Dal caos all’ispirazione

In un attimo tutto ci appare più chiaro: ecco l’idea, ecco la svolta. È fulminea, istantanea e illumina la nostra mente. L’ispirazione1 è il tema di questo promemoria filosofico.
Che cosa sia l’ispirazione è un mistero, ma quando giunge la strada è spianata e la creatività si accende. È la spinta, l’intuizione che permette di dare vita, di creare qualcosa di straordinario. Si può parlare di intuizione ma che coinvolge mente, cuore e anima.

Etimologicamente il termine deriva dal tardo latino inspiratio – onis, che indica il respirare in alto. Tale significato simbolicamente si ricollega al respiro del divino creatore.
Nell’antichità si credeva che le divinità concedessero l’ispirazione alle Muse, guidate da Apollo, per rivelare loro profezie sul futuro, e agli artisti. In particolare l’ispirazione è stato un punto focale nell’arte e nella letteratura da sempre: l’uomo in un momento fugace viene in contatto con i pensieri divini al di fuori della sua mente, per poi discendere nella sua natura terrena e realizzare l’opera ispirata. Quel salto ultraterreno permette di accedere alla verità che gli viene rivelata per un brevissimo istante.
Sebbene oggi in psicologia si possa definire come un’alterazione mentale, un processo interamente interno della psiche, nei secoli sono state diverse le interpretazioni del fenomeno.

L’ispirazione è la base del pensiero romantico: il fuoco dell’ispirazione proveniva dal genio, il dio interiore del poeta che si faceva strada attraverso l’uomo per manifestarmi. Molto simile a quella della grecità antica, questa forza irrazionale è capace di oltrepassare la volontà dell’uomo e imporsi su di egli: sono molti gli scrittori come Samuel Taylor Coleridge e più avanti William Butler Yeats che raccontano del potere dell’ispirazione e il fluire ininterrotto delle parole, come si trattasse di un atto automatico.

Freud colloca l’ispirazione direttamente nel subconscio dell’artista, quale momento in cui i conflitti psichici irrisolti dell’infanzia ritornavano a galla per poterli poi risolvere.
Diversamente dal maestro, Jung vede nell’ispirazione artistica la traccia della memoria razziale propria del corredo genetico: solo l’artista sente con maggior forza il conflitto tra l’anima primitiva e l’ego civilizzato e sociale e attraverso l’arte può realizzarlo in concreto.

L’ispirazione non lascia alcun dubbio in ogni caso, toccati dalla sua verità ci permette di cogliere quell’idea che era per noi irraggiungibile e celata. L’ultima parola allora ora tocca a noi: tu cosa e come realizzerai grazie a questa scintilla divina?

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto
NOTE
1. Concetti tratti da N. Abbagnano, G. Fornero, Itinerari di filosofia, vol. 1-2-3, Edizione Paravia

 

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Contro il tempo, la libertà

Non c’è sera in cui, percorrendo i pochi passi dal bagno al letto, io non ricordi a me stessa, in maniera forse ossessiva, che un altro giorno è ormai finito e passato. Nello specifico, sono due le frasi che mi ripeto, sera dopo sera, senza mai stancarmi. La prima, presa da una canzone di Guccini, che in realtà non ascolto ormai da anni: «un altro giorno andato» (la sua musica ha finito, quanto tempo ormai è passato e passerà). La seconda, copiata questa volta a una poesia di Quasimodo, ricordo forse delle medie, forse delle superiori, chi lo sa: «ed è subito sera». Prima di addormentarmi ripercorro con il pensiero i momenti che hanno riempito la mia giornata, le persone con cui ho parlato, quelle con cui ho scambiato un semplice e veloce sguardo, le parole che ho detto, i piatti che ho mangiato, i particolari che mi hanno colpita, e via dicendo. Finita questa lista di istanti trascorsi e passati, inizio quella del giorno dopo: ricapitolo mentalmente le cose da fare, a volte numerose, a volte minime, fantastico sui miei desideri o progetti futuri, a volte carichi e rinvigorenti, altre volte spenti e deprimenti.

Il tempo che scorre incessantemente e passa alla velocità della luce è il nostro più fedele compagno, ma anche il nostro peggiore nemico. Il mio rapporto con lui qualche mese fa è stato abbastanza turbolento: la paura di aver perso tempo in anni di università che forse non mi porteranno laddove mi ero immaginata intraprendendo questo percorso; il rimorso di aver già rinunciato a piccoli grandi sogni, attività o impegni; il dovere di inventarmi in fretta cosa fare di qui a qualche mese… Mettiamoci dentro anche la banale preoccupazione per i primissimi capelli bianchi. E la sana invidia verso mia sorella quasi diciottenne, alla quale, sentendomi una vera nonna, ripeto con i miei migliori auguri che ha tutta la vita davanti.

Ho cercato di venirne fuori, da questo superficiale e stupido malessere che mi stavo ossessivamente creando da sola. L’ho fatto cercando di appropriarmi per davvero di quel maledetto tempo che ci caratterizza e condiziona tutti, ricordandomi di un’altra dimensione che appartiene all’uomo, alla pari del tempo. La nostra libertà! La libertà di muoverci nelle trame del tempo come ci pare e piace, la libertà di disporre di esso e di gestirlo nel modo in cui preferiamo. Preciso che con ciò non intendo la possibilità di svincolarci da una serie di obblighi alla quale siamo chiamati a rispondere per un dovere che potrei definire ‘morale’. Altrimenti, lungi dall’essere libera e volontaria gestione del proprio tempo, questa finirebbe per decadere nel caos egoistico dettato dal volere e dal piacere. Intendo piuttosto dire che, nella scelta riguardo il come poter disporre del tempo che ci appartiene, dovremmo darci tutti una lista di priorità e dovremmo provare a rispettarla quanto più ci è possibile.

Dovremmo imparare a dire ‘sì’ senza paure, ma anche imparare a proferire qualche ‘no’ secco andando oltre le convenzioni. Dovremmo impegnarci con dedizione e costanza in quanto crediamo, e riuscire a rinunciare ad impegni che lungi dall’arricchire la nostra persona finiscono invece per inaridirla. Dovremmo accogliere e passare più tempo con le persone che amiamo e stimiamo e svincolarci da quelle con cui non riusciamo più ad avere punti d’incontro.

