Ritratto di Roma, città di prospettive

Lo sanno tutti, definire Roma come la capitale d’Italia, quantunque insindacabilmente corretto, risulta in un certo senso limitativo, perché Roma è molto più di una grande città e molto più di un agglomerato di sedi istituzionali. Non è certo un caso che nei secoli si sia guadagnata numerosi appellativi, quali “città eterna” e “caput mundi”, afferenti al suo essere centro gravitazionale delle attività politiche, culturali e artistiche dell’intero mondo occidentale. Infatti, a connotare la storia dell’Urbe e di conseguenza il suo aspetto visibile e tangibile, è la presenza pressoché continua e ininterrotta di poteri forti dai tempi di Augusto (ma anche prima) sino ad oggi, e la presenza di questi poteri (in primis quello pontificio) è sempre stata determinante per attrarre nella città importanti personalità che, mediante le loro elevate competenze artistiche e architettoniche, sapessero esprimere manifestamente quel potere medesimo, il quale, alla faccia dei predicati evangelici, doveva permeare in ogni angolo della città per mettere bene in chiaro a chi spettassero i privilegi del controllo e della gestione dello stato.

In questo senso, la creazione a livello urbanistico (e non solo) di grandiosi complessi prospettici che, mediante studiati accorgimenti architettonici, creassero spazi razionalmente ordinati secondo criteri di simmetria e punti di fuga corrispondenti con edifici di alto valore simbolico, è una delle principali manifestazioni visive della volontà, da parte di chi esercitava il potere, di esercitare forme di controllo anche sullo spazio. Questa affermazione si lega indissolubilmente con il concetto di Umanesimo, che si connota, nelle arti, anche con la capacità da parte degli artisti (e dei loro committenti) di controllare e gestire con razionalità lo spazio reale, nel quale l’uomo vive e opera. Questa centralità dell’agire razionale è palese in qualsiasi zona di Roma, a tal punto che le manifestazioni del potere spirituale riescono con fatica a celare l’ardire di coloro che, nell’atto di creazione o modifica di uno spazio, hanno osato indossare gli abiti della divinità e adottare il proprio ordine (quello umano) fondato essenzialmente sulle regole matematiche e geometriche.

Il risultato finale di queste operazioni è sorprendente e visitando Roma ci si accorge così che qualsiasi piazza o grande monumento è incorniciato da un insieme ordinato di volumi che ne amplificano l’importanza e che lo indicano come punto di fuga, come fulcro dello sguardo, come punto focale della scenografia in cui è inserito. Perché, effettivamente, Roma è un po’ un grande teatro, nel quale ci si può perdere passeggiando per le strade secondarie per vedere cosa succede dietro le quinte, per poi tornare sempre tra le grandi piazze e sentirsi “pubblico” in senso stretto, ammirando le grandi scenografie reali di cui è composta. Il Castel Sant’Angelo visto dall’altra sponda del Tevere, con gli angeli di Bernini che ci indirizzano lo sguardo verso la grande mole del fu mausoleo di Adriano invitando lo spettatore ad attraversare il ponte, oppure il Vittoriano, che si impone allo sguardo uscendo dalla stretta via del Corso, o ancora Piazza del Campidoglio, che si apre simmetrica una volta percorsa la scalinata di accesso, o infine la Basilica di San Pietro dal fondo di via della Conciliazione sono solo pochi esempi chiari e ben noti dell’applicazione consapevole e ragionata di questi espedienti.

Sarebbe sbagliato tuttavia pensare che questi si limitino al solo ambito urbanistico di vaste proporzioni. L’abile uso di complessi giochi prospettici è onnipresente a Roma ed è ben visibile anche in ambienti privati. L’esempio più lampante è senz’altro quello della galleria di Palazzo Spada, che, grazie alla maestria dell’architetto Borromini, sa ingannare lo spettatore e far sembrare lo spazio più dilatato di quanto sia in realtà. In questo caso, ovviamente, non vi è un’espressa volontà di manifestare il proprio potere e nemmeno quella di sottolineare l’importanza di un dato edificio, ma ancora una volta vi si ritrova la volontà (e la capacità) di gestire lo spazio a proprio piacimento sfruttando fino in fondo le regole della prospettiva e dell’illusione ottica.

