo percepire e riconoscere la sottile ma fondamentale differenza fra valori, che promuovono la vita e la sua dignità, secondo libertà, responsabilità, solidarietà e dis-valori, tutto ciò che ergendosi sulla distruttività tende a negare il valore della vita, poiché esclude dal proprio agire i fondamenti dell’umanesimo.

L’isolamento, la depressione, la dipendenza e la violenza sono l’espressione di una generazione marcata da un abissale vuoto di senso. Un vuoto che esige, in ogni modo, di essere riempito. Proprio laddove la volontà di significato viene frustrata proliferano comportamenti distruttivi per sé e per gli altri, i quali contrastano la vita nella sua espressione umana più nobile. Per questo è necessario che la comunità educativa degli adulti riconosca anche in un giovane delinquente, in un tossicodipendente, in un depresso o in un dipendente patologico, la volontà di trovare uno scopo e dare un senso alla propria vita. I giovani d’oggi non sono senza valori, hanno bisogno che il mondo adulto ritorni ad adempiere al proprio compito educativo, sfidandoli a realizzare significati nella propria esistenza. Facendo sentire loro la responsabilità per la vita, che si configura come impegno concreto per un’opera da realizzare, per una causa, per un alto ideale civile, politico o religioso, o come amore per un altro essere umano. Solo riscoprendosi responsabile per qualcosa o per qualcuno, l’essere umano può sperimentare che la propria esistenza, unica e irripetibile, ha un significato altrettanto unico e irripetibile. Precisamente, scrive Frankl, «la ricerca di senso ha un orientamento […] è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima).

Queste no future generation hanno bisogno di riconoscere che la vita si configura come un appello, un compito unico e irripetibile, al quale ciascun essere umano è invitato a rispondere personalmente. Riconoscendosi responsabile dinanzi a tale compito, il singolo individuo profonderà il proprio impegno fisico, psicologico e spirituale, per realizzarlo. Invero, sperimentare che vi è uno scopo nella vita, che vi è un obiettivo da perseguire, una causa da servire o una persona da amare, permette di superare anche le circostanze più arcane, senza precipitare nel nichilismo che induce a fare cose senza senso (dis-valori). Aiutare i giovani in questo difficile cammino di educazione esistenziale, implica invitarli a sentire interiormente il desiderio di significato, quel motore che aiuta a muoversi da obiettivi conseguiti a valori che ancora attendono di essere realizzati nel futuro, in una sana e necessaria tensione verso il significato che anima fattivamente l’esistenza.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo credits su unsplash.com]

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“Timore e Tremore” di Kierkegaard: salvezza umana e individualità

Timore e Tremore (1843) di Kierkegaard è un’opera magistrale perché offre una delle più interessanti considerazioni filosofiche su che cosa sia la fede in relazione alla ragione e alla morale. Lo scrittore in questione è il padre ante litteram dell’esistenzialismo e l’opera affronta in maniera dettagliata il sacrificio a Dio da parte di Abramo del suo unico figlio Isacco, descritto nell’Antico Testamento e rappresentante una delle massime religiose più influenti del credo cristiano. Kierkegaard con quest’opera cercò, inoltre, di opporsi alla chiesa danese, cercando di riportare il culto cattolico alle origini. Non a caso il titolo dell’opera riprende una frase tratta dalla Seconda lettera ai Corinzi dell’apostolo Paolo: l’individuo deve affrontare da sé Dio, riflettendosi in esso e passando attraverso laceranti passioni. Timore e Tremore rappresenta perciò un nuovo modo di intendere il sentimento in relazione al rapporto con l’altro e ai propri desideri.

 «”E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Prendi Isacco, il tuo unico figlio che tu ami, e va’ nella terra di Moria e sacrificalo ivi in olocausto sul monte che ti mostrerò” [Gen, 22, 1-2] camminando tre giorni in silenzio [scrive Kierkegaard nell’opera] la mattina del quarto giorno, Abramo non disse parola ma, alzando gli occhi vide in lontananza i monti di Moria. […] Si fermò, pose la sua mano sul capo del figlio in segno di benedizione […] ma Isacco non riusciva a capirlo, la sua anima non poteva elevarsi tanto»1.

In parallelo alla descrizione del sacrificio di Abramo a tratti romanzata dal filosofo, c’è anche una lucidissima e profondissima analisi sul valore e il significato di questo sacrificio, sulle conseguenze che da esso scaturirono, sull’immensa angoscia che questa scelta ha generato, ma soprattutto sullinaudito paradosso della fede. Il sentimento religioso emerge così in tutta la sua forza ed evidenzia in prima battuta due concetti molto chiari. Il primo consiste nella libertà di scelta che l’uomo possiede e in secondo luogo affronta la terribile angoscia che può scaturire da questa grandissima libertà. Abramo personifica entrambi gli aspetti, tra ragione e fede.

