Tre riflessioni sul tempo in un viaggio aereo

Il tempo scorre. Che banalità, direte voi. Ma è proprio da questo verbo, scorrere, che inizia una prima considerazione, legata al movimento e in senso più ampio al viaggio. Scorrere deriva dal latino excŭrrĕre – correre fuori, correre via. Il tempo dunque corre via e non possiamo fermarlo, come il flusso dell’acqua. Già nel V secolo a.C. Eraclito scriveva ne Sulla natura «panta rhei os potamòs», sottolineando anche come non si possa discendere due volte nel medesimo fiume.

Il viaggio ci fa scorrere da un punto A a un punto B, e il tempo soggettivo – a differenza di quello oggettivo – in mezzo non è mai lo stesso, tanto meno se parliamo di uno spostamento aereo. Qualsiasi sia la meta finale, entrare in cabina ci conduce in una vera e propria capsula del tempo, dove lo spazio è il nostro alveo e il tempo è il fluido che ci muove. Ed è quando le ruote del carrello si staccano dalla pista inizia un viaggio nel viaggio.

 

  1. Tra passato e futuro

Non è questa la sede per indagare se il tempo sia una realtà oppure una mera illusione, ma una cosa possiamo dirla con sicurezza: mai come all’interno di un aereo perdiamo il riferimento delle due forme a propri della sensibilità umana tanto care a Kant. Pensare che quando a Torino Caselle sono le 16 all’aeroporto di Perth sono le 22, è come scattare una fotografia dello stesso identico tempo, che assume solo nomi e numeri diversi. Una volta in aria, ci muoviamo tra passato e futuro comodamente seduti sul nostro sedile, in attesa di atterrare nel presente, qualsiasi sia l’ora e il giorno.

 

  1. La paura di cadere

L’abbiamo sperimentato tutti: quando ci divertiamo il tempo si comprime, quando ci annoiamo si dilata. Che cosa succede in aereo? Anche in questo caso, tutto dipende dal nostro stato d’animo e da quanto siamo disposti a essere semplici osservatori del tempo che scorre, senza possibilità alcuna di poter incidere con il nostro libero arbitrio. Siamo trascinati dagli eventi, inermi, come una zattera senza remi, fino alla foce.

A differenza di altri mezzi di trasporto, l’aereo ci impone di affidarci completamente all’esperienza e al buon senso di un comandante. Non possiamo tirare un freno come sulla metro o in treno, non possiamo buttarci a mare o dentro una scialuppa come in nave. Ecco perché è sbagliato parlare di paura di volare: è paura di precipitare e non salvarsi, o meglio ancora di non aver la libertà di agire.

Come ci ricorda la filosofia zen: «Se il problema ha una soluzione, preoccuparsene è inutile, alla fine il problema sarà risolto. Se il problema non ha soluzione, non c’è motivo di preoccuparsi, perché non può essere risolto.» Non possiamo opporci allo scorrere del tempo una volta chiusi in aereo, dunque perché avere paura?

 

  1. Ora del ritorno

Quando si viaggia verso casa il tempo sembra scorrere più velocemente. Certo, tranne che per Ulisse. Ad ogni modo, questo succede perché abbiamo aspettative che già conosciamo. Anche all’interno di un aereo – che percettivamente ci offre un’esperienza sempre simile ad ogni volo – sappiamo esattamente cosa (e chi) ci aspetta una volta atterrati. Le nostre radici.

 

Quando salirete sul prossimo aereo, fateci caso. E portatevi una buona lettura, magari proprio su Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita di Stefan Klein, edizioni Bollati Boringhieri.

Buon viaggio.

 

Alice Avallone

Alice ha studiato lettere moderne e si è specializzata in pubblicità. Lavora come digital strategist per aziende, enti e agenzie: il suo compito è trovare idee e contenuti creativi per coinvolgere le persone sulla Rete. È creatrice della rivista di viaggio Nuok e di un inventario creativo di ars combinatoria ispirato al filosofo Raimondo Lullo. Dal due anni insegna e coordina il College Digital della Scuola Holden di Torino.

