Film selezionati per voi: giugno 2018!

L’estate è la stagione ideale per le passeggiate serali all’aria aperta e per le uscite in famiglia o con gli amici. Effettivamente, le proposte ricreative e culturali che danno vita ai centri storici delle nostre città in questo periodo si fanno davvero numerose. Se la vostra agenda per il mese di giugno ha qualche serata libera da impegni mondani, aperitivi in compagnia, pizze cene gelati e quant’altro, noi vi consigliamo di segnarvi i seguenti titoli selezionati apposta per voi dai nostri esperti cinematografici.

Non si può mai rimandare un appuntamento con un buon film!

 

FILM IN USCITA

chiave-di-sophia-2001-odissea-nello-spazio2001: Odissea nello spazio – Stanley Kubrick

50 anni dopo un capolavoro assoluto della storia del cinema, un’articolata riflessione sul destino dell’umanità e sulla dialettica civiltà/tecnologia. Protagonista del celebre 2001: Odissea nello spazio, basato sull’omonimo romanzo di Arthur Clarke, il computer della nuova generazione, HAL 9000, posto a bordo dell’astronave Discovery indirizzata verso Giove alla scoperta del mistero di un monolito. Lo scopo della missione non va rivelato e HAL, basato su un sistema binario Sì-No viene stravolto dalla presenza di un segreto da conservare e va in crisi drammaticamente, non resistendo all’intrusione dell’umana doppiezza nei suoi delicati apparti. Un film che ha fatto epoca anche per la colonna sonora: indimenticabili le note del Danubio blu che, composte in un periodo storico convinto della bontà della Scienza e fiducioso nelle magnifiche sorti progressive dell’umanità, commentano le immagini di un futuro ipertecnologico. USCITA PREVISTA: 4 giugno 2018

 

chiave-di-sophia-aquietpassion-poster-ws_A quiet passion – Terence Davis

Un aggraziato biopic sulla poetessa di Amherst, Emily Dickinson: questa la sfida dell’ultimo film di Terence Davies. Quella della Dickinson è stata una vita da autoreclusa della quale quindi può sembrare non si sappia abbastanza per trarne una narrazione, invece Davies, grazie anche alla maestria di Cynthia Nixon, riesce a consegnare una lettera al mondo come quella che Emily avrebbe voluto lasciare con i suoi scritti. Un film su una giovane donna che si apre all’arte e al contempo si chiude alla vita nella borghese e puritana casa paterna esplorata dalla macchina da presa di Davies in una pellicola “in costume” che offre occasioni di riflessione e di sorriso. USCITA PREVISTA: 14 giugno 2018

 

chiave-di-sophia-il-sacrificio-del-cervoIl sacrificio del cervo sacro – Yorgos Lanthimos

Anche The Killing of a Sacred Deer – come l’originario 2001: Odissea nello spazio – si apre con un minuto di buio e, sulle note dello Stabat Mater di Schubert, veniamo poi calati in una tragica vicenda di espiazione e vendetta in modo brusco e disturbante attraverso l’inquadratura senza veli di un intervento a cuore aperto. Già il titolo, riferimento alla crudele tragedia euripidea Ifigenia in Aulide, allude a uno spietato dramma di sangue e di violenza. Steven è un cardiologo dalla perfetta vita borghese con una bella moglie e due figli, ma a loro insaputa si incontra con un ragazzo, Martin, fino a quando uno dei due figli, Bob, inizia a manifestare strani sintomi psicosomatici: la verità sulla loro relazione inizia così a venire a galla. USCITA PREVISTA: 28 giugno 2018

 

UN DOCUMENTARIO

diva la chiave di sophiaDiva! – Francesco Patierno

Tratto dal libro autobiografico di Valentina Cortese, “Quanti sono i domani passati“, il nuovo documentario diretto dal regista Francesco Patierno racconta la vita straordinaria di un’autentica istituzione del teatro italiano. In “Diva!” la storia di Valentina Cortese viene riletta attraverso otto attrici chiamate a dar voce alle sue parole. Un ritratto originale e insolito per approfondire non solo un grande personaggio della cultura nostrana, ma anche una donna che ha saputo precorrere in maniera unica il fenomeno del divismo italiano. USCITA PREVISTA: 7 GIUGNO

 

UN CLASSICO

kikujiro la chiave di sophiaL’estate di Kikujiro – Takeshi Kitano
Con il ritorno della bella stagione è d’obbligo (ri)scoprire uno dei film più noti del regista nipponico Takeshi Kitano. “L’estate di Kikujiro“, realizzato nel 1999, racconta la storia di un bambino abbandonato dalla madre e del suo incontro con un mafioso giapponese dal cuore d’oro. Un film sul significato intrinseco della maternità e della paternità, sul rapporto tra la chiusura della solitudine e l’apertura della relazione con l’altro, sul senso del comico, del riso, del gioco. La storia è una rielaborazione del classico canovaccio basato sull’incontro tra un bambino e un adulto e, pur non raccontando una vicenda particolarmente originale, colpisce nel segno per il suo incredibile senso di umanità, tipico della cultura orientale. Forse non la miglior opera di Kitano, ma senza dubbio uno dei grandi classici orientali da guardare almeno una volta nella vita.

 

UN FESTIVAL CINEMATOGRAFICO

asolo-film-festival la chiave di sophiaAsolo Art Film Festival
L’estate è, per eccellenza, la stagione in cui si concentra il maggior numero di festival cinematografici in giro per l’Italia. Tra questi va senz’altro annoverato l’Asolo Art Film Festival, giunto alla sua trentaseiesima edizione. Dal 6 al 10 giugno la città dai cento orizzonti ospiterà celebrità e volti noti del cinema e dell’arte internazionale. Tra i nomi di spicco di quest’anno ci sono l’attrice Piera degli Esposti, il direttore della fotografia Luciano Tovoli e il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera. Oltre sessanta i film in concorso, accompagnati da proiezioni speciali dedicate a grandi personalità come Caravaggio, Helmut Newton e James Brown. Un programma ricco di sorprese per un evento che punta ad accrescere il suo status di festival più antico in Italia per quanto riguarda il connubio tra arte e cinema. Da non perdere.

 

Rossella Farnese, Alvise Wollner

 

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Il coraggio filosofico di sporcarsi le mani. Intervista ad Antonio Calò

Antonio Silvio Calò è un professore di filosofia che insegna al liceo classico Antonio Canova di Treviso, da sempre molto amato ed apprezzato. Negli ultimi anni si è parlato moltissimo di lui per la sua scelta di accogliere sei ragazzi richiedenti asilo provenienti dall’Africa nella sua casa della provincia di Treviso; i sei ragazzi si sono aggiunti al professore, alla moglie Nicoletta, e ai quattro figli della coppia, andando a formare una grande famiglia allargata della quale abbiamo avuto il piacere di parlare in occasione della nostra rivista #5 – Le dimensioni dell’abitare.

Anche in questa occasione, il professor Calò ha saputo dimostrare (e ancora riesce a farlo) che la filosofia non sta rinchiusa nei libri, che la coerenza tra quello che si dice e quello che si fa è un valore fondamentale e che i ragazzi, quei ragazzi perennemente descritti (bollati frettolosamente) come viziati e svogliati, di questo se ne accorgono: per questo hanno bisogno di modelli. Questo è infatti il vero significato della parola educatore e dunque della missione di professore: costituire una guida, fare da conduttore e, in altre parole, fare da esempio.