Dovremmo e potremmo fare tante cose. Ma non tutto dipende da noi e dalla nostra libertà. I giorni si susseguono senza sosta, e un altro anno è ormai andato… La sola soluzione è allora ricordarci di vivere appieno ogni singolo momento della nostra vita, bello o brutto che sia. Dobbiamo ardere, per noi stessi, per il dono della vita, e per quanti ci stanno attorno. Circondiamoci di quanta più freschezza e positività riusciamo. Facciamoci avanti e consumiamo, inghiottiamo, svisceriamo il nostro presente!

«Circondatevi di uomini che siano come un giardino, o come musica sopra le acque, al momento della sera, quando il giorno già diventa ricordo».

Nietzsche

Federica Bonisiol

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Intervista a Dacia Maraini: l’arte come fondamento della vita

Nata da una famiglia di scrittori, Dacia Maraini è destinata a seguire la medesima strada. Circondata da libri, la sua voglia di leggere e scrivere è cresciuta naturalmente: una nonna inglese, gran viaggiatrice, scriveva di viaggi; un padre, autore di libri sull’Estremo Oriente, scriveva sempre in sua presenza. Un’infanzia travagliata, contrassegnata dalla guerra, dai campi di concentramento giapponesi, dove la povertà e la fame sono alla base del vissuto quotidiano. La famiglia, una volta tornata dal Giappone si stabilisce in Sicilia, dove Dacia conosce per la prima volta la Mafia, sulle quali esprimerà le proprie impressioni e ricordi nel libro Bagheria.

Le sue prime righe però appaiono sul giornalino della scuola Garibaldi di Palermo, dove con le due sorelle frequenta il liceo, prima di trasferirsi a Roma dal padre. Da quel momento la sua scrittura ha un  crescendo. Nella capitale, l’autrice percorre i suoi primi passi nel mondo della letteratura italiana, pubblicando il primo romanzo La vacanza dove affronta il tema della gioventù in fase adolescenziale. Negli anni successivi seguono numerosi altri romanzi, in cui vengono trattati differenti temi. È doveroso citare i più fortunati: La nave per Kobe, in cui viene rievocata la sua esperienza nei campi di concentramento giapponesi; il sopracitato Bagheria, dove per la prima volta Dacia decide, dopo anni di rinvii, di parlare della sua Sicilia; e La lunga vita di Marianna Ucrìa, romanzo che vinse il Premio Campiello e che tratta delle problematiche di una giovane nobildonna sordomuta nella Sicilia del primo Settecento.

Inizialmente collaboratrice di diverse riviste, quali Paragone, Nuovi Argomenti e il Mondo, decide di fondare assieme ad altri giovani la rivista letteraria Tempo di Letteratura. I suoi interessi però sono vari, così la vediamo occuparsi anche di teatro, fondando assieme ad altri scrittori il Teatro del Porcospino, e successivamente il Teatro della Maddalena, gestito e diretto solamente da donne, all’interno della quale scriverà la maggior parte dei testi teatrali rappresentati. Il suo interesse per il mondo femminile è talmente forte che decide di occuparsi di questo tema anche nei suoi libri, inizia così la sua lotta contro il femminicidio, contro le violenze e i soprusi verso le donne. Con maestria e affetto parla di grandi donne quali Chiara d’Assisi, Marianna Ucrìa ed anche di Mme Bovary, del suo rapporto d’amore-odio con il suo creatore, Gustave Flaubert.

Nella Roma della sua generazione, c’era la straordinaria possibilità di conoscere artisti di qualsiasi genere semplicemente bevendo un caffè al bar. Le arti in questi luoghi si scambiavano informazioni e si creava una sorta di commistione tra loro. In tutto questo reciproco scambio, cosa può dire di aver acquisito che abbia contribuito a modellare i suoi lavori?

Fino agli anni 70 c’è stato un sentimento della comunità degli artisti, i quali si incontravano, come ho più volte raccontato, nei caffè e nei ristoranti per conoscersi meglio, per solidarizzare, per parlare del più e del meno, senza nessuno scopo preciso che non fosse la gioia di sentirsi parte di un mondo povero ma pieno di idee e di progetti. A me ha insegnato che fra artisti è bene solidarizzare, non farsi la guerra e soprattutto non scivolare nella competitività che sembra regnare nei nostri giorni.

Al giorno d’oggi le persone vengono valutate dalla società a seconda di quanto possiedono e dalle conoscenze che hanno. Secondo lei, si può ancora credere nel diritto alla povertà come forma di liberazione interiore ma anche dai bisogni materiali, difeso da Chiara d’Assisi? E come potrebbe essere trasposto questo principio nella ‘modernità’?

La povertà è una parola ambigua, per molti significa miseria, per altri mancanza di benessere. Più che di povertà, parlerei di sobrietà, ovvero accontentarsi di quello che serve senza cercare il sovrappiù, senza pensare che la ricchezza dia felicità e serenità. Imitare Santa Chiara è impossibile. La sua era una povertà voluta fortemente, era un sacrificio severo, al limite dell’eroismo. Come ho detto, mi fermerei alla sobrietà e alla misura.

Il rapporto che aveva Flaubert con la sua Mme Bovary l’ha colpita talmente da portarla a scrivere un libro al riguardo. Egli insegue quel suo personaggio, tanto da identificarvisi e affermare «Mme Bovary c’est moi», ma ad un certo punto si accorge di essersi troppo immedesimato e ne prende le distanze con rabbia. Le è mai capitato di identificarsi in modo pericoloso ad uno dei suoi personaggi?

Sinceramente no. Mi sono spesso identificata con i miei personaggi, ma non me ne sono mai pentita. Il fatto è che Flaubert, con tutta la sua genialità, era prigioniero di una forma di misoginia che lo portava a disprezzare il personaggio che aveva troppo amato.

Quando creò il teatro delle donne, diede la possibilità a chi non aveva voce di farsi sentire. La parte creativa del Teatro della Maddalena venne appunto assegnata principalmente a donne. Da poche settimane si è conclusa la 73esima edizione del cinema di Venezia che ha ospitato tre registe italiane. Se pensa al presente, si può dire che le donne abbiano più spazio nel mondo teatrale e cinematografico, che non comprenda necessariamente la recitazione?

