Contro il tempo, la libertà

Non c’è sera in cui, percorrendo i pochi passi dal bagno al letto, io non ricordi a me stessa, in maniera forse ossessiva, che un altro giorno è ormai finito e passato. Nello specifico, sono due le frasi che mi ripeto, sera dopo sera, senza mai stancarmi. La prima, presa da una canzone di Guccini, che in realtà non ascolto ormai da anni: «un altro giorno andato» (la sua musica ha finito, quanto tempo ormai è passato e passerà). La seconda, copiata questa volta a una poesia di Quasimodo, ricordo forse delle medie, forse delle superiori, chi lo sa: «ed è subito sera». Prima di addormentarmi ripercorro con il pensiero i momenti che hanno riempito la mia giornata, le persone con cui ho parlato, quelle con cui ho scambiato un semplice e veloce sguardo, le parole che ho detto, i piatti che ho mangiato, i particolari che mi hanno colpita, e via dicendo. Finita questa lista di istanti trascorsi e passati, inizio quella del giorno dopo: ricapitolo mentalmente le cose da fare, a volte numerose, a volte minime, fantastico sui miei desideri o progetti futuri, a volte carichi e rinvigorenti, altre volte spenti e deprimenti.

Il tempo che scorre incessantemente e passa alla velocità della luce è il nostro più fedele compagno, ma anche il nostro peggiore nemico. Il mio rapporto con lui qualche mese fa è stato abbastanza turbolento: la paura di aver perso tempo in anni di università che forse non mi porteranno laddove mi ero immaginata intraprendendo questo percorso; il rimorso di aver già rinunciato a piccoli grandi sogni, attività o impegni; il dovere di inventarmi in fretta cosa fare di qui a qualche mese… Mettiamoci dentro anche la banale preoccupazione per i primissimi capelli bianchi. E la sana invidia verso mia sorella quasi diciottenne, alla quale, sentendomi una vera nonna, ripeto con i miei migliori auguri che ha tutta la vita davanti.

Ho cercato di venirne fuori, da questo superficiale e stupido malessere che mi stavo ossessivamente creando da sola. L’ho fatto cercando di appropriarmi per davvero di quel maledetto tempo che ci caratterizza e condiziona tutti, ricordandomi di un’altra dimensione che appartiene all’uomo, alla pari del tempo. La nostra libertà! La libertà di muoverci nelle trame del tempo come ci pare e piace, la libertà di disporre di esso e di gestirlo nel modo in cui preferiamo. Preciso che con ciò non intendo la possibilità di svincolarci da una serie di obblighi alla quale siamo chiamati a rispondere per un dovere che potrei definire ‘morale’. Altrimenti, lungi dall’essere libera e volontaria gestione del proprio tempo, questa finirebbe per decadere nel caos egoistico dettato dal volere e dal piacere. Intendo piuttosto dire che, nella scelta riguardo il come poter disporre del tempo che ci appartiene, dovremmo darci tutti una lista di priorità e dovremmo provare a rispettarla quanto più ci è possibile.

Dovremmo imparare a dire ‘sì’ senza paure, ma anche imparare a proferire qualche ‘no’ secco andando oltre le convenzioni. Dovremmo impegnarci con dedizione e costanza in quanto crediamo, e riuscire a rinunciare ad impegni che lungi dall’arricchire la nostra persona finiscono invece per inaridirla. Dovremmo accogliere e passare più tempo con le persone che amiamo e stimiamo e svincolarci da quelle con cui non riusciamo più ad avere punti d’incontro.

Dovremmo e potremmo fare tante cose. Ma non tutto dipende da noi e dalla nostra libertà. I giorni si susseguono senza sosta, e un altro anno è ormai andato… La sola soluzione è allora ricordarci di vivere appieno ogni singolo momento della nostra vita, bello o brutto che sia. Dobbiamo ardere, per noi stessi, per il dono della vita, e per quanti ci stanno attorno. Circondiamoci di quanta più freschezza e positività riusciamo. Facciamoci avanti e consumiamo, inghiottiamo, svisceriamo il nostro presente!

«Circondatevi di uomini che siano come un giardino, o come musica sopra le acque, al momento della sera, quando il giorno già diventa ricordo».

Nietzsche

Federica Bonisiol

[immagine tratta da Google Immagini]

I ricordi, combustibile per la vita

Un giorno di maggio un amico mi disse che avevo gli occhi di una persona che non riesce a fare i conti con il proprio passato. Scrutandomi davanti a una tazza di chai bollente, riuscì a intravedere nei miei silenzi tutta la difficoltà che provavo nell’accettare una scelta presa qualche tempo prima. In effetti ho sempre avuto un pessimo rapporto con il passato. In genere sono i ricordi felici a procurarmi più guai. In qualsiasi momento, qualcosa attorno può risvegliare l’immaginazione e riportarti indietro nel tempo, non importa se è un angolo della tua città che avevi dimenticato o una canzone che passa nel tuo bar di fiducia. Anche un odore può risvegliare l’immagine di una persona che hai perso, facendoti rivivere la sua gestualità e l’espressione tipica di quel volto.  A chi non capita di richiamare alla mente i luoghi dell’ infanzia? È così che ti ritrovi a sognare ad occhi aperti, trasportato lì dove si è formato un frammento impercettibile della tua “esperienza”.

