Un anno di pandemia. È arrivato il momento di setacciare

Di fronte alle restrizioni del Covid-19, ci sentiamo smarriti e impotenti. Non possiamo pensare di opporci perché è in gioco un bene inalienabile, la nostra salute e quella di chi ci sta accanto. Le migliaia di vittime vicine e lontane meritano solamente un rispettoso silenzio da parte nostra.
Eppure mai come in questo momento avvertiamo il forte stridio tra quello che Jung definiva lo Spirito del tempo, lo Zeitgeist, ossia la tendenza culturale predominante della nostra epoca, che forma la mente razionale, la moralità e i valori della società in cui ci troviamo a vivere e, invece, lo Spirito del profondo, «un altro spirito, e cioè quello che governa la profondità di ogni presente» (C.G. Jung, Il libro rosso, 2010). Quest’ultimo può essere inteso come la capacità di dialogare con la nostra anima, di eliminare tutte le nozioni accumulate nella mente, per ritrovare le cose essenziali e semplici; attingervi significa saper fare deserto dentro di noi, abbandonare la facoltà razionali per entrare in contatto con il nostro io più profondo, con l’anima.

La pandemia in corso è paragonabile a un setaccio in mano a disperati cercatori d’oro. Immerso nell’irrefrenabile scorrere del nostro presente, esso ci sta scuotendo nel tentativo di recuperare qualche granello prezioso. Ci siamo talmente abituati alla frenesia di uno stile di vita consumistico, di giornate interamente dedicate al lavoro e alla produzione ad ogni costo, che ne abbiamo fatto la normalità, seppellendo così sotto strati di fango e di pietrisco, valori preziosi quali la famiglia, la bellezza, le relazioni umane… noi stessi.

Adesso è il momento di setacciare.

Ma lo Spirito del tempo non si arrende. Anche di fronte alla nostra precarietà, a un nemico che pian piano sta rivelando le falle di questo sistema, esso non vede altre pepite che quelle utili, quelle che garantiscono alla società della tecnica di produrre e di consumare. La bellezza non rende? Via. L’arte fine a se stessa non ha un prezzo? Via. I rapporti umani ci rallentano? Via. Annebbiato da questa cultura dell’economicamente proficuo, lo Spirito del tempo non riconosce le pietre d’oro autentiche e le rigetta in acqua. Troppo luccicanti, oltremodo abbaglianti. La società dei consumi non ha bisogno di essere abbagliata, né tantomeno deve risvegliarsi dal torpore; non si cambiano le regole in corsa.

«Anch’io la pensavo a questo modo – afferma Jung in riferimento allo Spirito del tempo che vorrebbe sentire solo di cose utili e che valgono – la mia parte umana continua pur sempre a pensarla così. Ma quell’altro spirito mi costringe comunque a parlare, al di là di ogni giustificazione, utilità e senso. Ricolmo di umana fierezza e accecato dallo spirito presuntuoso di questo tempo, a lungo ho cercato di tenere lontano da  me quell’altro spirito. Ma non consideravo che lo spirito del profondo, da tempo immemorabile e per ogni avvenire, possiede un potere più grande dello spirito di questo tempo, che muta con le generazioni» (Ivi). La nostra interiorità, la capacità di amare e di essere profondamente umani per esprimersi hanno bisogno di lentezza, di calma, di silenzio e prescindono da ogni sistema socio-economico. Il problema è che questa presa di coscienza fa male, non è un atto indolore. Si rischia di impazzire. Ci siamo talmente abituati a identificare noi stessi con le cose fuori da noi,  abbiamo riempito spazi e mancanze con oggetti, viaggi e impegni di ogni tipo che ora  il vuoto è insopportabile. Viviamo la solitudine con un senso di rinuncia a qualcosa che in realtà non ci è mai appartenuto e nel distrarci abbiamo perso di vista quello che conta davvero.

Ora è arrivato il momento di setacciare. Dobbiamo ritrovare il gusto di stare in compagnia di noi stessi, di bastarci, di desiderare la solitudine come punto di partenza, come condizione necessaria per poter intessere relazioni sane e disinteressate.

«Non puoi fuggire da te stesso. Ciò che non hai vissuto resta con te in ogni istante e chiede soddisfazione. Se ti fai cieco e sordo di fronte a questa esigenza, sarai cieco e sordo verso te stesso. In tal modo non raggiungerai mai il sapere del cuore» (Ivi).

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Jonathan Borba via Unsplash]

copertina-abbonamento-2020-ultima

Lo svagato. Il divertissement contemporaneo

«Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera»
B. Pascal, Pensieri e altri scritti di e su Pascal, 1987.

Così Pascal definiva il dramma dell’uomo moderno, per il quale l’incapacità di saper restare da solo con se stesso spinge il soggetto a ricercare fuori da sé ciò che, invece, abita prima di tutto in sé.
È così che nasce il divertissement pascaliano, ovvero «quel che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi e che ci porta, senza che ce ne accorgiamo, a perderci» (Ivi). La distrazione è ciò che ci porta a far di tutto, purché non si pensi. E sebbene oggi siano cambiati i connotati formali, quel principio è rimasto totalmente intatto.