[Photo credit: Chris Brignola]

Charlotte Delbo: l’ostinata volontà di rinvenire bellezza ad Auschwitz

La sua è la storia che narra di una pluralità di storie. Chi si aspetta di trovare nelle riluttanti pagine di Nessuno di noi ritornerà una testimonianza strictu sensu dell’orrore di Auschwitz rimarrà deluso. Quella di Charlotte non è una testimonianza, ma un riconsegnare in chiave veridica, letteraria e teatrale alcuni frammenti, fotogrammi, alcuni istanti di quella che fu la sua malaugurata prigionia nel campo di sterminio polacco.

«Tutte le parole sono da lungo tempo appassite.
Tutte le parole sono da lungo tempo scolorite”.
[…] La mia memoria è più esangue di una foglia
d’autunno
La mia memoria ha dimenticato la rugiada
La mia memoria ha perduto la sua linfa. La mia
memoria ha perduto tutto il suo sangue».

Nel leggere questo piccolo e tremendamente intenso libro si ha la sensazione di trovarsi a guardare, proprio malgrado − come se si fosse trascinati al cinema e non si volesse vedere la pellicola in programmazione − una sequenza di immagini tra di loro prive di linearità narrativa e storica. Sono le immagini che si impossessano, forse prepotentemente, della mente della Delbo, ormai ritornata in Francia. Ritornata. Parola che nello scorrere delle pagine ha un sapore strano e ambiguo. L’angoscia che traspare dal titolo e che rende i cuori dei lettori tremanti e irrequieti si perde, alla fine, nell’amarezza di quel «nessuno di noi avrebbe dovuto ritornare», il quale occupa da solo l’ultima pagina. Si possono leggere i nomi di molte donne, nomi che passano di bocca in bocca: si tenta di sapere il perché una compagna non è rientrata, chi l’ha vista, come può essere finita. Non si conosce nulla più dei loro nomi. Esse non esistono nel campo. Nessuna esiste. Con quanta riottosità Charlotte offre a ognuno di noi il grigio scorcio di una donna disarticolata, che si muove nella neve per poter rinfrescare le labbra. È come se fosse priva di membra, disumana nell’aspetto e nella camminata. Anche se una camminata non è. Il suo è un rendere la vita. È difficile dare contorni e forme precise a questa donna. Si ha l’impressione di osservare un quadro, dipinto da un impressionista, dove i colori e i contorni si fondono e tutto appare indistinto. Un insieme di pennellate grigie, intervallato da qualcuna più lieve e delicata del colore della pelle. Delle macchie che vanno ben presto a confondersi con il bianco sporco della neve.

C’è un continuo contare. Si contano le sopravvissute di ogni giorno. Ogni gruppetto di donne si conta e, dinanzi alla perdita di una compagna, si chiede sottovoce cosa le sia successo o, per meglio dire, come e quando sia morta. Anche le SS in mantellina contano e ricontano, ricercano la simmetria nelle file degli appelli mattutini. Un perverso gioco matematico.

Delbo non vuole appagare il lettore con dettagli, sordidi e miserabili, di istanti o di scene, così da ottenere solo la sua commozione ed il suo frettoloso dimenticare per ritornare nel presente. Ad ogni istante narrato concede il carattere ieratico proprio dell’espressione artistica, l’unica che rimane inattuale e, dunque, duratura. Istanti e non situazioni, perché Auschwitz fu un “nessun-luogo” e, come tale, nessuno avrebbe dovuto o potuto fare ritorno. Gli istanti che Delbo narra sono vissuti inattuali e inattuabili, i quali, come tali, necessitano di un linguaggio del tutto particolare in grado di eternarli nella loro estemporaneità. Levata ogni retorica, il passato interroga il presente portando a consapevolezza le fratture e le lacune che fanno ogni storia:

«E quando arrivano
credono di essere arrivati
all’inferno
possibile. Però non ci credevano.
Ignoravano che si prendesse il treno per l’inferno
ma visto che ci sono si armano e si sentono pronti
ad affrontarli
con bambini le donne i vecchi genitori con i
ricordi di famiglia e le carte di famiglia.
Non sanno che a quella stazione non si arriva».

