Comprendere l’emarginazione sociale attraverso il pensiero sistemico

Nei primi decenni del ‘900 alcuni pensatori cominciarono a riflettere sul concetto di emergenza che, lontano dall’indicare una situazione improvvisa a cui far fronte, iniziò a riferirsi anche a ciò che affiora da un sistema complesso, come conseguenza dell’interazione degli elementi che lo costituiscono.
Il concetto di emergenza si lega, quindi, a doppio filo con le nozioni di sistema e complessità, entrambe fortemente interdisciplinari e usate come strumenti per spianare un terreno comune e favorire dibattito riguardante i problemi sollevati dalle neuroscienze con l’avvento dell’intelligenza artificiale e dalla loro interazione con psicologia, linguistica, antropologia e, ovviamente, filosofia.

Oltre a risultare utile per spiegare i fenomeni mentali, derivanti dalle reti neurali cerebrali, l’emergentismo1 diventa una vera e propria corrente epistemologica, seguendo la quale sembrerebbe possibile dirimere l’eterno conflitto tra monismo materialista e dualismo cartesiano, rinunciando a qualsiasi forma di riduzionismo. L’emergenza diventa un nuovo paradigma per interpretare la realtà e tutta una categoria di fenomeni emergenti, che parrebbero privi di senso se osservati alla luce delle sole leggi che descrivono e governano le singole componenti del sistema che li genera. È bene anche dire, però, che allo stato delle cose, non è possibile creare modelli di sistemi complessi che riproducano fedelmente tutte le proprietà o gli eventi emergenti esperibili: certe cose ancora accadono senza un’apparente spiegazione.

Punto cardine dell’approccio sistemico è considerare le proprietà emergenti, come si è detto, un effetto delle interazioni degli elementi che compongono un sistema, in un moto generatore che va dal basso verso l’alto, instaurando un rapporto di causalità definito bottom up; viceversa, il sistema continua il suo processo di adattamento anche influenzato da ciò che egli stesso ha generato e da altri fattori esterni, avviando una causalità definita top down.
Questi processi sono fondamentali quando le scienze umane – e quindi la filosofia – applicano il “nuovo” concetto di emergenza, nonché gli strumenti della sistemica in campi estremamente pratici come quello sociale, del quale mirano ad analizzare tutti quegli eventi che sono proprietà emergenti dall’interazione delle parti che compongono la collettività e che influenzano lo sviluppo della società stessa. È interessante, a questo punto, capire quali siano alcuni fenomeni che affiorano come conseguenze del dispiegarsi del nostro complesso sistema d’organizzazione collettiva, tanto più che, per alcune dinamiche, il termine “emergenza” può essere inteso sia in senso filosofico – indicando, appunto, ciò che affiora -, sia seguendo l’accezione comune di avvenimento negativo improvviso, sul quale intervenire tempestivamente.

Si potrebbero portare infiniti esempi di fenomeni emergenti ed emergenziali: dalla crisi climatica a quelle cicliche della nostra economia, ma prenderei in considerazione, piuttosto, un fenomeno che tratto e approfondisco quotidianamente e che, per quanto di pressante attualità, non è in cima ai pensieri di molti: il problema dell’homelessness.
Stando a dati OCSE recenti, la popolazione dei senza fissa dimora supererebbe la soglia delle 2 milioni di persone nei paesi industrializzati. Al netto di precise scelte individuali e imprevedibili catastrofi personali, è semplice giungere alla conclusione che l’aumento della povertà e delle schiere di individui che vivono in situazioni di grave marginalità sociale, dipenda in primo luogo dalle conseguenze, anche imprevedibili, dell’interazione delle componenti del corpo sociale, quando immerse in un contesto economico e politico peculiare. Alcuni pensatori, in maniera considerata cinica, direbbero che la folla degli emarginati è necessaria affinché tutti gli altri continuino la loro vita nella comodità, quasi che l’indigenza di un minoranza sia il prezzo da pagare per l’agiatezza dei più. In questo caso, lungi dal far emergere le situazioni di disagio: meglio per tutti che restino sommerse.