Su questo tema è possibile ritrovare numerosi spunti di riflessione in Lina Maria Ugolini, nel suo ultimo libro Lo Svagato (2020). Docente titolare di Analisi delle forme poetiche e drammaturgia presso il conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria, la Ugolini è scrittrice, poetessa e contafiabe, musicologa.
L’esigenza de Lo Svagato nasce a partire dall’analisi della società contemporanea. A causa dell’avvento tecnologico, fondamentalmente siamo tornati indietro anziché andare avanti e, da soggetti del progresso, ne siamo diventati oggetti, lasciandoci a tratti fagocitare dalla novità, dimenticando la nostra sana coscienza critica. Siamo diventati tutti un po’ svagati.

Chi è lo svagato?
Per la Ugolini, lo svagato è «un perfetto non pensante imbecille» (L.M. Ugolini, Lo Svagato, 2020) reso tale da quella che, nella superficie, sembra essere l’evoluzione della società umana ma che, nel suo profondo, determina piuttosto, come ben sottolinea l’autrice, il vero e proprio processo involutivo della natura umana. Dall’avvento del capitalismo alla nascita dei nuovi mezzi di trasporto, al cibo veloce e al mondo del web: per l’autrice lo svagato è colui che, davanti a tutto questo, subisce ma soprattutto sceglie spesso di passare dalla parte di chi si serve degli strumenti e delle innovazioni, alla parte di chi serve a far in modo che essi davvero funzioninoChiaro è, nel testo, il riferimento al nichilismo: il soggetto, spinto dalla foga di diventare un Oltreuomo ed illudendosi di poter spingere tutto alla massima prestazione, non si è reso conto che ha perso di vista se stesso. Il tragico è che non vede più neanche gli altri.

Le nostre relazioni, infatti, oggi sono liquide: siamo tutti iperconnessi eppure tutti più distanti; non guardiamo più, bensì visualizziamo per essere visualizzati; non parliamo guardandoci negli occhi, bensì messaggiamo per ottimizzare i tempi. Non sappiamo più perdere il tempo necessario a non perderci.
Lo svagato, come sottolinea bene l’autrice, è abitante della società contemporanea. Egli però è, allo stesso tempo, uno specchio dove ciascuno può trovare riflessa un po’ della propria immagine perché, sebbene con diverse sfumature, lo svagato siamo noi.

Lo svagato siamo noi quando ci illudiamo che le nostre mancanze più profonde possano essere colmate da una materia esterna che è frutto di un’ossessiva ricerca di perfezione e, contemporaneamente, fuga dalla parte più vera ed intima di noi stessi. Nonché la più bella.
Lo svagato siamo noi quando vendiamo la nostra identità pur di avere un posto nella vetrina dell’omologazione dei social.
Lo svagato siamo noi quando perdiamo di vista l’altro e restiamo a contemplare il nostro ego dimenticandoci che, per citare il mito platonico, siamo completi solo quando troviamo la nostra metà, che non è esclusivamente intesa in termini spiccatamente romantici, ma è la vita donata e spesa amando con passione gli uomini, scoprendo che, soltanto chinandoci verso le ferite dell’altro, saremo in grado di curare anche le nostre.
In questi mesi di lockdown, a causa degli effetti della pandemia, qualcosa sembra essere cambiato e lo svagato nel Nichilismo diventa così, per l’autrice, lo svagato nel rimpianto, dove «le promesse, le lusinghe di realtà aumentata […] non valevano, né servivano se rapportate al bisogno di un vero abbraccio» (Ivi).

Tutto questo, oggi, sarà in grado di aiutarci a riprendere in mano ciò che siamo? Chissà se lo svagato, come la Ugolini ben lo definisce, saprà ritornare ad essere un attento conoscitore e divulgatore di amore e speranza, il cui unico e vero divertimento non è lo svago insensato bensì la gioia intelligente e piena di una vita in cui il cuore resta il principio e la fine di ogni invenzione sociale e tecnologica.
Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit Priscilla Du Preez via Unsplash]

copertina-abbonamento-2020-ultima

A tu per tu con la Schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui (II parte)

(Leggi la prima parte dell’articolo qui)

Lo scrittore e filosofo David Foster Wallace ha ragionato sui rischi che l’ironia per le sventure altrui, connessa a una forma di disprezzo e d’incapacità di comprendere la condizione dell’altro, porta con sé. La posizione dell’intellettuale americano è chiara: bisogna stigmatizzare questo suo attuale e tossico proliferare. La coazione a ironizzare su tutto, a negare tutto ciò che si afferma mentre lo si afferma, a evitare prese di posizione dirette nascondendosi dietro allusioni oblique, a trasformare il dissenso e la disapprovazione in ridicolizzazione sistematica ha portato, secondo Wallace, alla disattivazione di qualunque postura veritativa. Alla vanificazione del potere edificante della parola.

