La Medicalizzazione della vita: una medicina per ogni azione, un’azione per la medicina

Argomento dell’articolo di questo mese è il concetto di medicalizzazione della vita. Tale argomento è al centro del dibattito bioetico odierno, tanto da essere stato l’oggetto principale del convegno del 2015 dell’ESPMH (Società europea di Filosofia della Medicina). Come abbiamo visto negli articoli precedenti, per effetto del concetto aperto del termine “salute” offerto dall’OMS («uno stato completo di benessere fisico, psichico e sociale, e non come una mera assenza di malattia o infermità») e della disconoscenza del carattere normativo dello stesso concetto racchiuso dal termine, si sta oggi assistendo ad un ampliamento smisurato dell’idea di salute e, ovviamente, del suo negativo la malattia. In altri termini, la confusione che si crea tra il senso normale e il significato normativo del concetto di salute sta comportando anche una modalità di riflessione distorta attorno al fine della pratica medica, fare il bene del paziente, che dilata l’obiettivo da perseguire provocando un’integrazione di sempre nuove sfere della vita all’interno del campo terapeutico della medicina stessa.

In particolare, il sociologo della salute Pierre Aïach fa notare come il concetto di salute sia divenuto un valore che può legittimare ogni forma di intervento medico; infatti si concepiscono sempre nuove forme di esercizio medico mirante a porre a freno (fumare, bere alcol, praticare alcune forme sessuali) o ad incentivare (praticare alcune determinate pratiche sportive, mangiare seguendo una determinata dieta ecc.) alcuni comportamenti. Dunque, egli sostiene che a causa dell’indeterminatezza del concetto di salute, dovuto al fatto che esso è un costrutto normativo utilizzato, però, con un significato normale e naturale, si sta assistendo ad un progressivo sviluppo della medicina, la quale s’interessa sempre più a nuovi ambiti della vita umana1. Ne segue che il concetto di salute sia diventato onnicomprensivo e ciò comporta, come sostiene McLellan, che: «c’erano una volta dei bambini indisciplinati, qualche adulto timido e certi signori che, calvi, portavo il cappello. Oggi tutte queste descrizioni possono essere attribuite a delle malattie – entità con nomi, criteri diagnostici e una serie crescente di opzioni terapeutiche»2.

Dunque, l’indeterminazione del concetto di salute – il quale però viene utilizzato come se fosse un termine ricco di significato – che si può riscontrare nella naturalità dell’osservazione del comportamento umano, permette allo stesso di estendersi sempre più e di ritenere come patologie delle situazioni di vita che sino a poco tempo fa, pur provocando un qualche tipo di “dolore” nell’uomo, non erano seguite da prassi terapeutiche. Tale situazione trova nel sociologo Peter Conrad uno dei suoi massimi descrittori, in quanto egli coniuga la definizione ufficiale secondo la quale per medicalizzazione della vita s’intendono «i processi attraverso i quali delle condizioni umane vengono trasformate in problemi medici». Dunque, delle situazioni che un tempo erano ritenute normali episodi della vita umana, divengono ora delle questioni che rientrano nel campo veritativo della medicina, ovvero considerate passibili di essere descritte nel linguaggio della patologia e della normalità3. Lo stesso Conrad sostiene che l’osservazione di alcune strutture proprie dell’esistenza dell’uomo sono investite da un grado di giudizio proprio dell’osservatore, il quale ritiene che le stesse non siano desiderabili (ad esempio la calvizie, le gambe gonfie a fine giornata, gli occhi irritati dopo essere stati troppo al computer, i bambini che giocano troppo, i bambini che giocano troppo poco) e per tal ragione devono essere fatte oggetto della medicina che le deve curare.

Si può affermare che la medicalizzazione della vita altro non sia che l’attuazione nel mondo reale di quello che Louis Henri Jean Farigoule (conosciuto come Jules Romains) aveva teorizzato nell’opera teatrale del 1923 Knock o il trionfo della medicina, la cui trama è molto semplice: un medico di campagna cede il proprio posto lavorativo al medico Knock, il quale si ritrova in un paese in cui nessuno ricorre al medico e dove la sua presenza, come quella del medico che gli ha ceduto l’attività, è superflua. In pochi mesi Knock riesce a mutare tale situazione e a far sì che tutti gli abitanti si rivolgano a lui al fine di preservare il proprio naturale stato di salute. Questa mutazione fu resa possibile perché l’idea di Knock sulla medicina è che essa dovesse agire sempre più all’interno della vita delle persone al fine di tutelare la salute (dunque lo stato naturale e vero della dimensione umana), la quale è totalmente in balia dei mille agenti patogeni che s’innestano nella vita dell’uomo. A questo proposito Romains fa dire a Knock:

«ammalarsi: concetto sorpassato, che non può resistere di fronte all’avanzare della scienza moderna. Salute è solo una parola […] conosco solo individui più o meno affetti da malattie più o meno disparate e con esiti più o meno rapidi. Naturalmente, se dite loro che stanno benissimo, non chiedono di meglio che credervi. Ma così li ingannate»4.