Di attrici ce ne sono sempre state. Quello che mancava quando abbiamo fondato la Maddalena era la presenza di drammaturghe e di registe. Allora esisteva solo Franca Valeri che scriveva per il teatro, ma non veniva presa sul serio, la consideravano una attrice comica e basta, mentre oggi le si riconosce anche un grande talento di autrice. Noi abbiamo fatto un teatro in cui si dava spazio alle donne perché si esprimessero in prima persona come registe e come drammaturghe. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Tante registe sono nate e cresciute nel mondo del cinema e del teatro. Non so quanto abbia contribuito il teatro della Maddalena alla moltiplicazione delle donne nel mondo dello spettacolo, ma certo qualcosa ha fatto in questo senso.

Suo padre, in Giappone, per dimostrare il suo valore si tagliò un dito e lo gettò in faccia agli aguzzini, riuscendo in tal modo ad avere una prigionia meno crudele per lei e la famiglia. Quale può essere considerato il suo gesto estremo? Quel momento in cui decise di prendere in mano la sua vita e di essere ciò che voleva, superando gli orrori della sua infanzia?

Mio padre conosceva molto bene la storia e la cultura giapponese tradizionale e questo gli ha permesso di agire entrando in profondità nella mentalità dei poliziotti guardiani del campo di concentramento. Il taglio del dito, chiamato yubikiri, appartiene alla tradizione samurai e crea nel nemico una obbligazione e inoltre è un atto di coraggio che impone al nemico un certo rispetto. Non a caso i poliziotti che non avevano mai risposto alla richiesta di più cibo per le bambine (tre figlie di sette, cinque e due anni), dopo lo yubikiri ci hanno portato una capretta che faceva due o trecento grammi di latte al giorno. Quel latte ci ha salvato la vita.

Lei è nata in una famiglia di scrittori, dunque prima di tutto lettori. In un’intervista affermò che ha imparato a scrivere proprio perché aveva letto molto: come mai le due cose sono così legate? Perché c’è questo rapporto indissolubile tra le due, che porta una persona a non poter scrivere se prima non è stato lettore?

In tutte le arti è così. Non basta il talento ma ci vuole conoscenza e preparazione. Pensi alla musica: nessuno penserebbe che, dotato di una buona voce ed essendo intonato, potrebbe andare a cantare l’Aida sul palcoscenico. Con la letteratura nasce l’equivoco di chi pensa: io parlo e quindi scrivo. Senza capire che come nelle altre arti, fra il parlare e lo scrivere c’è una grande differenza. Il talento è un fatto naturale, l’arte, come dice la parola stessa, è un artificio ed ha bisogno di conoscenza e preparazione.

Noi riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Nel suo mestiere ritiene che la filosofia possa avere un ruolo importante?

Nel senso che dice lei, ovvero la filosofia intesa come motore di “ogni riflessione e ricerca di senso”, certo che è importante per la scrittura.  Ma direi che è qualcosa di più della pura filosofia, addirittura un modo di pensare, di riflettere e di interpretare la realtà che comprende tutta la cultura di un popolo.

 

Coscienti del fatto che non si possa riassumere l’essenza di un’autrice di così grande talento e forza interiore in queste poche righe, si può solo arguire che nella vita, sono proprio le esperienze più dolorose a plasmarci e farci diventare le persone che siamo. Dacia Maraini dall’esperienza del campo di concentramento non si è lasciata affondare come una nave nella tempesta, bensì il suo carattere si è temprato e in un certo modo rafforzato. Forte di questo doloroso evento e con un bagaglio culturale letterario degno di nota, ha saputo ricavarsi uno spazio nel mondo come pochi sarebbero stati in grado. Parte importante nella scena artistico-culturale italiana degli anni ’30, ha portato avanti con fermezza, agendo in prima persona, le sue idee per poter migliorare la condizione della donna nel suo paese, esprimendosi attraverso la poesia, la saggistica, il teatro e la narrativa. Un’autrice che ha un rapporto speciale con i suoi personaggi, che passano nella sua vita, alle volte congedandosi, altre volte soffermandosi. Sono proprio i personaggi che le fanno compagnia «prendendo un the», come sostenuto da lei stessa in un’intervista passata, che sono degni di essere raccontati, che chiedono in prima persona che la loro storia venga scritta. Grazie alle sue riflessioni possiamo concludere con l’idea che sia fondamentale la lettura alla base della scrittura, poiché chi legge diventa a sua volta scrittore, identificandosi nella storia e personalizzandola con il proprio vissuto. Ma soprattutto che la scrittura sia importante poiché, dato che il pensiero di per sé si dissolve, è importante poterlo fissare, poterlo divulgare.

Laura Cogo

Laura Cogo. Classe 1991, di origine padovana, dopo aver studiato lingue al liceo prosegue gli studi linguistici conseguendo la laurea triennale in Lingue, Letterature e Culture Moderne in terra natia. Segue poi il suo cuore iscrivendosi alla magistrale in Editoria e Giornalismo a Verona, concentrandosi sul curriculum editoriale, sperando di trovare il suo posto in mezzo ai libri. Cassiera e grafica a tempo perso, è inguaribilmente ossessionata dalla cucina, dai libri, dai cervi e da un bel bicchiere di vino.

[La fotografia-ritratto dell’autrice è realizzata da Giuseppe Moretti]

Nota: Questa intervista ci è stata rilasciata dall’autore in occasione di Pordenonelegge.

Lettera alla sig.na Regine Olsen: anche i filosofi hanno un’anima

[Poche volte, nella vita, capitano fortune come questa. Questa lettera, da me trovata (chiusa in un cassetto di uno scrittoio, comprato per puro diletto in Nørregade, in quel di København) e tradotta dall’originale danese, è la minuta della famosa, e tragica, “Lettera del 1849” a Regine, da Kierkegaard spedita, ma alla quale non ricevette mai risposta.]

Allo stimatissimo signor X:
la lettera acclusa è mia per la Vs. compagna di vita.
Decidete Voi se consegnargliela o meno.
Io non cerco, in modo alcuno, di potarVela via: intendo solo narrarle ciò che fummo, perché lei si senta libera di ricordare il bene, e il male, di quello che fu la nostra storia.
Ho l’onore di professarmi Vostro devotissimo
S.A.K.