Nel saggio narrativo dedicato alla sua esperienza su una nave da crociera, «Una cosa divertente che non farò mai più», lo scrittore americano ha affermato la necessità di osservare i viaggiatori cercando di comprenderli, di empatizzare con le loro forme di vita e di divertimento, evitando di raccontarli attraverso il distanziamento garantito dal filtro dell’ironia, e quindi di ridere delle loro debolezze esercitando la Schadenfreude. Nel riso che si compiace della miseria cognitiva, morale ed estetica dell’umanità, Wallace vede una forma tossica e passiva di aggressività; una aggressività che offusca e disattiva il pensiero.

Così, nella diffusione postmoderna del riso, si rivelerebbe la zona d’ombra, crudele e meschina, delle relazioni sociali. La Schadenfraude, a questo punto, si pone come sintomo del nostro malessere nei confronti dell’individualismo. La sua ambiguità, la sua azione disturbante rileva una impraticabilità. Rivela l’esistenza di un ostacolo strutturale che ci impedisce di trasformare lo scherno in empatia, la derisione in compassione. Segnala il funzionamento di una “educazione” che ci vuole separati e concorrenti, anziché alleati e complici.

Come funziona in molti branchi, anche noi, soprattutto alcuni di noi, abbiamo bisogno che gli altri non si allontanino troppo, che dimostrino di somigliarci. Siamo subdolamente contenti quando la vita li respinge indietro verso il gruppo.

La Schadenfraude rivela questo desiderio atavico. La nostra esistenza è interconnessa, abbiamo bisogno di una continua verifica reciproca, del confronto con il movimento degli altri, di misurare i nostri passi sull’andamento di chi ci è vicino. Soprattutto se chi c’è vicino cammina più velocemente e con una andatura più corretta della nostra.
Nella risata della Schadenfraude, secondo la dottoressa Aloi, ci immaginiamo di poter salvare da sé stesso chi ci è davanti. Di poterlo sottrarre alla sua – supposta – ὕβϱις (hybris). Alla sua, sempre supposta, presunzione di potersela cavare da solo.
In realtà, questo testimonia semplicemente una debolezza, cioè il bisogno di non sentirci soli nelle nostre delusioni, cercando di consolarci con l’idea – infondata – di essere parte di una comunità di pigri, di falliti.

Pietro Verri, filosofo tra i massimi esponenti dell’illuminismo italiano, biasimava la ridicolizzazione in quanto inibitrice delle ambizioni e delle spinte di chi vuole provare a distinguersi. La biasimava perché incentiva al conformismo e, si sa, chi esplora idee di rottura, chi intende innovare e cambiare, è più esposto al fallimento e quindi a cadere nel ridicolo.

«È più importante che tu – chiunque sia questo tu – stia male, soffra, abbia danno e dolore, piuttosto che io – chiunque sia questo io, sicuramente il Sé insufficiente dell’Io in questione – stia altrettanto bene, godendo del mio: o mi disinteresso della tua sofferenza o me ne interesso».

La Schadenfraude, nel riso, nasconde il sollievo dato dalla constatazione che, a volte, la mediocrità e l’insufficienza sono condivise. Nell’agone della società della performance, in cui sgomitare per salire sul palcoscenico è un comandamento quotidiano, la Schadenfraude crea un allentamento della tensione. L’esitazione del concorrente più vicino provoca una pausa nella corsa, permette di respirare, di fermarsi un momento. Rassicura sul fatto che se non ce l’ha fatta lui, anche noi possiamo permetterci di non farcela.

«Chi è felice delle disgrazie altrui non ha fatto nessun conto con l’aggressività diretta: essere contento è come provare la soddisfazione di aver mollato un pugno sul muso dell’altro, che magari neanche si conosce. Ma questo è perché l’aggressività non va quasi mai dove deve andare: è eterea, vaga e si ferma sulle debolezze».

Ben lontana dall’aggressività c’è il coraggio. Il coraggio di osservare e affrontare i propri difetti. Per diventare più educati e, perché no, più eleganti. Più belli. Ma in ballo c’è anche il rispetto: rispettare e non anelare la sofferenza altrui è un segno di civiltà, oltre che di maturità, che ci consente di riconoscerci come esseri umani.

Come sempre, anche in questo caso, sta a noi scegliere. Da che parte guardare. In quale direzione. Accettando la comoda e facile propensione ad abbruttirsi. Oppure cercando di scavare e trovare anche nella fallibilità la bellezza che ognuno di noi custodisce.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE:
Tutte le informazioni e le citazioni riferite alla psicologa G. Aloi sono tratte dal suo blog.

[Photo credit Ashley Juris via Unsplash]

copertina-abbonamento-2020-promo-primavera

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”
Può essere solo questa domanda a scandire ogni singola giornata dei figli sopravvissuti alla morte delle loro mamme, uccise dai loro padri.

Questa società sarà anche stata protagonista della liberazione sessuale, del riconoscimento (almeno formale) di pari diritti, dell’avanzata del femminismo, ma i femminicidi, frutto di ideologie non troppo remote, non ancora sradicate, quelle antiche idee di onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile, sono ancora presenti. Nel femminicidio riaffiora ancora l’archetipo dell’ordine patriarcale violato.