Dopo il comando di Dio, Abramo obbedì. Pose sull’altare Isacco e mentre si apprestava a compiere l’azione sente la voce di un angelo che lo intima a fermarsi, mentre la sua mano stringe ancora saldamente il pugnale, esattamente un attimo prima che lo stesso ricada su Isacco. Questi non viene dunque sacrificato e Abramo ha superato la prova: riavrà così suo figlio per la seconda volta.
Qui s’innesca il primo terribile paradosso: egli è un omicida mancato oppure il migliore dei figli di Dio?
La questione è basilare ma viene liquidata facilmente tanto dagli atei quanto dai credenti, sostiene Kierkegaard. Il pensatore tuttavia non ha dubbi. Ammira il gesto di Abramo, lo esalta, lo capisce, non lo condanna e scrive: «io non sono in grado di fare il movimento della fede: non posso chiudere gli occhi e precipitarmi fiducioso nelle braccia dell’assurdo, questo è per me impossibile ma non me ne vanto»2.

Il paradosso della fede si racchiude «in questa in virtù dell’assurdo, poiché qui non potrebbe esserci un calcolo umano, e l’assurdo è che Dio, il quale esigeva quel sacrificio, un istante dopo avrebbe revocato la richiesta […] credette che Dio non avrebbe preteso Isacco. Egli fu sicuramente sospeso dall’esito […] e così egli ricevette con una gioia maggiore Isacco rispetto alla prima volta»3. Ogni calcolo umano deve essere abbandonato e il Singolo deve rifiutare la mediazione e trovarsi davanti a Dio con la sola fede senza l’appoggio di istituzioni come la Chiesa. È qui che può avvenire la sua perdizione o la sua salvezza. In questo modo Kierkegaard cerca con tutte le sue forze di salvare il Singolo, vedendo nell’individualità la risposta ai dilemmi del mondo. Il Singolo, infatti, una volta entrato nel paradosso verrà a toccare l’affanno e l’angoscia per diventare veramente individuo. Ciò traccia le linee del Cavaliere della Fede: una figura quasi mitologica. Abramo dopo la prova lo diventa, rappresentando così l’uomo più divino di tutti.

«Lui sa della sicurezza ch’è data dal generale. Sa quanto è bello nascere come Singolo che ha nel generale la sua patria […]. Ma sa anche che al di sopra di questo si snoda una vita solitaria, stretta e dirupata; sa com’è terribile esser nato solitario fuori dal generale, e dover camminare senza incontrare nessun compagno di viaggio»4.

Concludendo, la strada romantica indicata da Kiekregaad in Timore e Tremore presuppone la salvezza dell’uomo, che paga però a caro prezzo. L’individuo, infatti, non solo deve passare per passioni destabilizzanti che minano la propria identità, ma dovrà anche accettare la solitudine nei confronti del mondo. La realtà però non viene sacrificata dal filosofo in nome dell’isolamento individuale perché se siamo qui, qui dobbiamo restare. In tal senso la fede non è una mera promessa d’eternità dopo la morte ma la prova continua dell’uomo su questa terra.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. S. Kierkegaard, Timore e Tremore, Rusconi, Santarcangelo di Romagna, 2011, p. 7.

2. Ivi, p. 25.
3. Ivi, p. 27.
4. Ivi, p. 62.

[Photo credit Josh Boot via Unsplash]

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Joker: una critica violenta ma inefficace dei disagi del capitalismo

Se Joker di Todd Phillips si sta imponendo così massicciamente nel dibattito pubblico non è solo per la grande prova attoriale di Joaquin Phoenix, né per i meriti cinematografici dell’opera, riconosciuti in modo unanime dalla critica italiana, ma messi in dubbio da quella inglese e statunitense. Il successo di Joker sta nella sua capacità di aver inserito il fascino della storia del villain più famoso dei fumetti nella realtà concreta, nel disagio sociale sempre più avvertibile nel mondo occidentale. E non è infatti un caso che il regista abbia dichiarato di ispirarsi più al realismo e alla narrazione del mondo degli esclusi di Martin Scorsese che alla spettacolare ma volutamente irrealistica trilogia di Batman firmata da Christopher Nolan.

Certamente Phillips ha avuto il merito (e la furbizia) di aver legato la storia di Joker a un tema attuale e bruciante come la disparità sociale e la conseguente rabbia degli esclusi del progresso. E bisogna ammettere che non è affatto scontato che una grande produzione hollywoodiana lasci trasparire un ritratto così cupo e negativo della società capitalista. Il problema però è che Joker si accontenta di riprodurre questa rabbia sociale, di metterla in scena in modo particolarmente violento e shoccante, senza tuttavia tentare di offrirne un’alternativa. Il film culmina così in una scena finale di caos e morte, dove i negozi vengono distrutti e le macchine della polizia bruciate e Joker si dipinge sulla faccia un sorriso di sangue che non ha nulla di gioioso, ma è solo la sublimazione violenta di una rabbia che non ha trovato senso o risposta.

