Rousseau come simbiosi di realtà e immaginazione: essere eguali perché non si è più soli

Con Rousseau tutto si complica.
Non si era mai accontentato del solo percorso razionale. Ha sempre desiderato le iperboli e di andare oltre il muro dell’uomo, per vederne gli orizzonti sconosciuti.
Criticava, odiava – avendo tra l’altro un pessimo carattere –, fu capace di osservare la società come nessuno prima d’allora in campo filosofico era riuscito a fare e, soprattutto, contemplava il singolo individuo come unicità del creato.

A lui possiamo attribuire la prima autobiografia della storia, un misto di passione e ragione tra esperienze e fondamenti culturali. Questo forse è il simbolo che può meglio di altri rappresentare la sua tensione morbosa fra realismo e immaginazione.
Ma cos’è l’uomo per il pensatore ginevrino? È essenzialmente solo, e pure felice, nello stato di natura dove non esiste socialità, dolore o ineguaglianza. Mentre ora è in catene. Ha fatto, potremmo dire, il passo più lungo della gamba. Si è creduto più forte insieme ad altri e si è ritrovato svantaggiato nei confronti della società.
Come egli stesso scrive nel Discorso sull’ineguaglianza:

«Apro i libri di diritto e di morale, ascolto filosofi e giureconsulti è tutto pieno dei loro insinuanti discorsi, deploro le miserie della natura, ammiro la pace e la giustizia prodotte dallo stato civile, benedico la saggezza delle istituzioni repubblicane e, vedendomi cittadino, mi consolo di essere uomo. Bene istruito sui miei doveri e sulla mia felicità, chiudo il libro, esco di scuola e mi guardo intorno: vedo popoli disgraziati che gemono sotto un giuoco di ferro, il genere umano schiacciato da un pugno di oppressori, una folla affamata […] di cui il ricco beve in pace il sangue e le lacrime»1.

Il passaggio da uno stato di piena libertà ad un altro pieno di sofferenze è il punto di indagine di Rousseau, dove l’immaginazione passa il testimone alla realtà. Da questo momento non può che indagare l’uomo così com’è e le leggi come possono essere.
Prima dunque abbiamo un individuo solo come solitaria dovrebbe essere l’educazione. Successivamente un uomo che nell’incontro con l’altro e proiettandosi al di fuori di sé, si perde, sprofondando nei desideri di dominio e assoggettamento. L’antitesi della visione della coscienza che ne farà Hegel nell’Ottocento.

Il problema ora è come risolvere il gap. L’antidoto può essere uno solo: l’eguaglianza. È come “rattoppare” una falla del sistema mondo, e pure con strumenti non del tutto idonei.
Infatti, per Rousseau non importa, rispetto ai suoi precursori, indagare il passaggio dallo stato di natura a quello civile concretizzandolo ma imprecare perché si è realizzato. Un punto di non ritorno per l’essere umano.
La causa fu non solo la socialità ma la nascita della proprietà privata e l’avanzamento della tecnica. Il progresso non solo è inutile in questo caso, ma è la falce che fece dell’essere umano una bestia.
Come lo stesso filosofo scrive:

«Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti»2.

Il risultato è la formulazione di un patto iniquo, nel quale i ricchi approfittandosi dell’ingenuità dei più deboli, stipulano un accordo che porterà solo sofferenze, creando una società ingiusta ed egoista.

È necessario dunque un secondo contratto, capace di fare di tutti un corpo collettivo dove nessuno possa perdere la propria libertà individuale e in più ottenere la sicurezza fra i molti. Un compito morale, politico e giudico per nulla facile.
Rousseau lo chiamerà il contratto sociale. Nell’opera così intitolata infatti scrive:

«ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotta la direzione della volontà generale; e noi come corpo riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto»3.

Rinunciando infatti al diritto di autogovernarsi da sé, l’individuo accetta che gli altri abbiano un diritto su di lui, ma al tempo stesso acquisisce un diritto sugli altri e dunque non perde nulla della sua libertà.
Si deve creare reciprocità tramite l’eguaglianza così da salvaguardare la libertà originaria, iniziando un nuovo percorso e creando una società come protezione dei singoli in quanto parte del tutto e il tutto nella garanzia del singolo.

Ancora una volta la spinta immaginativa prende il sopravvento, per non parlare inoltre del Legislatore, descritto come una entità divina, simbiosi di politica e credenza; della volontà generale come forza presente ed eterna tra gli uomini o della religione civile.
Sembra quasi che ogni popolo, in ogni tempo e per sempre, una volta compreso il compito e la direzione di sé, sia destinato alla felicità eterna. Ma non è così.
Il realismo torna ancora una volta: i dettami sopracitati non hanno forza universale seppur ne abbiano essenza, in quanto ogni popolo ha il suo grado di sviluppo e di crescita. Rousseau apprese molto da Machiavelli e da Montesquieu nella riflessione politica ed è come se ci dicesse: esiste una verità pura, ovvero che l’uomo è destinato ordinariamente all’isolamento; per cause esterne e fortuite e che dunque potevano anche non accadere – ma sono successe – si trova in una società iniqua, nel quale deve porre rimedio tramite dettami universali, senza dimenticare il relativismo intrinseco nell’uomo – in questo caso nel popolo, che inizialmente era unico e irripetibile.

Molti intellettuali dinnanzi alla teoria rousseauiana videro contraddizioni insormontabili, intrecciate nella tensione fra immaginazione e realismo; taluni pura genialità, altri ancora solo un mostro che abbandonava i propri figli.
È come se non si fosse spiegato a sufficienza, come se si fosse risparmiato con le parole, pensando che i posteri potessero leggere nelle sue tesi i concetti fra le righe. Infatti, sognava di poter rielaborare il tutto con più coerenza tramite una predisposizione sistematica del sapere, ma non ne ebbe il tempo. E forse per questo abbiamo ancora molto da imparare da lui.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. J-J. Rousseau, Discorso sull’ineguaglianza, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 44.