Come convivere con i ricordi senza rimanerne schiacciato? Il passato non si controlla più, i “cosa sarebbe successo se” non hanno alcun senso per la nostra esistenza. Vivere nella nostalgia, rincorrendo continuamente gli spettri del passato è semplicemente inutile, perché l’unica cosa che è veramente in tuo potere è il presente. È proprio la dimensione del presente l’unica su cui si può agire ed è proprio su questa che è necessario concentrarsi.

Ogni anno l’autunno rappresenta per me una sfida, perché ha la capacità di portare con sé il carico del passato, ma anche le possibilità infinite del cambiamento. Forse è proprio quando ti senti schiacciato dalla nostalgia che riesci a scavare così a fondo da ritrovare ben presto l’energia per risalire e proseguire il percorso interrotto. Non è sforzandosi di cancellare un’esperienza dalla propria memoria che si ritrova la serenità, ma è solo trasformando l’effetto che quella determinata esperienza ha sulla propria emotività. Il ricordo, infatti, ha un’importanza fondamentale per la nostra crescita, dal momento che permette di ritornare con la mente alle esperienze del passato, ma non per cercare di modificare ciò che ormai è accaduto, ma per poter intervenire in modo positivo su ciò che ancora deve accadere. In After dark Korogi riflette proprio sul ricordo: «Per la gente, i ricordi sono solo un combustibile per alimentare la vita. Che un ricordo sia importante o meno, in pratica fa lo stesso, è soltanto combustibile. La vita va avanti comunque. Un foglio di giornale, un libro di filosofia, una stampa erotica, una mazzetta di biglietti da diecimila… è uguale, quando finiscono nel vuoto, diventano semplici fogli di carta. Non è che il foglio mentre brucia pensa “toh, questo è Kant” o “ecco l’edizione serale dello Yomiuri Shinbun”, oppure “ma guarda che belle tette!”. Per il fuoco sono soltanto fogli di carta, niente di più. Bè, con i ricordi è la stessa cosa. Quelli importanti, quelli così così, quelli completamente inutili, sono solo combustibile, tutti quanti senza distinzione. […] E se per caso io quel combustibile non ce l’avessi, se il cassetto dei ricordi dentro di me non esistesse, penso che già da un bel po’ sarei stata spezzata in due di netto. Sarei morta sul ciglio della strada, raggomitolata in qualche miserabile buco. Che si tratti di cose importanti o di cavolate, è perché riesco a pescare nel cassetto tanti ricordi, uno dopo l’altro, che posso continuare a modo mio a tirare avanti, anche se questa esistenza mi sembra un brutto sogno. Quando penso di non farcela più, quando sto per gettare la spugna, in qualche modo riesco sempre a venirne fuori».

É impossibile farne a meno, perché sono proprio i frammenti di vita passata ciò che costruisce la nostra personalità e ci rende unici e insostituibili. Ogni esperienza, anche quella più dolorosa, quella che vorremmo cancellare in tutti i modi dal nostro vissuto, ha contribuito a renderci ciò che siamo. Quel che importante è non rimanerne aggrappati. Riuscire a destreggiarsi con libertà fra le immagini della memoria, giocando con i pensieri per poi lasciarli andare. Il presente non può diventare una copia sbiadita di ciò che è stato. «Suddenly I’m not half the man I used to be. There’s a shadow hanging over me. Oh, yesterday came suddenly», cantavano i Beatles. Anche quando non accetti ciò che ti circonda, quando senti che gli eventi ti hanno reso diverso da com’eri, così mutato da riconoscerti a stento, devi avere la forza e la lucidità di pensare che non è tutto perso. Il passato non è qualcosa da dover rimpiangere inevitabilmente, ma ciò che puoi lasciarti alle spalle con serenità. Il futuro non devi rincorrerlo a tutti i costi perché così “si fa” e non è nemmeno ciò da cui ti devi nascondere. Il “si fa”, il “si dice” lascialo agli altri, tu non ti riparare nell’ombra, così non farai che alimentare ulteriormente le sofferenze dentro di te. Pensa semplicemente a vivere il presente, ciò che sempre meno “si fa”. Non è rassicurante come rifugiarsi in ciò che già conosci, ma è l’unica autentica realtà ed è soltanto vivendo pienamente l’oggi con le sue infinite possibilità che si può riscoprire la bellezza del ricordare, con una leggerezza che non immaginavi possibile.

Greta Esposito

[Immagine tratta da Google Immagini]

Vi è traccia di divertimento nello studio della storia?

