La potenzialità segreta dello scontro secondo Hegel

Scorrendo qualche riga di filosofia hegeliana, può accadere che ci venga in mente la seguente immagine: un soldatino che forte della sua armatura si contrappone al mondo, brandendo fieramente la spada. Pur essendo una scelta forse singolare per rappresentare il sistema del celebre pensatore tedesco, ne suggerisce perlomeno un concetto chiave: la necessità dello scontro nel processo di compimento della Tesi.

Questo particolare aspetto può rievocare a tratti la trama travagliata ma a lieto fine delle favole di quando eravamo bambini: ci è presentata inizialmente una piccola Tesi ignara del mondo circostante che, quando si stufa di giocare nella sua campana di vetro e decide di sfondarne le pareti, per la prima volta viene a contatto con la durezza e l’asperità della realtà. Costretta a fronteggiarsi con forze avverse, Tesi determina finalmente se stessa attraverso la sua Antitesi. Per la coppia protagonista, e per tutte le altre che analogamente si combattono, è guerra aperta: in una violenta contrapposizione, ogni tesi è negata dal suo contrario e costretta a un costante confronto-scontro per rivendicare la propria identità. Ciononostante una volta che tali scontri saranno terminati, ogni tesi scoprirà una sé dall’autoconsapevolezza e forza rinnovate.

Immaginiamo di convertire la visione di quelle piccole tesi che si negano reciprocamente in una folla brulicante di esseri umani, ciascuno intento a scoprire e a difendere la propria strada: se si ripetesse la favola hegeliana?
Qualcosa che inizialmente appariva puramente astratto – il sistema cardine dell’idealismo – si rivela fecondo di insegnamenti oggi, io credo, particolarmente importanti: è differente una relazione significativa da una che invece è solo passeggera, magari fondata su un mutuo interesse utilitario? È possibile smantellare il mito che ritiene valide solo le relazioni sempre armoniose, pacifiche? E se l’armonia non coincidesse con un percorso perennemente lineare ma assomigliasse, invece, a un sentiero faticoso e irto di spine?

La risposta affermativa di Hegel sembrerebbe condensarsi proprio nella figura triplice della Tesi, dell’Antitesi e della Sintesi: i rapporti veri nascono dallo scontro con l’altro e sono sempre fertili, dove “fertile” esprime un apprendere costante, e dove “apprendere” è contemporaneamente assorbire e trasmettere.
L’autentico rapporto umano è dunque uno scontro-scambio, in cui l’urto di partenza sfocia in un “aggancio spirituale” dei soggetti interagenti, ma la fusione finale è paradossale, in quanto si realizza nella lacerazione personale: confrontarci con la realtà esterna è frantumare la campana di vetro. Possiamo intraprendere un reale percorso di rafforzamento interiore solo nel momento in cui accettiamo di squarciare le nostre sicurezze e le nostre difese e di metterci in discussione da capo a piedi, una volta e un’altra volta ancora, per poter accogliere ciò che di vivo e di arricchente ci offre il mondo circostante e infondere in esso ciò che di unico dentro di noi custodiamo.

Immaginiamo un contesto distopico nel quale un bambino viene chiuso fin dalla nascita in una stanzetta, senza venire mai a contatto con la realtà esterna: egli non ha stimoli fisici di nessun tipo, è completamente abbandonato alla sua interiorità. Come, cosa sarebbe dieci anni dopo? O venti, o quaranta? Che persona sarebbe sul punto di morire? Io credo un guscio vuoto: un seme cavo e spoglio, insanabile.
Le relazioni interpersonali sono ciò che ci sostanziano, perché in esse definiamo la nostra identità: che esse avvengano per lo più attraverso lo schermo di un computer, le pagine di un libro o di persona, rimangono fondamentali per la nostra evoluzione spirituale; e il loro contributo, sia esso positivo o negativo, si rivela determinante nell’alimentare un processo interiore che non ha mai fine e che si rinforza di ogni singolo contatto, fisico e non fisico.

Ogni contatto con l’esterno ci consente di sopravvivere, ma quello che ci pungola alla vita – perché ci spinge a lottare per noi stessi e a sviluppare ed affermare la nostra identità – è il tipo di relazione rappresentato da Hegel: la relazione-conflitto. Con essa il filosofo si riferisce non ai conflitti di per sé, come le guerre o i genocidi, ma alla lotta minuta e personale che si instaura tra due esseri umani all’interno di una relazione neofita o anche già consolidata.
La filosofia di Hegel ci suggerisce che il conflitto con la vita e più in generale con le persone che ci circondano sia un’indispensabile base di crescita. Aprirci all’altro e costruire una relazione significativa implica sì la lotta – e le ferite di quella lotta, e il dolore di quelle ferite e il tempo del loro rimarginarsi – ma non esisterebbero maturazione personale o arricchimento reciproco, non esisterebbe Sintesi senza il rinnovamento quotidiano del confronto con la realtà esterna e la puntuale rimessa in discussione di noi stessi.