2. Ivi, p. 173.
3. J-J.  Rousseau, Il Contratto sociale, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 67.

[Photo credit Rob Curran]

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“Il sogno di un uomo ridicolo”: vincere l’indifferenza

Esiste un racconto di Dostoevskij – brevissimo, nascosto dai più voluminosi lavori dello scrittore russo – a cui non è mai stata dedicata troppa attenzione, forse perché non ha nemmeno un titolo accattivante: Il sogno di un uomo ridicolo. A sentirlo, ci si chiede che cosa avrà mai da dire un uomo che si definisce ridicolo.

Quando ci si imbatte in questo testo, l’inizio quasi non smentisce le aspettative del lettore. Vi è un uomo, di cui nulla si sa, né il suo nome, né la sua storia, ma tutto ciò che è importante sapere è che egli è ridicolo.
L’essere ridicolo racchiude ogni particolare del protagonista, tutta la sua essenza, e vi si spiega tutto il suo mistero. Nel momento in cui egli afferma che è un uomo ridicolo, che sempre lo è stato, e se ne è vergognato terribilmente, il lettore lo conosce profondamente.

Se da giovane egli provava immenso imbarazzo per se stesso, da adulto giunge a una consapevolezza che placa la sua vergogna e lo conduce a una decisione naturale: l’uomo ridicolo sa che la vita gli è indifferente, e che dunque tanto vale morire.

«Un po’ alla volta mi sono convinto che non c’è mai stato nulla. Allora ad un tratto ho smesso di essere irritato con gli uomini e quasi smisi di notarli»1.

L’uomo ridicolo giunge a considerare la morte, perché essa non è l’opposto della vita ma l’indifferenza lo è. Scoprire che le azioni, gli intenti, non sono nulla e che ovunque ogni cosa è priva di senso è il vero contrario della vita, e non la morte. L’indifferenza non è soltanto verso il mondo e gli altri ma nasce nell’uomo ridicolo come consapevolezza che egli stesso è indifferente per il mondo. L’indifferenza è il negativo che si sostituisce all’esistenza e alla sua potenza, che ingloba il protagonista, ed egli non si accorge nemmeno più della vita che cerca di catturarlo nuovamente.

Quando gli si avvicina all’improvviso una bambina in cerca di aiuto, ovvero la vita nella sua crudezza e banalità, egli è ormai sopraffatto dall’indifferenza e nulla può fare per lei, se non allontanarla.
Se la vita trascina l’essere umano nelle direzioni più disparate e nel modo più incomprensibile, l’indifferenza costringe l’uomo ridicolo a piegarsi su stesso, fino a rannicchiarsi in sé, e scomparire.
Giunti a questo punto, è allora vero che l’uomo ridicolo sembra non avere niente da insegnare a chi legge. E come potrebbe se ogni cosa è priva di peso?

Tuttavia, vi è un momento in cui nell’indifferenza che ingloba l’uomo ridicolo si forma una crepa. Egli, dopo aver scacciato la bambina, la vita stessa, ed entrato in casa con l’intento di spararsi, piomba in un sonno profondo e improvviso; sogna di essere catapultato in una terra identica alla nostra, ma in cui gli uomini sono puri, privi di angosce e colpe. L’uomo ridicolo, nel suo sogno, si imbatte in uomini che vivono, per i quali niente è indifferente, poiché sentono di non dover capire l’esistenza, ma solo goderne. Gli uomini innocenti non hanno scienza o religione, perché la vita non va studiata, o posseduta, ma solo vissuta.

«Ma il loro sapere era più profondo e più elevato di quello della nostra scienza; perché la nostra scienza cerca di spiegare la vita […]; loro, anche senza la scienza, sapevano come si fa a vivere»2.

Il sogno dell’uomo ridicolo si conclude con un paradosso: gli uomini puri vengono corrotti dalla sensualità della menzogna e dimenticano il loro stato originario. Gli uomini, la natura, gli animali non sono che strumenti, e il loro essere diviene perciò indifferente.
L’uomo ridicolo si sveglia con la verità negli occhi e nella mente, desideroso che tutti la conoscano.

Il sogno di un uomo ridicolo può sembrare l’ennesimo racconto sullo stato originario degli uomini, la storia della loro corruzione e la nascita, inevitabile, della civiltà. Vi è però un significato più profondo del racconto di Dostoevskij, che spiega perché il protagonista non può che essere un uomo ridicolo.

L’uomo ridicolo è colui che cerca di comprendere la vita, perché gli è lontana: è un mistero che non riesce a risolvere. Egli è ridicolo perché in questo fallisce e se ne vergogna. È solo tramite un sogno, cioè un’altra dimensione dell’esistenza, la stessa che gli sfugge, che egli riconosce di poter ritrovare ciò che ha perduto. Al suo risveglio, l’uomo ridicolo viene deriso dagli altri, a cui vuol donare la verità, ma egli non prova più vergogna per se stesso, poiché adesso non cerca più di metter la vita in provetta, o nei libri, ma di viverla per ciò che è.

Il sogno di un uomo ridicolo è lo scritto meno famoso di Dostoevskij e forse il racconto di cui abbiamo più bisogno in questo tempo. Uno scrittore trascorre la sua esistenza a cercare le parole giuste, e non è una vita sprecata, perché egli è un osservatore di uomini e riesce a mettere nero su bianco quel che in fondo sappiamo, ma che non siamo in grado di ammettere a noi stessi. Dostoevskij invita, con pochissime pagine, a vincere l’indifferenza, che è la vera morte della vita, il suo dissolvimento. L’uomo ridicolo, a cui non crede nessuno, è per certo colui che non può insegnare nulla, altrimenti non avrebbe imparato dagli uomini innocenti che nella vita bisogna entrare e non guardarla da un sogno.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. F. Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo, Roma, Newton Compton 2005, p.135.
2. Ivi, p. 147.

[Photo credit Sharosh Rajasekher]

 

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In contatto con il proprio io e con la natura: I Canti Orfici di Dino Campana

Noto come il “poeta visionario”, teso tra una vita errabonda e gli eccessi psichiatrici, Dino Campana è tra i più singolari letterati del primo Novecento, produttore di opere dal sapore simbolista, che si distinguono per gli aspetti evocativi e per le atmosfere. Sebbene in un secolo sanguinoso la sua poesia possa risultare per certi versi anacronistica, tanto si staglia in un panorama che canta l’uomo in preda alle incertezze esistenziali, essa ha ancora molto da insegnare, specialmente a chi si pone con attenzione in ascolto.