Puntualmente, per esperienza personale, quando chiedo ai bambini un indice di gradimento numerico per l’insegnamento di Storia, il valore che ottengo solitamente è prossimo allo 0. Nel migliore dei casi. Motivi? La Storia è noiosa e vecchia così come il maestro che la insegna, anche se magari ha 35 anni. Una sorta di consustanzialità fra il documento storico ammuffito e il classico pile sgualcito dell’insegnante. In pratica una crisi d’identità assicurata intorno ai 40 anni per chi come me è in procinto di laurearsi in Storia e non disdegna una carriera futura da passare dietro la cattedra.

Quali sono i motivi di tale declino? Perché piace addirittura più la Matematica e soprattutto l’ora di Religione con i suoi film pieni di amore e lieti fine stucchevoli?

Innanzitutto è necessario premettere due cose: in primo luogo ogni fascia d’età possiede esigenze e capacità differenti e specifiche. Quindi è assolutamente improprio far imparare migliaia di date a memoria agli adolescenti; tanto il giorno dopo scambieranno la caduta dell’Impero Romano d’Oriente con quello d’Occidente. Tranne per i nerd: loro le sapranno grazie alle mille ore passate davanti ai giochi di strategia per il Pc.
In secondo luogo, invece, si deve ammettere che non tutte le epoche hanno sentito la mancanza di volgere lo sguardo verso il passato per studiarlo. Basti pensare a oggi, dove la modalità classica di trasmissione del sapere – dall’anziano al giovane, dal maestro all’alunno, dai genitori ai figli, dal passato al futuro – si sta rapidamente invertendo: ora sono i figli ad imprecare contro i genitori, colpevoli nel 2016 di non sapere utilizzare la tecnologia.

Oh Clio, come fare allora per recuperare quel divertimento che lo studio della Storia recava a Marc Bloch?1

Sicuramente compiendo azioni rivoluzionarie.
Togliamo la cattedra! Le lezioni frontali producono un’insensata voglia di giocare a Snake e per chi ha il cellulare scarico appisolarsi risulterebbe la miglior opzione. A parte l’ironia, credo che una disposizione a cerchio delle sedie faciliti il dibattito perché mancherebbero riferimenti spaziali – gerarchici. In questo modo, da un lato gli studenti parteciperebbero attivamente senza timore dell’entità suprema confinata dietro la cattedra e dall’altro il maestro migliorerebbe la propria relazione con i propri allievi ed emergerebbe nella discussione in ogni caso come fonte di sapere, visto le sue maggiori conoscenze.

La Storia è vita vissuta! La Storia è fatta di carne e di ossa! Molte volte i manuali raccontano le guerre, le scoperte e le rivoluzioni come fossero di altri mondi. La Terra ne sembra incolume.
Beh, aggiornamento dell’ultima ora: noi tutti facciamo parte della Storia. Sono convinto che esserne consapevoli sia estremamente utile e affascinante per due ragioni: da un lato pungolerebbe la curiosità di coloro che vedono nel sussidiario con copertina verde – la Storia l’ho sempre associata a questo colore. Retaggi delle scuole elementari – un potenziale allergenico; dall’altro pensarsi all’interno del flusso storico stimolerebbe le riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’individuo e gli eventi, sia passati che contemporanei. Alla fine lo studio della Storia non è altro che un’intervista continuamente aggiornata rivolta al passato, un interlocutore difficile da capire, ma allo stesso tempo affascinante per la molteplicità di punti di vista che può darti.

Solo attuando queste modifiche (le idee sarebbero molte di più), la Storia da disciplina marginale di un’ora alla settimana, diventerebbe azione quotidiana di comprensione della società.
Alla fine anche Euclide e il suo maledetto teorema sono stati concepiti in questo mondo.

Marco Donadon

NOTE:
1. M. Bloch, Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, 1949.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Invito al pensiero di Ernesto De Martino

Il concetto di esistenzialismo si accompagna spesso alle immagini della Parigi anni ’30, a mondani personaggi posati e sempre vestiti di nero, ai caffè e alla musica jazz. Eppure anche da questa parte delle Alpi, vari pensatori sono stati raccolti, forse troppo in fretta, sotto questa etichetta per poi essere velocemente messi da parte.

Uno di questi è Ernesto De Martino. Cresciuto nel clima culturale della Napoli di Croce, con un solido retroterra filosofico, voltosi all’antropologia, rappresenta, con le sue analisi sul campo, un eccellente esempio di ibridazione di diverse influenze filosofiche quali l’idealismo, la psicoanalisi, e la fenomenologia. I suoi libri sono per lo più rielaborazioni di indagini svolte sul campo, con la collaborazione di un team variabile di esperti di medicina, storia della musica, psicologi, avvenute per lo più nel sud Italia tra gli anni ’50 e ’60. In questi anni, in questa parte d’Italia, il processo di industrializzazione, analizzato così finemente da Pasolini, che ha coinvolto gran parte del nord e centro Italia, trova le ultime resistenze di forme di ritualità millenarie, destinate presto a sparire lasciando tracce vaghe. De Martino in sintesi procede all’analisi di riti, tra cui la Taranta e il pianto rituale, nel momento del loro tramonto.