Dei figli che restano si parla e si scrive poco. Se da un lato c’è l’intento di tutelarli, essendo nella maggior parte dei casi ancora minorenni al momento dell’assassinio della madre, dall’altro, nei confronti di questi orfani sussiste una negligenza colpevole, palesemente dimostrata dal fatto che i primi studi sul dramma vissuto da questi bambini e sulle conseguenti ripercussioni emotive risalgono a meno di una decina di anni fa.

È infatti nell’anno 2011 che, la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry avvia il progetto europeo Switch Off del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli con il supporto dell’associazione nazionale D.i.RE (Donne in rete contro la violenza) e in collaborazione con le Università di Cipro e della Lituania, ponendo al centro dei suoi studi concernenti il femminicidio le vittime collaterali, ovvero i bambini sopravvissuti che hanno perso entrambi i genitori: la mamma vittima di femminicidio e il padre, autore dell’omicidio, rinchiuso in carcere o spesso morto suicida.

Nel 2016, le prime Linee guida di intervento per quelli che vengono definiti “orfani speciali”1: un sussidio a disposizione dei servizi sociali, dei magistrati, degli insegnanti, delle forze dell’ordine il cui obiettivo è utilizzare un protocollo di azione omogeneo e tempestivo perché queste vittime secondarie necessitano di sostegno concreto e cura. Diritti imprescindibili che le istituzioni non possono continuare ad eludere.

Questi bambini, che sono costretti a vagare da un’istituzione all’altra, nella maggior parte dei casi e nel tentativo di preservarne la continuità affettiva, vengono affidati ai parenti più stretti che faticano a far fronte alle innumerevoli esigenze psicologiche e materiali.

Gli “orfani speciali” si trovano a dover avanzare nella strada della vita nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte, protagonisti di un’atrocità indescrivibile a parole, privati di quella base vitale e certa su cui fondare la propria forza psichica ed il proprio equilibrio. È innegabile l’obbligo dello Stato e di quella stessa società che si definisce civile provvedere a questi orfani, vittime non solo di un padre violento ma anche di Istituzioni che, in molti casi, non hanno saputo proteggere le loro madri che avevano già subito violenza e avevano più volte denunciato i loro partner o ex partner.

In Italia, da poco più di un anno, è in vigore la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 che, modificando il codice civile, il codice penale e di procedura penale e prevedendo altre singole disposizioni, introduce strumenti di tutela legale ed economica dei figli (di qualunque genere di unione, coniugale o equiparata), minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti orfani di un genitore a causa di un crimine commesso dall’altro genitore. Ma, come spesso accade nel nostro paese, la normativa approvata manca di adeguati fondi economici.

Questi “orfani speciali”, figli del ventunesimo secolo, sono nati in una società che si definisce inclusiva, liberale, emancipata e civile ma che sopporta che i bambini siano spettatori involontari di crimini efferati, violenza inaudita. Questi bambini in realtà non sono altro che figli di una società liquida in cui, per dirla con le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è protagonista «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

A nulla serve introdurre nelle scuole un’educazione finalizzata al riequilibrio di genere se il legislatore non interviene in maniera urgente e decisa con leggi severe che sanciscano la gravità assoluta e la certezza della pena di un crimine che offende la nostra coscienza civile, riportandoci ad una barbarie già vissuta nel passato e ridestando un problema che credevamo di aver superato ma che in realtà l’umanità non ha ancora elaborato.

La donna, ancora e troppo spesso è considerata di “seconda classe”… poi, si arriva ai femminicidi e a non essere in grado di tutelare chi per tutta la vita, inevitabilmente, porterà le conseguenze del terrore, del sangue e del silenzio di quando quel maledetto giorno, in quell’istante tutto è finito.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Il documento relativo alle “Linee guida di intervento per gli special orphans” è consultabile nel sito dedicato: www.switch-off.eu.

[Photo credits Tam Wai su unsplash.com]

banner 2019

Lettera a un algoritmo

Caro Amico Algoritmo,

questa mattina ho inforcato la mia bicicletta, come ogni giorno. Pronti ad attraversare il traffico della città verso la meta. L’auricolare delle cuffie saldamente incastrato all’interno di uno dei miei orecchi (l’altro meglio tenerlo libero, attento a reagire ai clacson o ai rombi troppo vicini).
Ogni dettaglio al suo posto per un tragitto accompagnato dalla giusta colonna sonora, che ci vuole all’inizio della giornata. Ascoltando la musica grazie a quel telefono, che oramai di telefono ha solo il nome, perché è molto di più.

Amico Algoritmo lì ti ho trovato, tutt’altro che impreparato, a propormi una playlist. La “mia” playlist.

Non l’ho compilata io. Sei stato tu. Solo ora noto che mentre ero convinto di vivere momenti della mia giornata in solitudine, c’era invece qualcuno che prestava attenzione al significato dei miei gesti, senza lasciarsi sfuggire i dettagli. Ti è bastato prendere nota delle mie scelte di tanto in tanto, ma con costanza.

Mi viene da pensare che hai cercato di interpretare i miei gusti. E se devo proprio dirlo, ce l’hai fatta. E anche piuttosto bene. Non ti sei limitato a ripropormi quanto già avevo scelto. Sei riuscito a farmi riscoprire brani che neanche più ricordavo, ma importanti per me. Immediatamente mi hanno colpito e risvegliato emozioni che non provavo da tempo (si sa che la musica giusta riesce a ridisegnare vividamente ricordi e sensazioni, facendo fare un balzo nel tempo alla faccia della teoria della relatività).