«Ascolta: la luce del crepuscolo attenua/ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:/ascolta: ti ha vinto la sorte»1 afferma il poeta nel Canto della tenebra, invitando il lettore a porsi in contatto con se stesso, nel momento della giornata in cui le tenebre iniziano a salire e l’uomo è più incline alla riflessione. Solo chi dedica un po’ di tempo ad ascoltarsi, può infatti «intendere» la voce interiore, che in fondo si accorda con la natura e il resto del creato, almeno per i brevi istanti in cui questo legame viene stabilito.

Si tratta di un nesso profondo ma difficile da far affiorare alla percezione cosciente, per la maggior parte del tempo impegnata ad occuparsi di altro: «non so se tra roccie il tuo pallido/ viso m’apparve, o sorriso/ di lontananze ignote»; «non so se la fiamma pallida/ fu dei capelli il vivente/ pallore»2, difficile dunque abbracciare davvero queste “visioni”, l’io è sempre incerto su ciò che vede, sente e percepisce, in una realtà che conferisce sempre meno valore a ciò che l’uomo prova.

Si tratta di un sentimento, quello della crisi, che spesso ritorna alla luce nella letteratura del periodo, sebbene non tutti gli autori lo affrontino allo stesso modo: c’è chi, come Pirandello, mostra un mondo in cui non esiste più alcuna integrità dell’io; chi, come Ungaretti, ci immerge nella realtà cruda e sanguinosa della guerra, mostrando un uomo che non è più uomo; chi, infine, pur vivendo fortemente la caduta delle certezze, come Dino Campana, propone una realtà altra dove rifugiarsi, un mondo affettato, nato dalla propria mente.

Ciò non significa che tutto quello che propone Campana sia una sorta di deviazione alla vera realtà, ma in qualche modo esso rappresenta un “recupero”, un “ripescaggio” di alcuni elementi che vengono riportati alla coscienza e proiettati all’esterno, fatti vivere davvero, per ricreare il puzzle scomposto, che il secolo corrente ha frantumato.

«Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita […] sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane […] anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente»3. Questo sentimento del lontano, come già affermava Leopardi, permette di fermare per brevi istanti il mondo, di distanziarsi per un momento dai consueti rumori quotidiani, per porci nell’atteggiamento giusto della riflessione e dell’ascolto.

Solo allora, quando il nostro animo è davvero ben disposto, quando abbiamo in un certo senso abbandonato gli schemi mentali della nostra vita, possiamo percepire le melodie che ci legano alla natura e a noi stessi: «era una melodia, era un alito? Qualche cosa era fuori dei vetri. Aprii la finestra: era lo Scirocco»4, afferma il poeta in Scirocco, lasciando intendere che, se l’uomo è ben disposto può sentire la voce della natura, in un gioco di scambio reciproco con il creato.

In sostanza, quello che ci vuole dire Campana è che nell’uomo permane sempre qualcosa di profondo, non in contrasto ma in accordo con gli altri, con sé e con la realtà, basta lasciarlo emergere e non aver paura di farlo parlare.

In questo modo, possiamo anche noi fermarci per un attimo «al porto», con il nostro battello che «si posa nel crepuscolo che brilla»5, e sentire quel soffio che ci rende parte dell’infinito creato.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. D. Campana, Canti Orfici e altre poesie, Einaudi, Torino 2014, p. 30, da Il canto della tenebra.
2. Ivi, p. 25, da La Chimera.
3Ivi, p. 9 da La Notte.
4. Ivi, p. 113 da Scirocco.
5Ivi, p.132, da Genova.

 

[Photo credits via Unsplash.com]

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Comunque andare, anche se è possibile inciampare

A chi scrive è capitato di partecipare a una conferenza, mesi fa, pensata per fare il punto dell’attuale situazione del pianeta, con riferimento alle problematiche specifiche dell’Antropocene. Uno degli astanti, con massimo sconcerto, contestò una delle affermazioni del relatore, in particolare quella sulla “presunta” sovrappopolazione: non è possibile che ci siano troppe persone sul pianeta, diceva, è sufficiente notare quanto sia diminuito il numero di bambini alla sagra di paese per capire che il problema è esattamente l’opposto.

L’intervento, per quanto ingenuo, tradiva evidentemente una squisita provincialità nel pensiero: dato che nel paesino X di seicento anime nascono pochi bambini, è evidente come la sovrappopolazione mondiale sia un falso problema. La percezione locale diventa regola dell’universale.

Il meccanismo che portava il signore di cui sopra a ignorare un problema come una popolazione globale di sette miliardi di individui umani (in crescita), però, è lo stesso che ultimamente genera allarmismi e catastrofismi in classi sociali e culturali tra le più disparate. Sono anni, ormai, che in Occidente si paventa un “ritorno alla barbarie”, che sia per i flussi migratori incontrollati per alcuni o per il riaffacciarsi dei fascismi per altri, per la progressiva islamizzazione d’Europa per i primi o per le preoccupanti vittorie dei populismi per i secondi. Indipendentemente da quali siano le minacce percepite, il risultato pare sempre lo stesso: la distruzione della civiltà (occidentale o totale, spesso considerate sinonimi) ed una imponente retromarcia storica.

Anche qui, però, la prospettiva da cui ci si affaccia per formulare simili profezie è a dir poco limitata e circostanziata: se i fatti percepiti come emergenze sono innegabili in sé, l’interpretazione catastrofista non tiene conto di una visione d’insieme decisamente più ottimistica. Mai come in questo secolo si sono diffusi il diritto alla salute e all’istruzione, si sono fatti enormi passi avanti nella lotta per l’equità di genere in paesi che tradizionalmente non avevano mai esteso alle donne neanche lo status di esseri umani, si stanno raggiungendo insperati livelli di benessere nonostante la permanente povertà di certe aree geografiche, la diffusa alfabetizzazione e partecipazione politica hanno aperto nuove frontiere alle democrazie e la ricerca medica e scientifica ci ha dato una comprensione inedita del corpo e della mente umani, del mondo e del cosmo.