Il tempismo di queste ricerche ha permesso di registrare comportamenti umani che appaiono oggi incomprensibili, se non ridicoli, nella loro irrazionalità apparente, ma che contemporaneamente illuminano l’immagine dell’uomo di una ricchezza nuova, da poco scomparsa e già dimenticata.
La domanda che anima le ricerche di De Martino è volta a individuare l’utilità fondamentale, nell’economia della psiche e dell’esistenza umana, dei riti. Il fatto che ogni cultura ne sia ricca così come lo scrupolo con cui essi vengono osservati sono sintomi di un ruolo effettivo da essi svolto.

La chiave di lettura proposta, espressa qui sommariamente, consiste nella tesi secondo cui le diverse forme rituali di ogni civiltà siano tutte in qualche modo un’operazione collettiva di autodifesa psichica. Di fronte ad eventi che l’uomo non può controllare e che mettono in luce tutta la fragilità e inconsistenza del suo essere al mondo, egli troverebbe riparo nella ripetizione di gesti che riportano il passato nel presente, stabilendo una continuità consolatrice. Così facendo egli afferma di esserci ancora, afferma un nesso tra la situazione passata e quella presente, afferma che, in fin dei conti, non tutto è cambiato. Inoltre, nel rito, alle paure e alle difficoltà vissute dall’individuo viene donato un senso, del cui valore e solidità si fa carico tutta la comunità. E attraverso essa la situazione traumatica viene inquadrata, rielaborata e superata. Un esempio di questa mediazione comunitaria è rappresentato dal coro delle lamentatrici che si uniscono alla parente del defunto e attraverso la professionalizzazione dell’atto del piangere liberano la parente dal suo ruolo facendola diventare una lamentatrice tra le altre. L’irrigidimento dell’elaborazione del lutto indirizza in questo modo il dolore per vie sicure attraverso cui sfogarsi senza rischiare che esso prenda il sopravvento.

Come si esprime lo stesso De Martino, i riti sono necessari a far morire (in noi) ciò che è morto. Espressione che ha valore letterale se si pensa al caso di decesso di una persona cara, ma che in generale significa far passare ciò che passa, accettare il divenire, senza rimanere patologicamente aggrappati a fantasmi del passato. De Martino tende a non tematizzare il contenuto della crisi nelle sue analisi più teoriche, nelle osservazioni sul campo essa si presenta però come recesso della presenza dell’uomo a sé stesso, perdita di lucidità, fino ad arrivare a veri e propri disturbi psicotici.

All’alba di un’epoca in cui l’invito a pensarsi privi di ogni limite, capaci di tutto, è ripetuto insistentemente, le ricerche di De Martino ci aiutano a ricordare il senso dell’appartenenza dell’essere umano ad una certa cultura, ad un certo mondo. Quest’appartenenza che viene sempre più spesso vista come una gabbia, è invece, per il nostro autore, il punto di appoggio grazie a cui l’uomo attraversa la vita saldo e solido.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagini tratte da Google Immagini]

I SEGRETI DELLA CASA SUL LAGO – KATE MORTON

vvvv

«Ricordava ancora l’amore, l’amore totalizzante che si prova da giovani, sebbene fosse ormai passato tanto tempo da allora. C’era bellezza in un amore come quello e, indubbiamente, pericolo».

Sadie è una detective e ha commesso un errore che non avrebbe dovuto compiere. Così adesso si trova in Cornovaglia, si è rifugiata a casa di nonno Bertie, per trascorrere un periodo di pausa forzata da Londra e dal lavoro. Mentre percorre una strada di campagna per la consueta corsa mattutina, si imbatte in qualcosa che attira la sua attenzione: una villa abbandonata, circondata da quello che un tempo era stato un giardino maestoso e che ora appare come una selva inestricabile.
Quella dimora abbandonata, in cui tazze di fine porcellana giacciono ancora sul tavolo sotto una spessa coltre di polvere e la vita sembra essersi congelata, sospesa come nella più terribile delle fiabe, attrae Sadie con un fascino inspiegabile. La giovane detective vuole saperne di più e ciò che scopre non fa che accrescere il suo desiderio di riportare la luce tra quelle vecchie mura: settant’anni prima, proprio in quella casa, un bambino è scomparso senza lasciare traccia. Gli Edevane, la famiglia che viveva a Loanneth, lasciarono la Cornovaglia dopo la tragedia per non farvi più ritorno. Ma cosa sarà accaduto in quella casa? E che fine avrà fatto il piccolo Theo, l’ultimo genito degli Edevane? Sadie è determinata a scoprire la verità e ignora che il suo desiderio di sapere la porterà in un viaggio a ritroso nel tempo, dove giacciono segreti che attendono di essere dissepolti.
Nel 1933 in quella casa si sta per celebrare il solstizio d’estate. Alice, la secondo genita degli Edevane, ha sedici anni e il cuore pieno di speranze. E’ innamorata di Ben, uno dei giardinieri della villa, e sogna di diventare una scrittrice. Ma ben presto un evento doloroso stravolgerà ogni cosa e niente sarà più come prima.

