Una parola per voi: passato. Gennaio 2019

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.»

da Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.

Gennaio, primo mese dell’anno, simboleggia sempre un nuovo inizio. Tuttavia, ogni nuovo inizio porta inevitabilmente con sé un bilancio, ossia uno sguardo a ciò che c’è stato prima, un volgersi indietro, verso il passato.

“Passato” è la parola per voi scelta per questo gennaio 2019, tratta dalla frase che chiude il romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925. A parlare è Nick Carraway, narratore e amico di Jay Gatsby, il facoltoso innamorato che fa di tutto per riavere la sua Daisy. La battuta conclusiva di quest’opera letteraria evoca la speranza e la naturale spinta in avanti, verso l’avvenire, che caratterizza l’essere umano. Al contempo però, mette in luce anche una sua caratteristica del tutto opposta: l’uomo tende a tornare indietro, facendosi trasportare da una corrente contraria. “Risospinti senza posa nel passato”, scriveva Fitzgerald: non possiamo impedirci di ripensare a chi siamo stati, a quello che abbiamo fatto. I ricordi non ci abbandonano mai – sia che siano lieti, sia che siano infausti. Cosa saremmo, in fondo, senza il nostro passato? E come potremmo costruire il nostro futuro o alimentare i nostri progetti, senza la memoria di ciò che siamo stati?

Ecco per voi una selezioni di libri, film, canzoni e opere d’arte che riflettono sull’importanza del volgere lo sguardo al passato – specie prima di compiere un salto in avanti.

 

UN LIBRO

la-chiave-di-sophia-il-cimitero-di-pianoforti-peixotoIl cimitero dei pianoforti  – José Luis Peixoto

“Saudade”, direbbero i portoghesi. Un padre muore. Può così ripercorrere la sua vita, fatta, come tutte le esistenze, di gioie e dolori, rischiarata dalla passione e dall’amore, funestata dall’alcol. Un figlio, Francisco Lázaro, maratoneta portoghese, fa lo stesso. Mentre corre la maratona alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, ricordi e pensieri sul presente si intrecciano in un flusso di coscienza che si arresterà al trentesimo chilometro. Due persone si raccontano. Entrambe morte. Entrambe fortemente legate ai vivi.

 

UN LIBRO JUNIOR

caccia-alla-tigre-dai-denti-a-sciabola-chiave-di-sophiaCaccia alla tigre dai denti a sciabola – Pieter Van Oudheusden, Benjamin Leroy 

“Vieni, andiamo indietro nel tempo. Andiamo fino a un tempo di molto tempo fa e ancora prima”. Inizia così questo bellissimo album illustrato che, come avrete capito, vi porterà al tempo degli uomini preistorici. Se voi foste uno di loro vorreste di sicuro andare a caccia della temuta tigre dai denti a sciabola come vorrebbe fare Olun, il piccolo protagonista del racconto. Riuscirà a trovarla? Divertitevi a scoprire tutti i particolari delle illustrazioni di questa storia, adatta ai bambini dai 4 ai 6 anni all’incirca.

 

UN FILM

la-chiave-di-sophia-lettere-di-uno-sconosciutoLettere di uno sconosciuto  Zhang Yimou

Ci vuole tempo, per un paese, per guarire dalla propria storia, e la Cina di oggi ancora tenta di venire a patti con gli effetti a lungo termine del maoismo e della Rivoluzione Culturale. Zhang Yimou racconta queste ferite attraverso la storia di Feng Wanyu, che lo stesso giorno, ogni mese, va alla stazione attendendo il ritorno del marito, un intellettuale che il regime ha arrestato e deportato anni prima. Al ritorno dell’uomo, però, Feng, ormai malata, non è in grado di riconoscerlo. Starà al marito, Lu, calarsi da estraneo nel mondo della moglie, prigioniera del proprio passato, e rivivere con lei anni di umiliazioni, tradimenti e solitudine, ma anche di speranza e di tenacissimo amore.