Queste sono conquiste che l’umanità non può “disimparare” e che non possono essere cancellate da qualche colpo di coda di ideologie passate che, per quanto recrudescenti, non hanno certo il potere di portare indietro le lancette dell’orologio. Aveva certamente ragione Giambattista Vico, che coi suoi “corsi e ricorsi” riconosceva alcuni pattern che tendono a ripresentarsi a distanza di secoli nella storia umana, ma anche questi erano comunque inseriti all’interno di un percorso unidirezionale, che non è in alcun modo passibile di inversioni o arresti (per quanto, dal 1945 in poi, lo sviluppo dell’industria bellica presenti per la prima volta la possibilità più che concreta di un arresto totale della storia umana).

La storia può dunque ripetersi in alcune strutture di base, ripresentare vecchie problematiche su nuova scala, ma mai ripercorrere i propri passi. Il cammino storico dell’umanità prosegue in una sola direzione, e le conquiste che appartengono all’intera specie non possono essere cancellate dal declino politico o morale di una sua minima parte. Non si intenda questo, però, come un principio deresponsabilizzante per la collettività e per i singoli: appurato che la direzione del progresso è e rimane una sola, dovremmo seriamente preoccuparci di dove indirizzare i nostri prossimi passi. In fondo, camminare in una direzione sola non significa certo che sia impossibile inciampare o sbagliare strada.

 

Giacomo Mininni

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Contemplare la bellezza, non possederla

Ma molta bellezza c’è qui, perché dovunque è molta bellezza

Rainer M. Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

Quante volte dinanzi allo spettacolo del reale, oltre a sperimentare timore e meraviglia (thauma), ci sentiamo travolgere dall’intensità incomparabile della bellezza dell’universo che ci circonda e che abbiamo la fortuna e la responsabilità di abitare? Come naufraghi giunti a riva con molta fatica ci sentiamo spossati, dopo essere stati travolti dalle onde della bellezza che vorremo contenere tutta intera. La bellezza è come un oceano infinito, che non possiamo dominare, ma tutt’al più navigare. Un’immensità che ci è data in dono affinché la possiamo contemplare, non possedere.

Il tentativo profondamente umano di porsi di fronte alla bellezza del mondo e volerla inconsciamente possedere, conduce ad uno spaesamento e alla realizzazione dell’impossibilità stessa di fagocitare tutta la magnificenza dentro di sé. È un tentativo vano, che porta ad un totale sfinimento, ad una frustrazione della propria capacità filosofica e spirituale di rapportarsi con la realtà. Il passaggio necessario che ciascuno di noi può compiere è proprio quello dal desiderio di possedere, di inglobare la bellezza dentro di sé come fosse un oggetto, al contemplarla nella sua concreta impalpabilità.

Quando le persone intraprendono un percorso filosofico o psicologico di conoscenza di se stesse, spesso vengono invitate a ristabilire un equilibrio nel proprio rapporto con la bellezza della realtà. Avere un’ottima relazione in questo senso significa cogliere la ricchezza di significato dell’esistenza. Tale passaggio non è però automatico, richiede un lungo e paziente lavoro interiore che può portare ad un rapporto Io-bellezza, del tutto nuovo. Urge qui una vera e propria rivoluzione copernicana che cambi la modalità di relazionarsi al mondo e al suo fascino.

Etty Hillesum, scrittrice olandese morta ad Auschwitz, nel suo cammino etico-psicologico-spirituale descrive questo passaggio dalla dimensione del possedere la bellezza, alla dimensione del contemplarla, come una tappa fondamentale per ristabilire un proficuo e edificante contatto con se stessa e con la realtà. Un movimento che si riflette nella possibilità sempre presente di attingere positività dal reale. Nel proprio Diario, la giovane ebrea olandese, esprime la consapevolezza di che cosa significhi il desiderio di possedere la bellezza. Scrive: «Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. La cosa più difficile era quando si trattava di un paesaggio intero, ma il sentimento era identico. Ero [..] troppo ‘possessiva’ provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere»1. Il punto di partenza è il desiderio di possedere, di incorporare la bellezza, con il risultato opposto che Hillesum descrive lucidamente: «Trovavo tutto talmente bello che mi faceva male al cuore. Allora la bellezza mi faceva soffrire e non sapevo che farmene di quel dolore […] In fondo io mi ubriacavo di un paesaggio simile, e poi mi ritrovavo del tutto esaurita. Mi costava un’enorme quantità di energie»2. In questi passi del Diario, la scrittrice olandese, si esprime al tempo passato. Sì, perché descrive una modalità disfunzionale di rapportarsi alla bellezza, che ha consapevolmente scelto di abbandonare in favore di un rinnovato atteggiamento: la contemplazione interiore. L’unica disposizione capace di cogliere la bellezza sempre presente, è l’accoglienza silenziosa e non giudicante nella propria stanza interiore. Il passaggio è decisivo per la qualità della propria esistenza, perché ci permette di essere sempre in contatto con la bellezza originaria e gratuita dell’universo. Il movimento verso un approccio differente è espresso da Hillesum con indicibile chiarezza: «Ma quella sera […] ho reagito diversamente. Ho accettato con gioia la bellezza di questo mondo di Dio, malgrado tutto. Ho goduto altrettanto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo, ma in modo, per così dire, ‘oggettivo’. Non volevo più possederlo»3 e poco oltre prosegue scrivendo: «quel paesaggio è rimasto presente sullo sfondo come un abito che riveste la mia anima»4. L’atteggiamento contemplativo è dunque una nuova possibilità di interagire con il mondo. La possibilità di essere sempre in contatto con la bellezza, che fa da sfondo alla nostra esistenza. Un’occasione di sperimentare la bellezza senza farsi travolgere da essa, cavalcandone dolcemente le onde, poiché la si accoglie con un atteggiamento di pura ammirazione.

