J’ACCUSE! Una provocazione hobbit su Harry Potter

Il trentunesimo giorno di Gennaio dell’anno 2017 (secondo i calcoli gregoriani),

casa Casagrande, Introvigne – Tarzo, Marca Trevigiana – Veneto, Italia,

la Settima Era di questo Mondo.

 “I buoni artisti copiano, i grandi rubano” (P. Picasso)

Cara signora Rowling,

inizio la presente ringraziandoLa per aver spinto una generazione di giovani svogliati a leggere. Le volevo però chiedere: era proprio necessario copiare Tolkien così tanto? Perché Lei non ha rubato: ha copiato. Dove vedo le somiglianze? In ordine sparso:

I personaggi

Harry (orfano adottato dagli zii), piccoletto destinato a salvare il mondo, è un Frodo (orfano adottato dallo zio) con la cicatrice (e anche la cicatrice è nulla-di-nuovo: dicono qualcosa la ferita del Re Stregone ad Amon-Sûl, o la puntura di Shelob a Torech Ungol?), ma privo dell’umile grandezza di questo Hobbit. Ron, è un Sam rubrutricotico e Hermione una somma di Marry e Pipino. Silente è un Gandalf neanche lontanamente epico come lui; Hagrid, la fotocopia di Beorn e la McGranitt una Galadriel passata in colorante.

Voldemort (pur facendosi chiamare “Oscuro Signore”) sta a Sauron come un cerino sta al napalm. I Dissennatori e i Mangiamorte (nomi già, di per sé, abominevoli) dovrebbero ricordare i Nazgûl… e niente, fa già ridere così. Aragog è la riproposizione in miseria di Shelob o Ungoliant; il Platano Picchiatore un Ent con l’influenza.

C’è persino un traditore: Peter Minus, oggetto inqualificabilmente umanoide che dovrebbe ricordare il titanico Saruman: al pensiero di essere accostato a cotal essere, Christopher Lee s’è rivoltato nella tomba come una cotoletta.

Gli oggetti

Fino al VI libro, ho sperato non ci fosse un Anello magico attraverso la cui distruzione il cattivo sarebbe morto. Ce n’erano sette, infatti, e si chiamavano Horcrux. Solo il loro annientamento avrebbe consentito la morte di Voldemort, perché, in essi, egli aveva infuso la sua anima… devo aggiungere altro? Ash nazg durbatulûk.

Eviterò, per pietas, di parlare della Spada di Grifondoro (Andùril), dei Doni della Morte (gli Anelli minori) e della presenza di un Serpentone (Smaug).

I dettagli

La maledizione Imperius ricorda l’incantesimo di Vermilinguo su Thèoden, Hogwarts è un rifacimento di Minas Tirith, il covo di Voldemort assomiglia a Minas Morgul persino nella tappezzeria. Non voglio neppure citare il fatto che Potter nel IV libro finisca in un cimitero (i Tumulilande), in battaglia richiami i morti  (come Aragorn a Erech) o, nel VII, risorga da morto (come Gandalf).

Ma’am Rowling, Lei ha fatto i miliardi con questo minestrone di citazioni: chapeau. Io non la invidio né la elogio. Non la stimo, né la critico.  Mi pento di aver speso soldi per i suoi libri, ma questi sono fatti miei.

Io voglio credere che Lei non abbia copiato. Voglio pensare che, piuttosto, abbia disseminato di oculati omaggi a Tolkien la sua opera. Mi faccia, però, un favore: convinca tutti i Suoi fan a smettere di giudicare qual “vecchia paccottiglia” tutto quello che The Professor ha creato: se non crede che tale screditamento avvenga, faccia un giretto su internet.

Con ciò detto, La invito a portare un crisantemo sulla tomba di Tolkien. Era un grand’uomo: sono certo che accetterà volentieri il fiore e non La denuncerà per aver “portato avanti” la sua opera come, al contrario, Lei ha fatto con quella casa editrice cinese…

 

Post-scriptum philosophicum

Ciò che ho tentato di veicolare in queste righe, è la mia convinzione teoretica che il furto sia sinonimo di omaggio, e che esso sia l’anima e la cerniera di tutta la produzione intellettuale umana: in fondo, non avremmo avuto l’impressionismo musicale, se Debussy non avesse “rubato” da Mallarmé.

