Identikit del crimine (mediaticamente) perfetto

<p>Close up crime scene investigation police boundary tape</p>

Di recente è stata emessa la sentenza in primo grado del processo contro Massimo Bossetti, accusato di omicidio. Al di là del significato specifico dell’evento di cui si è parlato anche troppo e che qui non ci interessa discutere, esso mi ha portato naturalmente a riflettere su l’interessante rapporto tra mezzi d’informazione, cronaca nera e pubblico. Siamo partiti dal caso Bossetti perché, come tutti i crimini che suscitano per anni interesse mediatico, ha un valore rappresentativo ed emblematico. Trovo un fatto curioso che certi fatti di cronaca emergono prepotenti su altri fino ad entrare nell’immaginario comune, il quale, in un certo senso, li ha eletti. Non penso si possa attribuire ciò alla scelta completamente arbitraria dei giornalisti, sembra anzi sottesa una logica molto simile alla dialettica domanda/offerta che anima il libero mercato. Esistono cioè delle dinamiche e delle situazioni che favoriscono il successo mediatico di certi crimini su altri. Vediamole insieme.

Regola N.1: Il crimine deve essere spregevole e infame, la persona mediocre.
Se l’identikit del criminale è quello – banalmente – di un criminale, l’interesse non supera al massimo un paio di giorni. Se esso invece combacia con quello del vicino di casa, così normale e anonimo che tutti abbiamo, allora nessuno è al sicuro. La paura è però filtrata e sopportabile: ci fa venire i brividi, ma da lontano.

Regola N.2: Un colpevole deve esserci, ma non subito.
Se l’assassino viene colto in flagrante, si costituisce o simili, i media non hanno più novità da centellinare, niente retroscena, rivelazioni improbabili, testimoni dell’ultima ora e mitomani dilaganti. Di conseguenza l’interesse scema. Se al contrario l’assassino si tarda a trovare e infine il crimine irrisolto, lo scandalo per l’inefficienza delle forze dell’ordine viene oscurato dall’assenza di novità. Il pubblico si annoia.

Regola N.3: Uno sfondo ideologico ha valore fondamentale a fini mediatici.
I simboli hanno il potere di rendere un fatto di cronaca qualsiasi qualcosa di metastorico, il cui significato resiste in un certo senso al consumo dello spettacolo. Essi mantengono forte presa sulla nostra immaginazione, e hanno il potere di appassionarci molto più dei meri fatti. Su episodi dal forte quoziente ideologico la classe politica si sentirà in dovere di esprimersi, e il popolo dovrà a sua volta intervenire e schierarsi in base a quanto indicato dai politici. In questo caso la ruota dello spettacolo si mantiene in moto da sé.

Regola N.4: Tempismo.
Anche Jack lo Squartatore sarebbe stato eclissato da una vittoria ai mondiali di calcio. Il crimine mediaticamente perfetto avviene nei caldi pomeriggi di agosto.

Regola N. 5: Il fattore X.
Poiché questo tipo di informazione si fonda sull’appeal mediatico che il fatto suscita, non tutto si riesce a spiegare razionalmente. Alcuni elementi riposano sul fondo oscuro dell’immaginario comune: alcuni tratti fisici, alcune situazioni – variabili per latitudine e contesto storico – colpiscono e perturbano oltre quanto riesce facilmente spiegabile, risultando così l’ingrediente segreto della ricetta qui brevemente abbozzata.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

Giustizia della mente: i processi giuridici riletti dalla Filosofia

Tutti gli studiosi del rapporto mente-cervello sostengono che nessun fare umano, per essere compreso, può trascurare gli apporti che offrono le scienze cognitive. Piergiorgio Strata ha evidenziato come «ogni giorno siamo impegnati in una miriade di atti comportamentali che ci sembrano determinati dalle nostre decisioni di uomini liberi e coscienti… Nella realtà la maggior parte delle nostre azioni è eseguita sotto una pesante spinta della quale non siamo consapevoli». La giustizia, le cui decisioni intercettano direttamente la società, non può più esimersi dall’essere letta (o riletta) con la lente delle neuroscienze e delle scienze cognitive. Ancor di più ciò accade per la giustizia penale che, per sua natuta genetica, ha una funzione educativa verso la comunità (funzione general-preventiva) ed è altresì deputata a riparare le lesioni sociali causate dal delitto (Emile Durkheim).