 
Mia Regine,

il cuore, è come una casa subacquea ove vi sono molte stanze: giù nel fondo, poi, vi sono camere piccole, ma accoglienti, dove si può stare tranquillamente seduti, mentre fuori il mare tempestoso; in alcune di esse possiamo udire in lontananza il rumore del mondo (non angosciosamente assordante, ma sempre più fievole e quieto… sai perché? Perché gli abitanti di queste stanze sono coloro che s’amano).
Ma da lungo tempo oramai, cara amica, non abiti più queste segrete magioni: io e te siamo separati, lontani nello spazio infinito del tempo, nella piccola circoscrizione dello spazio: non è poi così immensa Copenaghen!

Ti scrivo ora, perché finalmente voglio che ti sia chiaro perché la nostra storia è finita.
Da quando ti conobbi, ho sempre cercato di vivere artisticamente: volli farmi simile a te, cercando di ritrovare una sensibilità prontissima a cogliere ogni cosa fosse interessante nella tua vita: avevi il dono, cara amica, di saper presentare come arte (non la chiamerò poesia, perché tu con le parole non eri brava come con i suoni e con le immagini: eri erotica in ogni tuo gesto, come solo una ragazza della tua età può essere) qualsiasi cosa tu vivessi: era questo che mi aveva fatto innamorare di te, era questo che mi allontanava terribilmente da te.
La tua arte, amica mia era il ‘di più’ che solo tu potevi donarmi, perché tutta la tua esistenza (bisogna dirlo!) era impostata sul godimento artistico: e un po’ di quel piacere eri riuscita a passarlo a me… il punto è che io non potevo vivere così in eterno, perché io non sono così, e pur di piacere a te, violentavo me stesso. Dolce tortura, ma pur sempre tortura!
Da quando ti ho conosciuta, ho cercato per settimane, ovunque, la tua figura: sapevo che, attorno a te, girava un uomo di grande valore, e io di lui avevo paura perché egli ti era vicino, come uno spettro in una città morta: cosa avesse lui più di me, l’arguzia, l’aspetto… io non l’ho mai capito. Eppure, piccola Regine, ho avuto la fortuna di conquistarti, perché l’amore che io potevo offrirti (e lo sai) era perfetto e totale; il suo, era solo desiderio (anche tu lo desideravi? Immagino di sì, perché è difficile convivere col desiderio!) mentre la mia, era devozione.

Forse tu non eri pronta a cotanto sentimento? La storia parlerà per noi.

Regine… non ti chiamo ‘mia’ perché non lo sei mai stata (e io ho pagato duramente la felicità che l’idea di possederti mi dava un tempo)… e tuttavia, come posso non dire ‘mia’, dato che tu fosti per me ‘mia’ seduttrice, ‘mia’ assassina, origine della ‘mia’ sventura, ‘mia’ tomba… già. Ti chiamo ‘mia’, e parlando di me, mi chiamo ‘tuo’; tuo tormento vorrei essere, ricordarti con la mia oscura presenza, quello che fummo assieme come in un eterno incubo di morte… ma perché perseguitarti, quando – se mai in vita fui felice, fu quando tu m’ingannavi?
Ma davvero poi il tuo corpo poteva così manifestamente mentire? E la tua mente, il luccichio dei tuoi occhi, erano davvero falsi come io ora credo?

Regine mia, non c’è proprio nessuna speranza, davvero nessuna? Il tuo amore non si ridesterà mai più? Io lo so che, nonostante tutto e tutti, tu mi hai amato, benché non sappia dire donde mi venga questa certezza.
Sono pronto ad aspettare a lungo; aspetterò, aspetterò fino a che non sarai sazia degli altri uomini, e quando il tuo amore per me risorgerà dalla tomba: allora, e solo allora, riuscirò ad amarti come sempre, e ti renderò grazie come un tempo, Regine, quando, poggiato al tuo seno, ascoltavo il dolce e regolare moto del tuo respiro, e ti ringraziavo per esser con me.
Non potrai essere così crudele e spietata verso di me in eterno, mia Regine: giungerà il giorno del tuo perdono o del tuo ravvedimento… non ricordo neppure chi dei due distrusse la nostra storia.
No Regine, chi abbia lasciato chi ora non conta.

Sei stata crudele con me, al pari di come io lo fu con te, è vero.
In realtà, tu non lo sai, io ho taciuto il mio dolore e le poche cattiverie dette su di te non hanno che la consistenza dell’aria: solo Dio sa cosa ho sofferto (e voglia il Signore che nemmeno ora io te le racconti)! Mia Regine io ti devo molto… e ora che non sei più mia, ti offro una seconda volta ciò che posso e oso e conviene che ti offra: me stesso.
Sì, ti dono questo cuore che già in passato fu tuo, e lo faccio per iscritto, per non stupirti e non sconvolgerti. Forse la mia personalità ha fatto su di te un’impressione troppo forte, in passato: ciò non deve accadere una seconda volta, e se tu dovessi accettare la mia mano tesa, dovrebbe essere per vero amore, non per impressione.
Mia Regine, prima di dirmi di no!, ti prego, rifletti seriamente (per amore di Dio nei cieli) se puoi, o meno, parlarne con me con serenità, e in tal caso se preferisci farlo per lettera o direttamente a voce. Se invece tu, dopo accurata riflessione, decidessi comunque di non darmi più alcuna risposta, se la tua risposta al mio amore fosse ‘no’, ricorda almeno – per amor del cielo – che per te, e solo per te, ho fatto, e rifarei mill’altre volte, questo passo.

In ogni caso resto,
quale sono stato dall’inizio fino a questo momento,
sinceramente il tuo devotissimo
S.A.K.

David Casagrande

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Dal cielo stellato alla filosofia

Concludendo la Critica della ragion pratica Kant scriveva: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me1. E a proposito della prima precisava: «La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata»2.

Queste righe sono indiscutibilmente fra le più celebri e suggestive del filosofo di Konigsberg. Esse non sono tuttavia un unicum all’interno della galleria filosofica e letteraria. Se infatti, come afferma Aristotele «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia»3, questo significa che a destare stupore e smarrimento negli uomini, dalla notte dei tempi, ha contribuito certamente l’immensità della volta celeste.

