Vulnerabilità e mancanza ai tempi del Covid-19

Esattamente dieci anni fa, nel suo saggio La società della stanchezza, il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han scriveva: «Ogni epoca ha le sue malattie. Così, c’è stata un’epoca batterica, finita poi con l’invenzione degli antibiotici. Nonostante l’immensa paura di una pandemia influenzale, oggi non viviamo in un’epoca virale. L’abbiamo superata grazie alla tecnica immunologica». Insomma, l’epoca vetero-romantica della tisi, le ondate della terribile influenza “spagnola”, la stagione postbellica del colera e del tifo (e tanti altri virus ancora) sembravano di certo esperienze “nostalgiche” da manuale di storia piuttosto che realtà vive e nitide. Eppure, oggi giorno, la prospettiva è del tutto ribaltata, dal momento che la nostra normalità è segnata dalla pandemia, anzi la nostra normalità è divenuta la pandemia attraverso una quotidianità fatta di distanziamento sociale, mascherine, decreti legge e conferenze stampa.

Ebbene, Byung-Chul Han nell’articolo L’emergenza virale e il mondo di domani (El Paìs, 22 marzo 2020) si preoccupa del nostro modo di reagire al Covid-19, dato che «abbiamo vissuto a lungo in una società senza nemici, in una società di positività, e ora il virus è percepito come un terrore permanente». Sembra di capire che stiamo per pagare a prezzo troppo caro la nostra felicità “globalizzata”, fatta di eccessi, di “tutto e subito”, di status quo sociali e mutamenti ideologici. Se dall’epoca della “solidità” moderna siamo passati ad un universo di liquidità – per dirla come Bauman – in cui tutto pare perdere i contorni netti e distinti a cui eravamo naturalmente predisposti, che futuro ci aspetta in questo momento storico? Navigheremo ancora nell’oceano “liquido” della globalizzazione oppure torneremo alla “solidità” della realtà moderna?

Difficile dare una risposta attendibile, forse impossibile, perché – non da ultima – la precarietà della nostra condizione esistenziale ci impedisce di esercitare quella sana distanza intellettuale per trovare le parole giuste. La globalizzazione pare aver ceduto alle lusinghe dell’eccesso di positività, che si è espresso per il tramite di un eccesso di prestazioni, di produzione, di comunicazione, senza tenere più in alcun conto quella negatività dell’ignoto e della mancanza. Di certo di mancanza si tratta: della mancanza degli altri come fisicità da stringere ed abbracciare, come sguardo da accogliere e a cui rispondere, ma anche mancanza di sé, perché (forse) siamo stati troppo proiettati all’esterno, fuori-da-noi-stessi, sia in presenza che online, e abbiamo finito con il trascurare la parte interna di noi, il nostro io in remoto, troppo presi dal nostro io social-e. Siamo stati troppo fuori, sempre meno dentro, dentro di noi, dentro i nostri pensieri, dentro la responsabilità delle nostre azioni, dentro le nostre famiglie, dentro le nostre case.

Quella mancanza che, fino a poco tempo fa, ci opprimeva inconsciamente tanto da farci sentire il bisogno irrefrenabile di riempirla oltre misura con azioni, parole, pensieri e tanto altro, ora appare come vuoto e nulla più, come mera assenza. Tuttavia, sentire la mancanza di qualcosa o di qualcuno non dovrebbe essere di per sé un problema, una negatività, poiché desidero ciò che mi manca per essere un sé unitario (completo, forse no) e sensato. Ma se la mancanza diventa vuoto, la mera vita si mostra nella sua disarmante nudità e ferisce, attanaglia nella paura, collassa sotto i colpi dell’attesa. Siamo nati per essere quello che-non-siamo-ancora, perché essere ciò-che-siamo-stati-e-basta toglie l’anima alle persone e alle situazioni. Eppure sembra che il dramma venga proprio da questo vivere in attesa, sospesi tra un ieri in cui ci muovevamo ovunque, progettavamo cento cose e ne facevamo mille, e un domani che non sappiamo se e quando potrà tornare totalmente alla normalità. Avvertiamo una diversa consapevolezza di noi stessi: ci sentiamo vivere sospesi a mezz’aria, perché non siamo forse più abituati a vivere questo hic et nunc, questo sono-io-ora-presente-qui.