 

Che cosa significa per lei essere professore di filosofia? Come vive quotidianamente la relazione con i suoi studenti e che influenza può avere la filosofia su di loro, oltre che su di lei?

Per me il ruolo della filosofia è proprio la meraviglia, lo stupore. Di fronte al mondo avere il coraggio  – perché ci vuole del coraggio – a meravigliarsi e stupirsi, attraverso quell’esercizio molto semplice ma desueto che è domandarsi il perché, porsi domanda. La filosofia insegna a capire che l’uomo è tale nel momento in cui ha il coraggio di porsi in questo modo; la capacità di rendersi conto che le cose non sono così scontate e andarci dentro può stupirti in positivo e in negativo, può farti vedere un mondo che tu pensavi non fosse tale. Poi la filosofia non è soltanto la domanda e il perché ma è il tentativo della risposta, perché non credo in una risposta definitiva, credo nel tentativo di dare una risposta a seconda del momento storico, tentativo che non sempre poi può essere così costruttivo, tante volte quella risposta può essere destrutturante, distruttiva, ma la grandezza è nella domanda.

Riguardo la filosofia nella scuola e in relazione ai miei studenti, invece, penso che stia nella coerenza tra quello che fai e quello che pensi. Il filosofo non è grande non appena ha elaborato una sua teoria, né l’insegnante di storia della filosofia è grande perché riporta il pensiero dei singoli filosofi in maniera corretta. Grande è il docente che attraverso queste figure pone le domande fondamentali. Ma lui stesso si è messo in gioco e gli studenti se ne rendono conto, se ne devono rendere conto perché la stima non può essere basata soltanto sul fatto di essere capaci nel declinare il pensiero di un filosofo ma è lasciarsi immergere nella dimensione filosofica, però ancorandola profondamente all’oggi e alle questioni personali. Secondo me la filosofia vera è quella che ha il coraggio di sporcarsi le mani con la storia. Quindi il docente deve avere questa funzione, la filosofia deve essere anche educatrice, la filosofia che non insegna dei valori, che non ha il coraggio dei valori, che non ha un rigore – perché anche il rigore è necessario e riporta di nuovo alla coerenza – ha poca forza, incide poco. Invece secondo me la filosofia deve avere il coraggio di  giocarsi questa partita, sapendo che magari a volte si perde.

 

Interessandomi oltre che di filosofia anche di pedagogia e pensando che anche per ogni professore non debba mai essere disprezzato tutto il piano pedagogico-educativo, una delle grandi domande che mi pongo anche per il futuro è quali possono essere veramente le prospettive di interventi educativi, il fatto di diffondere senza l’obbligo ma col sorriso la passione per la lettura, la passione per lo studio e la sua “erotizzazione” come direbbe Massimo Recalcati.

Innanzitutto devi essere tu il testimone. Non puoi continuare a dire ogni volta: “fate, fate, fate!” ma devi far vedere che leggi, che approfondisci, che studi, che sei in ricerca, ti muovi e interroghi te stesso e gli altri. Insomma dimostrare che sei vivo, per prima cosa devi essere tu il protagonista. Il docente deve trasmettere prima di tutto una testimonianza di coerenza tra quello che dice e quello che fa.

Coerenza del docente, della persona per come si pone nel mondo. Pensiamo, difatti, alla base dell’educazione e della formazione ove v’è il grande tema della relazione. Relazione vuol dire avere il coraggio di mettersi in gioco, di discutere, di confrontarsi e, spesso e volentieri, al docente – magari c’è tutto il sapere del caso – manca questo aspetto fondamentale, quello della relazione, appunto.

Terza cosa fondamentale: il docente deve essere una persona curiosa, deve trasmettere quello che chiamiamo volgarmente “passione”. La cosa fondamentale è un’altra: avere il coraggio di insegnare a questi ragazzi che per arrivare a pronunciare parola o giudizio o opinione intorno a un tema bisogna sporcarsi direttamente le mani. Per lo studente vuol dire andare a intervistare, come state facendo voi, ma anche leggersi una rivista, un giornale. I miei studenti sono interrogati ogni martedì sull’attualità, sono obbligati a leggere i quotidiani. Non è possibile che un liceale esca fuori dal liceo senza avere idea del mondo che lo circonda: bisogna assolutamente confrontarsi con la realtà. Però, ripeto, tu per primo devi essere il testimone perché il ragazzo ti segue fino all’inferno e in paradiso ma ti segue volentieri se capisce chi è il condottiero. Chiaro che se sacrificio diventa divertimento non sembra più sacrificio; se l’insegnamento è prima di tutto anche divertimento, perché il sapere e la conoscenza sono un divertire nel senso più profondo dell’etimo, allora non ti accorgi neanche della fatica che stai facendo, fai volentieri e vai avanti fino in fondo, ti giochi tutte le partite.

 

Siamo figli di un’epoca di crisi esistenziale e valoriale capace di portare a prospettive profondamente nichiliste. Oggi, in misura diversa dal passato, fare il professore, ricoprire una carica e testimonianza pedagogica comporta una responsabilità e una forza nuove. Nei professori che ho avuto la maggior parte delle volte ho visto rassegnazione e senso di desolazione riguardo agli orientamenti e al senso del proprio agire, del proprio essere nel mondo privi di appigli, liberi o fin troppo prigionieri di ideologie. Quali sono i suoi metodi e che cosa propone per il futuro dei giovani?

Intanto sono d’accordo con te. Il docente comunque deve ricordarsi sempre che è un educatore. Se educhi conduci, dalla radice, il conducere, accompagnare nella formazione di una persona. Il sapere non è un mero sapere mnemonico, è un sapere vissuto quindi che si incarna, che chiaramente segna e incide. Allora questo sapere secondo il mio punto di vista è un sapere educante, cioè è un’azione educativa, e la prima educazione come ho già detto è il tuo modo di agire, è la dimensione etica che ognuno di noi vive. La dimensione etica è una dimensione che ha delle regole, l’etica di suo ha delle regole, però le regole di oggi sono regole sempre più soggettive ma a questo punto mi domando: una regola soggettiva può essere considerata una norma? Io penso di no e che l’etica abbia una sua consistenza quando si rapporta con l’Altro, quando crea relazione e quando questo avviene comporta sempre un atto di responsabilità. Ecco la funzione del docente, ovvero la capacità di rendersi conto che qualsiasi relazione vera è sempre un atto di responsabilità, a maggior ragione quando trasmettono saperi e conoscenze. La stragrande maggioranza delle persone non vuol più sapere, perché il sapere implica una conoscenza e una responsabilità. Ecco la radice di quell’ignoranza diffusa, ecco la radice di questo fuggire da un’etica seria, quindi da un sapere valoriale dove anche i valori entrano in gioco. Non essendoci più un’etica non ci sono norme se non quelle soggettive che non hanno più una valenza che non sia utilitarista.

Vi è sempre questo processo di giustificazione che ha ucciso qualsiasi norma che relaziona. Oggi non si trasmette più niente, perché? Perché ogni cosa che viene trasmessa è messa in discussione nel giro di pochissimo tempo, non c’è neanche lo spazio per poter finalmente far proprie le norme stesse, le nostre responsabilità. I ragazzi se ne rendono conto e ne stanno pagando le conseguenze. Loro pensano sempre che alla fin fine tutto sia possibile, invece bisogna saper mettere dei paletti. Io fin dai primi cinque minuti della prima lezione del triennio metto i paletti etici, cioè il modo in cui ci dobbiamo comportare perché solo con delle regole sul comportamento è possibile una vera trasmissione di conoscenza, una vera educazione che sia continua, non un momento, un giorno isolato. Quello diventa il presupposto per qualsiasi tipo di avventura conoscitiva: se non c’è questa base è finita. Anche per questo dico sempre ai miei studenti che non sarò mai loro amico. Questo nulla toglie che poi all’interno dei giusti ruoli il docente non si pieghi in due pur di far capire, pur di ascoltare, pur di conducere ma questo non vuol dire che debba perdere la sua funzione di educatore.