Non vi sono quindi dubbi che Roma, più di qualsiasi altra città italiana, sia per eccellenza una città di prospettive, e in quanto tale una città creata dall’ingegno umano per la gloria umana, spesso però filtrata da un concetto di gloria divina che si configura più come giustificazione che come motivazione della creazione di questi spazi. E questo anche (e soprattutto) quando a essere inventato è lo spazio divino.

I soffitti delle due chiese barocche a mio parere più belle della città, quello della chiesa di Sant’Ignazio (dipinto da Andrea Pozzo) e quello della chiesa del Gesù (affrescato da Giovan Battista Gaulli), sono i massimi esempi di cosa significa in arte creare uno spazio fittizio mediante l’illusione ottica: folti gruppi di angeli e beati che volteggiano nel cielo persuadono lo spettatore dell’esistenza di un mondo parallelo, che si pone come (non) logica prosecuzione del mondo reale in cui egli vive e che, mediante l’estensione in pittura delle architetture esistenti (a Sant’Ignazio) o grazie alla rappresentazione di personaggi al di fuori della cornice dell’affresco intenti però a entrarvi (nella chiesa del Gesù), avvicina la sfera celeste al mondo terreno in modo sorprendente. Viene a crearsi così una sorta di “teatro celeste”, che altro non è, tuttavia, che un’altra grande invenzione dell’uomo, che eleva le proprie facoltà al punto di organizzare mentalmente e concretamente lo spazio divino come da lui pensato, e di porre dinanzi al visitatore uno spettacolo che, seppur totalmente umano, qualcosa di miracoloso pur sempre ce l’ha.

Luca Sperandio

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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A che gioco stiamo giocando?

Leggere attentamente le istruzioni e seguire i seguenti passaggi. I giochi si compongono sempre così? Sorretti da regole, da istruzioni che appositamente leggiamo e cerchiamo di seguire per dar forma ad uno svago, ad un nostro bisogno di estraniarci e non pensare a ciò che sta fuori dal gioco. Entrare in una bolla ludica, ritagliarsi uno spazio, un mondo se vogliamo, per divertirci da soli o in compagnia.
Mi direte che queste sono le caratteristiche di un gioco da tavolo, una semplice descrizione di una pratica che si sta perdendo. Sono sempre di meno le persone che decidono di sedersi, magari proprio attorno ad un tavolo, condividendo questo processo che trova il suo senso nell’esecuzione e nella preparazione più che nelle soluzioni e nei risultati.

Il mio intento, però, è ben altro che la rievocazione nostalgica di questa pratica. Il problema − come ormai mi piace evidenziare riguardo ad ogni argomento − risiede in un luogo più profondo rispetto alla superficie associazionista della regola e del gioco da tavolo. Scomponiamo in fattori, dividiamo il materiale che abbiamo, compiamo proprio quell’operazione che non siamo abituati a compiere. Prendiamo le cose per come sono, le frasi per come sono state scritte e spesso non riusciamo a scoprirne i lati nascosti, le contraddizioni, i segreti di cui sono impregnate. Questo stesso testo ne può contenere, come ne contiene un indovinello che richiede un procedimento logico. Alcuni sono più capaci di risolvere tali quesiti, altri non riescono a modellare l’indovinello, a cambiarne la forma per risolverlo.

Prendiamo, per esempio, l’argomento del falsificazionismo di Popper, il quale afferma che «una teoria per essere scientifica deve correre il rischio di essere confutata». Avete compreso? La maggior parte di voi probabilmente no, io invece che studio filosofia so benissimo che cosa intende significare. Falso. Continuo a non cogliere in modo semplice ed immediato l’affermazione di Popper e non me ne vergogno, l’ho dovuta studiare ed approfondire ma non riesco ancora a coglierne quel lato segreto, celato di cui vi parlavo, come se fosse una logica non in linea con quelle che sono le mie procedure di ragionamento.