Phillips sembra aver traslato nell’universo pop una strategia già da tempo attuata nell’arte contemporanea, che il filosofo francese Jacques Ranciere nei suoi scritti descrive come arte critica. Si tratta cioè di un’arte che per combattere le contraddizioni del capitalismo si limita a raddoppiarle ed esagerarle, a costringere lo spettatore a confrontarsi con quegli effetti dell’esclusione sociale che nella nostra quotidianità sono rimossi, senza però cercare di modificarne la nostra percezione e lasciando quindi nel pubblico una sensazione di disagio e impotenza. Anche di fronte a Joker lo spettatore non può che rimanere annichilito, reso consapevole dell’insopportabile disparità sociale prodotta dal capitalismo, ma lasciato di fronte a due possibilità ugualmente spiacevoli: o celebrare la ribellione furiosa di Joker, oppure condannarlo, rimanendo quindi nel sistema dominante e accettandone l’ingiustizia.

Ranciere sostiene quindi che un’arte e un cinema critico nei confronti del capitalismo siano oggi quanto mai necessari, ma che non possano accontentarsi di denunciare le condizioni presenti e ricercare lo shock dello spettatore. In tal modo si rischia soltanto di diffondere ulteriormente degli stereotipi e di confermare in modo drammatico che non ci sia via d’uscita ai disagi della società contemporanea. Al contrario l’arte avrebbe il compito di aprire nuovi spazi di possibilità, di mettere in dubbio le condizioni esistenti per riformularle, di lasciar emergere un nucleo positivo e costruttivo e non un discorso puramente nichilistico. Che anche il grande cinema hollywoodiano si stia avvicinando ai temi della disparità sociale è un passo in avanti e al contempo il sintomo di un problema così pressante da invadere anche gli spazi del cinema commerciale, ma è tempo di cercare risposte diverse.

 

Lorenzo Gineprini

 

[Immagine di copertina tratta dal film Joker]

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La guerra del tortellino: il senso della tradizione

Tradizione: trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze. Questa è la definizione più comune che troviamo nei vocabolari e, con altre parole, nei discorsi della gente.
La tradizione è, secondo l’opinione comune, una cosa immutata che nasce ad un certo punto della nostra Storia collettiva, attraversa i secoli sfuggendo a qualsiasi rimaneggiamento, giunge fino a noi con l’obiettivo di rimanere immutabile e di riprendere il suo cammino per il futuro.
Su tale convinzione si è strutturato un metodo di pensiero monolitico, incapace di elaborare il concetto di variabilità – fondamentale nello sviluppo dell’Uomo così come della società – e portatore di tensione sociale o individuale.

Di esempi pratici, grandi e piccoli, ce ne sono parecchi non appena apriamo un giornale, un social network, o se accendiamo la televisione. Dibattiti classici e ormai calendarizzati sono quelli relativi al crocifisso nelle aule scolastiche: settembre-ottobre; alla festa di Halloween: fine ottobre; al presepe nelle scuole: dicembre; ai matrimoni omosessuali: variabile come la Pasqua… Di tanto in tanto spunta qualche dibattito nuovo utile a dare una scossa al logorio della vita moderna: recentemente è comparso quello sul sacro tortellino, che la tradizione vuole ripieno di carne suina e che qualche losco signore delle tenebre vorrebbe farcire con della carne di pollo.

Se si trattasse di una semplice guerra civile tra ‘guancialisti’ e ‘pancettisti’ per la carbonara ci sarebbe da sorridere, ma in questo caso la questione è molto più profonda perché coinvolge tematiche trasversali che partono dalla cultura culinaria italiana, agli effetti dell’integrazione etnica. Quando due culture differenti entrano in contatto infatti, è sul cibo che si spendono maggiori energie e vengono a galla tutti i preconcetti descritti sopra relativi alla tradizione.

Il controsenso evidente, ma soffocato dal rumore delle polemiche, è che proprio il cibo è stato l’elemento umano a subire più variazioni nel corso del tempo, di conseguenza molti piatti sono considerati tradizionali, lo sono solo di nome, per renderli più belli o per dare loro quel tocco in più che spesso serve al settore gastronomico italiano esportato in tutto il mondo.
In sostanza ciò che mangiamo oggi, nel 2019, non è frutto della tradizione tramandata da generazioni e generazioni di abitanti della penisola, ma un continuo mutare di differenti interpretazioni e usi del cibo, che a loro volta derivano dallo stretto rapporto che riscontriamo in molte parti del mondo tra cibo e religione.

Tale rapporto meriterebbe un approfondimento a parte, ma per riassumere basti anche solo pensare ai cibi considerati impuri, ai digiuni prolungati, alle diete rigorose degli interpreti della religione (monaci, eremiti, sacerdoti, sciamani ecc). Da tutto questo insieme di cose si sono generati cibi che successivamente sono entrati in contatto con diverse culture, alcuni piatti poi sono stati adottati in sostituzione di altri, mentre alcuni ingredienti sono giunti addirittura solo dopo le grandi esplorazioni transoceaniche.
Se al dibattito del tortellino ci inventassimo il dibattito sul pomodoro o sulla patata, quali argomentazioni potremmo portare sulla tradizionalità di questi due ingredienti sconosciuti ai nostri antichi padri romani?
Ma soprattutto, se domani decidessi di fare dei tortellini ripieni al tonno, dite che imploderemo?