 

Cecilia Volpi

 

[Photo credit drown_ in_city via Unsplash]

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Scoprire il proprio potenziale aiuta ad essere felici, a dircelo è Aristotele

Ambita, desiderata e ricercata oltre ogni limite, la felicità costituisce l’origine e il fine verso cui indirizziamo tutte le nostre scelte e desideri. Ma che cos’è in concreto? È uno stato psicologico che una volta raggiunto si protrae nel tempo oppure un attimo destinato a svanire nel momento stesso in cui lo viviamo? È qualcosa di oggettivo che può essere misurato attraverso dei parametri, come la salute ed il benessere economico, oppure qualcosa di soggettivo non misurabile né osservabile ma solo vivibile?

Aristotele è stato il primo filosofo a chiedersi realmente che cosa fosse la felicità e quali fossero le modalità per diventare davvero tali. Considerata come uno stato psicologico simile a quel senso di pienezza e soddisfazione che proviamo di fronte alla propria condotta e ai rapporti che intratteniamo con gli altri e con il mondo, affermò che il fine ultimo della vita umana è quello di raggiungerla. Si accorse, inoltre, che questa condizione poteva essere ottenuta dalla maggior parte delle persone solo agendo consapevolmente e lavorando sul proprio comportamento, conducendo una vita virtuosa, lontana dai vizi e da tutto ciò che può distrarci. Ma non basta, perché per essere davvero tali è fondamentale che ognuno riesca a realizzare il proprio potenziale, ossia il fine e più propriamente quelle attitudini e quei talenti presenti in ogni individuo. Questo perché tutti gli esseri dell’universo, anche quelli inanimati come un tavolo o una sedia, hanno un telos per il quale esistono.

A questo potenziale dette il nome di dynamis, ossia quella caratteristica intrinseca ed inconsapevole che le cose viventi possiedono e grazie alle quali si sviluppano nella versione matura di ciò che sono, come ad esempio la potenzialità che può avere un seme per diventare una pianta o un albero. Questo perché tutte le sostanze sensibili, le uniche nelle quali si verifica un cambiamento, sono allo stesso tempo in atto, ossia la forma che è in esse, e in potenza, ossia il possibile sviluppo completo e perfetto di questa forma.

Nel IX libro della Metafisica, Aristotele spiega questo concetto, aggiungendo inoltre che c’è un altro tipo di dynamis, particolare e superiore alle altre, che solo gli esseri umani possiedono e che non può essere messa in atto senza un pensiero cosciente: la potenzialità razionale. Se sfruttata, questa peculiarità è in grado di mettere ognuno di noi nella condizione di poter decidere per sé quali scopi perseguire e impegnarsi attivamente nell’acquisizione di competenze e condizioni le quali, se adeguatamente direzionate, renderanno possibile raggiungere i propri obiettivi ed essere felici.

C’è da dire, però, che realizzare il proprio potenziale non sempre risulta cosi facile, perché spesso subentrano delle dinamiche per le quali è difficile riuscire in quest’impresa, come per esempio dedicarsi a dei lavori che non ci piacciono oppure essere sopravvalutati o messi sotto pressione in età troppo precoci. Questo rischia inavvertitamente di sviarci, di condurci fuori strada, allontanandoci dalla meta che ci eravamo prefissati. Ciò avviene perché le potenzialità presenti in noi non riescono automaticamente a tradursi in realtà senza che nulla possa arrestare il proprio corso. La maggior parte hanno bisogno di alcuni agenti esterni che inneschino questa reazione. Requisiti come una buona educazione e un ambiente sociale adeguato, nel quale grazie alla rete di relazioni che ogni individuo intrattiene gli sia possibile esprimere sé stesso, possono contribuire attivamente a far emergere queste potenzialità. Questo perché tutti abbiamo bisogno delle condizioni più favorevoli per poter emergere.

Nel corso della sua vita, ad esempio, Aristotele ebbe la fortuna di frequentare ambienti e persone molto stimolanti che lo aiutarono a sviluppare le proprie doti naturali. Nato a Stagira nel 384 a.C, fu avviato agli studi dal padre Nicomaco, medico personale del re di Macedonia. A diciassette anni si trasferì ad Atene e si iscrisse all’Accademia di Platone dove vi rimase per oltre venti anni. Negli anni successivi condusse la sua vita tra l’isola di Lesbo e la corte di Filippo II di Macedonia. Una volta tornato ad Atene fondò il Liceo, dove scrisse le sue più grandi opere, diventando così il grande filosofo che ancora oggi apprezziamo.

Quindi non perdete tempo, guardatevi attentamente intorno e fate di tutto per crearvi l’ambiente più favorevole per far spiccare le vostre qualità. Perché per essere felici è necessario trascorrere la propria vita potendo fare le cose in cui eccelliamo e che ci danno piacere.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

[Photo credit KAL VISUALS via Unsplash]

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