In definitiva si può sostenere che quando nei giornali o nei dibattiti si parla di medicalizzazione si sta parlando dell’estensione della medicina nel campo di vita, situazione che sotto molti aspetti è assolutamente desiderabile e degna di essere portata avanti, ma in alcuni casi può rivelarsi una gabbia attraverso la quale i soggetti possono riconoscersi solo in virtù della medicina e possono cedere i loro sentimenti, la loro umana voglia di progettarsi nel mondo alla semplice assunzione di alcuni farmaci. Quando parliamo di medicalizzazione della vita e del suo significato non stiamo in alcun modo affermando che la medicina sia un male, o che alcune nuove forme di cura non siano progettate per il bene dell’uomo, ma ci stiamo unicamente interrogando in maniera etica sul fine più alto della medicina, ovvero quello di fare il bene per l’uomo. Fare il bene vuol dire aiutare lo stesso a rimettersi in piedi per affrontare la vita, non fornire degli ausili che possano allontanare lo stesso dalle responsabilità e dalle bellezze che la stessa vita offre.

Francesco Codato

NOTE:
1. Vedi P. Aïach, L’ere de la medicalisation. Ecce homo sanitas, Economica, 1999.
2. F. McLellan, Medicalisation: A Medical Nemesis, in The Lancet, V. 369, p. 627.
3. P. Conrad, The medicalization of society, The Johns Hopkins University Press, 2007.
4. J. Romains, Knock o il trionfo della medicina, Liberilibri, Macerata 2007, pp. 58-59.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Uno sguardo all’etica della cura in medicina

Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Giove e Cura disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il Tempo, a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: “Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo custodisca. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus”.

Il mito di cura, Igino, I sec. a.c.

L’interpretazione filosofica più rilevante del mito di cura è sicuramente quella data da Martin Heiddeger in Essere e Tempo. Cura è per Heiddeger la condizione che permette la possibilità di tutte le modalità dell’Esserci di essere nel mondo. L’autore individua in questo mito la testimonianza della concezione di cura come di ciò che ha dato forma all’uomo e ciò a cui l’uomo appartiene per tutta la vita. L’essere che chiamiamo uomo ha origine dalla cura ed è governato da essa fintanto che è nel mondo.

Da un punto di vista specificamente etico, spetta a Warren Reich il merito di aver avviato una sistematica ricerca sull’etica della cura valorizzandone la dimensione antropologica. Reich, nella sua interpretazione del mito di Cura, focalizza l’attenzione sulla profonda oggettività della cura: il mito ritrae efficacemente l’idea che la cura ci circonda fin dal momento della nostra creazione, in questo senso essere coinvolti nella cura è precisamente ciò che significa essere umani. Il ruolo di Cura è determinante per concentrarsi sulla dimensione umana della nostra vita.

Essere al mondo nell’ottica della cura significa quindi: co-esistere, con-vivere, costruire il proprio essere in relazione con altri e fare di altri un valore. Se entriamo nei luoghi della pratica medica vediamo come sia importante sollecitare la formulazione di principi atti a strutturare adeguatamente la relazione di cura intesa come protezione e responsabilità. Nella lingua inglese la cure, ossia la prassi terapeutica, viene distinta dalla care, ovvero il prendersi cura di qualcuno. Curare senza aver cura è un’assurdità, una contraddizione, per questo la bioetica individua la necessità di strumenti etico-metodologici che favoriscano un rapporto incline al sostegno del paziente, impegnato per il bene globale della persona e preoccupato per il riconoscimento della sua individualità e particolarità.

Se le potenzialità guaritrici di Cura si applicano alla vita umana nella sua globalità, si rivela particolarmente efficace la sua funzione terapeutica in rapporto all’esperienza umana della malattia, riferita all’uomo nella sua totalità e non solamente al suo aspetto biologico. L’aspetto centrale dell’etica della cura indicato da Reich consiste proprio nella necessità di instaurare un rapporto di interdipendenza tra la valenza terapeutica della cura e quella antropologica, cioè tra la capacità della cura di esprimere le finalità appartenenti alla pratica medica e quella di relazionarsi con la struttura antropologica dell’umano.

È sicuramente questa la sfida più grande per un’etica della cura in medicina, ovvero la necessità di combinare il to cure con il to care nella singola relazione con il paziente: la cura come aver cura di quelle che sono le proprie responsabilità cliniche-professionali e la cura come prendersi cura del paziente.

Etica della cura in medicina significa: attenzione allo sviluppo di un approccio globale, contraddistinto dal fatto che la cura è rivolta al malato come persona prima che alla malattia e attenzione a valorizzare, specialmente per quanto concerne tutte le terapie a lungo termine, la rete delle relazioni di cura entro cui si dipana la vita del paziente. Etica della cura significa anche disponibilità alla collaborazione tra differenti professionalità centrate sulla cura sulla base della centralità del paziente, pur da prospettive differenti e specifiche.

L’etica della cura in sanità può riuscire meglio di altre prospettive etiche a promuovere e supportare l’integrazione tra competenza tecnica e sensibilità umana, in mancanza della quale risulta fortemente indebolita la capacità di vedere oltre la patologia clinica.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da gruppomedicid’archivio.it]