 

Alessandro Basso

 

[In copertina immagine tratta da Google, contrassegnata per essere riutilizzabile]

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Francesco Guccini: il cantante dell’esistenza

«Non ho fatto politica ma brani esistenzialisti»1, così esordisce Francesco Guccini in un’intervista rilasciata a Il Giornale nell’ottobre del 2017. È lui infatti il cantante del disamore, dell’incertezza, della caduta dei valori tradizionali, il cantante delle rivoluzioni, della malinconia e del disequilibrio. Guccini è un vecchio che rimpiange o ammette con sconsolata pazienza che nulla esiste, tranne il dubbio. Ma allo stesso tempo non c’è in lui ansia di risolvere e di capire; perché non ce n’è da risolvere, n’è da capire. C’è da osservare e prendere atto2.

Tempo, morte e dubbio così non sono solo i punti cardini che riecheggiano tra i manifesti dell’esistenzialismo come Essere e tempo o l’Essere il nulla, ma sono anche i temi più trattati nelle canzoni del Maestrone di Pàvana. Il “rovaio d’un dubbio eterno” è una costante tra i testi del “Guccio”, il non accontentarsi di risposte preconfezionate, dell’apparenza, della superficie delle cose, la verità è infatti qualcosa che va ricercata con cura, che va svelata, o come meglio direbbe Nietzsche “ruminata”. Nella Canzone della bambina portoghese, per esempio, ci s’imbatte in “verità fatte di formule vuote”, in gente che è già sicura di “conoscere ogni legge delle cose”, ma che proprio per questo motivo è sottoposta più di altri al margine d’errore in quanto esclude la contemplazione di una seconda possibile strada.

Il contesto in cui meglio la pratica del dubbio prende vita è la consapevolezza dello scorrere del tempo, un tempo incessante, troppo veloce, o meglio come canta in Lettera: un tempo che “stringe la borsa”. In “questo ingorgo di vita e morte” infatti dobbiamo essere consapevoli che il tempo a nostra disposizione è un tempo limitato, e proprio per questo va vissuto a pieno; l’oggi è per Guccini qualcosa di veloce, “un formicaio di cose andate”, inafferrabile e impossibile da rivivere una seconda volta. Facilmente, per questo motivo, traspare nelle canzoni del cantautore emiliano, una sorta di bilancio esistenziale, che viene proiettato in personaggi come la signora Bovary, una donna che sembra schiacciare il tasto rewind e chiedersi se si può ritenere soddisfatta o meno della propria vita. È proprio questo che rende Guccini anche un grande scrittore: «Il tentativo di mettere a fuoco le grandi questioni della vita attraverso la narrazione precisa e accurata di situazioni tratte dall’ordinario che si sviluppano drammaticamente fino al punto estremo di domanda, punto che riguarda la vita dei suoi personaggi e di chi legge i suoi versi»3.

Sulla scia di questo pensiero si può riconoscere una grande affinità con la filosofia di Heidegger e Bergson, e consapevole di ciò Guccini commenta: «Esistono due tempi: quello quotidiano, scandito dagli orari, vissuto non sempre bene da chi, come me, guarda sempre l’orologio; e quello lato, che passa e non ritorna e ci macina tutti, senza troppo rispetto. Si va avanti, si cammina, s’invecchia e ci si guarda alle spalle per vedere che cosa è stato e che cosa sarebbe potuto essere; più difficile guardare avanti e interrogarsi su cosa sarà»4.

La consapevolezza dello scorrere del tempo si mescola così con il sentimento di malinconia, la malinconia della giovinezza, della spensieratezza, delle cose andate. E così come Leopardi vede nella morte di Silvia la fine della propria giovinezza, in Un altro giorno è andato, Guccini fa trasparire il suo addio alle mille speranze giovanili, vedendo trasformare il “riso dei minuti in pianto”. Quelle di Guccini non sono così da considerarsi semplici canzonette, ma testi impregnati di valenza filosofica, storica e culturale, come ha infatti commentato Umberto Eco: «La sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti»5, la sensazione che si prova nell’ascoltare le canzoni di Guccini è infatti quella di dover letteralmente “rincorrere il significato”, inciampando però in mille tranelli. Guccini stesso non si considera né un filosofo né un poeta. Comunque lo si voglia etichettare, il cantautore emiliano ha la capacità di trascinare l’ascoltatore dentro il suo mondo, spingendolo a riascoltare le sue pene d’amore o dubbi ideologici con uguale partecipazione e, spesso, completa identificazione. In questo si racchiude, forse, il vero aspetto filosofico – esistenziale di un grande cantautore come Francesco Guccini.

 

Alice Pastorino

 

NOTE
1. Leggi l’articolo qui.
2. P. Jacia, Francesco Guccini 40 anni di storie romanzi e canzoni, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 11.
3. B. Salvarani – O. Semellini, Di questa cosa che chiami vita, Il Margine, Trento 2008 p. 123.
4. B. Salvarani – O. Semellini, Guccini in classe, Emi, Bologna 2013, p. 171.
5. P. Jacia, Francesco Guccini 40 anni di storie romanzi e canzoni, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 15.