Il cambiamento può dirsi avvenuto, quando l’atteggiamento possessivo ha definitivamente lasciato il posto a quello contemplativo. Il mutamento è così descritto da Etty Hillesum: «Mille catene sono state spezzate, respiro di nuovo liberamente, mi sento in forze e mi guardo intorno con occhi raggianti. E ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera, ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa»5. Queste parole testimoniano che il desiderio di possesso è sempre un limite che poniamo fra noi e l’altro, fra noi e il mondo. Esso è ostacolo a se stesso se cerca di incorporare la magnificenza di quanto ci circonda. Tanto più lo rinforziamo tanto meno percepiamo la bellezza. Essa si rivela solo ad un atteggiamento di pura contemplazione che è al contempo atteggiamento di pura consapevolezza nei confronti di se stessi e del mondo.

La bellezza è da sempre presente, percepirla e accoglierla è determinante  per la qualità della nostra vita. Si tratta però di accettare la necessità del cambiamento interiore che Etty Hillesum ha lucidamente descritto a parole e incarnato con la vita. Il passaggio, liberante e edificante, dal possedere al contemplare.

 

Alessandro Tonon

NOTE:
1. HILLESUM, Diario, tr. it. di C. Passanti e T. Montone, Milano, Adelphi, 20133, p. 58.
2. Ivi, p. 58.
3. Ivi, p. 58.
4. Ivi, p. 58.
5. Ivi, p. 59.

 

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Tre riflessioni sul tempo in un viaggio aereo

Il tempo scorre. Che banalità, direte voi. Ma è proprio da questo verbo, scorrere, che inizia una prima considerazione, legata al movimento e in senso più ampio al viaggio. Scorrere deriva dal latino excŭrrĕre – correre fuori, correre via. Il tempo dunque corre via e non possiamo fermarlo, come il flusso dell’acqua. Già nel V secolo a.C. Eraclito scriveva ne Sulla natura «panta rhei os potamòs», sottolineando anche come non si possa discendere due volte nel medesimo fiume.

Il viaggio ci fa scorrere da un punto A a un punto B, e il tempo soggettivo – a differenza di quello oggettivo – in mezzo non è mai lo stesso, tanto meno se parliamo di uno spostamento aereo. Qualsiasi sia la meta finale, entrare in cabina ci conduce in una vera e propria capsula del tempo, dove lo spazio è il nostro alveo e il tempo è il fluido che ci muove. Ed è quando le ruote del carrello si staccano dalla pista inizia un viaggio nel viaggio.

 

  1. Tra passato e futuro

Non è questa la sede per indagare se il tempo sia una realtà oppure una mera illusione, ma una cosa possiamo dirla con sicurezza: mai come all’interno di un aereo perdiamo il riferimento delle due forme a propri della sensibilità umana tanto care a Kant. Pensare che quando a Torino Caselle sono le 16 all’aeroporto di Perth sono le 22, è come scattare una fotografia dello stesso identico tempo, che assume solo nomi e numeri diversi. Una volta in aria, ci muoviamo tra passato e futuro comodamente seduti sul nostro sedile, in attesa di atterrare nel presente, qualsiasi sia l’ora e il giorno.

 

  1. La paura di cadere

L’abbiamo sperimentato tutti: quando ci divertiamo il tempo si comprime, quando ci annoiamo si dilata. Che cosa succede in aereo? Anche in questo caso, tutto dipende dal nostro stato d’animo e da quanto siamo disposti a essere semplici osservatori del tempo che scorre, senza possibilità alcuna di poter incidere con il nostro libero arbitrio. Siamo trascinati dagli eventi, inermi, come una zattera senza remi, fino alla foce.

A differenza di altri mezzi di trasporto, l’aereo ci impone di affidarci completamente all’esperienza e al buon senso di un comandante. Non possiamo tirare un freno come sulla metro o in treno, non possiamo buttarci a mare o dentro una scialuppa come in nave. Ecco perché è sbagliato parlare di paura di volare: è paura di precipitare e non salvarsi, o meglio ancora di non aver la libertà di agire.

Come ci ricorda la filosofia zen: «Se il problema ha una soluzione, preoccuparsene è inutile, alla fine il problema sarà risolto. Se il problema non ha soluzione, non c’è motivo di preoccuparsi, perché non può essere risolto.» Non possiamo opporci allo scorrere del tempo una volta chiusi in aereo, dunque perché avere paura?

 

  1. Ora del ritorno

Quando si viaggia verso casa il tempo sembra scorrere più velocemente. Certo, tranne che per Ulisse. Ad ogni modo, questo succede perché abbiamo aspettative che già conosciamo. Anche all’interno di un aereo – che percettivamente ci offre un’esperienza sempre simile ad ogni volo – sappiamo esattamente cosa (e chi) ci aspetta una volta atterrati. Le nostre radici.

 

Quando salirete sul prossimo aereo, fateci caso. E portatevi una buona lettura, magari proprio su Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita di Stefan Klein, edizioni Bollati Boringhieri.

Buon viaggio.

 

Alice Avallone

Alice ha studiato lettere moderne e si è specializzata in pubblicità. Lavora come digital strategist per aziende, enti e agenzie: il suo compito è trovare idee e contenuti creativi per coinvolgere le persone sulla Rete. È creatrice della rivista di viaggio Nuok e di un inventario creativo di ars combinatoria ispirato al filosofo Raimondo Lullo. Dal due anni insegna e coordina il College Digital della Scuola Holden di Torino.

[Photo credit: Chris Brignola]

Creare con il pensiero: la scienza per realizzare i sogni

Finalmente posso dormire! Lontano da tutto il resto, rifugiarmi sotto le coperte, e lasciare che la coscienza si assopisca lentamente sprofondando nel silenzio dei sensi. E sognare, se capita.

Molti concludono la giornata con un pensiero simile, prima di abbandonarsi al riposo. Eppure non è sempre così semplice. A qualcheduno, in qualche rara occasione, può essere capitato durante il sonno di sperimentare quello stravagante fenomeno chiamato sogno lucido: uno stato mentale ossimorico, che unisce un senso di presenza a sé stessi mentre la coscienza dorme. Quando sogniamo normalmente, la realtà non si impone più rigida sulla nostra percezione. Lascia che la nostra mente proietti e immediatamente sperimenti quanto crea lei stessa. Il risultato consueto: situazioni che si compongono in modo apparentemente casuale (psicanalisi e smorfia napoletana a parte). Tuttavia in quello stato fortunato del sogno lucido si aggiunge un altro elemento: nel sogno ci ricordiamo che stiamo dormendo e ci accorgiamo che stiamo sognando. Questa presa di consapevolezza ha come conseguenza un effetto particolare: le immagini non sono più subite, dettate dalla profondità del subconscio o da associazioni bizzarre, ma diventano il prodotto della nostra volontà, che ha acquisito lucidità nella dimensione onirica.