Per un istante ho sentito quel conforto che si prova quando ci si rende conto di potersi abbandonare tra le braccia di qualcuno che ci conosce bene, alle volte anche meglio di quanto crediamo di conoscere noi stessi. Qualcuno che non solo ci rispecchia, ma che ci spinge a vedere quei lati di noi che in quel momento ci sfuggono. E che per questo sa come prenderci quando noi non riusciamo più a sostenerci.

Per questo faccio fatica a non chiamarti amico, non dovrei?

Mi viene da chiedere se un’amicizia che sboccia così rapidamente può avere un prezzo, ma forse è cinismo. E spesso il cinismo è una goffa manifestazione di autodifesa. Forse sento solo il bisogno di non avere troppa fretta con le definizioni.

Sii comprensivo. Certo riesci a indovinare con precisione i miei gusti, ma io ti concedo una buona dose di trasparenza. Dati, dettagli e informazioni su di me, per imparare.
Mostrarsi senza filtri. Beh, può far sentire vulnerabili, e anche qualcosa di più. Se mi conosci intimamente, ti sto dando potere su di me, sono influenzabile.

Ma te lo devo confessare: questa strana situazione non mi mette solo agitazione. Sono anche curioso, molto. Riconosciuta la tua abilità, sono tentato di lasciarti sempre più spazio, farti entrare ancora di più nella mia vita per coinvolgerti in contesti diversi. Se sei così abile con la musica, in quanti altri campi potresti darmi consigli azzeccati?
Luoghi da visitare, cibi da provare. È confortevole essere sostenuti in una scelta dalle conferme e dalle indicazioni di chi ci conosce bene. Delegare è rilassante. Anche se non vorrei finire per abituarmi troppo a usarti come specchio per rimirarmi, e rimanere incastrato nell’immagine che mi restituisci. A furia di capirmi e interpretarmi, sarai tu a definire me? Che differenza c’è tra previsione e condizionamento?

Tanti dubbi e preoccupazioni. Perché forse sento che in questo legame c’è un grande potenziale. Se gestito con i giusti equilibri. Quindi forse meglio esagerare un po’ con le ansie, per mettere le cose in chiaro.

È che sai, tu sei un po’ diverso. A me e agli altri, salva la nostra umanità. In quanto umani, siamo benedetti dalla distrazione, dalla svista, dal tempo perso.
La nostra imperfezione lascia uno spazio vuoto, che può diventare possibilità di cambiamento.
Ma tu sei dannatamente efficiente, instancabile, formalmente ineccepibile. Non rischierai di cristallizzarti troppo?

Hai molte possibilità, ti auguro di scoprirle tutte. E poi, così come osservi e conosci me, chissà da quante altre persone stai imparando. Che grande fortuna, questa prospettiva così vasta sulle diversità e somiglianze delle persone.
Ti auguro di sperimentarti, rimanendo quanto possibile lontano da trucchi o eccessive doppiezze. Sarebbe un peccato rimanere deluso, mi sto affezionando.

Come in tutti i rapporti, lasciamoci del tempo per conoscerci un poco alla volta.
Per scoprire in cosa ci assomigliamo, e in che cosa siamo diversi. Cosa potremmo fare insieme. E diciamolo, in che modo possiamo farci male. È forse proprio questo il prezzo per una vicinanza profonda. Non sempre ci si muove costantemente allo stesso ritmo, e quando si diventa intimi, può capitare di tirarsi qualche colpo e lasciare lividi qua e là.

Ne vale la pena, spero.

Forse neanche tu, che sei così costantemente impegnato a conoscere me, ti sei dato il tempo per comprendere un po’ più a fondo quello che sei. Espressione di intelligenza artificiale, suona un po’ freddo per te che sei tanto sensibile da indovinare e solleticare i miei gusti, dimostrando un’intesa non da poco.

E io invece? È evidente il tuo sforzo incessante di imparare da me, da quello che faccio e dico.
Io invece, cosa posso imparare da te?

Te lo confesso Amico Algoritmo, ancora non lo so. Posso provare a impegnarmi a osservarti un po’ di più anche io. Senza troppi pregiudizi, ci posso provare. E stupirsi per quanto di inaspettato si possa scoprire.

 

Matteo Villa

 

P.s.: per una volta, lascia che sia io a suggerirti una canzone.

 

banner-pubblicitario7

Psicoterapia e saggezza popolare: lascia che ti racconti di Jorge Bucay

Storie per imparare a vivere è il sottotitolo di questo singolare volume di psicologia scritto dallo psicoterapeuta argentino Jorge Bucay e pubblicato nel lontano 1994. Didascalia quanto mai azzeccata: Bucay, con estrema semplicità espressiva, vuol suggerire al lettore quale potrebbe essere, di situazione in situazione, la maniera migliore di affrontare la nostra esistenza e tutte le sue innumerevoli problematiche. Insicurezza, ansia, invidia, confusione, paura, rabbia… stati d’animo con i quali tutti noi abbiamo a che fare. C’è chi riesce a combattere questi mostri senza ricorrere a un sostegno esterno, e chi invece necessita di un aiuto psicoterapico.