La povertà, quindi, è proprio una di quelle caratteristiche non solo emergenti – in senso filosofico – del sistema “collettività”, ma anche, quando portata alla luce, emergenziali, poiché richiede un’attivazione improvvisa di misure non ordinarie per affrontarla. Come questa, tante altre forme di disagio sociale emergono dall’attuale stato di cose del nostro sistema-mondo e, per quanto si tenti di sopprimerle o lenirle con interventi palliativi, è necessario ricordare che, se non risolte alla radice, causeranno a loro volta pesanti ricadute sul sistema che le ha generate, minacciandone pericolosamente la tenuta.

Se è vero che non è possibile costruire modelli di apparati fisici o biologici che riescano a spiegare tutte le proprietà di tutti gli enti del mondo, è anche vero che, forse, a livello sociale siamo più in grado di predire e prevenire le conseguenze delle nostre azioni e gli effetti dei nostri meccanismi: perché, allora, non provare a cambiarli, facendo emergere i pregi del nostro, peculiarissimo, sistema complesso?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Quella che nell’Inghilterra degli anni Venti era sembrata un’intuizione, non risparmiata da critiche, è anche conosciuta come primo emergentismo o emergentismo britannico; questo per differenziare i primi passi di questa nuova corrente di pensiero da quelli che saranno i suoi successivi sviluppi: il secondo emergentismo, degli anni Settanta e Ottanta e l’attuale neoemergentismo.

2- Pioniere della teoria dei sistemi, che egli introdusse in campo biologico, è stato Ludwig Von Bertalanffy in numerosi scritti: questi, sebbene non apprezzati in principio, hanno rivoluzionato le basi teoriche di molteplici discipline.

[Immagine di copertina proveniente da pixabay]

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Per uno sviluppo sostenibile: intervista all’ex ministro Enrico Giovannini

Abbiamo raggiunto telefonicamente Enrico Giovannini sulla via del ritorno dal Festival di Internazionale a Ferrara, svoltosi dal 29 Settembre al 2 Ottobre scorso. Giovannini, economista e statistico, già presidente dell’Istat, ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta, da sempre attento ai temi della sostenibilità, è ora fondatore e portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile): si tratta di una rete di associazioni del mondo civile ed industriale italiano con l’obiettivo di sensibilizzare la società e la politica italiana rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU in materia di sviluppo sostenibile. L’abbiamo contattato il giorno dopo il suo intervento dal titolo Un’altra idea di mondo al Teatro Nuovo di Ferrara, gremito di giovani, nel quale ha parlato delle varie proposte della sua associazione e del futuro dell’Italia.

 

Giovannini, lei è portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile): ‘sviluppo sostenibile’ oggi ci sembra un termine quasi abusato, malamente applicato all’interno dei contesti, probabilmente perché il concetto non è realmente capito. Ce lo può spiegare?

Per molti anni il concetto dello sviluppo sostenibile è stato declinato  fondamentalmente in una dimensione ambientale. Per fortuna non è più così. Dalla commissione Bruntland, che aveva parlato di uno sviluppo sostenibile articolato in quattro dimensioni – economica, ambientale, sociale e istituzionale – è passato gradualmente un concetto che è più esteso della pura dimensione ambientale. Dopodiché, l’anno scorso, con l’assunzione dell’agenda 2030 dell’ONU e la fissazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, questa visione – come si dice in modo abusato – a 360 gradi, è stata riconosciuta come l’unica possibile. Sul piano della misurazione da molti anni gli statistici internazionali hanno fatto presente che la sostenibilità di un modello di sviluppo ha a che fare con la quantità di capitale fisico, sociale, naturale e umano che ogni generazione trasmette alla generazione successiva; quindi effettivamente ormai, nonostante il rischio di abuso di cui lei parla, penso che il concetto sia stato almeno definito in modo chiaro.

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Quali possono essere i mezzi e le strategie più efficaci affinché si generi una maggior sensibilità, una sensibilità condivisa nei singoli a queste tematiche, che sono dunque estese oltre il problema ambientale?