Per essere docente la trasmissione può avvenire se c’è un sapere conclamato e una persona che ha bisogno di quel sapere conclamato, però devono esserci ruoli e chiarezza, altrimenti è chiaro che la sensazione è che tu possa comunque sapere senza sapere. Ormai siamo tutti tuttologi, tutti parlano, parlano, parlano senza aver mai fatto un’esperienza diretta. I miei studenti parlano solo a due condizioni: o hanno fatto un’esperienza diretta o hanno una bibliografia di riferimento per cui possono parlare a riguardo, altrimenti tacciono.

 

Proprio a questo proposito vorrei sollevare una questione di cui si discute molto, soprattutto ultimamente, ovvero il ruolo che hanno nell’educazione i nuovi mezzi di comunicazione. O meglio: questi nuovi strumenti hanno migliorato o peggiorato il nostro rapporto con la conoscenza?

Secondo me dobbiamo avere il coraggio di dirlo: i mezzi tecnologici attuali e i mass media sono pessimi su un piano educativo. Uno che guarda la televisione che cosa riceve a livello educativo? Si può urlare, si può insultare, interrompere continuamente, si può fare tutto quello che non si dovrebbe fare secondo un codice minimo di educazione. Tutti pensano che si possa fare tutto. Non c’è l’umiltà della conoscenza, non c’è il coraggio di inginocchiarsi di fronte al sapere e il sacrificio del sapere è inevitabile, il sapere è in salita, non è in discesa. Eppure in televisione si dà per scontato che tutti possano disquisire su tutto. Questa è proprio la maleducazione, l’educazione fatta male. La conseguenza la vediamo tutti i giorni, il ragazzo che interviene sul voto, il genitore che lo sostiene. Qua il problema sono i genitori incapaci di dire un no al proprio figlio, i genitori che anche loro sono convinti di poter parlare su tutto. Se un genitore viene e mi mette in discussione, io il giorno dopo sono nel suo ufficio a controllare che cosa sta facendo. Non ti puoi inventare docente: ognuno deve stare al suo posto. Il peccato di questa società è che ormai nessuno si fida dell’altro e questo non fidarsi crea delle continue interruzioni. In questo ha fallito la società, ha fallito la famiglia, ha fallito la scuola come luogo, ha fallito il docente che tra l’altro non è in grado di gestire la classe.

 

A proposito di ruoli, dato che ha parlato di ruoli della società e considerata la sua esperienza in canonica, qual è il ruolo della fede nel rapportarsi alle persone?

Io credo che la crisi abbia colpito anche la dimensione della fede. I casi li abbiamo intorno, stanno “saltando” anche i preti, in primis perché c’è una solitudine profonda, una grande solitudine che non ha senso. L’ho visto in questi quattro mesi, vedo come due sacramenti così importanti come il presbiterato e anche la famiglia alla fine sono complementari, si aiutino a vicenda, diventino una forza completamente diversa. Innanzitutto si sostengono a vicenda in momenti di crisi e poi diventano quel luogo familiare perché sono due entità che alla base della loro validità hanno l’ascolto, la narrazione, l’accoglienza. Un prete che non sa ascoltare, che non sa relazionarsi, è meglio che faccia un altro mestiere; per la famiglia però, nel caso quindi dei genitori, vale lo stesso. Il problema fondamentale è nella formazione di queste figure, per esempio sono i seminari che andrebbero rivisti e corretti. Secondo me, e qui faccio solo un esempio, sarebbe bellissimo che ci fossero sei/otto mesi d’obbligo di vita in famiglia, che si sia obbligati a stare in canonica a fianco ad un famiglia per capire le problematiche, perché altrimenti vivono in un altro mondo, poiché il mondo della pastorale non è il mondo. Per sporcarsi le mani bisogna entrare in quelle che sono le dinamiche familiari vere, quelle che vediamo. Quindi secondo il mio punto di vista il messaggio è quello di far capire che se vogliamo salvare la famiglia e la fede, esse devono allearsi; all’interno della Chiesa queste due figure sono complementari e si aiutano a vicenda e tale prospettiva, su un piano profondamente religioso-costruttivo, crea comunità, quello spazio di ascolto e relazione di cui abbiamo bisogno.

Oggi il tema religioso è paradossale: col vuoto a livello generale e la solitudine spaventosa che ci sono oggi, il cristianesimo – straordinario attraverso i Vangeli, un messaggio bellissimo per l’uomo – non incide, e questo perché gli uomini che dovrebbero testimoniarlo non sono in grado di farlo. Per testimoniare il cristianesimo ti devi sposare con l’umanità, come dice Papa Francesco, e devi sapere l’odore delle tue pecore. Ma le pecore chi sono? Sono le famiglie. Dunque come fai a sapere l’odore del tuo gregge se stai arroccato nel tuo mondo, fatto poi di un’organizzazione rigida e di questioni amministrative? La fede non è una sicurezza, paradossalmente la fede vera è una dimensione precaria, è affidarsi, e anche il prete si deve affidare a Dio. Il Signore ha detto che ti bastano dei sandali e un bastone, il resto viene perché tu ti poni con lo spirito dell’amore, dell’ascolto, della misericordia e a quel punto la gente ti viene dietro perché il mondo di oggi è affamato di relazione, di accoglienza. La critica però vale anche per la famiglia, per noi genitori: le famiglie che nascono senza un autentico perché, che si generano secondo forme di egoismo. Ormai la famiglia è portatrice di un egoismo sociale. Non lo dico con tristezza, lo dico con consapevolezza e una dose di autocritica.

Perché dico che il cristianesimo è ancora grandissimo? Perché abbraccia l’uomo in cammino, ovvero l’uomo precario, del relativismo totale, del nichilismo di cui si parlava prima; è solo e incapace, mentre tu cammini cadi, chi ti raccoglie dunque? Nessuno, non interessa a nessuno. Per questo il buon samaritano deve ritornare nel mondo: devi fermarti davanti all’uomo che cade e condividere con lui. Il problema però è più grande e non voglio essere nostalgico o reazionario, no: in passato era un disastro comunque. Una cosa che però aveva un senso un tempo era il canone. Senza il canone l’uomo è un atollo e non vi sarà nessuna relazione, nessun noi, nessun tu, ci sarà sempre e solo un io. Per forza poi che assistiamo a certi accadimenti. Inutile nascondercelo, per me era giusto mettere in discussione il canone precedente ma non si può pensare di discutere un canone e di non sostituirlo poi con un altro. La verità è che negli ultimi 50-60 anni non si è trovato il coraggio di creare un canone nuovo e senza il canone come fai a dire che una cosa è giusta o meno? Ciò che manca è il canone, che non vuol dire rimpiangere il canone precedente, altrimenti come decidiamo della validità delle cose? Per uscire fuori da tutto ciò abbiamo bisogno di un nuovo patto, un nuovo contratto sociale, un nuovo canone.

 

Alvise Gasparini

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Che cosa significa amare i propri figli? La parola a Erich Fromm

L’arte di amare è un libro di Erich Fromm da tenere sempre con sé e da sfogliare ogni qualvolta se ne abbia la necessità.