Ciò che separa omaggio e copiatura, sono 1) la motivazione di chi “commette il furto” e 2) la coscienza che, d’esso, hanno i fruitori dell’opera finale. Non v’è dubbio che, omettendo d’affermare di aver tratto ispirazione da Il Signore degli Anelli, l’autrice di Harry Potter (che, per svariati motivi, io ritengo portabandiera di quella Cultura-Odierna contro la quale mi batto duramente), o quantomeno la sua fan-base, si dimostrino intellettualmente piuttosto poveri, ma non è colpa loro: pagano solo il fio d’essere immersi in un certo modo d’intendere la conoscenza e l’arte.

Il mainstream contemporaneo ha proclamato il dogma del primato dell’originalità-a-ogni-costo. Ammettere di aver-tratto-ispirazione, o di essere-stati-influenzati, è considerato una debolezza. In senso ironico, se Il Signore degli Anelli rappresenta la tradizione, e Harry Potter la modernità che nega il passato, potremmo dire che il primo è “di destra”, il secondo “di sinistra”.

La negazione dei precedenti (malafede-estetica che muta il nobile omaggio in volgare copiatura) la potremmo chiamare “paura della storia”, o “fobia della somiglianza”: un vero autorazzismo post-avanguardista d’una disonestà intellettuale rivoltante, sintomo d’ignoranza crassa, degno figlio di questo secolo oltr’i confini del quale − io lo sento − c’è ben più del nulla.

L’unico antidoto a questo bisogno di originaleggiare, è un rinascimento ermeneutico, attuabile con un’educazione che sia, quanto più possibile, enciclopedica, e che consenta d’instillare, in ciascuno, una competenza adeguata a tesser rimandi e confronti intra– e inter– disciplinari. Sapere un po’ di molte cose è decisamente più utile a livello pratico, e apre molto di più i confini della mente teoretica, che non sapere tutto d’un solo argomento (posto che le due cose s’escludano a vicenda). Quest’educazione omnipervasiva, io la chiamo Eclettismo.

Solo percorrendo la Via Diritta dell’Eclettismo, supereremo la “paura della somiglianza” che, grazie al potere della Cultura-Dominante (bisognosa di tagliare masochisticamente i ponti con la storia) risulta essere molto più pericolosa per la sopravvivenza dell’Occidente (che sinora s’è nutrito di memoria e d’identità) di quanto non lo sia il falso totem della “paura della diversità”:

«Mentre il nuovo mondo decade, l’antica Via e il Sentiero del ricordo dell’Ovest ancora sono certo percorribili […] per giungere dove i Valar tuttora dimorano, osservando lo svolgersi della storia».
J.R.R. Tolkien, Akallabêth

David Casagrande

[Immagine tratta da Google immagini]

Tatuaggi e bisogno di unicità

<p>Legendary Bowery tattooist Charlie Wagner tattooing an unknown woman. Don and Newly Preziosi<br />
Collection.</p>
<p>Bodies of Subversion was the first history of women's tattoo art when it was released in 1997, providing a fascinating excursion to a subculture that dates back to the nineteenth-century and including many never-before-seen photos of tattooed women from the last century. Newly revised and expanded, it remains the only book to chronicle the history of both tattooed women and women tattooists. As the primary reference source on the subject, it contains information from the original edition, including documentation of:</p>
<p>•Nineteenth-century sideshow attractions who created fantastic abduction tales in which they claimed to have been forcibly tattooed.<br />
•Victorian society women who wore tattoos as custom couture, including Winston Churchill's mother, who wore a serpent on her wrist.<br />
•Maud Wagner, the first known woman tattooist, who in 1904 traded a date with her tattooist husband-to-be for an apprenticeship.<br />
•The parallel rise of tattooing and cosmetic surgery during the 80s when women tattooists became soul doctors to a nation afflicted with body anxieties.<br />
•Breast cancer survivors of the 90s who tattoo their mastectomy scars as an alternative to reconstructive surgery or prosthetics.</p>
<p>Must link to: http://www.powerhousebooks.com</p>