Il passato si può dire e si deve dire trovando una forma espressiva dell’immaginario che sia adatta. E Delbo riesce a scovare un tipo di linguaggio capace di restituire le vite degli anni di prigionia, di sentire la verità dell’esperienza di coloro che l’hanno vissuta, mettendo al bando ogni emozione, compreso quel senso di vergogna per essere riuscita a fare ritorno. In fondo, quella parola in grado di eternare l’estemporaneo altro non è se non il prolungamento della parola che legava ogni prigioniera, dunque anche Charlotte, del convoglio del 24 gennaio 1943 alle sue compagne. Duecentotrenta le donne del convoglio, un gruppo compatto – già si conoscevano tra loro – suddiviso a sua volta in piccoli gruppi: «[…] ci aiutavamo in tutte le maniere: darsi il braccio per camminare, sorreggersi, curarsi, anche il solo parlarsi. La parola era difesa, riconforto, speranza. Parlando di ciò che eravamo prima, conservavamo la nostra realtà. Ciascuna delle sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe mai ritornata».

Nonostante la brutalità e la crudeltà che traspaiono dalle pagine di Nessuno di noi ritornerà, c’è una bellezza celata che non si lascia cogliere facilmente. La si può scorgere in ogni narrazione, sia quando si ha innanzi una donna che, stremata, rende la propria vita, sia quando ve n’è un’altra aggrappata disperatamente all’esistenza. La bellezza della parola. La bellezza del donare il proprio braccio come sostegno. La bellezza del dare uno schiaffo per impedire che una compagna cada nel limbo. La bellezza della morte. La bellezza di una morte che sopraggiunge quando si è convinti di non essere più nulla. La bellezza impensabile dell’ovunque e del “nessun-luogo”.

Sonia Cominassi

BIBLIOGRAFIA:
Charlotte Delbo, Nessuno di noi ritornerà. Auschwitz e dopo I, Il filo di Arianna, 2015

[Immagine tratta da Google Immagini]

La crisi : un ritorno di senso?

Ogni giorno, puntualmente, sentiamo parlare di crisi.

Crisi economica. Crisi finanziaria. Crisi dei valori e della moralità. Crisi delle relazioni e dell’amore. Crisi personale ed esistenziale, che ci risucchia, in un aller-retour di perdersi e ritrovarsi.

Per riflettere sul valore contemporaneo di una crisi onnipresente, vorrei fare un passo indietro, recuperando il significato etimologico del termine stesso.

La parola “crisi”, infatti, deriva dal verbo greco κρίνω, che letteralmente significa “separare”, “dividere”.

Originariamente, tuttavia, ciò a cui esso rinviava era la dimensione pratico-lavorativa del settore agricolo poiché, nella trebbiatura, veniva utilizzato per definire il momento ultimo della raccolta del grano, ovvero quello dedicato alla separazione del frumento, dalla paglia e dagli elementi di scarto.

La crisi, dunque, equivarrebbe ad un’operazione di separazione, divisione.

Ciò che ho reputato interessante, però, è la seconda sfumatura etimologica, più positiva e costruttiva, che ho potuto ritrovare leggendo il significato del suo secondo uso, ovvero quello di “giudicare”, “valutare”.

Quindi, sì, quella frattura generata dalla parola “crisi” esiste, è percepibile; a caratterizzarla, tuttavia, non dovrebbe essere la sterilità, quanto più la sua apertura al giudizio e all’analisi critica.

 

Il termine crisi fa parte dell’insieme di quelle parole da cui ogni giorno siamo travolti che, a forza di ripeterle, si svuotano di senso, divenendo quasi inutili, povere di un significato sepolto dalle macerie della storia.

Per riflettere sulla crisi che ha letteralmente spezzato in due il mondo, non è più sufficiente essere spettatori passivi di un’informazione liquida, alla Bauman.

Ciò di cui c’è bisogno è il fare, un fare produttivo volto alla costruzione di un avvenire che, dalle macerie del presente, può sbocciare in un progetto voluto dall’intera collettività.

Al contrario, quando si sente parlare di crisi, ci troviamo di fronte ad una paralisi individuale e collettiva.

Questa ha causato la perdita di senso di un presente, e a sua volta di un passato e di un futuro, rispetto ai quali siamo diventati completamente ciechi e inpotenti.

 

Ricominciare dalla crisi, per ritrovare il senso dell’universalismo: è questo ciò che sostiene il sociologo francese Michel Wieviorka.

