Green book e gli idoli del linguaggio

Quest’anno, agli Academy Awards, è stato Green book ad aggiudicarsi l’Oscar come Miglior film. Diretto da Peter Farrelly, il film narra la storia (vera) di un’amicizia nata tra il rozzo italoamericano Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e il raffinato musicista afroamericano Don Shirley (Mahershala Ali). Siamo nel 1962, in piena segregazione razziale. Shirley decide coraggiosamente di intraprendere una tourneé nel profondo sud degli Stati Uniti. Parliamo di Louisiana, Alabama, Georgia, stati in cui i neri sono visti come scarafaggi o, nel migliore dei casi, sotto-uomini sporchi e pericolosi. Quel green book, infatti, è una guida turistica per persone di colore: indica dove possono alloggiare e rifocillarsi in giro per l’America senza incorrere in “problemi” con i bianchi.
Shirley ha bisogno di un’autista che sia anche un po’ guardia del corpo, e Tony è perfetto: incline alla violenza e ad attacchi d’ira, sa certamente come difendere e come colpire. Vallelonga ha assoluto bisogno di un impiego (lavora al Copacabana come buttafuori, ma il locale ha chiuso per un po’) e il pianista paga bene.

Inizia così il loro viaggio on the road e la loro non facile conoscenza. I due uomini sono agli antipodi e parlano due lingue differenti. Tony è sboccato, impulsivo, spesso politicamente scorretto, e vive la vita assaporandola senza rimorsi: mangia senza sosta, fuma, beve, non si nega alcun piacere. Shirley è rigido, contenuto, fin troppo attento alle buone maniere ed omosessuale (perciò doppiamente discriminato); non è solo un artista, ma anche un fine intellettuale. È nero, ma della cultura “della sua gente” non sa quasi nulla: ha studiato la musica classica in un conservatorio in Russia e non conosce le tipiche sonorità nere che si suonano nei night clubs. Il modo in cui si veste, parla e si comporta è lontano anni luce dalle consuetudini nere dell’epoca. Emblematica la scena in cui la costosa vettura su cui viaggiano Don e Tony si ferma nel bel mezzo della campagna meridionale statunitense, e un gruppo di afroamericani intenti a lavorare nei campi fissa con sconcerto quest’uomo dalla pelle nera seduto sul sedile posteriore, comodo e al sicuro, mentre un bianco apre il cofano sudando e sbuffando, cercando di capire quale sia il problema.

Nonostante questo, però, per i bianchi Shirley resta un nero qualunque, che non merita di cenare nei loro ristoranti né di usare la loro toilette.

Il cuore di tutto il film è racchiuso in questa battuta di Shirley, che stanco di subire vessazioni, mette da parte la sua buona creanza ed esplode dicendo al suo nuovo amico: «Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?».

È dura essere un outsider. Di certo esserlo ha portato Don a diventare un grande nel suo campo: ha seguito le sue inclinazioni musicali, non la strada fatta di soul, jazz e R&B, che ci si aspettava seguisse in quanto musicista di colore. E questo ha pagato, artisticamente parlando. Da un punto di vista umano, tuttavia, Shirley è solo e non si sente a casa da nessuna parte. Tony ha la sua chiassosa e numerosa famiglia, una moglie innamorata, dei figli, un posto cui fare ritorno. Don ha solo la sua musica, che non lo consola durante le sue tristi notti solitarie – a confortarlo è la bottiglia. Eppure, lentamente, prende forma una inaspettata quanto improbabile amicizia che si rivela provvidenziale.

Sia Don che Tony, in modalità diverse, imparano ad abbattere quelli che il filosofo Francesco Bacone chiamava idòla fori: i pregiudizi della pubblica piazza, derivanti dal linguaggio e da termini che usiamo senza pensarci troppo, ma che in realtà possono rivelarsi designazioni errate, viziate, distruttive. “Negro”, “mangia-spaghetti”, “finocchio”: sono solo parole, ma il foro e il popolo le fanno diventare mondi. Universi totalizzanti e fuorvianti che imprigionano.

Definire Green book un film incentrato solo sul razzismo è alquanto riduttivo e semplicistico.

Per Tony il razzismo è qualcosa di invisibile al quale, prima di conoscere Don, si adattava senza rifletterci. Una questione culturale: i suoi parenti e amici provavano un timore quasi istintivo per i neri e lui si uniformava. Anche Shirley, uomo di cultura dal quale ci si aspetterebbe grande apertura mentale, si lascia inizialmente andare ai pregiudizi: vede Tony come un sempliciotto volgare e ignorante, privo di sensibilità e preda di bassi istinti (istinti che, però, Don fatica a riconoscere in se stesso: vedi il suo alcolismo tenuto nascosto o le sue pulsioni sessuali). Green book è l’incontro/scontro di due mondi e dei rispettivi preconcetti.

Ci vuole sempre del tempo, per abbattere pregiudizi che si sono sedimentati nel nostro modo di parlare, ascoltare e pensare. Tony e Don hanno del tempo a loro disposizione, sono costretti a convivere e cominciano a parlare, discutere, confrontarsi. Aiutarsi.

Guardare questa storia sullo schermo fa venire a galla emozioni universali: il bisogno d’affetto, la necessità di abbattere muri che causano solitudine e segregazione.

Non sempre abbiamo tempo di conoscere il diverso, un diverso che già incaselliamo e inquadriamo col solo atto di chiamarlo così: “diverso”.

Faremmo un gran favore a noi stessi se questo tempo lo trovassimo, se lo spendessimo per buttare giù delle barriere, aprire le orecchie, dare una mano, osservare ribaltando le prospettive.