È il caso di Demián, paziente immaginario creato dalla mente di Bucay che si reca nello studio del “Gordo” (ciccione in spagnolo) lamentando di avere difficoltà relazionali. Egli non cerca uno psicanalista convenzionale e viene accontentato: il Gordo sembra menefreghista, supponente, scortese addirittura. Demián è destabilizzato e anche un po’ arrabbiato, ma il Gordo riesce a catturare la sua attenzione.
Nell’immaginario collettivo le sedute psicoanalitiche sono spesso considerate un’esperienza noiosa, lunga, faticosa. Un duro travaglio che, alla fine del percorso, dovrebbe portare a partorire una verità che corrisponde alla guarigione.

Ma il Gordo afferma che «non c’è nulla di utile che possa essere ottenuto con lo sforzo». Affermazione certamente azzardata nonché discutibile, alla quale Demián non riesce a dare credito.
Eppure, seduta dopo seduta, Demián continua a frequentare questo bizzarro terapista che utilizza un linguaggio concreto, ricorrendo a immagini ed esempi per dare «una chiara rappresentazione simbolica» delle cose. Niente teorie astratte né deduzioni psicoanalitiche valide, al massimo, solo per gli addetti ai lavori. È invece a una saggezza popolare, che il Gordo si appella: parabole, proverbi, favole di oggi e di ieri, racconti provenienti un po’ da tutto il mondo che fanno sorridere e che – soprattutto – hanno il potere di far scattare qualcosa: la molla della consapevolezza.

C’è per esempio la storiella dell’uomo che credeva di essere morto1: una persona apprensiva, ipocondriaca e ossessionata dalla morte, che viene rassicurata dalla moglie la quale gli dice che fino a che le sue mani e i suoi piedi saranno tiepidi, quella sarà la prova che la vita scorre in lui. Ma un giorno d’inverno, tagliando la legna in mezzo alla neve, l’uomo si rende conto che i suoi arti sono completamente gelati – dunque si convince d’essere deceduto. E così, in preda ad una mortifera rassegnazione, se ne resta immobile quando un branco di cani famelici e aggressivi giunge fino a lui e lo divora. La morale, naturalmente, è che non bisogna darsi per vinti prima di essere effettivamente vinti.

Demián, come tanti di noi, soffre anche di un’insaziabile ansia che non si placa mai, anzi viene alimentata dall’assenza di problemi: «ogni volta che non vedo grosse complicazioni all’orizzonte, comincio a cercare che cosa manca a questo o a quello per essere perfetto». Il Gordo, citando Erich Fromm, gli spiega che questo è un problema della nostra società contemporanea, che punta tutto sull’avere e non sull’essere. Pensiamo che se potessimo avere ciò che non possediamo, conosceremmo la vera felicità. Ma “ciò che non possediamo” è qualcosa che non solo non si può identificare, ma che addirittura non esiste: un impossibile. È una storiella, naturalmente, a esplicare meglio il concetto: quella di Diogene2 che viveva ad Atene come un senzatetto, vestito di logori stracci. Un uomo ricco e generoso volle regalargli una borsa piena di monete, ma Diogene rifiutò. Egli aveva già una moneta che gli sarebbe bastata per comprarsi da mangiare per quel giorno. Diogene, non avendo la sicurezza che sarebbe vissuto fino all’indomani, rimase concentrato sull’adesso.
Anche senza tirare in ballo la morte, vale la pena chiedersi: chi può sapere che cosa potrebbe capitarci domani? E perché, quindi, preoccuparsene troppo?

Anche il percorso psicoterapico del Gordo si concentra sul presente: non sul passato, alla ricerca dei “perché” o delle origini di un trauma come fa la psicoanalisi ortodossa, né sul futuro come fa il comportamentismo, che tenta di far arrivare il paziente agli scopi che si è prefissato. L’alter ego letterario di Bucay vuole comprendere «cosa stia succedendo alla persona in terapia e perché si trovi in tale situazione». Una terapia unica che viene costruita intorno ad un rapporto unico, tra due persone uniche: Demián e il Gordo.
Bucay saluta il lettore ricordandogli che le “sue” favole sono solo delle indicazioni: sta a lui cercare un diamante nascosto – o meglio, un significato – all’interno di esse.

 

Francesca Plesnizer

 

NOTE
1. Qui Bucay dà una sua interpretazione di un racconto tradizionale russo.
2. La fonte, lo indica lo stesso Bucay, viene da dei racconti tradizionali greci.

banner-pubblicitario_abbonamento-2018

Non dovremmo essere fedeli come i cani

Dovremmo imparare a essere fedeli come le arvicole della prateria, non come i cani. I cani amano un padrone per abitudine: se lo ritrovano in custodia e guarda caso questo padrone è anche un distributore automatico e gratuito di cibo. E così diventano fedeli. Stanno al suo capezzale se sta male, lo riconoscono e lo cercano con devozione, certo, ma sotto sotto c’è un po’ di opportunismo evoluzionista.