Di tatuaggi, soprattutto in estate, se ne vedono a palate. Maori, disegni astratti, iniziali, frasi, veri capolavori dalle piccole definizioni, ce n’è per tutti i gusti. Avendone io stessa, mi capita spesso e volentieri di provare una sensazione alquanto fastidiosa quando scopro lo sguardo di uno sconosciuto mentre cerca probabilmente di indovinarne i significati. Per non parlare di quanti, con i quali non hai nemmeno un po’ di confidenza, il significato te lo chiedono prontamente con nonchalance. Per quanto mi riguarda, i tatuaggi li ho fatti per me e sebbene in certi periodi dell’anno diventino afferrabili dallo sguardo di chiunque, vorrei che restassero tali. Se me ne capita uno sott’occhio dunque, di solito lo guardo velocemente, e il più delle volte lo apprezzo tra me e me cercando di non farmi notare dal proprietario per non dover rischiare di apparire indiscreta.

Qualche giorno fa, però, il tatuaggio di una ragazza seduta in treno di fronte a me, mi ha dato da pensare: era una parola in greco, bibliophile, ben tatuata sul suo avambraccio. Bibliofilo, amante dei libri. Quella ragazza prova probabilmente un interesse così forte verso libri, lettura e scrittura, da arrivare a scrivere questo suo interesse, con inchiostro indelebile, sulla propria pelle. Quella ragazza ha voluto scritto su di sé non un disegno che le piace, ma una sua passione. Ha saputo andare oltre il piacere visivo ed estetico, ha voluto scrivere su di sé una parola che la descrive. Ha reso il suo corpo un veicolo per comunicare un messaggio.

Certo, ciò può avvenire ogni giorno in maniera del tutto naturale, in base a come ci pettiniamo, a come ci trucchiamo, a come ci vestiamo. Spesso questi elementi manifestano i nostri pensieri o i nostri stati d’animo, la nostra idea di noi stessi. Il tatuaggio dunque non fa altro che accentuare questa nostra naturale e legittima volontà. Come se vestiti, trucco e parrucco, ad oggi, non bastassero più. Vogliamo esporci agli altri e farci conoscere. E il tatuaggio è diventato un mezzo per rispondere a questa nostra esigenza senza farci fare troppa fatica. Il tatuaggio permette di attirare l’attenzione e la curiosità. Il tatuaggio ci descrive; in maniera più o meno diretta parla di noi; spiattella davanti agli occhi degli altri ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere, o addirittura ciò che vorremmo essere. Il tatuaggio risponde al nostro bisogno di unicità. Perché quello di sentirci unici non è soltanto un desiderio, ma è un vero e proprio bisogno. Non ci basta sentirci unici, ma vogliamo anche essere riconosciuti come tali. Non ci basta sentirci unici per i nostri cari, ma vogliamo essere unici agli occhi di tutti.

Rispondendo al nostro bisogno di unicità, il tatuaggio riesce a rimediare ad una problematica ed esso intrinseca: se riesce a parlare direttamente del suo portatore, infatti, il tatuaggio si mantiene segno distintivo senza rischiare di essere marchio di conformismo. Il che vuol dire: unici e non omologati! Cosa c’è di meglio?

In conclusione sarebbe da chiedersi non le motivazioni alla base del nostro bisogno di unicità; questo è pienamente legittimo, e a dirla tutta ci consente di relazionarci in maniera positiva con la vita e le varie difficoltà che questa si porta appresso. Per provocazione, sarebbe invece da chiedersi: perché ci affanniamo tanto alla ricerca di espedienti vari per manifestare quell’unicità della quale siamo già portatori?

«L’uomo è a se stesso il più prodigioso oggetto della natura; perché non può comprendere che cosa sia il corpo, e ancor meno che cosa sia lo spirito, e meno di qualunque altra cosa come un corpo può essere unito con uno spirito.»
Blaise Pascal, Pensieri

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google Immagini]