L’esposizione continua al rischio, in modo massivo e imprevedibile, potrebbe toglierci qualsiasi orizzonte prospettico senza conservare in alcun modo quella rete di relazioni, legami e riferimenti che abbiamo costruito gradualmente (non senza difficoltà) nella nostra esistenza? Forse una prospettiva in fondo c’è: potremmo non essere più uomini “liquidi”. La liquidità potrebbe aver esaurito la sua validità, inducendo alla conclusione della sua epoca, così da destinarci a una opaca “solidità” post-globalizzata oppure – provocatoriamente – potrebbe porci nelle condizioni di trovare la forza e il coraggio di condurci oltre per mostrare tutta la nostra vulnerabilità e la nostra debolezza. Potrebbe essere giunto il momento di mostrarci per quel che siamo davvero, ragion per cui dovremmo osare ritrovare noi stessi in questa tendenziale consunzione delle nostre certezze. Siamo vulnus, anzi lo siamo sempre stati, pur ostinandoci a mostrare un volto mistificato dietro una coltre di impegni di lavoro, appuntamenti (più o meno) glam e tanto altro ancora. Oggi probabilmente siamo vulnus un po’ di più, come squarcio aperto sulle prospettive della vita, con uno sguardo nuovo che spia oltre il varco per ri-assaporare una umanità fragile e divergente.

 

Lia De Marco

 

Laureata in filosofia presso l’Università degli Studi di Bari, abilitata in diverse classi di concorso per l’insegnamento nelle scuole superiori di I e II grado, ha insegnato dal 1999 in numerosi licei della Puglia. Attualmente è docente di filosofia e storia presso il Liceo “G. Bianchi Dottula” di Bari. Già progettista formativo ed europrogettista, ha maturato un’ampia esperienza nel campo della formazione professionale. Componente del gruppo Buone Prassi della Società Filosofica Italiana (S.F.I.) – Sezione di Bari, si occupa di sperimentazione di attività di didattica integrata della filosofia. Promuove ed organizza eventi culturali e collabora con diverse riviste specialistiche.

[Photo credit Wladislaw Peljuchno su unsplash.com]

Mangiare o non mangiare? L’etica del pluralismo dei corpi

Obesità e magrezza estrema sono le due facce della medaglia del mangiare. Oltre a essere condizioni patologiche da affrontare con adeguato supporto clinico e psicologico, rappresentano nodi etici non indifferenti per una filosofia pratica che punta a fornire strumenti di riflessione accessibili a tutti.

La grassezza è, da un lato, icona sociale dell’abbondanza, dall’altro emblema di fallimento e debolezza morale. Il primo caso non è difficile da spiegare: il nutrimento è sempre stato il pensiero primario dell’uomo, la fame lo spettro inquietante da tenere a distanza; primum vivere deinde philosophari: senza aver soddisfatto i bisogni primari, occuparsi d’altro è impossibile. Per questo motivo il grasso e il sovrappeso hanno sempre rappresentato l’abbondanza e la prosperità, una vita scevra di preoccupazioni materiali. Numerose sono anche le rappresentazioni artistiche e letterarie della prosperità, o quanto meno, del desiderio dell’uomo di attrarre a sé – spesso come favore divino – abbondanza materiale: si ricordi la celeberrima statuetta della Venere di Willendorf, risalente intorno al 20.000 a.C., oppure la descrizione biblica della città di Babilonia.

Ma è proprio in contesto religioso che nascono, sotto una luce negativa, gli alter ego dell’abbondanza: il peccato e la colpa. La città ricca è promessa d’opulenza e sicurezza, ma è anche luogo dove si fanno spazio i vizi, primo tra tutti quello della gola, che si pone all’origine di ogni lussuria e quindi di ogni abbruttimento nella ricchezza e nel possesso materiale. Anche qui l’arte ci viene in soccorso: numerose sono le rappresentazioni dell’uomo grasso, circondato da lauti banchetti e otri, di cui spesso sembra prenderne le sembianze, a evidenziare quanto il macrocosmo del corpo sociale si rispecchi nelle forme individuali, quasi a sancire effettivamente che siamo ciò che mangiamo.

La risposta a questa tendenza “ingrassante” del mangiare diventa quindi il digiuno, il non mangiare. Sebbene anche questa pratica abbia derivazione ascetica (il digiuno religioso è sempre stato una rinuncia-per, il privarsi di qualcosa in vista del raggiungimento di un bene superiore), nel corso dei secoli è arrivato a mutarsi in rinuncia fine a se stessa. Esempio contemporaneo di privazione estrema di cibo, apparentemente senza motivo, è l’anoressia. Benché inquadrata nello spettro delle patologie, così come l’obesità, l’anoressia è un male più subdolo perché meno evidente e, in un certo senso, socialmente “accettato”: generalmente si provano pena e pietà per un corpo molto magro, ma non di rado c’è una certa ammirazione per la forza di volontà e il rigore nel rispettare un regime alimentare ferreo.

Il mondo vuole, ottiene e consuma sempre più cibo, indipendentemente dalla sua qualità ma, intanto, sviluppa ostilità nei confronti del nutrimento: meglio essere estremamente magri che pagare il prezzo del pubblico ludibrio per non essere stati in grado di resiste alla tentazione di ingurgitare più del necessario; meglio il digiuno che l’abbuffata perché di entrambi saranno visibili gli effetti sul corpo.