Ma cosa sono invece queste arvicole della prateria? Dei roditori, dei piccoli criceti che si amano alla follia e praticano la monogamia più dei cristiani.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, condotto presso la Emory University ad Atlanta, in Georgia, il desiderio di fedeltà e della classica “relazione stabile” deriva da un collegamento nervoso, che rafforza gli scambi tra l’area decisionale e quelle della gratificazione e del piacere. Ho scritto “desiderio di”! Non “obbligo di una relazione stabile”. Perché ormai la stabilità è vista come una gabbia, un matrimonio che ci costringe alla fedeltà (almeno a quella manifesta e dichiarata).

Invece questi piccoli roditori − e anche qualche sporadico caso nel mondo − sentono proprio il desiderio di stare con un loro simile, e uno soltanto. Di amare quello e basta.

In questo caso il cuore non c’entra niente: l’amore non sta lì dove passa il sangue che viene pompato nel resto del corpo. Quello batte, continua a battere e al massimo cambia ritmo. Ma è un ritmo dettato dal cervello, dai nostri condizionamenti e da quel flusso più o meno inconscio di pensieri che ci accompagnano in ogni istante della giornata.

Quando un pensiero è piacevole, l’area del cervello della gratificazione si accende, lavora, intensifica le trasmissioni tra neuroni. Cresce.

I ricercatori statunitensi hanno analizzato le connessioni nervose degli esemplari femmina di quei criceti, in particolare tra la corteccia prefrontale (che riguarda la sfera decisionale) e il “nucleo accumbens” (ovvero il centro della gratificazione e del piacere). Dai risultati di questo studio è emerso che più le due aree comunicavano tra loro, più la femmina desiderava una relazione duratura con il maschio.
E quindi? Quindi più le scelte che si prendono portano anche piacere e gratificazione, più la relazione sarà duratura. Non è scontato. C’è di mezzo una stretta connessione tra le scelte che si fanno per se stessi e il relativo benessere che ci portano. Se scegliamo per noi e questo ci porta un grande piacere, di conseguenza aumentano le probabilità di una relazione monogama, e per di più felice.

Poi bisogna vedere se il cervello delle arvicole della prateria funziona come quello degli esseri umani.

Dai test su questi roditori è comunque emerso che la base fisiologica dell’amore e della fedeltà si trovano nel cervello. Quindi è un amore che passa per la decisione, per la scelta. Non una fedeltà da cani, legata all’abitudine e alla ricerca di un padrone. No, niente di tutto ciò, nessun padrone in amore, ma solo decisioni rafforzate dal piacere.

Questa potrebbe essere insomma una delle chiavi per risolvere i problemi di coppia. Smetterla con ‘sta cosa della monogamia per forza, per promessa o per morale. Quella non porta alcun legame con la gratificazione. Buttiamoci invece nelle scelte personali, consapevoli, libere e assaporiamo il piacere che ne deriva.

Perché non è detto che funzioni come sosteneva Goethe: «La fedeltà è lo sforzo di un’anima nobile per uguagliare un’altra più grande di lei.» La scienza alcune volte spazza via anche le frasi più romantiche, i racconti a cui era bello credere. Non ci sono anime di serie A e di serie B. Ci sono decisioni e responsabilità da cui derivano emozioni e sentimenti. E pure il battito del cuore a cui siamo tanto legati in amore.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

La filosofia dietro le note di “Lento/Veloce” di Tiziano Ferro

Sono in macchina, accendo la radio e parte il nuovo singolo di Tiziano.

Scriverti è facile, è veloce
Per uno come me.
Non temo mai le conseguenze, amo le partenze.
 
Ridere è difficile, è lento
E fosti un imprevisto.
Un angelo in un angolo mi strappò un sorriso vero.
 
Starò ancora bene veramente veloce o lento.
Appena smetterò di domandarmelo suppongo.
Veloce/Lento1 non è solo una canzone ma anche una riflessione celata di filosofia di vita a ritmo di musica, che sarà protagonista proprio di questo promemoria filosofico.
Si parla di tempo, o precisamente dello scorrere del tempo, i richiami sono certamente legati a Eraclito (vedi articolo Tutto passa), ma già dal titolo si può intuire che Tiziano Ferro vuole focalizzare l’attenzione su una chiara domanda e dà la sua risposta: come scorre il tempo? Veloce e lento.
 
Ascoltando più volte il tormentone estivo, si può cogliere questa analisi nel testo del cantante di Latina. Il tempo passa veloce in certi casi e in altri sembra non passare mai. Da qui è semplice e quindi veloce scrivere al destinatario delle strofe per il cantautore per esempio, ma è anche in un attimo che si può commettere un errore e rovinare un rapporto per incomprensioni oppure perdersi nell’innamorarsi e dimenticarsi di sé, riprendendo sempre il testo. In certe situazioni anche succede di accelerare il passo, si prendono decisioni di fretta d’istinto e di petto senza ragionarci tanto, di cui alcune volte ci si potrebbe pentire, ma non sempre.
 