 

UNA CANZONE

la-chiave-di-sophia-incontro-radici-gucciniIncontro – Francesco Guccini

Appartenente all’album Radici (1972), Incontro narra di un rendez-vous tra Guccini e una sua amica, professoressa di ginnastica, trasferitasi prima in America poi a Berlino, la quale fece ritorno in Italia dopo il suicidio del suo compagno durante le festività natalizie. Con una scrittura cinematografica, per immagini veloci (E correndo mi incontrò lungo le scale; il sole che calava già rosseggiava la città; auto ferme ci guardavano in silenzio; carte e vento volan via nella stazione..), Incontro è un’occasione di bilancio, tra rievocazioni nostalgiche e constatazione dei cambiamenti avvenuti (quasi nulla mi sembrò cambiato in lei; eran belli i nostri tempi; ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via).  Un brano “color nostalgia” sospeso tra la nebbia modenese e il vagone di un treno, avvolto come miele dalla tristezza e dalla bellezza della verità (Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno).

 

UN’OPERA D’ARTE

la-chiave-di-sophia-giosue-mostra-a-mose-il-vitello-doro-ludovico-carracciGiosuè mostra a Mosè il vitello d’oro  Ludovico Carracci, 1610 circa

La tentazione di guardare al proprio passato è sempre forte, specialmente nei momenti di cambiamento, durante i quali la nostra forza di volontà tesa verso un futuro incerto può per un attimo vacillare, lasciando che la nostra debolezza faccia appello a una sorta di istinto di sopravvivenza che riconduce a ciò che risulta già noto e accomodante. Questa antitesi tra passato da lasciarsi alle spalle, pieno di errori ma anche di certezze, e futuro denso di imprevisti e sacrifici si dispiega in modo evidente nell’episodio biblico dell’adorazione del vitello d’oro, ben raffigurato nel dipinto di Ludovico Carracci conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. Durante il viaggio verso la terra promessa, il popolo ebraico approfitta della breve assenza di Mosè, recatosi sul Sinai per ricevere i comandamenti, per creare un idolo pagano, il vitello d’oro. Quest’ultimo viene elevato a divinità con conseguente abbandono dell’unico Dio in grado di liberare dalla schiavitù. Ciò scatena l’ira di Mosè, che al suo ritorno dal Sinai, vedendo il suo popolo caduto nel grave errore di ritornare per inerzia al proprio passato, scaglia a terra le tavole della legge distruggendole.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Giacomo Mininni, Rossella Farnese, Luca Sperandio

 

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Tra mimesis e creazione: Guttuso e Giacometti a confronto

Cosa significhi fare arte e con quali processi concettuali e materiali vada creata un’opera sono domande alle quali, specie nella storia degli ultimi cent’anni, non solo è difficile dare una risposta, ma è possibile darne più di una, senza mai cadere nell’errore. E il motivo alla base di ciò è che ciascun artista contemporaneo intende il proprio operare in modo personalissimo, mai accostabile a quello che caratterizza l’arte di qualunque altro autore.

Sono proprio le testimonianze audiovisive relative a due grandi maestri del secolo scorso che possono facilmente spiegare come tra due modi di intendere l’arte possa intercorrere una differenza talvolta enorme e incolmabile. Da un lato, dunque, abbiamo Renato Guttuso, pittore siciliano di grande successo nel secondo Novecento, noto per i suoi dipinti fortemente impegnati socialmente e politicamente. Dall’altro lato, invece, Alberto Giacometti, grande scultore svizzero le cui opere hanno oggi fatto segnare straordinari record di aggiudicazione in aste di arte contemporanea.

In un documentario del 1972, prodotto da Anna Zanoli e diretto da Luciano Emmer1, Guttuso parla del suo rapporto con la pittura, un rapporto intenso che lo vede attratto da quadri di ogni sorta. Tuttavia l’artista si sofferma sin da subito su un celebre dipinto a lui molto caro, che più di qualsiasi altro lo ha stimolato e influenzato nella sua formazione: il “Marat morto” di Jacques-Louis David. Proprio parlando a proposito del capolavoro dell’artista francese, Guttuso esprime delle considerazioni di grande importanza per la comprensione del suo punto di vista sui valori dell’arte: «Tutte le volte che io vedo questo quadro, o penso a delle interpretazioni diverse, o penso alla possibilità di accentare diversamente certe cose che sono nel quadro, oppure di abbandonarmi proprio alla copia, che poi è la vera qualità dell’arte». Aggiunge poi, citando ciò che lo stesso David sosteneva, che «il dipingere non fosse soltanto avere una tavolozza in mano […], ma essere talmente dentro la cosa che esprimerla diventava un fatto naturale».

