Platone, non Prozac!

«Essere un filosofo non significa semplicemente avere raffinati pensieri, e neppure fondare una scuola.. Consiste nel risolvere alcuni dei problemi della vita, non in teoria, ma in pratica».

Prendo in prestito le parole del filosofo statunitense Henry David Thoreau, per rispondere alla più nobile delle domande: “ma a cosa diavolo serve la filosofia?”.

Confesso che da studentessa alle prime armi con Platone e Aristotele, questo interrogativo mi è balzato più volte in mente, e sono assolutamente convinta che la domanda ha assillato intere generazioni di studenti.

Del resto anche l’impatto con la filosofia non è uguale per tutti: per alcuni può essere un vero e proprio amore a prima vista, altri la imparano ad apprezzare col tempo, altri ancora la considerano solo una materia noiosa, pesante, da studiare per l’interrogazione e dimenticare il giorno dopo, c’è invece chi si innamora perdutamente e la rende parte della sua vita scolastica, lavorativa e affettiva.

E questa sono io. Amavo così tanto questa materia che ho continuato a studiarla anche all’università, scegliendo di proseguire gli studi a Pisa, alla Facoltà di Filosofia. Sottolineo che non era Lettere e Filosofia, era filosofia pura. Niente scherzi.

La filosofia è stata per me una vera e propria compagna di vita, una amica sincera a cui potersi affidare nei momenti più difficili, da cui farsi aiutare nelle scelte di tutti i giorni.

Perché, nonostante l’opinione diffusa, la filosofia non deve essere per forza di cose intimidente, noiosa o incomprensibile.

In sostanza questa nobile materia cerca di rispondere a domande che tutti noi ci poniamo: che cos’è il bene? Che senso ha la vita? Che cos’è la cosa giusta? Perché sono qui?

Sono domande tutt’altro che facili e non ci sono facili risposte, altrimenti non staremo ancora a rimuginare, ma la filosofia ci permette di avere un grande vantaggio: disporre di migliaia di anni in cui molte delle menti più fertili della storia hanno meditato su questi argomenti e hanno lasciato concezioni e linee di condotta a nostro beneficio.

Non solo. La filosofia è anche personale: ognuno di noi è filosofo.

Apprendi dalle fonti tutto ciò che puoi: la riflessione finale per giungere a un modo funzionale di affrontare il mondo è però solo tua.

Platone è meglio del Prozac è il titolo del libro del 1999 di Lou Marinoff, professore di filosofia al City College di New York, che nel testo avanza la teoria di una vera e propria consulenza filosofica che aiuta e sostiene la persona nelle sue decisioni, inquietudini e problematiche quotidiane.

Marinoff spinge sull’idea di togliere la filosofia da contesti puramente teorici e ipotetici e applicarla alla vita di tutti i giorni, ai problemi professionali o affettivi.

«A seconda dei problemi che devi affrontare», scrive Marinoff, «potremmo esaminare le idee di filosofi meglio applicabili alla tua situazione, quelli ai quali ti senti più vicino. Ci sono persone a cui piace, ad esempio, l’autoritarismo di Hobbes, mentre altri si sentono più attratti dall’atteggiamento intuitivo di Lao Tzu».

Tornando a Thoreau quindi, la filosofia è semplicemente un modo pratico di risolvere alcuni dei problemi della vita. E anche qualora non si trovasse la soluzione del problema, sicuramente lo avremo elaborato filosoficamente, trovando la tranquillità mentale, un modus operandi valido sempre per affrontare i prossimi ostacoli.

La vita è stressante e complicata, ma non è indispensabile che tu sia stressato e confuso. In questo la filosofia è la migliore delle medicine: Platone, non Prozac!

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

[Photo Credit: Unsplash.com]

Le molteplici vie interpretative dei messaggi legati alla salute: dal contesto al valore dell’informazione

<p>drawing chart heartbeat</p>

Nel precedente articolo abbiamo visto come il concetto di salute, pur rappresentando uno dei cardini dell’umana esperienza, non può essere ridotto ad una sola e chiara unità di senso, ma la sua posizione e determinatezza dipendono dai continui mutamenti che i contesti socio-culturali attribuiscono alla nozione di uomo e al relativo concetto stesso di salute. In altri termini, non esiste una sola definizione di salute ma sussistono una moltitudine di concetti tra loro simili che, valutati nella loro interezza, riescono a restituire il senso del concetto medesimo. Inoltre, abbiamo visto come una delle situazioni fondamentali all’interno di questo paradigma sia quella di riuscire a comunicare con chiarezza e con metodo la propria definizione di salutare al fine di ottenere un “vantaggio competitivo” che possa persuadere gli animi nell’assecondare tale dimensione unificante il senso.