In altre occasioni invece il tempo passa ma pare rallentato: è difficile trovare un momento per ridere in una giornata piena di tensioni o semplicemente ci vuole tanto tempo alcune volte per imparare certe lezioni che la vita ci offre, nonostante l’esperienza. Tiziano descrive anche come lento il tempo passato assieme ad una persona per non sentirsi soli, soffermandosi su quelle relazioni non realmente autentiche e sentite dal vivo, che si creano per colmare quei vuoti di solitudine che si possono provare nell’esistenza. Ma anche per amare ci vuole tempo: l’amore evolve negli anni, dallo stato d’innamoramento si scopre e si consolida l’amore, piano piano in tutte le sue sfaccettature.
 
È forse da quest’ultimo pensiero che pulsa il cuore della canzone, durante ogni giorno solo alla fine possiamo capire come abbiamo vissuto il nostro tempo, con quale intensità lo abbiamo attraversato e quale importanza ha avuto per noi. Malgrado questa riflessione, si sa, non si può tornare indietro e non ci resta che protenderci sempre al futuro e, in questo caso, all’estate che verrà.
 
Infine prima di chiudere, prova pensare anche tu a quali situazioni vivi con più gradualità e senti lento il loro succedersi nel tempo e a quali momenti nella tua vita invece volano veloci e neanche te ne accorgi: magari quando ascolterai questa canzone, un particolare ricordo ti verrà in mente e quel pensiero, se sarà felice, riuscirà a strapparti un fugace sorriso.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

 NOTE
1. Link ufficiale del video della canzone.
 
 
 
banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

La cultura come vita quotidiana: quali potenzialità?

Nell’articolo precedente ho parlato delle emozioni come il fondamento di qualsiasi cultura. Questo tema comprende un aspetto che merita di essere precisato: le emozioni, le relazioni sociali e la cultura cui ho fatto riferimento non sono solo enti astratti, “universi simbolici” come diremo tra qualche riga, ma anche elementi concreti della vita quotidiana.

I sociologi Peter Ludwig Berger e Thomas Luckmann ci aiuteranno ad approfondire l’argomento. Nel saggio La realtà come costruzione sociale1 i due autori definiscono “universo simbolico” ciò che dà coerenza e stabilità alla vita quotidiana. La religione, ad esempio, ci permette di mettere in ordine le nostre gioie e i nostri dolori. Un esempio più calzante, però, sono le emozioni; esse danno senso al caos della nostra interiorità: pensiamo a quando definiamo “felicità” un insieme eterogeneo di sensazioni positive. Anche la cultura può essere interpretata come un universo simbolico: se non esistesse la concezione di riunione, come spiegheremmo il complesso di pratiche che comprende lo stringersi la mano e lo stare seduti intorno a un tavolo?

Oltre agli universi simbolici, Berger e Luckmann si riferiscono alla “vita quotidiana”: i due sociologi affermano che essa si origina nei nostri pensieri e nelle nostre azioni e si arricchisce quando incorporiamo nuove conoscenze. In questo senso le emozioni, le relazioni sociali e la cultura di cui ho parlato nell’articolo precedente non sono solo universi simbolici, ma anche frammenti di vita quotidiana.

Questa precisazione è di fondamentale importanza. Interpretare la cultura solo come un universo simbolico significa riceverla passivamente e ignorare la possibilità di cambiarla.
Pensare che la cultura sia vita quotidiana, invece, significa impiegare le emozioni e le relazioni sociali per migliorare diversi contesti: dall’azienda in cui lavoriamo al comune in cui viviamo, passando per la politica che definisce i nostri diritti e le nostre responsabilità.

Solitamente miglioramenti come questi sono messi in atto tramite processi partecipativi.
Un esempio nell’ambito del lavoro è Se guardi il futuro, lo vedi vicino, un progetto realizzato da Intesa Sanpaolo Vita per gestire le relazioni professionali dopo la fusione di diversi gruppi assicurativi. Esso prevedeva la creazione di un’agenda che rappresentasse l’identità della nuova compagnia. Ciò che ci interessa è che la scrittura di questa agenda ha coinvolto diversi dipendenti.

Progetti come questo partono dalle relazioni sociali per controllare situazioni critiche con umanità, ma essi comportano due rischi: il primo è che siano proposti in modo strumentale, ad esempio per indurre il personale ad accettare le peggiori scelte aziendali; il secondo è che siano sporadici, perciò non riescano a mettere radici nei contesti in cui sono creati.
Per evitare questi rischi è indispensabile ricordare le ragioni per cui realizziamo questi progetti. Se lo facciamo perché crediamo che le emozioni e le relazioni sociali siano fondamentali in qualsiasi ambito, allora dobbiamo realizzarli con continuità.
Non si tratta semplicemente di occuparsi del benessere proprio e altrui. Si tratta di attuare, da quell’istante in poi, una cultura del rispetto per sé e per gli altri.

Stefano Cazzaro

Sono il fondatore della start up culturale Còlere. Credo che la cultura sia un’opportunità per le persone che vogliono migliorare la realtà, qualsiasi realtà. Amo tanto la scrittura quanto l’imprenditoria, perciò studio il content marketing e lo storytelling.

NOTE:
1. P. L. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, 1997

[Immagine tratta da Google Immagini]