«L’erba folta, le ombre di una giornata d’estate di tanto tempo prima, le macchioline bianche delle margherite in primo piano. Un breve momento nella vita di una famiglia felice, immortalato prima che cambiasse tutto».

Kate Morton, scrittrice australiana laureata in letteratura inglese, è una delle autrici contemporanee che più amo e, ancora una volta, riesce a regalarci una storia intessuta con maestria, intrisa di emozioni, pervasa da un mistero che trova radici nel passato. La più grande abilità di questa autrice va ricercata nella sua capacità di prendere per mano il lettore, dissolvere i contorni del suo mondo e trasportarlo in luoghi e tempi lontani, dai quali si fatica a fare ritorno. Le descrizioni sono così dettagliate, poetiche e suggestive che durante la lettura si ha l’impressione di essere entrati in un affresco, di trovarsi nella Cornovaglia degli anni ’30, di passeggiare nel giardino di Loanneth, con le sue siepi fiorite e il lago che luccica placidamente sotto il tiepido sole di giugno, in un contesto così reale da indurre il lettore a provare nostalgia per luoghi e tempi mai vissuti. Come nei libri precedenti, si assiste alla presenza di due diversi piani temporali, il presente e il passato che si avvicendano, per comporre sotto gli occhi del lettore un mosaico che va via via prendendo forma, fino al tassello finale che lascia, come sempre, senza fiato. Un’altra costante dei suoi libri risiede nella presenza di figure femminili potenti, affascinanti ammantate da un’aurea che ammalia. In questo libro, tuttavia, anche le figure maschili ricevono maggiore spessore, risultano più approfondite e complesse rispetto ai libri precedenti in cui, a mio avviso, perivano all’ombra delle donne. Ho trovato alcune parti prolisse, la vicenda che riguarda Sadie e il suo temporaneo allontanamento dalla Polizia avrebbe forse potuto occupare meno spazio, senza dare così l’impressione di interrompere il filone principale della storia. Tuttavia la scrittura coinvolgente della Morton alleggerisce il peso delle pagine e non toglie il desiderio di arrivare fino in fondo. Non posso quindi che consigliare questo libro a chi ama i misteri, i sentimenti antichi, le epoche passate. I segreti della casa sul lago vi incanterà con le sue atmosfere cariche di fascino.

Stefania Mangiardi

[immagini tratte da Google immagini]

Un illogico teorema di incompletezza

In quel corridoio ho lasciato una parte di me. È rimasta lì, come anche sui banchi, su ogni foglio utilizzato, ogni riga scritta, ogni parola proferita. Sono tante piccole parti che in un qualche modo mi mancano, sento la loro mancanza, come se fossero tasselli del puzzle che sono e che lentamente sto smontando. Sento di avere delle parti mancanti, sento questo desiderio nostalgico, il pensiero di qualcosa che avevo, che ho vissuto e altro non è che un ricordo, una cosa passata che non può tornare. Nel ricordare un’esperienza come il mio esame di maturità quando è ormai già passato un anno, mi sento quasi come un Ulisse consapevole di non poter tornare alla sua Itaca, consapevole di aver intrapreso un viaggio più grande di lui. Ricordo con piacere o con un’invariata emozione ogni singolo dettaglio, ogni singola scena di quel che è stato, di quel che ho fatto in quel periodo per me così importante, mentre per altri era un semplice ed indifferente mese di giugno, proprio come dovrebbe esserlo per me ora.

Il tempo passa e non lo possiamo fermare, non possiamo relegare noi stessi in una forma congeniale, in un corpo e in una mente che non siano soggetti al divenire, non me ne voglia Parmenide. Siamo costretti ad andare avanti anche se alla nostra testa piace voltarsi per guardare ciò che ormai è stato, ritrovandoci spesso in un’impossibilità, in un paradosso da noi creato per andare contro al mondo, alla vita stessa piena di regole preimpostate. Siamo noi questo paradosso, ci rinchiudiamo da soli in una gabbia di ricordi, pensando di poterci trattenere nel passato, nelle emozioni che già abbiamo vissuto e che sempre vorremo aver presenti. È un desiderio capace di distruggerci, di lacerarci nel nostro io più profondo, un io che non si sente a suo agio e vaga nella temporalità, che tende al passato apparentemente paradisiaco. Ciò che già abbiamo superato, che ormai ci è lontano e si presenta come ricordo è una figura subdola, non poi così veritiera come può apparirci. Nel nostro criticare la realtà, cercando di fuggire dalla scomodità del presente, dimentichiamo così velocemente la medesima condizione che caratterizzava tutte le altre esperienze che non sono più attuali per noi. Non ci toccano più nelle loro particolari difficoltà, nella loro pesantezza nel viverle, perché ormai distanti dalla nostra percezione. La falsificazione del ricordo qui rischia di essere effettiva, causata soprattutto da una mentalità attualizzante che nell’andare a ritroso elegge sempre il passato e ogni sua immagine come i momenti più belli da noi vissuti, la condizione migliore in cui sentiamo di non esserci crogiolati abbastanza.