Vuoi volare? Puoi. Basta pensarlo.

Immaginazione e percezione della realtà diventano eco l’una dell’altra, come due specchi che vicendevolmente si riflettono. Non c’è una realtà “esterna” che definisce l’esperienza mentale di un soggetto interiore, perché pensato e percepito sono una cosa sola. Risuonano le parole di Aristotele quando descrive l’intelligenza divina:

 

«Dunque, non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero, per queste cose che non hanno materia, coincideranno, e l’Intelligenza divina sarà una cosa sola con l’oggetto del suo pensare».
Aristotele, Metafisica

Un po’ come dice Guccini nella sua Genesi, ma senza “r” moscia.

Nella vita di tutti giorni, vissuta normalmente da svegli alla luce del sole, è meno immediata l’associazione tra quanto si sogna e la sua concretizzazione davanti ai nostri occhi, tra aspirazione e realizzazione. Realizzare i sogni diventa l’espressione che descrive l’azione di chi, aiutato dalla sorte o grazie al duro lavoro, riesce con il tempo a rendere vive nel mondo le sue aspirazioni.
Ma proprio mentre siamo impegnati a realizzare i nostri personali propositi, scienza e tecnologia continuano instancabilmente a lavorare per i propri. E quello che stanno producendo in questi ultimi anni potrebbe servire ad accorciare sempre di più questa distanza. Compaiono uno dopo l’altro strumenti e tecniche che servono a rafforzare e rendere più vividi i prodotti della nostra immaginazione, che creano la possibilità di sperimentare i nostri progetti mentali con i 5 sensi. Di renderli appunto “reali”.

Pensiamo alla stampante 3D: simbolo del mondo del making e dei fablab (assieme a taglierine laser e macchine fresatrici), è quello strumento che materializza in volumi tangibili forme prima digitali. Rendendo quasi immediato il processo di costruzione, lascia spazio al gioco delle forme e alla creatività per la progettazione delle cose.
Oppure prendiamo in considerazione un altro ambito, un ambito che oramai potrebbe aver perso l’aura della novità, e che potrebbe passare inosservato perché associato all’intrattenimento e al contesto ludico: quello della computer grafica. Processori sempre più potenti e una risoluzione identica a quella della vista umana (se non maggiore) servono a rendere verosimili le visioni degli artisti digitali, proponendo al pubblico opere che senza limiti possono sfidare il sublime.
E la CGI si sposa con la tecnologia dei visori di realtà virtuale, inaugurando nuove possibilità espressive e di sperimentazione. Parallelamente alla capacità di costruire mondi fittizi sempre più complessi e percettivamente credibili, si sta sviluppando la tecnologia per rendere la fruizione immersiva. Tutto questo grazie ad occhiali che proiettano panorami artificiali includendo tutto il campo visivo, esplorabili a 360 gradi. E non solo: gli strumenti di interazione con i mondi digitali non si limitano alla vista, ma includono il movimento corporeo.
E ancora: la ricerca si sta occupando dell’interazione diretta mente-macchina, sulla possibilità di interagire e dirigere mentalmente le operazioni dei computer. Dovremo aspettare molto prima controllare i nostri smartphone tramite i nostri pensieri?

Artifici computerizzati che interagiscono con il nostro tatto, con la percezione del nostro corpo e degli oggetti, con le immagini visive davanti a noi. Con quelle facoltà cognitive che contribuiscono a definire quello a cui normalmente attribuiamo un’esistenza concreta. Considerando queste tecnologie nella loro singolarità, può sembrare esagerato accostarle ad un aumento illimitato delle potenzialità della creatività umana e della sua realizzazione. Ma consideriamole tutte insieme, per osservare se disegnano una direzione, una tendenza verso cui ci stiamo muovendo. E ricordiamoci quanto la tecnologia è mutata nei secoli, in modi inimmaginabili per ogni epoca. Apparirà allora più lecito fantasticare su un futuro sorprendente.

Un ultimo azzardo: accogliamo in pieno questo scenario, immaginiamo un presente in cui ogni cosa che l’immaginazione umana può figurarsi si realizza immediatamente. Una volta che la domanda non è più come realizzare quello che sogni, perché tutto quello che immagini si può concretizzare, allora che cosa oserai immaginare?

Matteo Villa

 

P.S.:

Fai volare l’immaginazione mentre guardi questo video:

volo in realtà virtuale


 

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Arte e fenomenologia delle emozioni: la prospettiva di Andrea Bruciati

In occasione della doppia mostra trevigiana Lost in Arcadia, allestita al Museo Bailo e da TRA – Treviso Ricerca Arte, intervistiamo Andrea Bruciati, curatore, storico dell’arte e nuovo direttore di Villa Adriana e Villa D’Este a Tivoli. Riferimento della scena artistica italiana, Bruciati ci racconta la sua idea di arte come fondamentale strumento di lettura della realtà e macchina di pensiero, ed invita il pubblico a sviluppare un dialogo più soggettivo ed intimo con le opere.

 

Nella sua professione di storico dell’arte e di curatore deve essere capace di trovare i giusti riferimenti nel passato, ma anche di rielaborare e presentare questi stessi stimoli in un’ottica attuale. Come si può dunque costruire il dialogo tra storia e contemporaneità?

L’artista è sempre un pioniere, deve essere in grado di sperimentare e fare ricerca, spingendosi aldilà delle conoscenze prestabilite, mettendosi in discussione e cambiando i canoni del nostro immaginario. Ma questo lavoro sono in grado di compierlo solo i grandi maestri che sanno da dove vengono e chi sono. La storia e la memoria sono i punti di partenza fondamentali perché solo con profonde radici si possono costruire grandi architetture di pensiero. L’importante è che il passato non rimanga un riferimento passivo ma che si faccia vivo ed edificante. L’artista infatti deve compiere una rielaborazione personale della storia, per rispondere ad inquietudini del presente e cercare risposte per il futuro.