Nonostante questa “sensibilità” sia oramai diffusa in svariate discipline umane, pare che proprio la giustizia applicata fatichi ad accettare incursioni di questo tipo. Come sosterrebbe Thomas Kuhn, sembra di trovarsi in una di quelle condizioni tipiche di cambiamento di paradigma scientifico (nel caso di specie scientifico-giuridico) durante le quali il nuovo viene rifiutato oppure si cerca con tutte le forze intellettuali ed operative di incanalarlo all’interno dei confini tracciati dal vecchio e questo, di fatto, per disinnescarlo. Pare quasi che, all’interno dei tribunali, non si operi come in tutti gli altri ambiti della vita umana: sembra che, una volta entrati nei “palazzi”, la dea bendata sia capace di svuotare i cervelli di tutto ciò che “non è diritto”, le menti vengano ripulite dei loro bias cognitivi, trasformando i protagonisti della vicenda giudiziaria in perfetti robot logici che hanno come unica guida la norma di legge e da quella non possono discostarsi. Il tribunale diviene una sorta di “mondo possibile” (dell’impossibile) capace di trasformare il legno storto di Kant in un legno dritto, l’uomo fallace in un essere perfettamente logico. Forse questa strenua difesa di una irrealistica “torre di avorio”, inattaccabile dalle tortuosità tipiche di ogni decisione umana, è funzionale alla giustizia ed ai suoi risvolti sociali. Certamente però è qualcosa di assai prossimo dall’essere un dogma antistorico.

Justice of Mind nasce nel 2015 proprio al fine di far solcare anche il mondo della giustizia penale applicata dalle novità interpretative portate dalle scienze cognitive, considerando “il tribunale” non un luogo capace di essere immune dalle questioni sulla cognizione ma, al contrario, evidenziandone la funzione decisoria. La giustizia è decisione e, da qualunque dei suoi attori la si voglia analizzare, si basa sulla libertà di scelta come condizione minima di operatività. L’accusato deve essere libero di decidere quando commette il fatto di reato ed anche nel corso del processo (la capacità di stare in giudizio e dunque di decidere e comprendere il processo è sancita dal codice di procedura penale); il giudice, per emettere una sentenza, deve seguire le regole di diritto previste dall’ordinamento (secondo logicità) e ciò in ragione del proprio “libero convincimento” (sono sempre parole del codice). Avvocati ed accusatore debbono, a loro volta, essere in grado di decidere liberamente e non avere cointeressenze che possono compromettere la libertà di “indossare la toga”. Prima ancora, il legislatore deve stabilire con coscienza e libertà le regole che ordinano la società per il futuro. Tutto questo bagaglio di libertà del decidere non può e non deve essere distrutto, ma certamente deve essere compreso alla luce delle nuove scienze. Diversamente, del mondo della giustizia, residuerà solamente il lato “pop” e cioè quella funzione pseudo pubblicitaria e da fiction costituita dalla sua mediaticizzazione, lasciando sempre più indifferente il pubblico (e la società) ai suoi valori, anche tecnici, più importanti (la funzione general-preventiva e quella riparatrice del trauma sociale causato dal delitto). La mente, trampolino delle decisioni, non è più considerabile un’entità staccata dal cervello; il rapporto mente-cervello è inesorabilmente di tipo fisicalista ed il cervello, attraverso l’operare dei neuroni, delle sinapsi e dei neurotrasmettitori, produce i pensieri e questi pensieri (da cui nascono le decisioni) sono il prodotto di tre fattori principali: del codice genetico, delle esperienze e quindi dell’apprendimento e del caso (come insegna Edoardo Boncinelli). Ciascuno di noi traccia il proprio percorso che, poi, lo “farà decidere”. Ciò non vuol dire aderire a tesi deterministiche neolombrosiane ma, piuttosto, tentare di dare delle nuove chiavi di lettura, anche del mondo della giustizia, che non siano vincolate in modo apodittico e preconcetto, ad un vecchio paradigma. Justice of Mind si propone così di spiegare o tentare di capire le ragioni delle scelte del reo, del giudice, del legislatore, dell’avvocato e dell’accusatore. Senza nessun desiderio di censura. Solamente per comprendere e risolvere problemi. Perché, per dirla con Karl Popper, «tutta la vita è risolvere problemi». Capire la giustizia penale ed il processo non è qualcosa che può dirsi esente dai fatti della vita.

Per questa funzione di comprensione è necessario creare una sinergia tra conoscenze giuridiche, filosofiche, cognitive, psicologiche e criminologiche. Questo è Justice of Mind. Per capire e non restare intrappolati nelle inevitabili “trappole mentali”. Edmonds in Uccideresti l’uomo grasso? ritiene che «i tribunali saranno sempre più invitati a prendere in considerazione scusanti ed attenuanti basate su scansioni cerebrali». Non solo: per capire i tribunali bisogna capire i dilemmi etici che Edmonds pone nel suo testo e sono il titolo del libro: come e perché l’essere umano decide in un certo modo; come e perché decide oppure no di uccidere l’uomo grasso per salvarne altri cinque. E qui si va diretti a capire la decisione, il cervello del decisore, il suo libero convincimento, il giudice.

Luca D’Auria