Alice Pastorino classe 1995, vive a Masone, un piccolo paese ligure in provincia di Genova. Dopo il liceo si iscrive e si laurea in Filosofia con una tesi sull’esistenzialismo nelle canzoni di Francesco Guccini. Grazie a questo progetto ha avuto la possibilità di visitare le location bolognesi teatro di tante canzoni di Guccini, fino ad essere accolta in casa del maestro stesso il 19 Aprile 2019. Ad oggi è iscritta al corso di laurea magistrale in Metodologie filosofiche presso l’università di Genova, con la prospettiva di potersi specializzare nell’insegnamento della filosofia nella scuola secondaria di secondo grado.

Metamorfosi e specchi, imagerie grottesca, riso e polifonia

«Mieulx est de ris que de larmes escripre/ Pour ce que rire est le propre de l’homme»1: questi i due versi conclusivi rivolti Ai lettori nel Gargantua et Pantagruel, ciclo di cinque romanzi scritti da François Rabelais, pubblicati con lo pseudonimo e anagramma di Alcofibras Nasier a Lione nel 1542 dall’editore François Juste. In età rinascimentale era celebre la formula aristotelica del De Anima «fra tutti gli esseri viventi, solo l’uomo conosce il riso»: dono divino, il riso era considerato un privilegio offerto soltanto all’uomo, dotato di ragione e di spirito, inaccessibile alle altre creature. 

Nella storia del riso, l’epoca di Rabelais, Cervantes e Shakespeare rappresenta un decisivo turning point e il modo di concepire il riso marca in modo netto le frontiere che separano il Rinascimento dai secoli seguenti: se in età rinascimentale, infatti, il riso, punto di vista sia particolare che universale sul mondo, percepisce la realtà in modo diverso, ma non per questo meno importante, dal tono serio, a partire invece dal XVII secolo il riso è inteso come svago leggero e stigmatizzazione socialmente utile di atteggiamenti riprovevoli, non più capace di esprimere la verità sostanziale sull’uomo, rilegato tra i generi minori. 

Ad esempio negli Essais Montaigne, pur dichiarando di amare i libri divertenti – forse per questo ancora uomo del XVI secolo – tuttavia annovera Rabelais, con il Decameron di Boccaccio, ai margini della grande letteratura, nell’elenco di quei libri «simplement plaisants […] dignes qu’on s’y amuse». 

E rispetto alla tradizione antica e medievale, in età rinascimentale non c’è semplicemente una continuazione di quella pratica artistica del riso ma piuttosto l’apertura a una fase totalmente nuova e superiore, più radicale e più universale: nel Rinascimento il riso si svincola infatti dalla cultura popolare e dalle forme d’arte non ufficiali per fare irruzione nella letteratura. Come spiega a riguardo, nel celebre saggio su Rabelais, il critico letterario russo Michail Bachtin – che conia l’etichetta di «carnevalizzazione della letteratura» ‒ «il riso del Medioevo nel periodo rinascimentale del suo sviluppo divenne espressione di una nuova coscienza storica, libera e critica, dell’epoca»2: il riso quindi, con il suo materialismo e la sua sfrontatezza, evolve da uno stadio di esistenza quasi spontaneo a uno di consapevolezza artistica, e, in particolare nell’opera di Rabelais, avviene la sutura tra il realismo grottesco di matrice comico-popolare e la letteratura. 

Oltre ad Aristotele, fonte della filosofia del riso, in epoca rinascimentale, è Ippocrate: non solo i trattati medici, quali il De morbis passim grassantibus, sul potere curativo del riso, ma anche il  cosiddetto Romanzo di Ippocrate, corrispondenza apocrifa, allegata al Corpus Hippocraticum, in cui si parla della “follia” di Democrito, intesa come atteggiamento dell’uomo che ha raggiunto appieno la maturità. Terza fonte della filosofia del riso rinascimentale è Luciano, in particolare il Menippus o Necyomantia e i Mortuorum dialogi. Lo sviluppo della satira menippea nel folclore carnevalesco medievale e rinascimentale è al centro di un altro importante studio di Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica (1929), dove il critico introduce il concetto di narrazione polifonica e dialogica, peculiarità della poetica dostoevskiana i cui antecedenti sono da rintracciare in quel filone “minore” della letteratura, definito “serio-comico”, in particolare nel dialogo socratico e nella satira menippea, appunto. 