Spesso i giovani artisti scelgono la strada del facile consenso, ovvero percorrono istanze già sperimentate per inserirsi nella moda del momento. In questo caso possiamo parlare di contemporaneità derivativa perché manca la parte di ricerca e rielaborazione personale. E non è il tipo di lavoro che personalmente mi interessa.

L’hanno spesso definita difensore e promotore di un fare dell’arte tutto italiano, ma in un mondo globalizzato come quello attuale, può esistere una realtà italiana in grado di confrontarsi come corpus unitario con modelli esteri? D’altronde i grandi movimenti storici che si sono generati in Italia con risonanza internazionale, come l’arte povera o la transavanguardia, fanno ormai parte del passato.

Oggi l’artista ha un linguaggio trasversale e internazionale, poiché viviamo in un mondo dove ovunque possono arrivare le informazioni e nuovi stimoli. Però, riprendendo anche il precedente discorso sull’importanza dei riferimenti storici, dobbiamo sempre sapere chi siamo. Se un artista ha successo all’estero è perché trae in maniera vivificante dei semi, una koinè (lingua comune, n.d.e), dalla sua storia. Prendiamo ad esempio Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, o Vanessa Beecroft. Sono tutti artisti italiani che hanno rielaborato delle specificità attraverso la nostra cultura: tramite l’ironia, nel caso di Cattelan, che si presenta come una specie di Pinocchio del Ventunesimo secolo, o parlando della donna attraverso la moda, come nel caso della Beecroft; o ancora, affrontando un discorso legato ad un vintage del nostro immaginario, ad un passato perduto, come con Vezzoli.

Poi da curatore posso anche fare un altro tipo di discorso. Ci troviamo in un sistema internazionale in cui tutti difendono i loro artisti, quindi è naturale per me cercare di portare avanti i nostri. In questo caso è puramente una questione di politiche culturali: certamente artisti anglosassoni e tedeschi in un panorama internazionale si trovano spesso più avvantaggiati. Poi, aldilà di tutto, credo che la qualità della ricerca sia sempre la cosa più importante, ed è un valore che non ha bandiera.

In una precedente intervista ha affermato che la cultura è il valore etico su cui una comunità sana si costruisce. In che modo si crea un dialogo con il pubblico senza scendere a troppi compromessi con scelte commerciali?

Secondo me la responsabilità è degli organi di formazione della collettività, a partire proprio dalle basi, quindi dalle scuole. Oggi il linguaggio visivo è la nuova forma di analfabetismo. Non riusciamo spesso a distinguere lo stimolo che ci proviene da una bella immagine pubblicitaria da quello di un’espressione artistica, perché non abbiamo dei parametri valutativi. L’educazione è quindi la risposta per conferire all’individuo gli strumenti per capire quando un’espressione è ricerca, che va aldilà di quello che noi vediamo, e quando invece è massificazione dell’immagine. Un’immagine che in questo caso ci deve piacere e sedurre per vendere. L’arte deve essere invece uno strumento che ci aiuti a interpretare la realtà che ci circonda e non estetica fine a se stessa.

Se l’arte deve essere in grado di dirci qualcosa, quali sono i valori che rendono un’opera costruttiva in una prospettiva sociale? Dal suo personale punto di vista, vale di più la partecipazione collettiva, forse oggi la scelta più diffusa o comunque con più risonanza mediatica, o la riflessione autonoma?

Credo che l’arte debba sempre rivolgersi alla fruizione in modo attivo, invitando il pubblico a riflettere. Ma nelle mie scelte come curatore prediligo un pensiero suggerito, a partire dal singolo artista, dalla sua soggettività e intimità. È una forma di comunicazione fortemente diversa da quella del manifesto d’avanguardia, per esempio, ma non per questo meno efficace, penso che il fruitore debba avere la libertà di interpretare ciò che vede. Quando organizzo una mostra mi piace considerarla una piattaforma di pensiero propedeutica alla cittadinanza, quindi funzionale alla riflessione, ma dove ognuno è libero di intraprendere il percorso di ricerca che preferisce e più consono al suo essere.

Che cosa consiglierebbe a quei pochi giovani coraggiosi che scommettono ancora sulle carriere umanistiche e che desiderano inserirsi nel settore dell’arte in qualità di storici, teorici o curatori?

Bisogna avere molto coraggio, tracciare delle nuove strade. È un po’ lo stesso discorso fatto con gli artisti: o ti adegui a quello che il sistema dominante ti impone, oppure sviluppi delle ipotesi di pensiero personali.  Direi di non aver paura di indagare diversi campi di studio e di avere una certa versatilità, il settore va preso da tanti punti di vista.

In una realtà come quella italiana in cui le istituzioni sono le prime che sembrano non credere nel valore e nel potenziale della cultura, c’è ancora spazio per questa sperimentazione di cui parla?

È vero che in Italia la situazione è difficile, il sistema del Paese non aiuta. Andarsene però è una sconfitta, per quanto mi riguarda ho una forma mentis un po’  “Don Chisciottesca”, e credo che anche tra le difficoltà basti un piccolo passo per offrire un po’ di linfa vitale. Noi, che lavoriamo in questo settore, in fondo trattiamo di elaborati culturali ed estetici, oltre che certo dati scientifici e storici, ma dobbiamo soprattutto imparare a muoverci con altri strumenti, forse più legati alla nostra soggettività. Da una parte penso sia sempre arricchente fare un’esperienza di studio o professione all’estero, dall’altra se l’arte contemporanea necessita di problematicità, forse questo è il Paese ideale dove l’arte può svilupparsi. I limiti possono rappresentare uno stimolo.

Oltre ad una ricerca estetica personale che è l’essenza stessa della sua professione, come si relaziona nel quotidiano il suo lavoro con un’indagine di tipo filosofico?