Ecco che, proprio contemplando il cielo e lasciandosi stupire (talvolta intimorire?) dalla sua incomparabile bellezza, gli uomini hanno cominciato a riflettere su se stessi, sulla propria condizione mortale, sulla propria origine, sul proprio destino. Hanno cominciato a filosofare.

È dunque possibile affermare che, sin dalle sue origini, la filosofia mantiene una fedele partnership con il cielo stellato. Di più. La filosofia smarrisce il suo originario movente qualora perde il contatto visivo ed emotivo con la volta celeste.

Proprio in queste notti agostane, contemplando il cielo in attesa di alcune stelle cadenti, scorgo fra le costellazioni i versi di poeti e filosofi che riescono ad evocare stupore, paura, meraviglia e spaesamento di fronte all’immensità del creato, alla sua forza e alla sua fragilità, che convivono e si completano in una profonda armonia, che chiamiamo bellezza.

Osservo Vega, la contemplo. Ai miei occhi è immobile, si fa via via più luminosa. D’improvviso però alcune nuvole la imprigionano, oscurandola senza spiegazioni, ma altrettanto senza spiegazioni la liberano. Vega è certamente consapevole che la sua è un’emancipazione temporanea. Per questo ora esprime la sua libertà sfavillando più di prima. Passano pochi istanti, infatti, e un altro ammasso nebuloso la cela completamente. Questa volta la reclusione sarà più lunga. Provo stupore e tristezza. Mi si gonfiano gli occhi e mi si stringe lo stomaco. È proprio in questo istante che mi sovvengono i versi di Pessoa:

Ho pena delle stelle
Che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle 4.

Decido di voltarmi alla ricerca di porti più stabili e sereni. Rivolgo il mio sguardo leggermente più in basso e ai miei occhi appare, con tutta la sua fragile e maestosa eleganza, la costellazione del Cigno. È molto grande e ben visibile. Nessun carceriere all’orizzonte. Per questo il Cigno può volare libero nell’aere, con la magnificenza della sua apertura alare. Lo contemplo a lungo ed egli sembra dirigersi verso di me. Provo un senso di pace e gioia, il mio respiro si fa via via più regolare. Le mie quotidiane preoccupazioni si ridimensionano e assumono tinte meno angoscianti. Ora sì. Ora colgo con profonda chiarezza il significato delle parole che Pavel Florenskij, scrisse ai figli nel suo testamento spirituale.

«È da tanto che voglio scrivere: osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete» 5.

Con l’animo rasserenato dall’incomparabile delicatezza estetica del volo del Cigno, scelgo di cambiare nuovamente orizzonte e dirigo i miei occhi verso est. Eccola, sua maestà Cassiopea. Mi piace chiamarla la costellazione regina, per la sua forma che ricorda la corona di un’antica regnante. È luminosissima, come i brillanti incastonati nelle corone. Cassiopea è una sovrana insolita rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nel corso della storia. Essa ha una presenza imponente, ma discreta. E’ luminosa senza essere accecante, perché sa stare al proprio posto, lasciando così ad ogni altra stella e costellazione la possibilità d’essere e brillare senza sentirsi inferiore. Osservando questa regina senza sudditi e piena di amici, comprendo l’essenza della parola “cosmo”, che in greco significa ordine, armonia, parità, rispetto. Già nel VI sec. a. C. Pitagora sosteneva che l’armonia interiore e quella relazionale degli uomini deve rispettare e imitare il supremo equilibrio del cosmo. Tuttavia, se ripongo lo sguardo e il pensiero sulla terra e i suoi abitanti, fatico a scorgere un tale equilibrio. Piuttosto che la parola cosmo, di cui parlavano i primi filosofi, mi sembra di vedere il caos, la voragine, l’abisso di cui parlava Esiodo nella Teogonia.

La profonda contraddizione che intercorre fra l’armonia del cielo e il tragico disordine degli uomini in terra, è protagonista di una delle aperture più intense e struggenti della storia della letteratura. L’inizio delle Notti bianche di Dostoevskij:

«Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che possono esistere solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso, che a guardarlo veniva da chiedersi: è mai possibile che vi sia sotto questo cielo gente collerica e capricciosa? Anche questa domanda è da giovani, caro lettore, proprio da giovani, ma che Dio la faccia sorgere più spesso nell’anima tua!»6.

Lasciamo che l’incanto fecondi il nostro animo e attivi le nostre menti. Come Dante uscendo, finalmente, dall’Inferno, spalanchiamo una finestra sul cielo e con lui esclamiamo: «tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta l’ ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a rimirar le stelle»7.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. I. Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1994, p. 197.
2. Ivi, p. 198.
3. Aristotele, Metafisica, tr. it. di G. Reale, Bompiani, Milano, 201412, p. 11.
4. F. Pessoa, Poesie di Fernando Pessoa, a cura di A. Tabucchi e M. J. De Lancastre, Adelphi, Milano 2013, p. 157.
5. P. Florenskij, Non dimenticatemi, tr, it di G. Guaita e L. Charitonov, Mondadori, Milano, 20113.
6. F. Dostoevskij, Notti bianche, tr. it di G. Gigante, Einaudi, Torino, 20142, p. 3.
7. D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di A. Marchi, Paravia, Milano, 2005, p. 328.

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I ritagli del tempo che passa

E’ passato solo un anno e qualche giorno da che è morta la mia gatta, Eva. Eva perché era nera, sinuosa e furba come la compagna di Diabolik; in effetti a modo suo anche lei ne ha combinate di belle, però poi abbiamo scoperto che era anche capace di immensa dolcezza: per esempio, ti bastava dire “Eva!” e guardarla negli occhioni verdi che lei cominciava a fusare.