Nella società attuale infatti molto spesso si leggono sui quotidiani o si sentono per televisione casi di tragedie familiari, quali sono sintomo di un’assenza di una reale consapevolezza delle dinamiche dei rapporti che intercorrono tra genitori e figli. Per questo l’analisi dell’amore dei genitori verso i propri figli realizzata da Fromm in contesto terapeutico può essere molto utile per tutti coloro che vogliano comprendere di più loro stessi e il loro modo di rapportarsi con i propri cari, al fine di favorire il benessere del vivere quotidiano all’interno della famiglia stessa.

Secondo Fromm la madre per il bambino costituisce una sorgente di calore, serenità e pace. Nella prima infanzia il bambino presenta un carattere prevalentemente narcisistico, tanto che la realtà ha senso solo in relazione alla soddisfazione dei propri bisogni. Con la crescita invece inizia a percepire le cose come entità distinte, le nomina, vi dà un’esistenza propria. Così egli «apprende che la mamma sorride quando mangia; che lo prende in braccio quando piange; che loda quando va di corpo»1. Il bambino è tutto il mondo per la madre, è l’oggetto esclusivo della sua attenzione. «Sono amato perché sono il bambino della mamma»2 pensa il bambino; per questo motivo egli nutre nei confronti della propria madre un amore passivo. «Sono amato perché sono indifeso. Sono amato perché sono bello e bravo. Sono amato perché la mamma ha bisogno di me»3, pensa.

L’amore materno è incondizionato e in quanto tale non vi è nulla che si possa fare perché possa essere raggiunto dal bambino con i propri sforzi, non può essere conquistato dal bambino in alcun modo. Per dirla con Fromm stesso: «sono amato per ciò che sono oppure, più precisamente, perché sono. Tutto ciò che devo fare è essere – essere il suo bambino»4. La madre o ama in maniera disinteressata fin da quando si è nati o non vi è modo di ottenerlo.

A questo amore incondizionato però il bambino non risponde con altrettanto amore, bensì con una semplice gratitudine.

Il bambino inizia invece ad amare quando insorge in lui il desiderio di produrre amore in maniera attiva attraverso la propria creatività. «Per la prima volta nella vita del bambino l’idea dell’amore è spostata dall’essere amato in amare; in amore creativo»5 dice Fromm.

I bambini fanno così un disegno o una poesia da regalare ai genitori.

Da adolescenti l’egocentrismo lascia spazio all’altruismo: dare è diventato più bello che ricevere. Fromm infatti distingue l’amore infantile che dice: «ti amo perché ho bisogno di te»6 da un amore maturo che dice: «ho bisogno di te perché ti amo»7. Se nei primi i primi anni di vita importanti sono  i rapporti con la madre, nella crescita del bambino altrettanto importanti sono quelli con il padre. L’amore paterno differisce dall’amore materno, in quanto non è possibile cercare nel padre un amore incondizionato: quello paterno è un amore meritato, il quale può «lasciare un senso di amarezza perché non si è mai amati per se stessi, ma si è amati soltanto perché si piace»8.

Il padre diviene così colui che indica il sentiero per divenire adulti al bambino. La condizione dell’amore paterno è la soddisfazione delle aspirazioni del padre stesso. L’amore paterno dice: «io ti amo perché tu soddisfi le mie aspirazioni, perché fai il tuo dovere, perché sei come me»9. Sebbene sia un amore che va meritato, quello paterno, a differenza di quello materno, può essere conquistato. Può essere anche perso, se si disobbedisce al padre. Il padre è una guida per il bambino, deve educarlo alle regole, affinché possa affrontare un giorno le sfide che la vita gli porrà davanti. Fromm non manca di ammonire i genitori: per essere delle buone madri è necessario desiderare che il bambino raggiunga l’indipendenza e l’autonomia, non lasciando spazio a forme di amore simbiotici; di converso l’amore paterno non dovrebbe fare ricorso ad alcuna forma di coercizione e lasciare spazio ad una più libera autodeterminazione.

Per Fromm la persona matura è tale esclusivamente nella misura in cui sono state abbandonate le figure esterne del padre e della madre e sono state interiorizzate in noi, fanno parte di noi, ovvero «la persona matura è arrivata al punto in cui è la madre e il padre di se stessa»10. Questo passaggio è molto importante in quanto è strettamente legato alla salute mentale al momento del raggiungimento della maturità. Nel caso in cui questo processo non andasse a buon fine si correrebbe certamente il rischio dell’insorgere di qualche patologia, certamente non auspicabile, come la nevrosi.

I comportamenti che i genitori adottano nei confronti dei figli quando sono in tenera età sono perciò determinati circa la formazione della psiche del bambino e il suo raggiungimento dell’età adulta. Secondo la saggezza popolare alcuni problemi concernenti l’esperienza vissuta e il modo di rapportarsi agli altri da parte degli adulti andrebbe proprio ricondotta a sua volta ad un infanzia travagliata.

Spesso accade che le persone mettano in atto dei comportamenti, anche inconsciamente, che risultino lesivi per i più piccoli, comportamenti quali esito di traumi che in questo modo potrebbe influenzare negativamente la prole. In particolar modo Fromm indaga nello specifico quali atteggiamenti sono da evitare, portando come esempio una madre che certamente è amorosa, ma che faccia dell’autoritarismo il proprio strumento educativo, o come un padre che non ha sviluppato una sufficiente virilità, la quale si traduce in ultima analisi in debolezza e non curanza dei figli.

 

Davide Vardanega

 

NOTE:
1. E. Fromm “L’arte di amare”, Il saggiatore, Milano 1977, p. 55 
2. Ibidem
3. Ibidem
4. Ibidem
5. Ivi, p. 56.
6. Ivi, p. 57.
7. Ibidem
8. Ivi, p. 58.
9. Ivi, p. 59.
10. Ivi, p. 61.

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Etica formativa o dar forma all’etica?

Sbagliando si impara. Neanche a dirlo. Un errore tira l’altro, come le ciliegie, e si fa esperienza di come vanno le cose nel mondo, quali sono le cose da rispettare, come è meglio comportarsi in date situazioni. Procediamo a tentoni, come in una stanza perennemente buia immersa nella statistica e nella speranza che le cose siano calcolabili. Così dovremmo, in teoria, diventare dei bravi umani.

Umani o calcolatori? La perfezione del calcolo in realtà non è propriamente nostra, non si addice ad un essere imperfetto che è continuamente manchevole. La tensione verso il controllo, il tentativo di dire il mondo in una formula sì, fino a volerlo dominare come scriveva Nietzsche in relazione alla Volontà di potenza. Il nostro è un procedere secondo induzione, ovverosia se una cosa solitamente succede in un modo si ipotizza che essa continuerà a seguire quella data logica portando a quelle date conseguenze. Se premo l’interruttore la luce si accenderà e non esploderà il pianeta. Questa è la nostra massima idea di certezza. Siamo completamente immersi nella logica probabilistica pur rifiutandola in nome di un vero e proprio rigore scientifico.