Abbiamo creato l’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, proprio per sostenere in Italia l’applicazione dell’intera agenda 2030, di tutti i 17 goals e i 169 targets che vanno dalla povertà alla pace, alla violenza, alle disuguaglianze, all’educazione alla salute, alle tematiche ambientali, ma riguardano anche l’occupazione e la crescita del benessere. Noi di ASviS abbiamo sposato proprio questa logica nel rapporto che è stato presentato il 28 Settembre alla Camera dei Deputati, e che è accessibile sul sito www.asvis.it. Ecco, queste 126 organizzazioni della società italiana che formano ASviS, rappresentano complessivamente più di duemila associati che si sono messi insieme per delle proposte molto concrete. Per esempio abbiamo suggerito di inserire il principio di sviluppo sostenibile nella parte prima della Costituzione, come è stato fatto in Francia e come è stato fatto in Svizzera, perché, se lo sviluppo sostenibile deve guidare non solo le politiche ma anche i comportamenti dei singoli e delle imprese, trovo questo uno dei principi cardine su cui vogliamo che si basi tutto, quindi anche le future leggi. Abbiamo inoltre proposto che il Presidente del Consiglio prenda in mano l’agenda complessivamente, trasformando il comitato interministeriale per la programmazione economica in un comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile proprio per marcare un cambiamento di paradigma, in cui non ci si concentri soltanto sulla crescita economica. E poi ci sono altre iniziative istituzionali tra cui l’avvio di una campagna informativa continua su questi temi, ma soprattutto l’educazione allo sviluppo sostenibile nelle scuole. Per questo siamo in contatto con il MIUR per sviluppare dei programmi in tale direzione. È importante che le università italiane, tramite la conferenza dei rettori, abbiano creato la rete delle università per lo sviluppo sostenibile, volta non solo ad applicare i principi di sostenibilità alla mobilità degli studenti, ma che condivide anche una strategia a tutto campo che ha a che fare con la ricerca e con i programmi didattici. Per ciò che riguarda invece le proposte di politiche concrete, queste sono articolate intorno a sette assi: il primo asse ruota intorno al cambiamento climatico e all’energia, il secondo riguarda le disuguaglianze, non solo di reddito o di ricchezza ma anche di accesso, di opportunità e di genere, il terzo asse riguarda l’innovazione e il lavoro, il quarto asse ha a che fare con il capitale umano (che vuol dire salute, istruzione stili di vita), il quinto riguarda il capitale ambientale e quindi le dimensioni ambientali, poi ancora le città, le infrastrutture, il capitale sociale e infine la cooperazione internazionale.

Esiste una differenziazione a livello strategico nel loro coinvolgimento alle politiche sostenibili? Qual è il loro ruolo sia in termini ricettivi che attivi?

Le rilevazioni che sono state fatte in Italia (ma non solo), mostrano come i giovani siano molto più ricettivi su queste tematiche, hanno molto più la consapevolezza dell’interdipendenza nel nostro Paese rispetto ad altri Paesi, e sono più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale. Trasformare tutto questo in azione è credo uno dei grandi interrogativi che le società in particolare occidentali hanno, perché è evidente che questo nuovo paradigma non promette necessariamente umori meravigliosi e per definizione migliori del passato.

Questo è un cambio importante. Vuol dire passare da un concetto di crescita quantitativa a uno di benessere anche qualitativo. Però è evidente che in questa prospettiva la disoccupazione giovanile, che in Italia è così alta, non aiuta, anzi taglia le gambe a quella che sappiamo essere la generazione più istruita che questo Paese abbia mai avuto. Quindi come riuscire a coinvolgere i giovani è uno dei temi anche per l’ASvis  e stiamo prendendo contatto in particolare con associazioni studentesche e soggetti che mettano i giovani sul mercato del lavoro, per coinvolgerli attivamente, non semplicemente come ricettori, ma come attivi partecipanti. Ieri a Ferrara sono stato molto lieto che il teatro fosse pieno di giovani interessati e anche al termine dell’incontro ho avuto modo di conversare con loro. Insomma credo che questa, essendo un’agenda per il futuro, sia un’agenda che le giovani generazioni debbano usare per cambiare un modello di vita insostenibile.

Lei ritiene che oggi si possa parlare di un’etica della sostenibilità?