Il carnevale è contraddizione e libertà ‒ sia pure effimera ‒ tutto distrugge e tutto rinnova, mescolando attori e pubblico è una grande platea di se stesso, tutto è ambivalente e invertito: questo bisogno di sospensione e di rovesciamento si esprime ad esempio già nella libertas Decembris dei Saturnali, quando si invertivano i rapporti tra padroni e servi, o nei ludi scenici plautini, che, come spiega Maurizio Bettini nel saggio introduttivo alla Mostellaria, Un’utopia per burla – alludendo così al rito d’incoronazione del godereccio re carnevalesco ‒ «agiscono proprio come scompaginamento fittizio, come inversione giocosa dei rapporti sociologici usati. […] Diciamolo pure, il teatro plautino è un teatro “carnevalesco”»3. Profondamente ambivalenti sono anche le forme del riso carnevalesco, parodistiche e grottesche, deformanti e bizzarre, talvolta con una declinazione realistica: tipico, in tal senso, l’intreccio di umano e animale, come nella metamorfosi dell’Asino d’oro di Apuleio. 

Con riferimento alla linea individuata da Bachtin, di poetica del riso e carnevalizzazione della poesia si parla anche in ambito novecentesco in particolare a proposito della portata provocatoria e stilisticamente innovativa delle Avanguardie, quali Dadaismo e Surrealismo, e per autori estrosi, quali Aldo Palazzeschi, autore dell’ “antiromanzo” Il codice di Perelà (1911), scanzonata e allegorica fiaba surreale, ritenuto dal critico Luigi Baldacci il libro più valido e felice della produzione palazzeschiana per la leggerezza di tocco e la decisa caricatura delle idee correnti, resa sul piano stilistico mediante l’uso di lunghissime sequenze di dialogo di gusto teatrale. E l’artista saltimbanco nel gennaio 1914 su «Lacerba» nel paradossale manifesto Il Controdolore ribalta con scherno le convenzioni e il perbenismo proclamando il piacere di farsi beffe di tutto: «Bisogna educare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente»

 

Rossella Farnese

 

NOTE:
1. «Meglio è di risa che di pianti scrivere/Ché rider soprattutto è cosa umana» da F. Rabelais, Gargantua et Pantagruel, Einaudi, Torino, 1973, p. 5.
2. M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, Torino, 1979, p. 75.
3.  M. Bettini, Un’utopia per burla in Plauto, Mostellaria-Persa, Mondadori, Milano, 1991, p. 12.

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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Creature di moralità: l’affastellarsi di bene e male in Tolkien

Tutti noi conosciamo Il Signore degli Anelli per averne letto le avvincenti pagine o per aver visto almeno una volta il film diretto da Peter Jackson. Ognuno di noi ha sguainato la spada con Aragorn, usato la faretra di Legolas o sofferto sotto al grave peso di cui Frodo ha scelto di caricarsi. In maniera forse sorprendente, per i buoni conoscitori dell’opera, Tolkien ha affermato nella corrispondenza epistolare con la Houghton Mifflin che Il Signore degli Anelli non ha valenze allegoriche, morali, religiose o politiche. 

Eppure, il mio esercizio vuole essere quello di individuare una fisica moralmente connotata, dove ad ogni entità corrisponde una proprietà che la contraddistingue come “buona” o “malvagia”. Infatti, è arduo trovare nella storia un’entità che non sia caratterizzata in un senso o nell’altro. Ve ne sono poi alcune, credo le più complesse ed affascinanti, connotate sia come buone sia come malvagie, le quali hanno vissuto una trasformazione ontologica nel corso della propria esistenza o nel senso della consapevolezza della propria fragilità e della facilità con cui le tentazioni si presentano innanzi al cuore desiderose di trovare soddisfazione. L’ambivalenza umana ne è la rappresentazione per eccellenza: gli uomini costituiscono il punto di cesura tra i fatti morali intrinsecamente buoni e intrinsecamente cattivi. Nessuno (neppure Aragorn e Gandalf, la cui grandezza d’animo è incontestabile) è assolutamente privo del rischio di cadere in tentazione, di lasciarsi tentare dal male per venire, infine, soggiogato. 

Ciò che distingue gli animi più nobili è la consapevolezza di una fragilità che non vogliono abbia il sopravvento sulla loro volontà. Una volontà più forte di ogni fragilità, spesso accompagnata dalla grandezza della pietà e della comprensione. Invece, l’individuo che cede alla corruzione del male paga il proprio agire con la morte. Emblematico è il caso di Boromir di Gondor, soggiogato dalla volontà dell’Anello: nonostante il ravvedimento immediato, pagherà il suo errore morendo. L’esempio più tragico di corruttibilità umana rimane tuttavia il tradimento di Saruman, colui che per la sua profonda conoscenza finisce per cadere in tentazione e farsi traviare dal male. Il suo è un tradimento più grave di ogni intrinseca malvagità: egli avrebbe potuto compiere azioni buone, ma sceglie la via della malvagità lasciando che l’oscurità lo avvolga completamente.

Allontanandoci dagli uomini, la gradazione morale più pura tra gli esseri pensanti è quella degli Elfi. Il pensiero corre qui spontaneamente verso Elrond di Granburrone, Galadriel e Celeborn di Lothlorién: essi sono un ideale morale la cui statura si evince innanzitutto dalla caratterizzazione fisica di esseri splendenti, senza età, dai capelli color dell’oro o dell’argento, dalla profondità perduta dei loro occhi. Una silenziosa profondità simile a quella degli Ent, alberi semoventi, la cui presenza nel mondo delle Terre di mezzo è attestata sin dall’inizio dei tempi.