Eppure la stessa scienza ultimamente viaggia su terreni altrettanto pericolanti. Basti pensare all’introduzione della meccanica quantistica capace di spazzare via le certezze e precisioni che ci si aspetta dall’atteggiamento scientifico. Il fisico teorico Carlo Rovelli in Sette brevi lezioni di fisica (2014), nella seconda lezione sui quanti, ci espone in modo semplice e accessibile l’avvento dell’indeterminatezza nel mondo della scienza. Da Planck fino a Bohr, passando per Einstein si incomincia a pensare ad elementi quali l’energia della luce come qualcosa di discontinuo e caratterizzato da numeri finiti di quanti, descritte da Rovelli come mattoncini di energia. Dunque introducendo qui la discontinuità si potrebbe pensare di star abbandonando il campo scientifico per addentrarsi in una disquisizione filosofica. Ebbene grandi fisici del ‘900 come Einstein, Planck, Bohr e Heisenberg non disdegnavano la filosofia e il contributo che essa poteva e avrebbe dovuto dare più avanti alla scienza.

La sola possibilità di una discontinuità delle cose, delle energie che ci circondano e che formano quel reale che vediamo, sposta l’attenzione dell’uomo dall’atteggiamento di scientificità e dagli oggetti per come ci appaiono. Siamo forse abituati a considerare esistenti le cose che nominiamo e che si sono scoperte, ponendo in loro un essere continuo, eppure lo stesso Heisenberg è pronto a minare le nostre certezze ipotizzando che un elettrone possa non esistere sempre. «Ma come? Se una cosa esiste non può passare da un momento all’altro alla non-esistenza!» Direste voi o Parmenide. Ancora Rovelli scrive «Heisenberg immagina che gli elettroni non esistano sempre. Esistano solo quando qualcuno li guarda, o meglio quando interagiscono con qualcosa d’altro»1.  È la relazione che permette l’individuazione, seppur probabilistica di un dato elemento. Senza interazione con l’altro un elettrone non è in nessun luogo, come un albero che per noi sparisce se gli voltiamo le spalle. Non più oggetti ma relazioni. La vita può essere anche solo relazione.

Dunque la logica probabilistica entra di prepotenza nelle teorie scientifiche, ora precise, domani magari non più.

Ritornando all’esperienza umana il collegamento è servito da quel fattore imperfetto e assolutamente impreciso, forse ignorante come esposto sempre da Rovelli nell’ultima lezione, ovverosia Noi. Siamo esseri umani e l’indeterminatezza ci domina ma su di essa abbiamo costruito modelli, teorie, palazzi e vaccini. Per prove ed errori, si costruisce il nostro edificio esperienziale, assolutamente aperto all’imprecisione e alla possibilità che esso non sia rappresentazione fedele e affidabile. Ma noi poco filosofi rispondiamo “chi se ne frega!”. Potremmo ricadere in errore nel nostro percorso eppure è l’errore stesso la condizione del nostro percorso, la ragione del suo avanzamento e miglioramento.

Sbagliare per imparare o imparare per sbagliare dunque?

Ad ogni modo, qualunque sia l’esito di una nostra azione l’apprendimento sarà sempre parte delle conseguenze. Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione scriveva che la filosofia è sempre teoretica. Un amico filosofo una volta mi disse che per lui invece la filosofia è sempre morale, sempre etica. Ricollegandomi al discorso sull’apprendimento sempre presente, credo che da una filosofia sempre etica se ne ricavi sempre un valore formativo, poiché l’etica è essenzialmente formativa nella sua determinazione attraverso conflitti, dibattiti e opposizioni. Etica come percorso, come processualità che necessita di contraddizioni, momenti che al suo interno vogliono essere superati e interiorizzati. La derivante formazione, però, non è una composizione immediata, bensì, anch’essa, un processo che si compie nell’arco di tutta la vita, richiamando alla prospettiva del lifelong-learning, ovverosia apprendere per tutta la vita. Dunque come miglioramento e sviluppo della persona ad essa se ne dà man mano una forma. Ivi si compie la continua realizzazione di una persona secondo il suo darsi forma, dar forma all’essere, non a caso lo stesso Aristotele poneva nella forma la caratteristica fondamentale della sostanza. Forma per cui la materia è una determinata cosa, aprendo alla particolarità di ciascuno secondo il proprio modo e non un altro.

Il risvolto pedagogico-formativo si fa carico di un atteggiamento morale e risolve la sua indeterminatezza, la sua potenziale fallacia superata dal coraggio del porre, consci della propria imperfezione, tendenti verso il massimo a cui si possa tendere.

Qual è dunque il valore della filosofia o dell’etica così lontane dalla precisione e considerate di inferiore portata rispetto a scienze che comunque non ci danno risposte certe, e ancora di più non riescono a soddisfare quella fame, quella curiosità e voglia di realizzarsi definitivamente?

Credo che ognuno si sia già risposto da solo (o almeno cercherà di farlo fino a quando… fino a quando?)

 

Un grazie all’amico Emanuele Lepore

 

Alvise Gasparini

NOTE
1 Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica.

[Immagine tratta da Wired]

 

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Causalità, Superstizione, Correlazione

La superstizione è una caratteristica di popoli antichi e tradizionali. È un dono ereditario che si trasmette di generazione in generazione e si sostanzia in un insieme di cose da fare e da non fare. Se si chiede il perché si faccia così invece che diversamente, la risposta è un semplice perché-di-sì. La psicologia del superstizioso meriterebbe di essere studiata a fondo; essa pare la ri-emergenza di una mentalità magica e pagana, assopita, ma non del tutto estirpata nonostante gli sforzi dal cristianesimo e dell’Illuminismo.

La forza sociale della superstizione non va sminuita, essa è capace di rovinare reputazioni e vite. Questa forza è tanto stupida che irrazionale e maliziosa. Di questa ci parla in forma letteraria Pirandello nella commedia La patente, in cui il protagonista Chiàrchiaro si è modellato nello stereotipo dello iettatore per soddisfare la pressione sociale che così lo vuole.

Ciò che ci interessa oggi però è una distinzione, che per quanto banale il superstizioso non è capace di tenere ferma e che può aiutarci forse a farci penetrare più a fondo nel suo mondo. La differenza tra causalità e correlazione è proprio ciò la cui ignoranza genera il pensiero superstizioso. Essa più o meno è la differenza che sussiste tra il rapporto tra due avvenimenti che si susseguono talvolta in concomitanza, e il rapporto tra due avvenimenti in cui il primo causa il secondo.

In un contesto di generale ignoranza come quello in cui da sempre l’uomo si trova e da cui cerca di smarcarsi, egli deve distinguere le volte in cui la concomitanza è semplice casualità e le volte il cui invece la concomitanza indica una connessione più pregnante e significativa: un rapporto di causalità. Per chi osserva non c’è nessun tipo di differenza tra i due casi, semplicemente ci si accorge di una contemporaneità di avvenimenti e si cerca di stabilire che tipo di relazione ci sia tra i due.

La superstizione entra in gioco proprio a questo punto, ossia quando ritengo che ci sia un rapporto causale tra due fatti solo casualmente concomitanti. Questo tipo di errore del pensiero è chiamato solitamente cum hoc ergo propter hoc, ossia “con ciò quindi a causa di ciò”.

Certo questa spiegazione lascia insoddisfatti perché si limita a indicare cosa di fatto succede quando qualcuno si lascia andare alla superstizione e non ci dice nulla sul viscerale bisogno umano di cedere in qualche modo ad essa. Il tentativo di eliminare l’angoscia dell’ignoranza attraverso comprensioni azzardate (e spesso scorrette) di ciò che ci circonda sembra essere una costante propria del comportamento umano. Infatti il nesso causale è in un certo senso molto più rassicurante di una semplice coincidenza. Attraverso la conoscenza del nesso causale io so perché qualcosa è successo, so come farlo accadere di nuovo e come evitarlo, in breve mi illudo di controllarlo. Un’altra spiegazione potrebbe essere da trovarsi nel procedere schematico del pensiero umano, per cui esso cerca di leggere l’ignoto attraverso le categorie del noto. Queste potrebbero essere chiavi di lettura del comportamento superstizioso.