Sono circa 370 giorni dalla sua morte così inaspettata e già certi ricordi di lei cominciano a sfumare. Ha vissuto con noi per nove cortissimi mesi e ormai ho il terrore costante che, col passare degli anni e delle decadi, finirò col dimenticarmi di aver vissuto del tempo con lei. Per lei sono stata un’amica per tutta la vita, mentre lei rischia di diventare, un giorno, solo una minuscola sbiadita parentesi della mia. Ne ho il terrore perché mi sembra, in un certo senso, un insulto alla sua memoria: abbiamo passato lunghissime giornate a casa da sole, io lei e l’altra gatta, ho vissuto tanti piccoli momenti, esasperanti, dolci e divertenti, che non avrei mai voluto dimenticare – quei momenti che mentre li vivi dici “Non potrei mai dimenticarmi di questo istante” – e invece, alla fine, se ne vanno quasi tutti.

«La vita fugge e non s’arresta un’ora»¹. Da quando ho analizzato questo componimento di Petrarca al liceo non sono più stata capace di cancellare quell’idea, l’idea che la vita stia fuggendo e che ciascuno di noi la stia faticosamente inseguendo, minuto dopo minuto, anno dopo anno. I ricordi sono solo la moneta di scambio dell’implacabile tempo che passa. Non si può nemmeno dire che sia uno scambio equo, dato che questi ricordi (molti di essi, la maggior parte) hanno una scadenza: si depositano silenziosi in anfratti dove non li puoi raggiungere, finché non accade qualcosa, inaspettatamente, casualmente, che diventa come l’odore dei limoni per Montale, apre un’altra dimensione, spalanca certe conche negli abissi della memoria e il ricordo affiora, torna alla mente, «qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza»², un momento di ricchezza che è svanito. Una malinconia (non tristezza, malinconia) che resta. Sono tuttavia occasioni troppo rare perché io possa darmi pace, troppe sono le cose che voglio ricordare.

Per fortuna, un po’ come per i limoni, i ricordi sembrano depositarsi dentro a degli oggetti: quasi fossero frammenti della nostra anima che richiudiamo nelle cose più svariate, concrete o astratte che siano, affinché li custodiscano per noi. Per esempio, per me c’è anche il caffè al ginseng: l’ho sperimentato il primo giorno in cui ho vissuto a Milano perché la mia coinquilina ne aveva sviluppato una sorta di dipendenza, e da allora un po’ anche io; adesso che non viviamo più assieme lo bevo molto meno, ma quando lo faccio penso a lei e al “ging” del dopopranzo o del “ok è tardi abbiamo sonno e dobbiamo ancora finire di lavorare al progetto ma ce la faremo”. Allo stesso modo, L’ombelico del mondo di Jovanotti adesso mi fa ridere mentre penso ai balletti scemi che facevo (con imbarazzo e divertimento) insieme agli altri volontari all’Expo, oppure c’è quel profumo di Lancome che credo assocerò sempre a mia madre, e la “furia buia” del film Dragon trainer alla mia piccola Eva pelosa. Ciascuno di noi ne ha un buon numero, se ci pensiamo bene. Certo, sarà sempre il nostro cervello che metterà in moto il processo di rimembranza, ma a pensarci è un po’ come avere dei nostri ricordi che camminano nel mondo: a volte li incontriamo e tac!, un pensiero risorge, ci fa stare bene e ci fa stare male. Purtroppo resta sempre da decidere se anche quelli abbiano una scadenza, se, cioè, l’oggetto in cui depositiamo il ricordo ad un certo punto non decida di espellerlo, disperdendolo definitivamente.

Del resto, con quale criterio il cervello dovrebbe scegliere i ricordi da eliminare e quelli da mantenere? Non è affatto detto che scelga in base alla loro importanza, altrimenti non dovrei cantare ancora a memoria Barbie girl degli Aqua. Pensiamo anche soltanto a tutto quello che abbiamo imparato del mondo quando eravamo piccoli! Ho da poco conosciuto la figlia di mia cugina, che ha solo cinque mesi ma sta seduta e ha due occhioni azzurri spalancati sul mondo; perché ad osservarla mi rendevo conto con profonda sorpresa che non si tratta solo di imparare a camminare e a parlare, si tratta di tutto quanto, di imparare a mettere in sintonia il nostro corpo con il mondo, cioè con i suoi suoni odori gusti volti superfici rumori colori… Tutte cose che oggi diamo per scontate (spesso niente ci sembra essere abbastanza interessante), e questo proprio perché non ci ricordiamo la magia dello scoprire il mondo pazzesco in cui siamo. Non ricordare il passato a volte ci tradisce nel modo in cui viviamo il nostro presente.

Dicono che in genere usiamo solo una piccola parte del nostro cervello. Questo potrebbe voler dire che i ricordi in realtà dentro ci sono tutti senza che noi ce ne accorgiamo. Magari sono come nodi nel lanoso gomitolo del tempo di Bergson: sono lì tutti in fila, ma è difficile per noi sgranare il rosario ed arrivare al punto giusto, lì dove si trova il ricordo che stiamo inseguendo. E’ dura anche perché il gomitolo, anche se non sembra a vederlo così appallottolato, è molto lungo – di fatto hai una vita che ti passa davanti al contrario – e all’improvviso pensi che ti sembra l’anno scorso che hai fatto la tal cosa e invece sono passati anni. E pure troppi. Allora te ne rendi proprio conto: la vita scappa a gambe levate, e non sta lì ad aspettarti. A volte addirittura ti punisce per la tua pigrizia e non ti lascia dietro nessuna traccia del suo passaggio – o, almeno, non in superficie.

«Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità».³

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. Francesco Petrarca, Componimento CCLXXII, in “Canzoniere”;
2. Eugenio Montale, I limoni, in “Ossi di seppia”;
3. Ibidem.

Morgan, Non al denaro non all’amore né al cielo. (Rame)

Con la parola annichilazione la fisica indica ciò che accade quando una particella subatomica incontra la sua antiparticella – cioè una particella elementare che, rispetto ad un’altra, ha la stessa massa ma si caratterizza per numeri quantici opposti-: una totale conversione delle due masse coinvolte in energia. L’energia liberata dà vita ad altre particelle e antiparticelle affinché la somma della loro energia e quantità di moto sia esattamente uguale all’energia e alla quantità di moto delle particelle originarie.

In un’intervista a Fernanda Pivano, Fabrizio De Andrè disse che da giovane, letta l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, l’amò perché parlava di vizi e virtù.
Nel 1971 fu pubblicato l’album Non al denaro, non all’amore né al cielo, per il quale De Andrè si ispirò ai versi di Edgar Lee Masters (nel frattempo tradotti in italia da Fernanda Pivano).