Sempre di più ci sono persone che a causa della crisi di questi anni hanno scoperto di consumare in modo superfluo. E questa è una ragione per cui, in Italia e non solo, gli stili di consumo stanno cambiando. Certamente negli altri Paesi europei c’è una disponibilità molto maggiore, per esempio per una mobilità non basata sul mezzo privato. Nelle città italiane il mezzo privato è ancora considerato fondamentale; in quelle spagnole, danesi, nel nord Europa, sono invece considerati prioritari altri strumenti, in nome di una condivisione dei mezzi. Quindi è molto difficile dare giudizi in modo così generalizzato. L’ultima considerazione da fare è che molte imprese stanno effettivamente cambiando approccio. Alcune si stanno facendo semplicemente un new dressing: usano cioè il concetto di ‘sviluppo sociale’ o ‘sostenibilità’ come uno specchietto per le allodole in termini pubblicitari; molte altre invece hanno intrapreso veramente delle trasformazioni importanti. Il fatto che a fine anno finalmente l’Italia dovrebbe recepire la direttiva europea per la rendicontazione non finanziaria (cioè l’obbligo per le imprese di rendicontare attraverso bilanci che non guardino solo alle dimensioni economiche, ma anche a quelle sociali e ambientali) può aiutare a cambiare questa cultura. Dicevo, molto sta cambiando ma troppo lentamente perché il tempo che abbiamo davanti per cambiare modello di sviluppo non è molto, prima di avere il collasso di alcuni sistemi.

Concludiamo con una questione che ci è (ovviamente) cara: che cosa pensa della filosofia? Ritiene che possa predisporre l’apertura mentale giusta per accogliere ed anche attuare delle politiche più consapevoli?

Quand’ero ragazzo, dovendo scegliere che facoltà frequentare, l’alternativa era tra Filosofia ed Economia. Alla fine scelsi Economia, ma ritenendo che l’economia (soprattutto moderna) non debba essere pura matematica applicata attraverso modelli rigidi, ma che la componente umana sia assolutamente fondamentale per capire comportamenti e movimenti che nella società sono molto più profondi di quelli insiti nei modelli economici. Se filosofia vuol dire la riflessione sui fini ultimi dell’uomo, della società, e vuol dire anche l’elaborazione di modelli che aiutino in modo più complessivo, olistico, a trattare le problematiche che oggi abbiamo davanti, indubbiamente la filosofia può contribuire a questo modello di sviluppo, a questo nuovo modo di concepire le relazioni tra economia, ambiente e società, e soprattutto a rendersi conto che i singoli non sono tali ma sono sempre parte di una società che è viva, che evolve ma non necessariamente nella direzione giusta. Quindi tutti sono chiamati a contribuire a questo sforzo di portare il mondo su un vero e proprio sentiero di sviluppo sostenibile.

 

Dalle parole di Giovannini si evince quindi il volere di unire un forte spirito umanistico a politiche economiche e sociali concrete per cambiare il modello di sviluppo che conosciamo oggi. Importante è anche la visione di sostenibilità che comprende tantissimi ambiti interconnessi tra loro: dall’ambiente in primis, all’istruzione, alla salute, al lavoro. Non bisogna pensare di cambiare singoli ambiti della nostra vita, ma di cambiare il nostro modello di vita affinché sia più sostenibile in tutti i sensi e garantisca maggiore giustizia e inclusione sociale. Le premesse e le volontà popolari sembrano esserci, come testimonia la nascita di Asvis. Ora la palla, come sempre, passa alla politica.

Tommaso Meo

[Le immagini sono tratte da Google Immagini e da www.onuitalia.com]

Ecco perché a Rio non ha vinto nessuno ma abbiamo perso tutti

28 Agosto 2016. È passata una settimana dalla chiusura della cerimonia olimpica ed ogni Paese sta tirando le somme della propria spedizione sportiva o – forse – cominciando già a pensare inconsciamente a Tokyo 2020.
L’Italia non è andata male. Nono posto nel medagliere con 28 medaglie totali, abbiamo replicato quanto fatto a Londra 2012.
Abbiamo avuto i nostri momenti di gioia e di disperazione. Una volta ogni quattro anni scopriamo l’esistenza di tanti sport oltre al calcio e – diciamolo dai – sono anche capaci di farci emozionare.
Emozioni che ogni persona del modo avrebbe avuto il diritto di provare,  specialmente i brasiliani che ospitavano i Giochi.

La realtà delle cose – purtroppo – nel Paese sud-americano è stata totalmente diversa.
Quando nel 2009 il Brasile ottenne l’organizzazione dei Giochi Olimpici, era governato da Lula ed era considerato una nazione in grande progresso economico.
Per il sindaco di Rio nel 2012, Eduardo Paes, le Olimpiadi avrebbero permesso di «mettere in relazione ricchi e poveri, di portare i servizi di base – istruzione e sanità – nelle favelas e di favorire la coesione sociale attraverso investimenti localizzati in vari ambiti della città, consentendo, quindi, di realizzare la “città del futuro”».
In realtà dove sono finiti gli investimenti? Una buona sezione del denaro è stata utilizzata per prolungare la linea della metro verso la spiaggia di Ipanema e per il ricco sobborgo di Barra Tijuca. Gran parte del “villaggio degli atleti” si tramuterà in residenze di lusso. Inoltre – per concludere dal punto di vista umano – sotto il governo di Paes più di 20.000 famiglie sono state sfrattate dalle loro case.
Insomma, le Olimpiadi non hanno fatto altro che aumentare il divario sociale e – stranamente – sono state fonte di guadagno per i più ricchi.