Lungi dalla perfezione elfica, i Nani ricevono comunque una positiva connotazione, almeno così appare dal pressoché unico esemplare a fare capolino nella storia, Gimli figlio di Gloin. Tuttavia, una rimbombante eco di sottofondo ricorda come l’avidità con cui hanno scavato negli abissi della terra li abbia portati a conoscere da vicino la malvagità originaria e le sue orride creature.

Poco differenti per statura dai nani, gli Hobbit sono creature placide e pacifiche: amanti della tranquillità, del bosco e della tavola. Non si contraddistinguono né per l’acutezza dell’ingegno e neppure per ambizioni di grandezza, eppure essi sono le più stupefacenti sorprese. Scontato sarebbe parlare di Frodo; credo piuttosto che il suo giardiniere, Sam Gangee, sia investito di una nobiltà d’animo e di una virtù che non è facile da eguagliare. Egli è la perfezione hobbit. La sua virtù è la più alta: il saper provare fiducia, condivisa dai personaggi più illustri ed eroici (da Aragorn a Galdalf fino al capitano di Gondor, Faramir). Come ammette lo stesso portatore dell’Anello, senza il suo Sam egli non sarebbe mai riuscito a percorrere il viaggio verso il Monte Fato.  

È interessante notare come la moralità interessi anche gli animali e le cose. Cavalli, nazgul, aquile e olifanti sono determinati sociologicamente dall’ambiente da cui provengono e in cui sono cresciuti. Così i cavalli del Mark sono destrieri coraggiosi e veloci come il vento, mentre gli animali di Mordor sono esseri traviati e martoriati dall’Oscuro Signore. Anche gli oggetti sono caratterizzati moralmente, ma la loro proprietà morale dipende da quella del loro possessore o dal luogo in cui si trovano. Basti pensare alla pietra Palantir: l’uso che ne viene fatto di volta in volta la determina moralmente anche se in via temporanea. Dal canto suo, l’oggetto degli oggetti, l’Anello, ha natura ambigua ed innegabile è la sua capacità di alterare la volontà e di sbiadire le intenzioni di chi lo detiene.

Accanto a questi si trova la lunga schiera di entità irrimediabilmente traviate. Ciò che è frutto del male non è di per sé qualcosa di originale ma è una brutta copia di qualcos’altro. Infine viene il male perfetto, incarnato da Sauron. Il male agisce come la proprietà di un’entità capace di esercitare solo effetti negativi per tutti gli esseri viventi o, ancora, come un’entità capace di generare un’oscurità sempre più cupa intorno a sé.

Si può, dunque, dedurre che solo il male è assolutamente puro e incontaminabile: per cessare di avere diretta influenza sul resto della realtà deve venir eliminato. Al contrario, il bene è la proprietà di qualunque entità capace di produrre intenzioni buone e dagli effetti positivi perduranti, a meno che non si sia corrotti dal male. Questo il senso ultimo della guerra per la Terra di Mezzo.

 

Sonia Cominassi

 

[In copertina una scena tratta dal film Il signore degli anelli. La compagnia dell’anello che mostra alcuni dei personaggi citati]

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Inconcludenza come paradigma della complessità: il potere poetico

Si è detto, nell’ultimo episodio, che l’inconcludenza, connaturata alla nostra essenza vivente, ci impedisce di esser liberi perché garantisce continuamente questa stessa libertà. Formulata così la questione è sicuramente più chiara. In un universo assurdo dove vige la fatalità (l’esserci nonostante tutto), una creatura intelligente non può che esser libera nelle condizioni che questa stessa fatalità impone. Ma non è questo a far della mia libertà un miraggio lontano: è piuttosto la natura stessa della libertà e della mia azione, che è sempre inadeguata ad esprimerla, ed anzi, per far ciò, si trova costretta a mobilitare migliaia e migliaia di libri e filosofi differenti solo per provare a capire cosa sente precipuamente.

L’inconcludenza è lo scarto, il potenziale inespresso che avanza sempre. È una terra di fantasmi irredenti. Ne deriva che ogni mio atto sarà insufficiente, e questa è la condizione necessaria al mio movimento, ma ne deriva anche la necessità di incontrare prima o poi l’insoddisfazione. L’unico strumento abile nella cattura di tutto un mondo è la parola poetica, che lungi dal cercare di snocciolare analiticamente un concetto, un’espressione, una situazione o un sentimento, li rappresenta per immagini corali dall’ampio respiro, fregandosene delle convenzionalità, e accostando i significati per rendere onestamente il vivido1. Sono i profondissimi spazi tra le righe che rendono veritiera una poesia. Essi sono accorti dell’inconcludenza e per questo, invece di allontanarla o di schematizzarla in cerca di un verbo più rassicurante, intendono accoglierla, farne materia di discorso e di scienza. La poesia è eterna come i movimenti che contempla, lasciati alla loro avventura, perduti nel tempo immemore che incalza. La poesia, poiché trascende la categorizzazione familiare, è il linguaggio del disumano.