È un disco che sa raccontare i vizi e le virtù di chi è morto per amore, per errore, per fame; di chi ha vomitato la vita nel cesso di un manicomio o l’ha smarrita a suon di percosse; di chi ha baciato via anche l’ultimo respiro, dopo una vita di affanni; e ora, dorme in collina.

La morte ha incontrato la poesia: la memoria si è cristallizzata. È intervenuta la musica e la stasi s’è fatta dinamica. Particella e antiparticella si sono incontrate.

Il risultato dell’annichilazione?

Nel 2005 Morgan pubblica un cover album, una reinterpretazione -filologicamente attenta e artisticamente innovativa- del lavoro di De Andrè: Non al denaro non all’amore né al cielo.

Si rallentano i tempi, si riarrangia la memoria le cui trame si fanno più fitte. La morte si riempie d’aria e di luce. Dormire in collina non è più morire: ma vivere ancora, perder la testa, perdere il fiato e la quiete e l’onore, viver ancora d’amore.

Di questo album non posso raccontarvi altro: ché sarebbe raccontarvi troppo di me. E so bene che ciascuno di noi, col primo disco narrato, ha implicitamente accettato il rischio di esporvi la propria intimità. Ma la fine che fanno i matti, i buoni, i suonatori – che talvolta sono lo stesso- ce l’hanno insegnato.

Vi bastino, lettori-ascoltatori-girovaghi, le poche coordinate che v’ho dato. Cercatevi da soli la vostra antimateria.

 Emanuele Lepore

Difendere il pensiero umanistico: per una grammatica dell’immaginazione

Viviamo in tempi in cui trionfa il pensiero scientifico, cioè il dominio razionale, conscio, ordinato, del pensiero dell’azione. Meglio ancora se il pensiero razionale porta a risultati concreti, bisogna che il sapere sia utile. Basta con il sapere per il sapere, concretezza e immediatezza sono le parole d’ordine; perfino i filosofi per sopravvivere sono diventati consulenti di vita pratica, e quindi anche la Filosofia si piega a offrire consigli per affrontare la quotidianità. Nelle scuole vengono raccomandati corsi che “preparino alla vita” e anche se Einstein diceva “L’immaginazione è molto più importante della conoscenza” nella selezione delle discipline si continua a preferire la conoscenza utile, spendibile nel mondo del lavoro, concreta, naturalmente relegando in secondo piano Letteratura e Arte. Importanti case editrici chiudono collane dedicate alla Poesia,non perché non ci sono più poeti, ma perché nessuno le compra.

Letteratura, Poesia, Arte si stanno estinguendo e con esse una facoltà fondamentale per gli esseri umani: l’immaginazione. Gli insegnanti non dovrebbero limitarsi a insegnare nozioni prefabbricate, oppure i tanto conclamati “metodi” di ricerca, il loro è un compito molto più importante, creativo, cioè devono educare, ovvero “portar fuori” l’allievo, indirizzarlo verso la libertà di pensare e creare, aiutarlo a capire che il futuro è una potenzialità anche per lui a prescindere da ceto sociale e difficoltà della vita, un futuro che ciascuno può immaginare e costruire. Non è detto che i frutti dell’immaginazione debbano essere solo Arte e Poesia: anche le iniziative produttive più nuove sono nate da essa, cioè il saper pensare il futuro che si forgia sulla base della capacità di generare idee originali. Ma coltivare l’immaginazione significa avere del tempo libero davanti, provare desideri per un tempo lungo, desideri importanti, per realizzare i quali è necessario sforzo, riflessione e voglia di mettersi in gioco. Una società in cui ogni desiderio è creato artificialmente, e subito realizzato attraverso l’acquisto, non valorizza l’immaginazione. Una società in cui invece di leggere, ascoltare musica, andare al cinema prevale l’abitudine a dedicare la maggior parte del tempo a giocare sul tablet, a controllare i social e a fare giochetti elettronici non favorisce l’immaginazione.

Solo ciò che si immagina comincia a essere vero, anticipa la realtà, la rende possibile. Si può pensare al futuro solo se abbiamo speranza, fiducia in qualcuno, solo se ci è stata fatta una promessa. I giovani per pensare in modo creativo al futuro hanno bisogno di una promessa da parte degli adulti, i quali promettendo, promettono se stessi, il proprio appoggio, la propria solidarietà, rinnovando così il tradizionale patto tra generazioni che oggi sembra vivere senza un prima, e quindi senza un poi, in un eterno presente. Certo abbiamo conquistato una libertà assoluta da ogni senso di appartenenza, intesa come far parte di una comunità, una famiglia, uno Stato, ma questa tanto ambita libertà ci rende molto fragili, incapaci di immaginare un futuro, soprattutto dal momento che non sappiamo più vivere con calma e felicità il nostro lato contemplativo e riflessivo, l’unica condizione che ci permette di conoscere e ampliare la nostra interiorità, matrice di ogni capacità di immaginazione. Solo approfondendo la nostra vita interiore possiamo orientarci nella vita, scoprire il nostro personale cammino e credere nel futuro, cioè immaginare cosa saremo. E’ nell’immaginazione che ogni cambiamento acquista diritto e possibilità di esistenza. Oggi sembra che a questo vuoto di immaginazione umana, a questa crisi di futuro, si possa rispondere solo in modo utopico e standardizzato riproponendo la canzone Imagine, che viene suonata nelle occasioni in cui si vorrebbe far rivivere la speranza, ma non basta. Per far sperare ci vuole molto di più, ci vuole un addestramento umano, una grammatica dell’immaginazione umana che stiamo perdendo.

Matteo Montagner

Perché i poeti?