Tuttavia entrambe ci sembrano incomplete; da ultimo riteniamo che la superstizione sia uno di quei fenomeni la cui spiegazione richiede di osservare il fondo opaco dell’umanità e che quindi la sua completa decifrazione sia ancora lontana dall’essere raggiunta.

 

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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La fine di un amore non cambia mica l’universo (credo)

È dura riconoscere la fine di un amore! (Mi fa quasi ridere scriverlo a due giorni di distanza da San Valentino, ricorrenza a cui molti tengono e che molti festeggiano, eppure… questo l’allegro argomento del giorno). Ricominciamo dai…

È dura riconoscere la fine di un amore, specie se si tratta di un amore durato un periodo di tempo sufficientemente lungo per riconoscergli senza troppa presunzione la qualità di amore “vero”. Non che la durata di un rapporto determini inevitabilmente la sua importanza; ma all’infuori della convivenza o del matrimonio, quello temporale è sicuramente un fattore che contribuisce a definire la profondità di una relazione. Il tempo da dedicarsi, il tempo da trascorrere insieme è forse il regalo più bello che due innamorati possano farsi. Si suppone infatti che il tempo sia la vera chiave per scoprire al meglio la persona che si ha di fronte, per conoscerne con meno approssimazioni possibili le caratteristiche, per amarne i pregi e per accettarne i difetti. La durata di un rapporto a volte sembra determinarne la saldezza, sembra renderlo immune a qualsiasi tipo di intemperie.

Eppure, la durata di un rapporto, sa essere anche una vera scocciatura, una nebulosa indefinita che non ci permette di distinguere raggio d’azione e confini della relazione. La durata di un rapporto d’amore è infatti direttamente proporzionale alla difficoltà di stabilirne la fine! Il tempo trascorso insieme, carico di bei momenti ma anche di difficoltà superate, ci fa credere invincibili. Il tempo vissuto à deux ci sembra il più convincente fattore legittimante per sopportare gli screzi del presente e per trovare la forza e la voglia di andare avanti. Come se di bei momenti da vivere insieme ce ne potessero essere ancora tanti; come se le difficoltà superate ci permettessero di affrontare e scavalcare anche quelle attuali o addirittura quelle che si potrebbero presentare nel futuro.

Quando il tempo trascorso insieme lo si è guardato con sempre rinnovata incredulità, come fosse qualcosa di veramente incredibile nella sua bellezza, come si può capire se è davvero giunto il momento di dichiararsi tregua reciproca? Quando si ha sempre guardato con soddisfazione e orgoglio a quanto si è saputo costruire, come poter riconoscere la necessità di pronunciare la parola “fine”?

L’amore e l’odio sono le due forze che muovono il mondo e assieme a lui anche noi poveri umani. Che ci affanniamo tanto con domande e preoccupazioni di ogni genere, come se il mondo lo dovessimo portare sulle nostre spalle, come se la fine di una relazione potesse cambiare completamente le carte della nostra partita. Ma infondo noi umani non siamo altro che pedine microscopiche di un gioco di cui non conosciamo le regole, e forse nemmeno il nome. Ma di cui sappiamo invece l’obiettivo finale. Certo, perché la conoscenza delle tattiche per vincere ci appartiene senza volerlo. Lo scopo del gioco è quello di essere felici, di conoscere il bene, quello vero. Sì, proprio quello che i vari filosofi che abbiamo letto e studiato si sforzavano di individuare e definire.

Allora personalmente dico: pazienza se non sappiamo definirlo, pazienza se non sappiamo descriverlo a parole. Il bene lo sentiamo, lo riconosciamo senza volerlo; impossibile girarci attorno, impossibile confonderlo. Ed è quindi domandandoci se rispecchia o meno l’idea del bene, del bene-per-noi-stessi e del bene-per-l’altro, che possiamo capire se il nostro rapporto d’amore è giunto o no alla sua fine. Siamo ancora capaci di donare e di ricevere il bene? Riusciamo ancora a farci del bene malgrado il tempo che è passato, i cambiamenti che abbiamo subito, le nuove scelte che abbiamo intrapreso?

La risposta DOVREBBE essere semplice…

Mal che vada, vi ricordo che i testi di Schopenhauer sono sempre in commercio! (Ma cercatelo da soli, perché io oggi mi rifiuto proprio di citarlo).

Federica Bonisiol

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Un’idea di felicità: la filosofia servita a tavola

Sempre di più oggi la cultura alimentare sembra essere estranea a se stessa: l’uomo non è più ciò che mangia, non sa più cosa mangia e neppure perché. Progressivamente si stanno perdendo i suoi riferimenti fondamentali definiti nel tempo.

Per comprendere cosa rappresenta oggi il cibo, bisognerebbe ritornare al significato stesso della parola, come facevano i grandi filosofi, riacquistando il suo senso autentico che non si riferisce solamente a ciò che si consuma e che nutre, ma a ciò che è in grado di esprimere anche un intreccio di prospettive legate a identità, appartenenza e relazione, perché è la tavola stessa a raccontarci il suo cibo.

L’etimologia della parola appetito, ossia l’essere attratti da qualcosa, non si riferisce ad una pulsione istintiva che obbliga a mangiare, ma è attrazione per qualcosa che ci invita. Ecco che il cibo può essere considerato lo strumento di relazione per eccellenza: la condivisione, la ritualità quotidiana, il convivio, rappresentano il cuore del vivere insieme e l’uomo, che Aristotele descriveva come essere sociale, ha sempre desiderato di vivere assieme agli altri; un vivere che si esprime solo attraverso lo scambio e l’esperienza.

Il sedersi a tavola insieme può rappresentare quella dimensione reciproca fatta di valori che è in grado di ridare significato e spessore a un gesto di vita spesso tralasciato, perché semplicemente non viene interrotta l’abituale corsa frenetica,  in un contesto in cui soprattutto la percezione e l’organizzazione dello spazio e del tempo vengono trasformati e sottratti allo scambio e alla relazione. Godere dell’esperienza quotidiana, comunicare e consumare la narrazione del cibo, sono infatti dei rituali che nella società frammentata di oggi si stanno perdendo. Il mangiare insieme, quando legato al concetto di convivialità, oltre a ridare dignità al gesto in sé, può rafforzare la ricerca della felicità condivisa, perché anch’essa è raggiungibile attraverso il cibo e il rapporto con esso, ricerca che a volte può essere articolata come la natura intrinseca delle relazioni.

L’esistenza stessa si fonda sul legame che si instaura tra il mangiare e il quotidiano, portatore di significati e mediatore nei confronti di una realtà la cui conoscenza e comprensione spesso non può che avvenire in modo diretto. Come mangiare un piatto di pasta assieme, in cui gli elementi base restano prodotti semplici, ma che insieme sono in grado di costruire un forte valore identitario e di soddisfare il gusto tanto da diventare un’abitudine quotidiana. Non a caso il piacere della semplicità e dello stare a tavola assieme si condivide con facilità. La quotidianità del mangiare quindi rappresenta quel semplice spazio di condivisione ripetuta, in grado di aggiungere valore e sentimento anche ad un modesto piatto di spaghetti al pomodoro.

Una pratica che può essere riconosciuta come patrimonio immateriale proprio perché si riferisce ad uno stile di vita e alla tradizione, non solamente ai singoli ingredienti, che vengono ricreati e trasmessi garantendo un senso di identità e continuità tra i soggetti, in risposta alla loro cultura.