Ma a tutto questo – ormai – siamo abituati da ogni grande Evento e la nostra indignazione per questo genere di cose si spegne facilmente in poco tempo.

C’è – però e purtroppo – molto di più.
Già nel 2015, l’Onu aveva denunciato un “elevato numero di esecuzioni sommarie di bambini” ad opera delle forze dell’ordine, sottolineando come spesso i responsabili risultassero impuniti. In particolare – come si può leggere sulla Repubblica del 9 ottobre 2015 – il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia metteva in luce una “violenza generalizzata” da parte della polizia, specialmente contro i meninos de rua e quelli che vivono nelle favelas. La violenza nei confronti dei minorenni sarebbe particolarmente elevata a Rio de Janeiro, dove «esiste un’ondata di “pulizia” che mira a presentare al mondo una città senza questi problemi» ha dichiarato la vice-presidente del Comitato, Renate Winter.

Sempre prima dell’inizio dei Giochi, Atila Roque – direttore di Amnesty in Brasile – dichiarò che «quando nel 2009 Rio si aggiudicò le olimpiadi del 2016, le autorità promisero di migliorare la sicurezza per tutti. Invece, da allora, abbiamo visto che nella città 2.500 persone sono state uccise per mano della polizia e ben poca giustizia». (tratto da Repubblica del 26 luglio 2016)
Sullo stesso articolo si può leggere che «il Brasile è il paese con il maggior numero di omicidi al mondo, un paese dal grilletto facile in cui solo nel 2014, l’anno della Coppa del Mondo, hanno perso la vita 60.000 persone. Solo nello Stato di Rio de Janeiro morirono 580 persone per mano della polizia, il 40% in più del 2013. Nel 2015 il numero è cresciuto a 645. In queste cifre, apparentemente asettiche, rientrano le decine di bambini assassinati da chi li avrebbe dovuti proteggere. Fra loro c’è Eduardo di 10 anni, seduto sull’uscio di casa, intento a giocare con il cellulare. Una pattuglia sorveglia il quartiere, quando un agente gli punta la pistola alla testa e spara. Eduardo, come molti suoi coetanei, è fra le vittime innocenti degli squadroni della morte (UPP, Unidades de Policia Pacificadora). […] Un dato, non trascurabile, riguarda il fattore razziale: i bersagli preferiti dalla polizia sono i giovani, poveri e di colore».

Ora – mi chiedo – tutto ciò era a conoscenza di tutti prima che i Giochi iniziassero, perché nessuno ha dato qualche segnale o fatto qualcosa?
Se fossi stato un atleta mi sarei categoricamente rifiutato di partecipare, cercando ci coinvolgere e rendere partecipi tutti gli altri atleti di questa carneficina in corso e chiedendo giustizia.
Chiudere gli occhi è più semplice? Certo, ma esempi virtuosi ne abbiamo avuti – come il discobolo polacco Piotr Malachowski, che ha donato la sua medaglia in beneficenza per contribuire a salvare un bambino di tre anni affetto da un raro tumore. Mi rifiuto di credere che ogni atleta, ogni giurato, ogni partecipante dei Comitati e delle Spedizioni abbia chiuso gli occhi.
Certo, magari non a tutti è arrivata notizia di ciò che era in atto, come magari anche a me può non essere pervenuta la presa di distanza generalizzata da parte dei partecipanti. Ma il dubbio è grande: bastava una minuscola ricerca per essere informati e una reazione forte da parte di ogni delegazione avrebbe avuto – penso – grande risalto mediatico.

Ecco perché a Rio, per ogni giornata dei Giochi, decine di vite umane si sono spente.
Ecco perché a Rio lo Sport ha fallito.
Ecco perché a Rio ogni medaglia è stata una sconfitta. Per tutti.

