Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni?

Illudersi è piacevole.
Il lavoro dei nostri sogni. La macchina, la casa, il compagno o semplicemente una bella giornata di sole.
Crogiolarsi nelle sensazioni che deriverebbero da un certo accadimento è un hobby che condividiamo in quanto umani.
Si chiama aspettativa, e regola le nostre decisioni. In due modi.
Il primo − più banale − è di ponderare la nostra scelta sulla base di questo sentimento.
Il secondo − che puntualmente ci ricordiamo di dimenticare − è che si tratta di un’arma a doppio taglio. Infatti, quanto più alte sono le nostre aspettative, tanto più grande è la distanza che ci separa dal suolo della non realizzazione nella caduta.
L’equazione è così chiara da essere trasparente. Proprio questo è il punto: ciò che è trasparente non è facile da vedere.

“Volere è potere”. Identità sentita e risentita in cui confidiamo con molto piacere. Pensare che dal nostro volere dipenda il dispiegarsi dei fatti è una convinzione che spesso ci permette di seguire un desiderio.
Peccato che qualcuno da quella frase abbia cancellato una subordinata ipotetica: “Volere è potere, se possibile”.
Questo maestro del bianchetto non ha però agito con malizia. Semplicemente non ha inteso cosa significasse quella possibilità.
Se per possibile intendiamo l’orizzonte delle possibilità infinite, la sua arte del cancelletto avrebbe agito perfettamente, eliminando l’ovvio superfluo.
Ma quel “possibile” ha un’accezione diversa. Indica una possibilità condizionata.

Mi spiego meglio con un esempio.
Mettiamo che io voglia diventare un grande calciatore. Mettendo da parte le difficoltà che ciò comporta (il dedicarsi con costanza allo sport, i possibili fallimenti e la volontà di rialzarsi e realizzare il sogno, sacrifici economici ecc.) se ho le capacità, l’agonismo e la forza d’animo necessari può essere che realizzi il mio obiettivo. Già questo “può essere” contraddice la frase cancellata. Non è infatti sicuro che io diventi un calciatore famoso. Nonostante le condizioni favorevoli fisiche e personali, infiniti accadimenti esterni potrebbero ostacolarmi: un infortunio grave, la non-conciliazione della mia bravura con il riconoscimento di chi può lanciarmi, la sfortuna di una palla sbagliata nel momento cruciale di un provino ecc.
Se fossero però solo accadimenti esterni ad essermi di fronte, potremmo identificare il gran cancellatore come un inguaribile ottimista: ha fiducia nel Fato, crede che il merito premi, e con un sorrisetto potremmo spiegargli che il Mondo è più complicato di ciò che ci raccontano da bambini.
Ma quel “possibile” indica qualcosa che − invece − da noi dipende, eccome.
Infatti, riprendendo l’esempio calcistico, è come se io volessi diventare un grande calciatore pur essendo nato senza una gamba. Certo, esistono gli sport per portatori di handicap e in quel frangente potrei diventare uno dei più bravi, ma non è ciò che sognavo.
Tradotto in termini generali, spesso non riconosciamo un a-priori che rende impossibile ciò che vogliamo.
Quindi siamo tutti stupidi?
No, è questo il punto. Lo facciamo per ignoranza, non per mancanza di intelletto.
La massima socratica del “conosci te stesso” ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite.
Molte volte ci intestardiamo con il rincorre sogni che non sono altro da ciò che il loro nome significa: sogni. E la causa può variare: può essere semplicemente il momento sbagliato, può essere la persona sbagliata, il lavoro sbagliato oppure, più tristemente e radicalmente, il sogno sbagliato.