Significa che il dis-umano è lo spazio della conoscenza? In effetti, se la parola razionale, quella che indaga e scava la realtà dei fenomeni, finisce con l’aggrovigliarsi e col confondersi e con lo stabilire convenzioni che poi inevitabilmente vorrà superare (vedasi l’esempio del discorso scientifico), non è affidabile per poter cogliere una conoscenza attendibile. Devo limitare il suo campo d’azione a contesti specifici e molto stretti, perché più è complesso il campo più tempo ed energia si dovranno spendere per coglierne i traffici. È uno strumento efficace per il semplice e l’immediato, per i tempi lunghi diventa impresa o speculazione. È problematico anche il fatto che spesso molti degli elementi che dovrebbe considerare le restano invisibili, il che ne dimostra la fallibilità, e finisce col produrre sentenze sbagliate, concise, poco empatiche, spesso portatrici di dannose violenze. Ogni sistema filosofico prodotto ha sempre dapprima orientato la riflessione verso una certa stella, così ha sempre tralasciato un qualche elemento importante, alle volte di proposito, e il sistema, dalla pretesa di essere universale, ha nascosto la sua particolarità. Se si continua a filosofare, è perché il filosofo dà solo forma ai suoi sentimenti.

Se dunque la parola razionale è ciò che contraddistingue l’essere umano, ne consegue che l’essere umano è un animale sempre in errore, obbligato a non imbroccarne mai una e a vivere nei suoi fallimenti. Ciò è in linea con la considerazione inconcludente, ma da un punto di vista limitato al negativo, il che ci porta subito a ripartire, dacché se si naviga nel mare inconcludente non ci si potrà attraccare fino a che non si saranno ammaestrati i suoi venti. I fallimenti sono fondamentali per le resurrezioni, le riprese, le invenzioni e i progressi; soprattutto sono essenziali ai cambiamenti di rotta. Che altra parola ci rimane? Forse non ci si deve imporre, forse si deve seguire. La parola deve essere eccezionale, garantire la sua natura miracolosa, sempre consapevole cioè dell’Imperio del silenzio. Se si ricorda che viene dal fango e dal sangue, saprà posizionarsi come conviene per incrociare i venti. Le più grandi filosofie sono quelle che spogliatesi dell’ego non mirano più a nulla, se non a una vita armonica, in accordo col grande universo che ospitano nello spazio dove un tempo c’era l’angoscia.

La parola poetica ha questo di grande – che rende la vita comprensibile. La ragione arriverà alla sua reale natura in secoli avveniristici, e forse nemmeno ci arriverà mai perché si spegnerà prima insieme alle civiltà che l’hanno accompagnata. Fino ad allora la poesia saprà sempre raccontare l’universo e la verità in maniera più esplicativa. Produrrà quelle conoscenze necessarie al trascorrimento di una vita felice, di una convivenza rispettosa, di un’umanità florida e disinteressata. La poesia è cosa del popolo, è volgare. La parola convenzionale, quella cioè che addita i fenomeni e ne approssima i contenuti per poterli nominare sotto il sole, contiene in sé più conoscenza di qualsiasi illustre tomo divulgativo. Solo, dovrebbe sempre restare vigile su quest’opera di approssimazione onde evitare rivalità, oppressioni, ignoranze pericolose; il suo principio è l’inconcludenza (poiché approssima o costruisce proprio la complessità per renderla comunicabile) e se dimentica i suoi influssi finisce con l’esasperarsi. Il conflitto sorge dall’arresto coatto dei movimenti inconcludenti, altrimenti è con-fusione e trasformazione. Vi è l’ego che torna a imporsi, la razionalità che riprende a discernere il bene dal male. Mentre gli spazi devono anche esser lasciati vuoti, perché la fertilità dei terreni permanga e la biodiversità possa esprimersi. L’incrocio dei cammini rende positivamente la desolazione che lascia la rivalutazione del proprio sogno2. È la reciprocità che lo fa vivere ancora – l’inconcludenza che tutti coinvolge e sprona a condividere le fantasie.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1. Ci si ricorderà della parabola del Borges in cui un re accompagna un poeta a visitare le meraviglie del suo palazzo. Quando questi lo porta di fronte a un’imponente torre d’avorio e intarsiata di ricami dorati, il poeta si esprime, raccogliendo in questa espressione tutta la torre con tutti i suoi intarsi, le sue decorazioni, le fatiche che l’hanno costruita e i sentimenti sublimi che suscitava la sua altezza. Dopodiché la torre scomparve. Il re fece subito giustiziare il poeta accusandolo di avergli rubato il suo più grande tesoro (Parabola del palazzo, da L’artefice, Adelphi, 2016)
2. Si pensi a una coppia che si separa: i loro sogni d’amore sono stravolti. Se, dopo numerose trattative, ancora si cerca di trattenere quel che già se n’è andato, si genera il conflitto tra gli ego; se invece s’incrociano i propri cammini con quello della separazione e quindi della novità, potrà venirne a beneficio di entrambi.

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