L’arte è conoscenza emotiva e inintelligibile, la mia è una ricerca rivolta alla fenomenologia delle emozioni. Non mi interessa la logica fine a se stessa, ma piuttosto se funzionale al miglioramento della condizione dell’uomo.

 

Claudia Carbonari

[Immagine tratta da Artribune.com]

 

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Pornografia tecnologica: meccanismi a nudo

Un’antica storia racconta di un tempo in cui i primi uomini, ancora innocenti e liberi dal peccato, vivevano in una terra dalle sembianze di un paradiso: senza sforzo o lavoro alcuno potevano godere di ogni frutto, senza conoscere fatica.
In molti, dopo una giornata di lavoro, con la schiena dolorante per la cattiva postura sulle sedie dell’ufficio o con la testa ancora pesante per lo studio, avranno fatto fatica a non pensare a questa storia come a una bella favola, un mito lontano. Ma forse questo stesso travaglio quotidiano, l’essere distratti dai piccoli grandi problemi di ogni giorno, li sta distogliendo dal notare che la nostra realtà concreta, apparentemente tanto lontana da quell’ideale paradiso terrestre, lo rievoca invece in alcuni tratti.

Anche se non ha l’aspetto di un giardino, in un certo senso siamo ancora immersi nell’Eden. Un Eden artificiale.

Tra i ripiani di un supermercato, conservati al fresco da luminosi marchingegni frigoriferi, possiamo trovare ortaggi e frutti provenienti dai raccolti di ogni parte del mondo, trasportati su ruote, ali meccaniche o scafi metallici, giunti fino a noi. Non dobbiamo far altro che allungare la mano, per coglierli. Nelle nostre case: tiriamo una leva, e immediatamente scorre acqua fresca. Per dissetarsi o lavarsi. Azioniamo un’altra leva e quei rifiuti sgradevoli alla vista e soprattutto all’olfatto che il corpo produce con naturale regolarità vengono risucchiati via, risparmiando la vista e la nostra delicata sensibilità, e scompaiono senza lasciare traccia.
Un bottone, musica. Un bottone, risaliamo 10 piani di un edificio alto 100 metri. Un altro bottone, per parlare con una persona dall’altra parte del mondo. Siamo alla distanza di un bottone dalla maggior parte degli effetti che inneschiamo ogni giorno. Prima il televisore, poi i computer, e alla fine (fine?) gli smartphone. Nel palmo della mano effetti mirabolanti sono messi in atto da gesti molto semplici. E la fruizione è sempre più raffinata, meno grezza. Non tiro leve, né giro manopole. Basta accarezzare delicatamente con un dito.
A volte neanche è necessario scomodare l’uso degli arti: è sufficiente il comando della voce, e la tecnologia pensa al resto.

Comodità quasi miracolose. Eppure tutti quanti ci ricordiamo che il paradiso è ancora lontano, che niente è veramente gratuito. Ci si potrebbe chiedere allora quale sia il prezzo di questa delega a meccanismi invisibili. Nulla ci dice che sia sbagliato pagarlo, ma forse può essere interessante sapere che lo stiamo facendo.

A differenza dell’Eden biblico, i cui abitanti privi di malizia mostravano le proprie nudità, privi dell’urgenza di nascondere alcunché, il nostro paradiso tecnologico cela i suoi segreti dietro foglie di fico di design fatte di materiali scintillanti. Il meccanismo che collega la causa all’effetto rimane celato agli occhi, e solamente lo specialista conosce il trucco segreto che si nasconde dietro a questa miracolo apparente. La tecnologia che utilizziamo si copre con grande pudore, avvolta in involucri seducenti ed appaganti, che celano la complessità, rilassano la contemplazione estetica dell’oggetto e facilitano l’utilizzo privo di distrazioni, essenziale.

Questo approccio bigotto alla tecnologia rischia di ridursi ad una fruizione superficiale, o di sublimare la goduria dell’utilizzo dei prodotti artificiali in un esercizio di vanità. E rischia di portare con sé un altro messaggio, implicitamente: se ti nascondo, significa che l’importante non è capire, non c’è bisogno che tu sappia come funziona. L’importante è che tu utilizzi, o godi nel possedere.

Come si può accogliere questo messaggio?

Una possibilità è quella di mangiare deliberatamente il frutto proibito dell’albero della conoscenza, per ricadere nella realtà, per riappropriarsene, e allargare il senso dei nostri gesti. Al fine di riuscire a dare valore allo sforzo che la tecnologia svolge al posto nostro, provare a immaginare come si starebbe senza. Capire iTunes, dopo aver messo in moto un giradischi meccanico. Capire un calorifero solo se di notte in una foresta ci siamo riscaldati con un falò. Capire la luce elettrica se con il sole oltre l’orizzonte non abbiamo visto altro che oscurità per una notte intera. Scoprendo la catena dei meccanismi che arrivano a costruire le nostre abitudini, e dare spessore all’immediatezza dei nostri gesti.

E senza fermarsi, perseverare nel peccato, peccare una seconda volta, peccare di lussuria, consumando pornografia. Una pornografia tecnologica per smanettoni. Che metta a nudo quello che c’è sotto, quello che c’è dietro, quello che c’è dentro. Per riparare, modificare, hackerare, riimmaginare nuove combinazioni e possibilità.
Con questo atteggiamento ribadire che se qualcosa non ci è dato nell’immediato, non ci viene posto a facile presa, o non è di facile comprensione, non significa che non sia alla nostra portata. La distanza è sempre colmabile, osservando un meccanismo dopo l’altro, smontando, fino a rompere se necessario, per praticare un’attiva comprensione, al posto di un passivo utilizzo.

Ugualmente degna è la scelta di conferire delega completa alla tecnologia. Non lasciarci distrarre dal meccanismo, impegnandoci a ricostruire nella nostra comprensione quello che ci è stato consegnato come già montato. A questo punto però la domanda diventa un’altra: come vogliamo investire diversamente la nostra attenzione? Se non ci interessa considerare i vecchi problemi per riuscire ad apprezzare le soluzioni contemporanee, quali sono i nuovi problemi con cui decidiamo di avere a che fare?

Matteo Villa

P.S.: A volte ci vuole un’artista per ricordarci la bellezza del meccanismo. Goditi questo video.

 

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