Sarà sempre così, nella nostra impossibilità o non accettazione di vivere il presente appieno, questo istante irripetibile in ciò che può darci nel qui ed ora, finiremo sempre a rimpiangere il passato. La nostra condizione risulterà essere sempre quella di una figura incompleta per sua volontà, un puzzle che, come ho detto ad inizio articolo, si sta smontando lentamente lasciandosi deficitario dei propri tasselli. Ed è pur vero che non possiamo fermare quest’inesorabile scorrere, questo tempo fluido che tutto si porta appresso, ma non ne possiamo neanche rimanere in balia. Possiamo accettare tutto ciò, accettare il tragico nella nostra vita e diventare ciò che siamo, parafrasando Nietzsche, rendendoci conto che ciò che veniva visto come il lento declino, la costante perdita di qualcosa, di una parte di noi è sempre compensata da qualcosa che deve ancora arrivare. Come costruttori di questo puzzle che noi stessi siamo, dobbiamo poter accettare di inserire nuovi pezzi ad una sagoma che altrimenti rischierebbe di rimanere vuota, andando addirittura a cancellare la sagoma stessa.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

E se quest’attimo fosse il futuro?

«Il tempo è relativo.»
Quante volte abbiamo sentito questa frase? E quanti significati essa nasconde?

«Il tempo è relativo.»
L’attimo… Anche l’attimo è relativo. Cos’è l’attimo?

«Il tempo è relativo.»
E se fosse invece la relazione ad essere temporale? Se fossero i collegamenti tra le cose ad essere temporali, cosa sarebbe il tempo?

Il tempo è sempre stato un mistero nella storia dell’uomo. Fin dalle sue origini, transitando per la fisica quantistica contemporanea, il tempo è un enigma che sembra irrisolvibile. Eppure a prima vista appare come una delle cose più immediate: ha a che fare con la nostra quotidianità, è la misura delle nostre giornate, il metro della nostra esistenza.
Nella Teoria della Relatività Generale, il tempo viene descritto come la quarta dimensione, e la sua origine viene fatta coincide con il Big Bang. Si può affermare, quindi, che questa ipotesi annulli il “prima”, dato che parlare di un “prima del Big Bang” sembra perdere significato se assumiamo che il tempo, lo spazio e la materia hanno avuto origine da esso. Sarebbe come chiedere cosa ci fosse prima del tempo, ma il concetto di “prima” non può prescindere da quello di “tempo” e la richiesta, quindi, cade nel vuoto. Il problema sta nel fatto che ultimamente non siamo più così certi della validità di questa teoria – a causa della sua incompatibilità con la meccanica quantistica – e ci stiamo quindi muovendo verso altre ipotesi – come quella del Multiverso, della ciclicità infinità, della teoria delle stringe ecc. – che non hanno ancora raggiunto un definitivo riscontro empirico.
Ci stiamo concentrando molto sul passato, l’uomo sembra alla ricerca della propria identità, e cosa c’è di più naturale se non rivolgere lo sguardo alle radici? Eppure – riflettendo – un dubbio mi sorge: perché non alziamo la testa? Perché non superiamo il tronco, i rami, le fronde e volgiamo gli occhi al cielo?
Il futuro. Solo a pensare ad una sua definizione il terreno frana sotto i pedi. Passato, presente, futuro… mi sembrano barattoli tappati e vuoti. Impossibili da riempire non perché non sapremmo con cosa riempirli, ma perché non possediamo neanche la forza per stapparli. Forse perché non ci rendiamo conto che dietro a questi ce n’è un quarto. Molto grande e già stappato, ma di un materiale più trasparente del vetro, quasi impossibile da vedere. Sulla sua etichetta c’è scritto “Attimo”.