Ora il colpo di scena contraddittorio: non penso che chi abbia riconosciuto il proprio sogno come impossibile debba per forza smettere di rincorrerlo o continuare a sperarci.
Questo è il significato del titolo di questo breve monologo. Sogno o son desto è il punto di partenza. Riconoscersi per quello che si è − nulla di più ma anche nulla di meno − è l’inizio di una vita vera e consapevole.
A quel punto però non c’è una regola che stabilisce come io debba comportarmi. È questo il bello della vita: nessuno ha ancora (per fortuna) inventato una legge che regoli i comportamenti dopo una presa di coscienza di questo genere.
Non si può dimostrare che chi smetta di inseguire i propri sogni perché li ha individuati come irrealizzabili sia più felice di chi invece li insegue perché irrealizzabili.
Fin dai tempi dell’Iliade è stato messo in luce come la polemos che contraddistingue la vita umana sia una condizione irrisolvibile. E l’avversario con cui tutti, nessuno escluso, dobbiamo rapportarci è la morte.
Guardarla in faccia e continuare lo stesso a inseguire un’impossibilità può essere visto come incomprensibile, sembra che quel qualcuno stia sprecando la propria vita senza rendersi conto di come ciò lo spinga alla fine inevitabile senza nulla aver realizzato.
Ma se questa azione viene compiuta in modo consapevole, se cioè si ha chiaro il punto di arrivo e l’inconciliabilità della sua tensione con il traguardo, allora questa pulsione assume tutt’altro significato.
Si trasforma nella stessa identica scelta di chi si arrende all’impossibilità e cerca di convivere con questo fardello. Anzi, forse − e qui l’ipoteticità è d’obbligo − risulta una scelta vitale più forte dalla sua controparte. Assume i connotati dell’accettazione umana verso ciò che da lui non dipende, e viene messa in atto con un sorriso per nulla ironico. Si trasforma in un sì alla vita − tanto caro a Nietzsche − che ha riconosciuto come questa affermazione tenga conto di ogni accadimento possibile − bello o brutto, giusto o ingiusto che sia.

 

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Un passato che ritorna

A volte il passato torna a bussarti alle spalle. Ti volti, lo riconosci, può scapparti un sorriso come può farti sentire una fitta al cuore.

In alcuni casi ci lasciamo piacevolmente trasportare dai momenti importanti e felici della nostra vita, con un velo di nostalgia amiamo ricordarne i dettagli e il loro corso e talvolta riusciamo anche rievocare le medesime emozioni e sensazioni come se non si fossero spente mai.

In altri casi guardiamo al passato con angoscia, come se questa ne avesse fatto il suo territorio di appartenenza, temiamo certi ricordi dolorosi, certe scelte infelici, certi eventi negativi, temiamo che questi possano ripetersi in futuro con la stessa carica devastante.

Molto spesso quando viviamo in un perenne stato di tensione e ansia, rimaniamo paralizzati; con la paura di intraprendere progetti futuri, di scegliere e perfino di desiderare, passiamo la nostra esistenza in un costante stato di inerzia: non rischiamo, non ci esponiamo, aspettiamo che qualcuno magicamente possa mettere fine a questa nostra continua agonia.

Kierkegaard definisce l’angoscia come quel sentimento del possibile che non si riferisce ad alcunché di preciso, a differenza del timore il quale si riferisce invece a qualcosa di determinato.

«Nell’intimo cuore, nel segreto più segreto della felicità, abita l’angoscia, che è disperazione: questo è il luogo più caro alla disperazione, quello che preferisce fra tutti: profondamente dentro la felicità».

Se l’angoscia è il sentimento del possibile, e se il possibile è connesso con l’avvenire, allora l’angoscia è strettamente connessa al futuro. Perché quindi proviamo angoscia nei confronti di ciò che è passato? Il passato può angosciare solo quando può ripresentarsi come una possibilità di ripetizione nel futuro.

Secondo Kierkegaard, la categoria della possibilità sembra essere costitutiva della condizione umana e con essa anche quella dell’angoscia perché legata alla possibilità.angoscia

Ciò che è possibile è ciò che non è ma può essere; può essere che il passato ritorni, come può essere che questo non ritorni mai più. Angoscia dinanzi alla libertà del corso degli eventi di potersi ripetere come no.

Se l’esistenza del singolo è il regno della possibilità, del divenire, del contingente e quindi della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere, ed è ciò che diventa.

Possiamo scegliere se rimanere ancorati al passato e ingabbiati negli eventi dolorosi della nostra vita, precludendoci la possibilità di vivere il presente e il futuro con entusiasmo; oppure possiamo scegliere se affrontare il passato in modo costruttivo, perdonando i nostri errori, accettando una volta per tutte ciò che è successo, smettendo di voler cancellare l’incancellabile e di voler cambiare l’incambiabile.

Possiamo scegliere di vivere la vita con tutte le sue infinite possibilità, affrontando di volta in volta il corso degli eventi e non ripiegandoci nella paura di poter soffrire ancora

«Sia il passato come realtà, sia il futuro come potenzialità, guidano il nostro comportamento presente».
Carl Gustav Jung

Essere consapevoli di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che vorremmo diventare è fondamentale per dare un senso e una direzione al nostro presente.

Il passato non è un nemico da dover sconfiggere, ma un vecchio amico ferito e umiliato da comprendere. Più lo respingeremo più questo tornerà a tormentarci, se invece lo accetteremo, non gli daremo lo spazio per ripetersi nel futuro, né attraverso di noi né attraverso gli altri.

«Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere».
Winston Churchill 

Elena Casagrande

[Immagini tratte da Google Immagini]