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google Immagini]

La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’Occidente

Nove mesi di gestazione possono risultare impegnativi e poi c’è la fatica per rimettersi in forma e la conseguente discriminazione sul lavoro: se sei attrice o modella non vieni chiamata dai registi o dalle fashion house per il tuo stato. Oppure c’è la voglia di avere un figlio, senza avere un compagno. A volte un compagno ce l’hai, ma è del tuo stesso sesso. E allora? In voga tra i vips il ricorso all’ “utero in affitto”. Per diverse ragioni, hanno scelto questa pratica da Robert De Niro e Dennis Quaid, al cantante single Ricky Martin, all’attrice Sarah Jessica Parker che, all’età di 44 anni, sostenne di aver tentato invano di dare un fratellino o una sorellina al primogenito, ma senza risultati. Dato che l’orologio biologico avanza inesorabilmente, decise di ricorrere alla maternità surrogata o “utero in affitto”: una tecnica che permette di diventare genitore anche a chi, per svariati impedimenti fisiologici e non, non riesce a portare a termine una gravidanza, ciò è possibile grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. In prossimità del parto verranno avviate le procedure legali per il riconoscimento formale dei genitori biologici (tale pratica è vietata in Italia).

Per ogni notizia relativa ai vips che inevitabilmente fa il giro del mondo, ci sono altrettante coppie comuni che, a riflettori spenti, ricorrono alle stesse tecniche pur di realizzare il sogno di diventare genitori. Sul web brulicano le organizzazioni che offrono, dietro cospicuo pagamento, la soluzione ai problemi di fertilità; tra i servizi erogati, oltre alla scelta della madre surrogata, anche l’assistenza legale per la stipula del contratto e le spese mediche. Una vera e propria compravendita, in questo caso di figli, perché di fatto la maternità surrogata è un grande business attorno al quale girano milioni di euro. Secondo il tariffario pubblicato dal New York Times, in Inghilterra affittare una madre surrogata costa circa 120 mila euro, in Thailandia il costo scende a 48 mila euro. Se poi si vuole risparmiare, con una tappa in Ucraina si ottiene un “utero in affitto” per 30 mila euro. Se si raggiunge il continente africano, in Nigeria, Algeria e Somalia il prezzo è molto competitivo, noleggiare una madre surrogata cosata poco meno di 10 mila euro, stessi prezzi si possono trovare nella vicina Creta o in India. Donazione di ovuli, egg freezing, mamme surrogate: tutte pratiche non esenti da riflessioni di ordine etico e a rischio di risvolti controversi. Tra tutti il caso estremo del piccolo Gammy, affetto da sindrome di Down e concepito insieme alla sua gemellina sana con un utero “preso in affitto” da una coppia australiana in Thailandia. Il neonato è stato lasciato dai genitori alla mamma surrogata a seguito della diagnosi. Altro caso nella Repubblica Ceca, da un utero in affitto nasce un bambino che soffre di gravi patologie ereditarie: sia i “genitori” che l’hanno commissionato, che la madre che lo ha partorito lo rifiutano. Nonostante l’evidente carenza di regolamentazione internazionale e il rischio di sfruttamento delle mamme surrogate provenienti da Paesi poveri, il ricorso a queste tecniche non si ferma.

Le testimonianze di coppie che riescono ad avere un bambino fra le braccia è in notevole aumento: in particolare donne con una carriera in ascesa che, trovato l’amore dopo i 40 anni, entrano nella spirale di cicli di fecondazione assistita falliti e approdano all’ultima possibilità, la maternità surrogata. Parto dal presupposto che il desiderio di avere un figlio non si basa su alcun diritto, ancor più se esso diventa “prodotto” di un mercato senza remore che utilizza il corpo di donne, approfittando delle loro gravi indigenze socio-economiche, per produrre su commissione un figlio, sottoponendo l’essere umano ad un processo di disumanizzazione e trasformandolo in uno strumento di business. Perché non scegliere la strada dell’adozione? Perché non offrirgli una vita migliore a tutti quei bambini che attendono una casa, che hanno bisogno dell’amore di una famiglia? E che dire della strumentalizzazione della donna? Come si sente la madre surrogata quando deve separarsi dal bambino che ha portato in grembo per nove mesi? Donne che diventano oggetto, per scelta, per soldi o per disperazione, che si adoperano a portare in grembo i figli che saranno di altri. In India, per l’estrema povertà, i giornali pullulano di annunci di “uteri in affitto”. Ma se poi colei che porta avanti la gestazione per conto di altri si pente della scelta effettuata? Un bimbo nato da una madre surrogata può essere conteso tra chi lo ha commissionato e chi ha accettato di portarlo in grembo?