È evidente come le affermazioni di Guttuso risentano in qualche modo di una tradizione secolare che, in ambito accademico e non, concepisce la copia di un modello artistico come un passaggio fondamentale e naturale della formazione di un artista, imponendosi anzi come momento essenziale di appropriazione di dati schemi figurativi, di composizioni e di giochi cromatici. E per “appropriazione” si intende proprio quel “essere dentro la cosa” che dice l’artista, che dunque rappresenta uno dei momenti più alti del fare arte, quello in cui l’artista si identifica in certo qual modo nell’oggetto dei suoi studi, per poi riprodurlo, uguale o con qualsivoglia variazione, come se fosse “un fatto naturale”. La ripetizione medesima della copia, dunque, diventa un normale processo di elaborazione personale di un’opera oramai acquisita e fatta propria.

Questo pensiero non poteva certo essere condiviso dall’altro protagonista di questo confronto, lo scultore Alberto Giacometti. Intervistato in lingua italiana da Sergio Genni nel 19632, l’artista dimostra di possedere una concezione del fare arte quasi diametralmente opposta a quella del pittore siciliano. Esordisce parlando dei suoi numerosi tentativi di creare sculture di teste umane, a suo dire scadenti e mai riuscite come avrebbe voluto: «Io vorrei fare teste normali, di figure normali, eh. Insomma, non ci riesco. […] Sono delle ricerche mancate. […] Come ho sempre mancato, si ha voglia di provare, no? Continuare a provare. Vorrei riuscire a fare una volta una testa come vedo, no? Come non ho mai riuscito… continuo». Poi ecco l’interessante domanda dell’interlocutore: «Ma lei a volte non è tentato di riprendere la sua, se possiamo dire, prima maniera?». E la risposta di Giacometti mette in luce una personale visione artistica distantissima da quella di Guttuso: «No no no, per niente! Ho capito di che si tratta e non mi interessa più. Non potrei far che delle ripetizioni di quello che ho fatto, non c’è più… non c’è più avventura. […] Sono cose che sapevo cosa volevo fare prima di cominciare, no? Le vedevo chiaramente finite nella loro materia, e allora per farle non è più che un’esecuzione, no? Senza difficoltà… […] dunque lo rifaccio per forza. E invece una testa non la capisco, e allora lì, come fino adesso non ho mai riuscito, sono molto più curioso di vedere dove arrivo facendo una testa che tutte le sculture possibili».

La ripetizione e la mera esecuzione di un’opera già fatta e riuscita rappresentano dunque per Giacometti una forte limitazione al fare artistico, la morte della ricerca e della creatività in favore di una continua riproposizione di immagini già compiute, con le quali l’artista è già riuscito a raggiungere il proprio obiettivo. Ed è proprio qui che sta la maggiore differenza tra il suo pensiero e quello di Guttuso: l’appropriazione di una certa immagine o di un certo modello rappresentano, per il pittore siciliano, il punto massimo del fare arte, e il momento focale senza il quale la produzione artistica non può avere compimento; per lo scultore svizzero, invece, quell’appropriazione va identificata come il momento in cui il fare arte va a terminare, in quanto in esso automaticamente si esauriscono la ricerca, la curiosità e la creatività.

Non vi è dunque una verità, una definizione, una risposta univoca quando si parla di arte, di processi creativi, di approccio a delle date forme o a degli specifici modelli. Ciascun artista ha una risposta diversa, un atteggiamento personale che nessun critico dovrebbe rinviare a schemi predefiniti. E questo perché, in fin dei conti, l’arte altro non è che comunicazione visiva, che può avvenire a diversi livelli, con i più svariati obiettivi e una moltitudine di destinatari tra loro differenziati. Quello che rimane uguale, in tutti i casi, è l’estro creativo dell’artista, ognuno con le sue ragioni, le sue convinzioni e le sue fonti di ispirazione.