Vediamo le cose in un modo, il nostro modo, una nostra personale visione del mondo e ci riesce difficile l’esercizio di cogliere altri aspetti, le sfumature che non stanno nel nostro campo visivo. Il gioco di cui vi parlavo prima non si ferma a ciò che avete inteso precedentemente, chi in modo più ragionato e chi più superficialmente, non è una domanda sui giochi da tavolo o sul giocare, bensì riguarda IL gioco.
Ditemi, cari lettori, secondo voi a che gioco stiamo giocando? Cosa vediamo veramente di tutto quello che ci è offerto e non? Quando ci rechiamo in un ufficio per un colloquio di lavoro facciamo il gioco del dirigente e dell’azienda, quando andiamo a sostenere un esame all’università facciamo il gioco dell’università stessa e del professore che ci troviamo davanti, il tutto al fine di ottenere il risultato che vogliamo. Niente complottismo, nessuno potere forte da condannare, qui si chiamano in causa tutti i giocatori, tutte quelle persone che fanno parte di questi accordi segreti, quelle regole lette una volta nel foglietto illustrativo e poi acquisite e replicate attraverso la solita risposta sempre corretta. In questo modo va tutto bene, siamo tutti d’accordo e ogni accordo mira all’equilibrio, e tutto viene cullato da quest’armonia eletta da tutti. Questa è la pace, questo è il mondo che va bene e che vogliamo, che abbiamo costruito, quel sistema così perfetto da non volere falle, tanto che nessuno intende più vederle. A chi conviene veramente disfare questa struttura, questa rete di accordi subliminali? È conveniente abolire ciò che ci fa alzare la mattina, andare al lavoro o a scuola, arredare la casa con più ornamenti possibili, vestirsi come si vestono tutti quelli che condividono il tuo status, dire quelle cose ci gli altri si aspettano che tu dica? Perché uscire da tutto ciò? Per arrivare in cima bisogna prendere questa strada, non vorrete mica prendere il sentiero che non viene segnato sulla mappa?

Affidiamoci alla nostra mappa che non può mentirci, chi l’ha disegnata ha a cuore la nostra situazione e vuol farci arrivare in cima senza alcuna ripercussione. È il percorso che hanno preso tutti, che ci promette tanto spettacolo, e sono davvero tante le cose da vedere, così da dimenticarci della malsana idea di prendere il percorso alternativo; d’altronde che cosa poteva serbarci se non insicurezza e pericoli? Quindi non ha senso preoccuparsi, guardare soluzioni alternative, andare al di là di una semplice frase per com’è posta, non farebbe altro che sconvolgere gli equilibri che amiamo, ai quali siamo tanto attaccati. Non è nell’interesse di nessuno, è un compito troppo difficile, un bagaglio troppo pesante, un mondo troppo libero. Rintanati in questo pensiero, in queste righe così calde ed accoglienti per noi, quasi non dobbiamo aggiungere altro. Quasi. Questo dipende da noi. Questo dipende dal voler o meno una risposta la prossima volta che ci domanderemo: a che gioco stiamo giocando?

Alvise Gasparini

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Italo Calvino, “Il castello dei destini incrociati”

«In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpresi in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti». Ovvero – potremmo dire – nel mondo della natura, dell’indistinto e del caotico, si apre uno spiraglio, una presenza umana che sembra promettere ordine e razionalità. Ma questo luogo elude tutte le nostre aspettative, non si capisce nemmeno se sia un castello decaduto, o magari una modesta osteria che col tempo si è nobilitata. E soprattutto, a causa di una sconosciuta magia, i viandanti che si radunano hanno perso la più umana delle facoltà, quella della parola. Vorrebbero comunicare e raccontare tutti la loro storia, ma non possono. L’unica possibilità gli è offerta da un mazzo di tarocchi: a turno, disporranno su un gran tavolo alcune carte a loro scelta; le misteriose figure degli arcani e le forme dei semi alluderanno a una storia, che gli altri dovranno decifrare.