Il linguaggio è il linguaggio[1]. Da questa apparente tautologia inizia la Erörterung di Martin Heidegger sull’essenza del linguaggio. Ciò che la logica classica definirebbe tautologico, spalanca invece un orizzonte di significati, o meglio: «ci lascia sospesi sopra un abisso [Abgrund]»[2]. E perché questo? Quale fondamento [Grund] viene a mancare affermando: il linguaggio è il linguaggio? La cosa è evidente: da Aristotele in avanti, la filosofia ha pensato l’uomo come “zoon logon echon”, ovvero “animale dotato di pensiero- linguaggio”. In termini aristotelici il linguaggio è quindi differenza specifica dell’uomo, la sua caratteristica più propria e distintiva. Il linguaggio è dunque dell’uomo, è ciò che lo fa essere tale, che gli permette di esprimere la propria interiorità e di comunicare. È uno strumento dell’uomo. Tuttavia, non è la foné lo strumento che ci permette di comunicare ed esprimere la nostra interiorità? Non comunicano infatti, e non si esprimono, anche gli animali, i quali hanno foné ma non hanno logos? L’affermazione “il linguaggio è il linguaggio” sottrae all’uomo al contempo strumento e differenza specifica, ma soprattutto sottrae al linguaggio il suo fondamento sull’uomo. Questa duplice sottrazione apre l’abisso «la cui altitudine apre una profondità. L’una e l’altra costituiscono lo spazio e la sostanza di un luogo [Ort] nel quale vorremmo farci di casa per trovare una dimora [Heimat] per l’essenza dell’uomo»[3]. Le stesse parole ricorrono nelle prime pagine della Lettera sull’umanismo, di poco precedente agli scritti sul linguaggio:

Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora [Heimat] abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa. [4]

Il linguaggio non è dell’uomo, bensì dell’essere. L’Essere è Parola (la sostanza del sein [essere] è il sagen [discorso]), e ogni parola umana, in quanto parola, è resa possibile da quella Parola. Così l’Essere di Heidegger non crea il mondo, e tuttavia gli conferisce senso: il Mondo è luogo della Lichtung [Radura], in cui il filtrare della Luce dà senso.[5] L’uomo abita questa casa. Alcuni uomini possono custodirla. Alcuni: i pensatori ed i poeti.

Il pensiero porta a compimento il riferimento [Bezug] dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essere soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa. Il loro vegliare è portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e in esso la custodiscono.[6]

Il pensiero accoglie la Parola e tenta di ridirla: il parlare dell’uomo è un cor-rispondere al Linguaggio. Pensatore e Poeta si risolvono nel pensiero poetante. Così Heidegger risponde alla domanda “Perché i poeti?”:

Il dire del cantore dice l’intero intatto dell’esistenza del mondo, che invisibilmente si distende nella spaziosità dello spazio interiore del cuore. Il canto non è la ricerca di ciò che deve esser detto. Il canto è l’appartenenza al tutto del puro Bezug.[7]

E poche righe prima, citando Herder:

Dal moto di un soffio dipende tutto ciò che sulla terra gli uomini hanno pensato, voluto e fatto, e ciò che faranno di umano; tutti noi ci aggireremmo ancora nelle foreste se questo soffio divino non ci avesse avvolti nel suo calore, e non pendesse dalle nostre labbra come un suono magico.8

In sostanza, il dire poetico, il pensiero poetante, è ciò che meglio coglie la Parola dell’Essere, e cor-rispondendole ci parla. Questo dire [Sagen] come cor-rispondenza all’Essere [Sein] è l’essenza del Linguaggio [Sprache]. In verità è doveroso notare che il termine Sprache si traduce sia “linguaggio” sia “lingua”. La lingua è il linguaggio della terra natia: Heimat. In tal senso, la Parola dell’Essere, come essenzialità del linguaggio, è vicina alla nostra lingua, e la casa che l’uomo abita è proprio questa coincidenza di Sprache – Sein – Heimat.

Nei pressi di questa casa si aprono le radure, ovvero i luoghi illuminati dalla parola e che, sottratti dal buio del bosco, appaiono come significanti. Il romanzo, la poesia, il racconto: essi ci aprono i panorami di significato più suggestivi. Per osservarli è sufficiente seguire le tracce che escono dal bosco dell’insignificanza e mettersi in ascolto della loro parola.

Alessandro Storchi

 

Note

1 Cfr. Martin Heidegger, Il linguaggio, in In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia, 2013

2 ivi, p. 29

3 ibidem

4 Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo, Milano, Adelphi, 2013, p. 31

5 Cfr. Alberto Caracciolo, Presentazione in In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia, 2013, pp. 12-13

6 Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo, Milano, Adelphi, 2013, p. 31

7 Martin Heidegger, Perché i poeti? in Sentieri interrotti, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 294

8 ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Le parole di un altro

<p>Le parole di un altro La Chiave di Sophia</p>

Le parole degli altri convogliano a formare il nostro Me; giudizi, pareri che ci riguardano ci formano e ci aiutano a capire chi siamo e cosa trasmettiamo al nostro prossimo: che si sommano alle iperboli dell’Io. Ognuno di noi non è il solo prodotto dei propri pensieri, del proprio agire sociale bensì per buona parte siamo formati da tutto ciò che proviene dall’esterno: dalla famiglia, dagli amici, dalle nostre avventure, dalla società. Vi siete mai chiesti come mai quando ci troviamo in gruppo – e di gruppo in gruppo, cambiamo ripetutamente modus di espressione – pensiamo, parliamo, agiamo in modo differente rispetto a quando siamo soli e/o in una stretta e fidata compagnia?

Le parole di un altro

Le mie parole sono sempre quelle di un altro,
sono tutte quelle che stanno sull’uscio,
in attesa di entrare.

Disegnano l’orlo del mio Io
e lo spacco che da in profondità.

Note stonate sul pentagramma
concertate nel modo giusto.

Le parole di un altro sono timide,
sussurrate di nascosto dalla mente.

Le parole di un altro
sono quelle che non calzano perfettamente:
di larga manica e strette alla vita.
Sono risposte mai date,
speranze e sentimenti di nuovi cantautori.
Sono da prendere così
da rubare per l’autunno,
da amare e da bere in compagnia.

Parole dadà, parole in toto.

Parole su parole che non sono sempre e solo parole,
ma son le stesse anche dall’altra parte del mondo.

Le parole di un altro sono rapine e furti di luce
ed anche tu che nascondi l’anima, ami prendere dal sole.

Le parole di un altro sono anche amore.

Tutte le parole senza voce,
solo quelle,
diventano amore dentro ogni sguardo.
Ma te voli via e già la sorte segue la tua scia.

Salvatore Musumarra