«Guarda questa porta, nano!» continuai io «Ha due facce. È il punto di convergenza di due strade: nessuno le percorse mai fino in fondo. Questa lunga via fino alla porta: dura un’eternità. E quella lunga via al di là della porta – è un’altra eternità.
Si contraddicono questi due cammini; cozzano con la testa uno contro l’altro: – e qui, a questa porta maestra, è il punto dove convergono. Il nome della porta maestra è scritto lassù in alto: “Attimo”. Ma chi ne percorse uno dei due – sempre avanti, sempre più lontano, credi, nano, che questi cammini si contraddicano in eterno?» – «Tutto quel che è rettilineo mente» mormorò con disprezzo il nano. «Tutte le verità sono ricurve, il tempo stesso è un circolo». «Tu spirito di gravità!» dissi io adirato «Non prendertela troppo alla leggera! O ti lascio accoccolato dove stai ora, piè storpio, – io che ti portai in alto! Guarda, continuai, questo attimo! Da questa porta maestra detta Attimo si diparte all’indietro una via lunga ed eterna: dietro di noi si stende un’eternità. Quelle che tra le cose possono camminare non devono per forza aver percorso una volta questa via? Non deve ogni cosa che può accadere essere già accaduta, compiuta, passata oltre? E se tutto è già esistito: che cosa pensi, nano, di quest’attimo? Anche questa porta maestra non deve essere già per forza esistita? E non sono forse tutte le cose saldamente annodate fra loro, cosicché quest’attimo attira a sé tutte le cose venture? Dunque – – ancora se stesso? Poiché ogni cosa che può camminare: anche per questa lunga via al di là della porta deve ancora una volta andare! – E questo lento ragno che arranca al chiaro di luna e lo stesso chiaro di luna e io e te presso la porta maestra, sussurrando fra noi, sussurrando di cose eterne, – non dobbiamo essere tutti già esistiti? – e ritornare e andare per quell’altra via, al di là della porta, davanti a noi, per quella lunga orrida via – non dobbiamo tornare eternamente?»

Queste le parole di Zarathustra nel Terzo omonimo libro di Nietzsche. In questo breve estratto è condensato uno dei suoi pensieri più alti, celebri, e soprattutto dibattuti: la Teoria dell’eterno ritorno dell’uguale. Nietzsche pensava – forse presuntuosamente, forse no – che la sua pubblicazione non sarebbe stata semplicemente un libro, ma piuttosto un evento. Ci sarebbe stato un prima e un dopo lo Zarathustra. In Ecce homo descriverà il pensiero dell’eterno ritorno come “la più sublime formula di affermazione che in generale possa essere raggiunta”. È un dire «sì» alla vita; a tutto ciò che accade, nulla escluso.
Forse il tempo rimarrà un mistero, i tre barattoli resteranno vuoti e chiusi, e il quarto è stata una semplice allucinazione.
O forse il tempo è un riconoscimento dell’eternità della vita e delle sue declinazioni nell’immenso, infinito e sublime attimo che in questo momento stiamo vivendo.
E se quest’attimo fosse il fututo?

Massimiliano Mattiuzzo

[immagine tratta da Google Immagini]

Un Dostoevskij ancora attuale: la percezione del tempo

Il soggetto in questione vive un’esperienza tragica, il tempo è visto come un mostro che sta davanti alla porta della fine.
Tutto svanisce: parole come speranza, progetto, in generale la parola futuro non hanno più senso. Cosa può sperare un individuo che si trova nel braccio della morte sapendo che tra un mese, una settimana, due giorni morirà?

Read more

31 Dicembre: speranza, nostalgia o indifferenza?

Spesso durante l’anno si usa sempre l’acceleratore e difficilmente si pensa di rallentare men che meno di fermarsi. Anche solo un attimo, un istante per pensare a sé o agli altri con calma, anzi pensandoci davvero e non frettolosamente.

Poi d’improvviso arriva la fine dell’anno e, volenti o nolenti, ci si ritrova anche solo inconsciamente a fare un bilancio di ciò che è stato, pensando a ciò che sarà o potrà essere nel nuovo. Come se il passaggio dal 31 all’1 comportasse cambiamenti davvero significativi! Eppure noi siamo convinti di questo: ciò che è stato fino al 31 non sarà più dall’1 in poi. Tutto si trasformerà magicamente, in meglio o peggio non è dato sapere, quello che basta è essere convinti che un cambiamento ci sarà automaticamente.

È qualcosa che, se ci si fermasse un solo secondo a pensare, è fuori da ogni logica eppure appartiene all’essere umano da sempre. Forse è propria della sfera della speranza che ci guida e ci spinge ogni giorno dell’anno ma che noi sappiamo riconoscere solo il 31 Dicembre.

La speranza che qualcosa succeda, come se tutto quello che abbiamo fatto durante l’anno non fosse già quel ‘qualcosa’ che noi stessi abbiamo fatto succedere con sacrificio o facilità, con piacere o meno. Una speranza ingabbiata dalle reti che la società ci impone durante l’anno e che noi accettiamo inconsapevolmente o meno  perché assorti dai mille pensieri che abbiamo e che ci costruiamo.