Questo ragionamento, che sulla carta può apparire molto teoretico e di difficile interpretazione, è stato ben riassunto da un esempio, spesso citato nella letteratura bioetica, che trova una esemplare rappresentazione nel libro di Nikolas Rose, La politica della vita, Einaudi 2008 (pp. 224-227). L’esempio di Rose fa riferimento al sito internet del Prozac creato nel 2001 dalla Eli Lilly per promuovere l’alfabetizzazione scientifica tramite la divulgazione di forme di salvaguardia della salute, che ebbe un enorme successo a livello di visite. Come riporta Rose (p. 226), l’home page di questo sito era intitolata “La tua guida per valutare e guarire dalla depressione”. Il sito, da quanto dichiarato, non voleva sostituirsi alla diagnosi medica né proporsi come forma alternativa alla stessa, ma si prefiggeva la volontà di aiutare le persone a capire cosa fosse la depressione e quali misure si potessero attuare per curarla o prevenirla. Per realizzare tale proposito il sito forniva non solo una spiegazione biologica della patologia associandola a disfunzioni di neurotrasmettitori ecc., ma esponeva come per prevenire e superare questa patologia fosse necessario cambiare il proprio sé, ovvero praticare ciò che in filosofia assume il nome di “tecniche del sé”, tanto che lo stesso Rose scrive: “il processo di guarigione, riportato nel sito, prevedeva un intero dispiegamento di tecniche del sé: praticare scoperta di sé, volersi bene, mangiare bene, […] e leggere il volantino informativo di Prozac.com” (p.227).

Da questo piccolo esempio possiamo trarre almeno due grandi spunti di riflessione, la prima è che per porre le basi per la diffusione di un concetto relativo alla salute, in questo caso per divulgare cosa sia la depressione, non basta individuare un messaggio focalizzato unicamente sul farmaco o sulle cause che possono portare a riscontrare tale patologie, ma è necessario inserire tale messaggio nell’ambito di una dimensione di senso più ampia che preveda dei cambiamenti all’interno della vita dei soggetti. Il sito del Prozac mirava proprio a questo: non soltanto fornire informazioni sul farmaco o sulla patologia, ma offrire le stesse all’interno di un contesto che fosse facilmente assimilabile da chiunque visitasse il sito e che potesse farlo diventare un vettore di “alfabetizzazione scientifica”. In altri termini, le differenti modalità di espressione della comunicazione della salute, mirando ad uno specifico contesto di riferimento, pongono in essere delle modalità di trasformazione della soggettività in grado di orientarne la peculiare esplicazione nel mondo. Il sito del Prozac e la campagna pubblicitaria creata per questo farmaco ha rivoluzionato il modo d’intendersi stesso del soggetto, infatti noi tutti oggi sappiamo dell’esistenza della depressione, ovvero dell’infelicità patologica, e associamo comunemente la stessa non solo al campo della salute, ma anche a delle modalità differenti con le quali poterla usualmente definire o inquadrare, situazione che prima della stessa campagna nessuno di noi avrebbe potuto fare. Ne segue che la divulgazione del messaggio relativo alla depressione è riuscito a cambiare il contesto di base sul quale noi agiamo e attribuiamo importanza alle nostre espressioni vitali quali indicatori di salute.

Se la prima riflessione è relativa alle modalità con le quali è necessario comunicare, ovvero far breccia sul contesto di senso che si deve modificare, la seconda è relativa alla valenza del messaggio stesso che si pone in essere. Anche in questo caso l’esempio di Rose è fondamentale, poiché produrre alfabetizzazione riguardo la salute, dunque cambiare e agire sui contesti, può essere interpretato eticamente almeno sotto due diverse modalità espressive: da una parte si può cogliere tale situazione come una forma benefica d’informazione che può portare dei grandi vantaggi ad alcune persone, generando un reale valore per l’utente e per la sua vita; dall’altro lato questo fenomeno può essere visto come creazione di un concetto assimilabile alla mera vendita o creazione di notorietà del brand che produce la soluzione a quel problema. In altre parole, agire sull’alfabetizzazione vuol dire lavorare sul contesto di senso, che può, a sua volta, portare a creare delle necessità e dei bisogni fittizi che non esistevano in precedenza, o viceversa vuol dire fornire delle risorse per catalizzare, organizzare e rispondere a bisogni reali che non avevano ancora trovato completa espressione.

Il problema fondamentale relativo alla comunicazione della salute che ci si pone in bioetica è proprio questo, ovvero quando le azioni di divulgazione sono generate per il bene della collettività e quando invece esse sono generate per il solo profitto di chi detiene i brevetti di un particolare farmaco o di una particolare istituzione sanitaria?

Risolvere tale quesito è praticamente impossibile, poiché l’indeterminatezza oggettiva del concetto di salute pone in essere delle dinamiche interpretative del tutto soggettive del messaggio comunicativo che, agendo su contesti generali che poi si personificano, danno vita molteplici e soggettive vie interpretative. Ne segue che la citazione di Rose, riportata nelle righe precedenti in cui si mette in luce cosa il sito del Prozac proponesse quale forma d’informazione, può essere salutata da alcuni come una manna dal cielo e, nel contempo, vista da altri come mera forma di pubblicità del più basso livello culturale.

Produrre un messaggio univoco e senza alcun dubbio etico all’interno della sfera della salute è assolutamente impraticabile e chiunque agisce in questo difficilissimo campo, come vedremo nei prossimi articoli, deve continuamente lavorare sui contesti e confrontarsi con questo immenso quesito per riuscire a generare informazioni capaci di apportare reale valore alle singole persone che si trova ad assistere.

Francesco Codato