All’interno di questo contesto il rapporto con l’altro trova sulla tavola di tutti i giorni il luogo speciale per la sua manifestazione più genuina, perché è nel quotidiano e nella continua ricerca che cibo e filosofia possono trovare il loro punto di unione: il cucinare, il mangiare assieme e il fare filosofia, in modi diversi, accompagnano continuamente l’uomo nella ricerca costante di una vita che ha bisogno dell’impegno umano per poter essere riconosciuta, se non felice, quantomeno nostra.

Riprendendo le parole di J. Inés de la Cruz, «si può benissimo filosofare e preparare la cena. E io dico spesso pensando a tali bagatelle: se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto molto di più».

Martina Basciano

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La vulnerabilità come fonte di energia, tra fragilità e relazione

La consapevolezza della radicata fragilità dell’esistenza umana potrebbe portare ognuno di noi ad approcciarsi al mondo della vita da una nuova prospettiva: attraverso uno sguardo che conduce alla comprensione della necessità di prendersi cura gli uni degli altri, in modo da sostenere e condividere la mutevolezza e l’imprevedibilità del divenire del nostro tempo. In questo contesto la vulnerabilità1, è strutturale nell’uomo, è  profondamente legata alla dignità dell’individuo. La persona che vive un momento di difficoltà e che richiede cura e presenza, chiede il riconoscimento e la tutela di questa sua dimensione affinché venga riconosciuta la propria identità, nella sua radicale situazione di vulnerabilità.

A tal proposito, con la Dichiarazione di Barcellona2 del 1998, ventidue luminari nel campo della bioetica hanno proposto, in seguito a tre anni di lavoro presso la Commissione Europea, di inserire il principio di vulnerabilità tra le quattro colonne portarti del “credo” bioetico, insieme cioè ad integrità, dignità umana e autonomia. La vulnerabilità, che si propone così quale principio innovatore, riconduce a sua volta a due concetti di notevole importanza: la dimensione del limite intrinseco e della fragilità dell’esistenza umana e l’oggetto di un appello morale, di una consapevole e matura richiesta a prendersi cura di chi è caduto in uno stato di malessere.

Il riferimento alla condizione di vulnerabilità della persona trova grande eco nel pensiero del filosofo Lévinas, per il quale la categoria del volto dell’altro, e dunque la sua alterità, rappresenta ciò che interpella la propria coscienza. La vulnerabilità, legata alla categoria della “nudità”, rappresenta quella dimensione intrinseca della soggettività umana3 per cui il sé si propone come soggetto etico perché risponde all’imperativo morale di assumersi la responsabilità dell’altro. Attraverso la vulnerabilità si edifica una relazione asimmetrica tra chi appartiene alla categoria del “debole” e chi a quella del “potente”, in quanto ciò richiama impegno morale del più forte a proteggere il più debole al di là di ogni condizione. Anche il filosofo Habermas, proponendo il concetto di “progetto della modernità”, si riferisce alla dimensione della vulnerabilità e del prendersi cura: così giustizia e bontà costituiscono valori condivisi in quanto vi è, per l’umanità intera, un radicato e naturale bisogno di porre attenzione e prendersi cura dell’instabilità della condizione umana. Seguendo questo filo rosso, il pensatore francese Ricoeur ricorda che l’esistenza umana è «una fragile sintesi fra il limite della corporeità e l’infinito desiderio dell’anima»4. La fragilità, così, si manifesta nella finitudine della corporalità e della temporalità emergendo come una condizione della nostra presenza nel mondo, attraverso cui sperimentiamo la possibilità di fare il male, di essere abbandonati all’infelicità, alla distruzione e alla morte. Vulnerabilità significa condividere e di convivere con la condizione mondana di mortalità nonché prendersi cura dell’altro, quest’ultimo concepito come strutturale condizione di fragilità.

La consapevolezza del carattere universale della condizione di vulnerabilità è ciò che rifornisce di una struttura legale e di un fondamento giuridico tale principio. La filosofia del diritto, grazie soprattutto al pensiero del filosofo Hart sostiene che la vulnerabilità della condizione umana deve fondare l’attività legislativa e le stesse istituzioni sociali. Così, l’impegno della legalità, nella sua organizzazione, nei suoi principi, nella concretezza delle leggi, sta nel proteggere il soggetto davanti alla possibilità della distruzione. La legge, in questo modo, identifica il proprio fine nella protezione delle persone più deboli in opposizione alla discriminazione e prevaricazione degli altri gruppi sociali.

Oggi l’uomo potrebbe promuovere un’etica del prendersi cura in grado di dar voce alla condizione umana di radicale fragilità e vulnerabilità. Il prendersi cura, come già sottolineato negli scritti precedenti, si esprime nel vivere una fondamentale relazione umana fra soggetti: il “to care” nasce dal naturale e prorompente appello alla propria coscienza che si sviluppa e reclama la propria presenza nella contemplazione dell’altro (evocando bisogno di condivisione, di ascolto e confronto in direzione di una fertile empatia e ponderata simpatia). La realtà esistenziale di vulnerabilità, nella fragilità dell’essere umano, si traduce spesso nella dipendenza che si pone come condizione strutturale alla natura umana: è una dipendenza che non può essere superata né eliminata ma che rinvia alla necessità di progettare la sua integrazione all’interno di un contesto relazionale, impreziosito dagli affetti più cari e dall’universo curante, per esempio durante un processo terapeutico. Da tale integrazione prende voce la categoria etica della protezione che trova la sua concreta applicazione nell’esperienza del cum patior (percepire e sentire insieme) e nella consapevolezza, che diviene anche una scelta (come risposta all’appello altrui), di prendersi cura dei bisogni dell’altro. L’esigenza di integrare la dipendenza dentro la prospettiva relazionale, piuttosto che tentare inutilmente di contrastarla servendosi di un inefficace attivismo terapeutico, pone al centro della riflessione un’altra categoria etica: la relazionalità, la quale, prima ancora che categoria etica, è una dimensione costitutiva della persona (che contribuisce alla edificazione della sua identità). L’essere socievole dell’individuo è parte integrante della struttura propria di ciò che significa umano: l’individuo trova espressione e senso nel contesto delle relazioni. Così, la virtù della solidarietà si sviluppa grazie alla comprensione di ciò che la dimensione sociale del vivere richiede. La solidarietà, come ricostruzione, nel contesto sociale, delle relazioni umane e riconoscimento della propria interdipendenza che invoglia il soggetto a condividere i beni disponibili e le risorse necessarie per dare conto ai bisogni fondamentali che caratterizzano l’esistenza di ognuno di noi, oggi è resa sterile dall’anonimato delle singole comunità nonché sommersa dall’individualismo. Quale sia la foce di questa vulnerabilità non è (ancora) dato di sapere: tuttavia pare evidente una sua presenza in ognuno di noi. Si tratta di una presenza a cui prestare un sincero ascolto per poter incontrare, nell’alterità, almeno qualche frammento della nostra identità.