Ecco che allora dobbiamo capire cosa davvero ci faccia stare bene, se l’annebbiamento mentale che ci portiamo dietro tutto l’anno con solo la sincerità con cui il 31 Dicembre si rivolge a noi, oppure il rallentare i nostri ritmi, privilegiando le pause, per pensare e riflettere su ciò che ci rende felici davvero, arrivando al 31 Dicembre solo per stappare una bottiglia, senza aspettarsi troppo o troppo poco dall’anno nuovo, ma consapevoli già di tutto quello che è stato, capaci di dire all’amico 31 ‘Sì, lo so già!’.

Sforzarsi di preferire la seconda opzione non è cosa naturale è facile da ottenere, ne sono consapevole, però il riuscirci dimostrerebbe il nostro voler vivere non nella speranza che ‘qualcosa’, non si sa cosa, accada ma nel presente per viverlo appieno, giorno dopo giorno e non solo il 31 Dicembre che altro non è se un giorno qualunque.

Il mio augurio per voi lettori è quello di trovare il vostro ritmo naturale che non sia dettato dagli altri ma che sia davvero solo vostro, affinché possiate arrivare al 31 Dicembre 2016 consapevoli di tutto quello che è stato e capaci di prevedere con cognizione di causa quello che sarà il giorno dopo.

Valeria Genova

Ciò che era (cosa sarà?)

Non esiste un libretto di istruzioni, ho provato a cercarlo, ho controllato ovunque ma non vi è traccia di nessun manuale che ti spieghi come gestire il dopo.
Mi è sempre piaciuto studiare, leggere, imparare, interiorizzare, fare propria la scienza di altri, trasformarla, renderla strumento di vita ma io lo strumento per questa vita, per questa nuova esistenza, non so dove poterlo trovare.

 
È un vortice inarrestabile di pensieri, di sorrisi interrotti da pianti isterici, di gioia e solitudine mista a malinconia; non capisco più chi sono e dove sto andando, non vedo più il sentiero, quasi la foschia autunnale si facesse sempre più fitta, ostruendo la visuale, perché, mio malgrado, tutto quello da cui sono scappata, è parte della persona che sono. Quel dolore, quello squallore emotivo sono ciò da cui io sono nata, come potrei non portarne traccia dentro me? come posso convivere con la consapevolezza che nonostante ciò che potrò fare, nulla cambierà una realtà che mi ha terrorizzata così a lungo da non farmi dormire di notte?
Non è facile da scrivere, perché le parole scritte su un foglio restano, indelebili; ammettere che, per quanto io abbia sempre lottato strenuamente per essere il più diversa possibile da loro, mi porterò sempre dentro tutti quegli accadimenti, fa male.

 
Fa male rendersi conto che non passerà mai, che, senza chiedere permesso, i ricordi riaffioreranno all’improvviso, per trascinarti per l’ennesima volta verso la voragine e le unghie sono sporche di terra, sto provando ad aggrapparmi a quell’ultimo ramo spoglio e temo che la mia mano possa non sopportare il mio peso.
Sono sempre fuggita da una realtà che aggrediva la mia interiorità, ma adesso? Ora che la corsa è finita tutto ciò che è stato cos’è destinato a diventare? Quel pesantissimo “bagaglio emotivo” di cui in tanti parlano lo dovrò portare con me per sempre?
Perché di questo si tratta: di riuscire a prendere il peggio della vita, della propria esistenza, della propria persona, farlo evolvere in uno strumento in grado di sintetizzare tutto ciò che nella sua interezza ferisce e logora.
Non è facile riniziare, il lavoro interiore che un individuo deve compiere con estrema meticolosità è lungo e restare in piedi, senza farsi travolgere è ancora più complicato.

 
Perché nessuno spiega come potersi lasciare alle spalle la sofferenza e guardare al domani col sorriso, nessuno sarà mai in grado di fornire delle spiegazioni alla moltitudine di emozioni che travolgono, togliendo il respiro.
Ho sempre saputo chi non volevo essere, dove non avrei mai voluto stare, a chi non avrei voluto somigliare, lotto contro me stessa per ricacciare quei tratti delle loro personalità che sono insiti in me, e non potrebbe essere altrimenti, anche se tutti vogliono far credere il contrario, purtroppo essere figli implica inevitabilmente l’accettazione di dover convivere con quella somiglianza e forse è questo il punto cruciale.
Lotto per non essere, fermarmi un secondo a riflettere su chi sono davvero, quale sia la mia reale natura.

“Il fiore che sboccia nelle avversità è il più bello e il più raro di tutti.”
​​​​​​Mulan

Solo che adesso le domande affollano la mente e forse devo solo lasciarle crescere, sperando che possano tramutarsi in un qualcosa che possa darmi la serenità, un qualcosa che mi dia il coraggio di pazientare l’arrivo del mattino e il diradarsi della nebbia, per poter finalmente lasciarmi incantare dalla vista di quell’unico fiore in mezzo al campo arido, quel fiore che è stato in grado di vivere laddove vita pura non ve ne è mai stata.

Nicole Della Pietà

[Immagine tratta da Google immagini]