Il castello dei destini incrociati copertina - La chiave di SophiaQuesto semplice spunto è la regola di fondo che regge Il castello dei destini incrociati (1973) di Italo Calvino (1923-1985). Il termine “regola” – certo insolito per un’opera letteraria – sembra del tutto appropriato in questo caso: in quegli anni infatti Calvino si era avvicinato al gruppo francese Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle, ossia “officina di letteratura potenziale”), nel quale scrittori e matematici si proponevano di stimolare la creazione di opere letterarie imponendosi dei vincoli: a volte di tipo linguistico (come nel romanzo di Georges Perec La scomparsa, in cui per trecento pagine non si usa mai la vocale e), a volte di altro genere (nell’affascinante La vita istruzioni per l’uso, sempre di Perec, si immagina di togliere la facciata a un condominio e di raccontare le scene che si vedono nelle varie stanze secondo un ordine dato dalla mossa del cavallo negli scacchi).

Questo meccanismo combinatorio si rivela ricco di possibilità anche nel Castello di Calvino: così le storie dei vari personaggi prendono spunto da figure medioevali, come l’alchimista che vende al diavolo le anime di un’intera città, o il ladro di sepolcri che perde tutto per la troppa avidità; o da personaggi letterari come Orlando impazzito per amore e Astolfo che cerca il suo senno sulla Luna (in fondo anche l’Orlando furioso è un fitto intreccio di storie). Ma quando i personaggi hanno finito di disporre sul tavolo tutte le carte del mazzo, è il narratore che prende la parola; e leggendo in orizzontale le file che erano state disposte in verticale e viceversa, ecco che prendono vita “tutte le altre storie”, un intreccio di nuovi racconti che utilizzano gli stessi elementi di quelli narrati dai viandanti (e, nella seconda parte intitolata La taverna dei destini incrociati, dalle storie degli avventori si ricavano grandi miti come quelli di Edipo o di Faust, e le trame di Amleto e Macbeth)…Calvino - La chiave di Sophia

Un gioco dell’immaginazione e dell’intelligenza, quindi, ma un gioco serissimo e ricco di allusioni. Possiamo leggervi infatti il tema – frequente in Calvino – dell’inquieta relazione tra il mondo umano (ordine, razionalità) e il mondo della natura (istinto, caos). Ma anche le teorie sulla partecipazione del lettore alla creazione dell’opera narrativa: in fondo il nostro racconto è una semplice sequenza di carte, e il testo è solo una delle possibili letture, ogni lettore potrebbe legittimamente proporne altre…

Anche la costruzione di storie a partire da alcuni elementi fissi ricorda da vicino gli studi di Propp sulla Morfologia della fiaba, che individuava i personaggi caratteristici e le tipiche funzioni narrative delle narrazioni orali – e Calvino, autore di una grande raccolta di Fiabe italiane, era molto interessato a queste analisi.

Ma forse a colpirci è proprio l’idea che le storie si possano “costruire”, che anche agli oggetti inventati si possa applicare la capacità umana di manipolare le cose. E lo stesso autore sembra alludervi quando si raffigura in una carta particolare, il re di bastoni: «Un personaggio che se nessun altro lo reclama potrei ben essere io: tanto più che regge un arnese puntato con la punta in giù, come io sto facendo in questo momento, e difatti questo arnese a guardarlo bene somiglia a uno stilo o calamo o matita ben temperata o penna a sfera e se appare di grandezza sproporzionata sarà per significare l’importanza che il detto arnese scrittorio ha nell’esistenza del detto personaggio sedentario. Per quel che so, è proprio il filo nero che esce da quella punta di scettro da poche lire la strada che m’ha portato fin qui».

Giuliano Galletti

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