Riccardo Liguori

NOTE:
1. Il termine vulnerabilità deriva dal latino vulnerare : esprime l’idea della possibilità di essere feriti e rimanda, figurativamente, al senso di precarietà della condizione umana, segnata dalla realtà del limite, della debolezza, della dipendenza e del bisogno di protezione.
2. AA.VV. (2000), Final Project Report on Basis Ethical Principles in European Bioethics and Biolaw, Institut Borja de Bioetica, Barcelona & Centre for Ethics and Law, Copenhagen
3. P. Ricoeur, Autrement. Lecture d’Autrement qu’être ou au-delà de l’essence d’Emmanuel Levinas, PUF, Paris,1997; tr. it., Altrimenti. Lettura di Altrimenti che essere o al di là dell’essenza di Emmanuel Levinas, Morcelliana, Brescia 2000, 2007.
4. P. Ricoeur, Finitude et culpabilitè, Aubier, Paris, 1960; tr. It, Finitudine e colpa, il Mulino, Bologna, 1970.

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Anoressia: malattia del corpo e malattia dello spirito.

Alcune riflessioni antropologiche ed etiche.

Chi si occupa di questioni di etica si trova a doversi confrontare anche con questioni relative a patologie legate a disturbi del comportamento alimentare.

In questo contributo intendo soffermarmi sull’anoressia ovvero quel particolare disturbo alimentare psicogeno caratterizzato essenzialmente da restrizione alimentare, fobia di ingrassare e alterata percezione del proprio peso; una condizione patologica complessa che ritengo vada interpretata non solo in chiave scientifica, ma anche socio-culturale, antropologica ed etica.

La chiave antropologica (e culturale) risiede nell’interpretazione dei fatti che giocano un ruolo rilevante per la comprensione dello sviluppo dei comportamenti anoressici. La chiave etica, invece, riguarda essenzialmente la formulazione delle decisioni in ambito clinico, preventivo ed educativo.

La mia riflessione, relativamente alla patologia anoressica, ha origine da una visione antropologica ben precisa: la persona umana è un insieme sostanziale e dinamico di anima e corpo, la corporeità non è solo materiale, è corporeità personale e nella costruzione del Sé è coinvolta tutta la persona (corpo, anima, mente) e, qualora una parte fosse alterata ne risente tutta la persona.

Nel caso dell’anoressia il rapporto tra corpo e persona è un rapporto di stretta unità e non di dualismo cartesiano. La persona ferita è un corpo ferito e il corpo ferito è della persona ferita. Il corpo che “ho” è il corpo che “sono”, quindi io sono il corpo ferito.

L’anoressia non può essere intesa come una mera disfunzione biologica, dimenticando la globalità della persona e l’esperienza del sé. Il corpo anoressico non può essere visto solo come una “macchina” che necessita di essere riparata.

La chiave antropologica del problema anoressia si basa fondamentalmente su una questione: quale è il significato pienamente umano dell’alimentarsi, della costruzione dell’immagine del proprio corpo e delle relazioni sociali e familiari? Ad esempio, perché ci alimentiamo? Per sopravvivere? Per piacere? Per rispondere ad un bisogno? Il cibo ha un significato simbolico? Le abitudini alimentari sono condizionate?

Alimentarsi non è un “atto dell’uomo” quindi indipendente dalla nostra volontà, ma un “atto umano” cioè libero e volontario avente quindi una valenza etica.

I comportamenti alimentari sono quindi il risultato di scelte morali, di partecipazione a determinati valori, di identità di un individuo o collettiva.

La stessa consumazione dei pasti è, spesso, un’azione di gruppo che mette in relazione l’individuo con gli altri e assume un importante significato educativo. L’anoressia risulta essere, quindi, conseguenza di una alterazione a livello non solo intra-personale, ma anche inter-personale (nella relazione).

Ritengo che il problema dell’anoressia sia estremamente incardinato in un problema di relazioni, relazioni che sono malate, e nella maggior parte dei casi involontariamente e inconsapevolmente malate.

La restrizione alimentare può assumere il significato di una protesta, un tentativo di attirare l’attenzione su di sé e può essere anche una modalità di richiamare alle proprie responsabilità morali quanti sono implicati in ciò che sta accadendo, è un’accusa agli altri.

Come e chi deve intervenire per contrastare e “troncare” il comportamento anoressico? Quale etica di riferimento nel prendere le decisioni? Ritengo fondamentale agire avendo alla base un’etica centrata sulla persona che considera opportuno mettere in atto comportamenti che rispettino la dignità e il valore intrinseco della persona.

I contesti nei quali viene maggiormente richiesto un parere etico, in relazione ai disturbi del comportamento alimentare, sono l’ambito preventivo, diagnostico e di trattamento della patologia, ma soprattutto la condizione di emergenza relativa all’attivazione di un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Di qui la necessità di introdurre alcune riflessioni ed indicazioni etiche in ambito clinico in riferimento al rispetto della vita fisica (proporzionalità rischi/benefici) e al rispetto dell’esercizio dell’autonomia (responsabilità verso se stessi e gli altri).

In ambito clinico il confronto avviene essenzialmente tra due autonomie: quella del medico che ha il dovere di rispettare l’autonomia del paziente, ma anche di tutelare la vita oltre a ricercare il massimo beneficio in termini di salute. Dall’altra parte c’è l’esercizio dell’autonomia del paziente, la questione legata alla maggiore età e quindi alla rilevazione del consenso o alla minore età e quindi alla rilevazione dell’assenso. Ma è solo una questione di esercizio dell’autonomia? Il/la paziente con anoressia è nelle condizioni di ricevere, comprendere e valutare le informazioni per poi prendere una decisione? Non è facile stabilire se l’eventuale rifiuto dei trattamenti sia il risultato di una decisione pienamente consapevole o se sia conseguenza della percezione distorta di sé che ha  provocato la patologia e che parla per lui/lei?

La percezione dell’informazione, la sua interpretazione e il processo decisionale possono essere facilmente disfunzionali. La capacità di decidere su aspetti relativi a trattamenti medici è alterata dalla paura dell’aumento di peso e dalla negazione di quelle che potrebbero essere le conseguenze delle proprie azioni a lungo termine. Il/ la paziente immagina che un peso corporeo molto basso possa essere pericoloso, ma difficilmente è consapevole del fatto che tale pericolo lo/ la possa riguardare direttamente, piuttosto lo proietta su altri e arriva a negarlo per se stesso/a.

Il/la paziente con anoressia può essere in possesso di tutte le informazioni necessarie su di sé e sulla qualità della propria vita e le può integrare per fare una scelta, ma è sulla base della considerazione che ha di se stesso/a e della sua qualità di vita che rifiuta la terapia. Tale rifiuto va rispettato? Alcuni sostengono che l’alimentazione forzata non sia il trattamento corretto in quanto comprometterebbe la possibilità di sottoporre il/la paziente a successive terapie psicologiche, inoltre, con l’alimentazione forzata si otterrebbe un aumento del peso a breve termine, ma senza effetto o beneficio a lungo termine. Allora il problema etico diventa: se e in quali circostanze si può imporre un trattamento coercitivo e come possiamo combinare il principio di autonomia con il principio della difesa della vita fisica?

I due principi vanno integrati tra loro, vi è da un lato il dovere di ricercare il consenso/assenso del/della paziente (in base all’età), ma qualora non si riuscisse ad ottenerlo il medico deve sentirsi nell’obbligo morale di intervenire in caso di estrema gravità clinica.

È però “poco etico” limitarsi ad intervenire sul/sulla paziente con anoressia solo in condizioni di urgenza. L’intervento in condizione di emergenza è segno di un fallimento, non si è fatto nulla prima. Ogni sforzo deve essere, invece, orientato all’educazione e alla prevenzione, ad instaurare una relazione terapeutica tempestiva che permetta al/alla paziente di poter valutare in modo obiettivo la propria condizione e di occuparsi responsabilmente della propria salute.

Silvia Pennisi

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