 

Luca Sperandio

 

NOTE:

  1. Il documentario, intitolato “Guttuso e… il ‘Marat morto’ di David”, fa parte del programma televisivo  “Io e…”, mandato in onda dalla Rai nella prima metà degli anni ’70 e prodotto da Anna Zanoli  in collaborazione con diversi registi, in questo caso Luciano Emmer, particolarmente attivo per questo programma
  2. L’intervista è stata realizzata nel 1963 da Sergio Genni, allora regista della televisione svizzera TSI. La trasmissione, curata da Grytzko Mascioni, è poi rimasta nota con il titolo di “Il sogno di una testa”, elaborato da Giorgio Soavi in occasione della pubblicazione dell’intervista in concomitanza con la mostra “Il mio Giacometti. Fotografie di Giorgio Soavi”, Milano, 2000

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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La pittura, crocevia del reale e del sensibile

In contrapposizione a quelle scienze attuali che si rapportano al mondo come pensiero di sorvolo, riducendo le cose a oggetti in generale, invece di abitarle, Merleau-Ponty ricorda l’importanza di accompagnare il pensiero all’Essere – quello effettuale presente – cioè all’originaria co-appartenenza di Io e mondo, mediata dal corpo.

L’arte e, in particolare, la pittura, è ciò che ancora ci permette di attingere a questo “strato di senso bruto”, evidenziando la genesi corporea dell’immagine.

Il corpo di cui parla Merleau-Ponty è un fascio di funzioni, un intreccio di visione e movimento, al tempo stesso vedente e visibile nel suo enigma e paradosso: in grado cioè di guardare e guardarsi. Riconoscendo l’altro lato della sua potenza visiva, quel corpo si vede vedente, si tocca toccante, è visibile e sensibile per se stesso, situato nel tessuto del mondo, nell’intreccio/chiasmo tra senziente e sentito: nel corpo umano, quando vedente e visibile, chi tocca e chi è toccato, un occhio e l’altro avviene un re-incrociarsi.

L’immagine cui la pittura dà voce celebra l’enigma della visibilità. Nell’immagine il pittore – l’unico ad aver diritto di guardare tutte le cose senza alcun obbligo di valutarle – ricerca il farsi della visibilità, il dispiegarsi del senso nel visibile, e al tempo stesso porta alla manifestazione quella visibilità diffusa in cui si annullano le differenze tra vedente e visibile, tra chi dipinge e chi è dipinto.

Lo specchio è il mezzo tramite cui il vedente si scopre guardato e l’io si sdoppia nell’altro. In Merleau-Ponty la ricerca del pittore è rivolta verso la vita del visibile, cioè in direzione di quel mistero di passività che lo anima dall’interno.

Nella fenomenologia, il linguaggio e la pittura convergono verso quell’espressione creatrice tramite cui il non-ancora- essere viene ad espressione. La pittura si presenta così come creazione in quanto presenta il mondo sensibile creandolo sempre di nuovo, mai una volta per tutte. Il mondo viene infatti creato ogni volta che il pittore pone mano a una tela e ogni volta che il fruitore si immerge completamente in essa.

La pittura, in particolare, richiede un superamento del paradigma soggetto-oggetto: il soggetto, abdicando a sé e ponendosi nella posizione di chi guarda l’opera, da cui è a sua volta guardato, entra in comunicazione con l’opera stessa. Si produce dunque un chiasmo tra quest’ultima e chi la osserva.

L’opera d’arte cerca di dare una forma al mondo sensibile rendendolo manifesto nel visibile della forma artistica. Così si propone come tramite che permette al suo creatore di poter dialogare con esso: le forme mute del mondo parlano attraverso l’artista, grazie alla forma che riconosce loro.

Il pittore, o l’artista in genere, si dà con tutto il suo corpo e così lascia che il suo spirito si immerga completamente nell’Essere del mondo che lo circonda. Immergendosi in esso coglie la sua reale essenza, la quale trova compimento solo sulla tela, quando la mano di quest’ultimo fa parlare quelle cose mute che vorrebbero farlo ma non possono.

Il pittore, dunque, rende visibile ciò che senza di lui non avrebbe accesso alla coscienza: il suo potere creativo viene dalla capacità del corpo vissuto di trascendersi verso il mondo e verso gli altri soggetti. Nella pittura, quindi, si dà il dispiegarsi del “senso del mondo”, come la metamorfosi di esso.