Uno dei primi casi di tale contesa, in Italia, è quello di Jessica, oggi ventenne, nata perchè una coppia di coniugi, che non poteva avere figli, “affittò” l’utero di una donna algerina. La madre surrogata ricevette un milione di lire al mese e una casa a Rapallo per trascorrere i mesi di gestazione, ma, poco prima del parto, cambiò idea e decise di tenersi la bambina. L’uomo, padre biologico, le notificò un atto di citazione al tribunale di Monza, chiedendo che gli venisse riconosciuto il diritto ad avere per sè la figlia. La domanda venne respinta con sentenza del 30 maggio 1989. I giudici ritennero nullo il contratto per “l’utero in affitto” stabilendo che non si diventa figli per contratto e che una donna ha diritto di crescere la propria creatura, portata in grembo per nove mesi.

Silvia Pennisi

[immagine tratta da lanuovagiustiziacivile.com]

“Cari amici, vado a lavorare a Doha”

Recentemente a Doha si è svolto il Doha Film Festival. Uno dei film che mi è rimasto più impresso è quello che racconta la storia di un qualificato ingegnere indiano che approda in Qatar in cerca di una posizione con una migliore gratifica economica e finisce per fare il Tea-Boy di un ufficio.

Comico? Forse il film. Perché purtroppo è una realtà molto diffusa.

Ma andiamo con ordine. Che cos’è un Tea-Boy ?

Tutti ormai sanno che Doha è la città dalle mille e più possibilità lavorative. La voce si è diffusa rapidamente. Doha è la terra promessa del lavoro.

Ma perché tutti possono trovare lavoro in questo Paese? Sarà forse perché qui esistono molti più ruoli rispetto che ad altre parti?

Si, perché qui si può lavorare come Tea o Coffee Boy, ovvero come il ragazzo che porta tè e caffè negli uffici. Non sto parlando delle ricariche ai distributori automatici. Sto parlando di una sorta di cameriere che su richiesta dell’impiegato è pronto a servire le bevande.

Oppure si può trovare lavoro come “imbustatore” ai supermercati. Perché qui a Doha, ogni cassa è dotata di un ragazzo il cui compito è quello di infilarti la spesa nei sacchetti e caricarli nel carrello. (Con pochi centesimi di euro ti accompagnano anche alla macchina e ti caricano la spesa).

C’è anche chi invece ha il compito di lucidare i pomelli delle ringhiere che costeggiano la Corniche (il lungomare).

Tutti ovviamente lavori strapagati, quasi quanto quello che prendono i ragazzi che fuori dai mall ti puliscono la macchina. 15 qatar ryals, ovvero poco più di 3 euro. E sto parlando di macchine le cui dimensioni richiedono almeno un’ora di lavaggio.

Oppure, se si è davvero fortunati, si può trovare impiego come muratore e arrivare a guadagnare addirittura 600 qatar ryals al mese (circa 140 euro). Lavorando dalle 8 alle 10 ore lavorative, per la maggior parte dell’anno sotto i quanta gradi del Qatar.

C’è molta ironia nelle mie parole, ma anche tanta verità. Il Qatar è sicuramente un Paese in forte sviluppo. Potrei dire che la città cambia quotidianamente. Cresce, si allarga. Nascono nuove opportunità.

Tuttavia di quei due milioni di abitanti (secondo i dati più recenti), oltre la metà svolge lavori poco gratificanti, in condizioni a volte anche disumane e totalmente sottopagati.

La gente arriva da ogni parte del mondo in cerca di migliori prospettive di vita. A volte le trova, altre volte si scontra con la dura realtà e finisce per fare un lavoro ben lontano da quello sognato.

E’ triste. Tuttavia credo ci sia un aspetto ancora più triste. La povertà non si percepise qui a Doha. Il turista non andrà mai via dalla città colpito dal divario sociale esistente. Il lusso qui vince su tutto, distrae lo sguardo e maschera la realtà. E rende più facile a tutti chiudere un occhio.

Chiara Amodeo

[Immagini tratte da Google Immagini ]