Ma che cosa si intende per universalismo? È una fede? Un’ideologia a cui tenersi aggrappati per salvarsi dalle sabbie mobili del malessere sociale da cui veniamo risucchiati? È forse un’illusione?

Il sociologo, in un recente libro intitolato “Retour au sens[1]”, sostiene che la perdita di senso della società contemporanea è stata causata da una forte crisi dell’Universale, ovvero dell’insieme di quei valori che, quali l’uso della ragione, il diritto e la moralità, avrebbero dovuto garantire il progresso, attraverso il loro adattamento in ogni epoca storica.

Come l’analisi realizzata da Wieviorka nel suo ultimo libro ha proposto, sono stati proprio questi valori universali ad aver determinato una sorta di regresso rispetto quelle che erano le aspettative di benessere.

La ragione si sarebbe trasformata in barbarie. I valori, in ideologia, un’ “ideologia dell’alto”, come la indicherebbe l’autore attraverso l’espressione di “universalisme d’en haut”, in opposizione con quell’ “universalisme d’en bas”, di cui si sono fatti promotori tutti i gruppi minori, sottomessi e subordinati alla volontà di un etnocentrismo europeo e occidentale capace di schiacciare i più vulnerabili.

Ciò che infatti si dovrebbe mettere in atto , secondo il filosofo Etienne Balibar, sarebbe la promozione di un “universalismo di liberazione”, spesso associato alla stessa ventata d’aria fresca portatrice di speranza e riconoscimento, propria dei diritti dell’uomo.

È in nome di questi diritti, diritti che attraverso la messa al centro del valore della dignità dovrebbero creare quel senso di appartenenza di ogni individuo ad una realtà più amplia, quella dell’umanità appunto, che tra il 1960 e il 1970 sorsero dei movimenti di decolonizzazione aventi per obiettivo l’emancipazione della diversità dalla supremazia occidentale, un’emancipazione non unicamente territoriale e fisica, ma soprattutto ideologica.

Il rischio di tali movimenti di liberazione cui oggi possiamo divenire vicini testimoni attraverso l’esplosione del fenomeno migratorio, non è forse quello di “reificare” il valore dei diritti umani, facendone l’elogio, correndo il rischio di trasformarli a sua volta in “universali” produttori di un nouvo conflitto, invece di costituire le basi per una società articolata dalla valorizzazione del riconoscimento? Non rischierebbero anch’essi di diventare, come si è dimostrato nel caso dell’uso della ragione e come bene lo hanno dimostrato i filosofi della scuola di Francoforte rispetto all’uso di una ragione puramente strumentale, auto-contraddittori nella loro struttura? E se quest’universalismo dei valori di tutta l’umanità, e quindi l’elevazione dei diritti umani a pura astrattezza si realizzasse, ciò non provocherebbe forse la resa del particolare, cancellando così la ragione per la quale sono nati, cioè l’attenzione verso ogni singolo essere umano in quanto portatore, in se stesso, di diritti inalienabili?

Questo è spesso il rischio che si corre ogni qual volta si racchiude un valore in una definizione, costituendo un muro che lo svuota di senso.

Possa essere l’importanza di un corretto uso della ragione critica, possa essere l’immensa valenza di quegli elementi cardini dell’esistenza umana che sono i diritti umani.

 

Quello che manca oggi è l’ascolto. L’ascolto dell’altro e di noi stessi. L’ascolto dei silenzi che ci costituiscono, delle ferite che ci appartengono. E il rispetto. Quel rispetto che i diritti dell’uomo dovrebbero insegnarci a rivolgere verso l’altro. Quello spazio tra noi e il mondo che non si appoggia sul disinteresse ma che si mescola e si nutre dell’essenza che ci accumuna: la dignità.

È pertanto in nome di questa dignità che la ricostruzione di un tessuto sociale basato su una nuova autenticità dovrebbe diventare un bisogno necessario.

Se gettassimo la spugna, se smettessimo di respirare con l’altro, nascondendoci nella nostra bolla di cristallo, quelle stesse sabbie mobili rischierebbero di risucchiarci.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] M. WIEVIORKA, Retour au sens, Pour en finir avec le déclinisme, Editions Robert Laffont, Paris, 2015.