Potremmo in tal modo distruggere l’opinione della pubblica piazza – che generalizza, ferisce, mistifica.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da Unsplash]

 

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Io ‘viaggio’ da sola. Un (doveroso) omaggio a Freya Stark

Quando penso a Freya Stark me la vedo ottantenne a bordo della sua spider gialla mentre sfreccia per le stradine del borgo di Asolo, incurante di cartelli e sensi unici, un po’ come avrebbe guidato una jeep nel deserto. Oppure la immagino in groppa ad un asino intenta a raggiungere la cosiddetta “Valle degli assassini” scortata da una sconosciuta guida locale. Però poi la immagino anche a Villa Freya, nella sua Asolo, intenta a cucire, oppure avvolta in una coperta ricamata e sistemata nella poltrona del suo giardino di rose mentre sorseggia un tè. Me la figuro seduta al suo scrittoio circolare, personalmente progettato, mentre scrive lettere diplomatiche al governo inglese o lettere affettuose alle amiche della sua lunga vita.

Quello che amo di Freya Stark è il fatto che è una donna che agli albori degli anni Trenta del Novecento ha fatto cose considerate “non da donna”; quello che amo di lei dunque è il fatto che da almeno un secolo sia in grado di dare uno schiaffo sonoro agli stereotipi di genere.

Le pubblicità che passano per la televisione, le copertine delle riviste, sino ai commenti riscontrabili nei vari social network rendono molto evidente un fatto: non si parla ancora mai abbastanza degli stereotipi che colpiscono invariabilmente ed inevitabilmente le donne (e di riflesso anche gli uomini). Per questo ritengo apprezzabile mettere in luce tutti i grandi esempi di emancipazione femminile che la storia ci ha regalato: molti, molti di più rispetto ai pochi nomi che si conoscono.

Ancora ragazzina infatti Freya Stark ha rifiutato un matrimonio combinato e ha voluto studiare, soprattutto la storia e le lingue: erano circa gli anni Venti e da allora di lingue ne ha imparate una decina! Ha deciso poi di avviare un’attività (si occupava di commercio di fiori) e di operare alcuni investimenti (azzeccati), ma solo per mettere da parte qualcosa per la madre Flora: lei non poteva rimanere ferma per sempre! La sua sete di conoscenza infatti l’ha portata ad esplorare luoghi molto lontani e solo parzialmente toccati dalla cosiddetta “civiltà occidentale” o addirittura mai esplorati, di conseguenza costruendosi le mappe da sé; con la sua penna e la sua macchina fotografica ha contribuito alla nascita del travel writing e ha portato la Siria, il Tigri e l’Eufrate, la valle degli Assassini e tanti altri luoghi nelle case e nelle librerie di tutta Europa. E forse ancora leggendo queste parole non ce ne rendiamo conto: si era alla metà dello scorso secolo, molto, molto prima di Instagram e dei blog di viaggio, e lei era lì, sola in luoghi incontaminati e spesso pericolosi, protetta dalla sua forza di spirito, dalla sua esperienza acquisita come viaggiatrice ma anche di infermiera, la conoscenza delle lingue, ma anche con una certa fiducia nell’aiuto della Provvidenza verso viaggiatori come lei, tutto sommato definibili davvero “sconsiderati”.

In barba alle donne troppo deboli. Freya Stark non smette mai di farci riflettere sul mondo in cui viviamo e ciò che siamo. In una lettera scrisse che «Per viaggiare bisogna essere soli: se si va con qualcun altro tutto finisce in chiacchiere»: lo trovo molto attuale in un mondo in cui abbiamo paura della solitudine e l’ossessione per le amicizie (indipendentemente dalla loro qualità). Potrei citare molte cose di quello che Freya Stark era, ma quello che mi piace dire è che era una persona straordinaria: non una donna, né una donna che faceva cose da uomo, ma una persona che non ha voluto arrendersi al già dato, al precostruito.

Molti sono i libri attraverso i quali potete conoscere Freya Stark, se lo vorrete, ma quello che vi consiglio per portarvi a casa qualche ricordo di lei è un viaggio nella sua Asolo, incastonata nelle colline trevigiane: il Museo Civico le ha infatti appena dedicato una sezione permanente dove potrete andare a curiosare nei suoi ricordi, ascoltando il suono della sua voce e osservando il suo volto curioso e appassionato. Nell’allestimento rigorosamente bianco potrete scoprire i suoi colori, i suoi oggetti che risaltano: la sua Lettera 22, i cappelli di paglia, le tazzine di porcellana decorate a fiori, il set da cucito, gli strumenti per la cartografia; la mostra è interattiva e si trasforma in un piccolo viaggi in cui il visitatore è invitato a curiosare, così come faceva Freya Stark nel nostro grande mondo. E chissà che la visita vi lasci addosso qualche bella suggestione con cui tornare a casa, magari mettere in discussione gli stereotipi di genere o qualche regola assurda che vi è stata imposta. Oppure per esempio vi potrebbe venire da chiedere a voi stessi quale sia davvero (e per ciascuno di voi) il senso del viaggio: per la nostra Freya era «l’incontro con il meglio della natura umana», e magari anche per noi, ma solo magari, è davvero qualcosa di più che un motivo per aggiornare il profilo di Instagram.

 

Giorgia Favero

 

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“La stanza di Freya”
Museo Civico di Asolo – sezione permanente
Ideazione e curatela di Anna Maria Orsini
Sabato e domenica h 9.30-12.30 e 15-18
Visite guidate gratuite ogni seconda domenica del mese

 

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