Qualcuno potrebbe affibbiare la colpa della “mortificazione” del corpo proprio a una qualche dinamica ascetica già menzionata, all’orfismo, al dualismo origine di tutti i mali e di tutte le discriminazioni. In questo caso invece, il corpo non è da maltrattare in favore dello spirito, ma è maltrattato perché è spirito, è in un certo senso mentalizzato e deve portare avanti un’etica del rigore, deve garantire forza di volontà, prestanza e resistenza alla stregua delle macchine con cui lavora. Se proprio si vuol parlare di dualismo, ne possiamo considerare uno in cui l’anima è assente e l’unico modello è rappresentato dall’efficienza delle creature tecnologiche. Sia l’ingordigia che il digiuno estremi possono essere letti, quindi, anche come tentativi di ribellione volontaria, episodica o continuata, al macrocosmo cittadino e sociale che ci spinge a divorare e consumare: c’è chi si tuffa a capofitto nella possibilità di decidere come, quanto, cosa vuole mangiare, convinto che la vasta gamma di scelta sia sinonimo di libertà e chi, schiacciato dal peso dell’abbondanza promessa, decide di difendersi rinunciando a tutto.

Come al solito, la via maestra è quella che si colloca tra i due eccessi del mangiare, ma è pur vero che, affinché la si percorra, occorre cambiare prospettiva morale: sarebbe auspicabile un’etica del pluralismo dei corpi, della tolleranza della diversità e della comprensione reciproca che non si fermi a una mera rivendicazione o richiesta di riconoscimento, ma che liberi sinceramente dal disgusto per il corpo (e non solo corpo) “diverso”, o malato o sano o semplicemente umano.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

[Photo credits Tim Mossholder su unsplash.com]

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Telefono senza fili: il proibizionismo nell’era della connettività

“Impossibile connettersi”: il regime nordcoreano proibisce di telefonare all’estero.

Viviamo tempi grotteschi: gli smartphone sono egòfoni, colui che ne fa uso compulsivamente viene definito digitambulo e nascono nuove diagnosi, come la Sindrome da Sguardo Basso, parafrasando Michele Serra. E mentre siamo impegnati a pubblicare il nostro prossimo post sui social network, esiste un luogo dove la realtà è ben diversa. La situazione in Corea del Nord appare drammatica.

Il divieto di avere ogni tipo di contatto con i Paesi al di fuori del territorio, imposto dal Regime, genera uno scenario orwelliano. Le persone si sorvegliano a vicenda. Ognuno controlla l’Altro, nella vita domestica e nei luoghi di lavoro. Coloro che tentato di contattare i propri parenti fuggiti all’estero rischiano di finire nelle carceri di detenzione.

L’esperienza dell’isolamento, si badi bene, non della solitudine, contraddice la condizione umana della pluralità. Una domanda mi sorge spontanea: isolamento, estraniazione o sradicamento?

L’incapacità di agire, dettata dalla condizione di isolamento, è un tratto caratterizzante dell’autocrazia. Concetti differenti quelli di isolamento ed estraniazione. Come ci ricorda Hannah Arendt:

“Posso essere isolato, cioè in una situazione in cui non posso agire perché non c’è nessuno disposto ad agire con me, senza essere estraniato; e posso essere estraniato, cioè in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal consorzio umano, senza essere isolato”.

La condizione dei cittadini nordcoreani è l’isolamento nella sfera politica e l’estraniazione nella sfera dei rapporti sociali. L’estraniazione, che nega la libertà di volere o il suo opposto, di negare, alimenta e si allea con il protrarsi dello status totalitario.

È interesse della tirannide esasperare la condizione di isolamento e traslarla in quella dell’estraniazione, ciò che annulla la vitalità dello spirito dell’uomo. La Corea del Nord è andata oltre, sradicando le radici affettive. Viene meno un bisogno fondamentale dell’uomo: comunicare. La comunicazione, oltre ad essere una necessità, appartiene alla natura umana. L’uomo coglie sé stesso in quanto uomo solo nel momento in cui si confronta e instaura un rapporto con un “Tu”. Entrare in rapporto significa comunicare. Il passo antecedente è l’emergere dell’Io. Tutto questo è negato nella realtà dispotica sopracitata. Mi domando se l’impossibilità di comunicare si traduca nell’impossibilità di esistere.

Ha il suono di una doppia condanna quel che accade ai cittadini nordcoreani: non solo non possono sapere cosa avviene al di fuori della loro realtà, ma non possono raccontare ciò che accade dentro. In questo dualismo il controllo sulle comunicazioni si trasforma in un’arma che cancella ogni informazione sull’atroce situazione dei diritti umani.

Nell’era digitale, ove ancora si pone in discussione la possibilità di restare “umani” nonostante il progresso tecnologico, ci ritroviamo spettatori inermi di una realtà, quella nordcoreana, che frena questo flusso di divenire.

Jessica Genova

[Immagine tratta da Google immagini]