La pittura costituisce quell’ambito dove mondo e arte trapassano l’uno nell’altro tramite il corpo. C’è un nesso inestricabile fra il guardare e l’essere guardato, che rivela che la visione attuale del vedente è un qualcosa che lui subisce a opera delle cose viste. Tra i pittori citati da Merleau-Ponty, oltre Cézanne vi sono Matisse, Klee e Marchant: «Ecco perché i pittori hanno sovente amato […] raffigurare se stessi nell’atto di dipingere, aggiungendo a quel che allora vedevano ciò che le cose vedevano di loro, come a testimoniare che esiste una visione totale o assoluta al di fuori della quale niente rimane, e che si richiude su loro stessi».

La tela del pittore è come se si voltasse indietro per ricercare il senso dal quale proviene, senso che spinge il pittore a “interrogare” il mondo, dopo che è stato interrogato da esso, e che fa della tela stessa non una rappresentazione del mondo, ma una manifestazione o una presentazione di esso “quasi- eterna”. Si parla dell’opera d’arte come un tutt’uno tra il quadro e il senso che esso porta con sé, per cui, come il quadro è nel tempo, così anche il senso è nel tempo, si dà in esso. Ed essendo il tempo non immobile l’unica cosa che domina l’uomo e che si consuma in esso una volta morto, allora non sarà possibile dare una forma definitiva, e quindi fissare una volta per tutte un senso.

 

Riccardo Liguori 

NOTE
Maurice Merleau-Ponty, L’OEil et l’Esprit, Édiotions Gallimard, 1964; tr. it. a cura di Anna Sordini, L’occhio e lo spirito, SE, Milano 1989.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Film selezionati per voi: febbraio 2018!

«Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di buona musica basteranno a fare la mia felicità».

Sulla scia delle parole di François Truffaut, ecco a voi la nostra selezione cinematografica per il mese di febbraio: appuntamenti imperdibili con grandi registi, come Steven Spielberg e Clint Eastwood, e con pellicole da Oscar come The Shape of Water, premiato con il Leone d’oro al Miglior film all’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia. Ma non solo: vi proponiamo anche un documentario nientemeno che su Caravaggio, un film d’animazione e un grande classico. Buona visione!

 

FILM IN USCITA

la-forma-dellacqua-la-chiave-di-sophiaLa Forma dell’acqua – Guillermo de Toro

U.S.A., 1962. Elisa, affetta da mutismo, è un’addetta alle pulizie in un laboratorio scientifico di Baltimora ed è legata da profonda amicizia a Zelda, collega afroamericana che lotta per affermare i propri diritti nel matrimonio e nella società, e a Giles, vicino di casa omosessuale discriminato. In un mondo alienato, alienante e dall’apparenza rassicurante, Elisa, condannata al silenzio e alla solitudine, vive una fantasmagorica storia d’amore con una creatura anfibia che sopravvive in cattività in laboratorio, un mostro intelligente e sensibile. Un film, quasi un lento incubo, sospeso tra acqua, aria e nevrosi terrestri, quali la guerra fredda e la paura del diverso. USCITA PREVISTA: 15 febbraio 2018

the-post-la-chiave-di-sophiaThe post – Steven Spielberg

Thriller politico, manifesto della trasparenza e della libertà di stampa, The Post racconta la storia della pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, documenti top secret del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, avvenuta agli inizi degli anni Settanta sul The Washington Post. Kay Graham – interpretata da Meryl Streep – prima donna alla guida della prestigiosa testata e Ben Bradlee – interpretato da Tom Hanks – direttore del giornale mettono a rischio la loro carriera nell’intento di portare pubblicamente alla luce ciò che quattro presidenti hanno insabbiato e nascosto. USCITA PREVISTA: 1 febbraio 2018

ore-1517-attacco-al-treno-la-chiave-di-sophiaOre 15.17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Il 21 agosto 2015 i media divulgano la notizia di un tentato attacco terroristico di matrice islamica sul treno Thalys 9364 diretto a Parigi sventato da tre coraggiosi giovani americani. Nella sua nuova pellicola Clint Eastwood ripercorre le vite dei tre amici, Anthony Sadler, Spencer Stone e Alek Skarlatos, basandosi sulla loro stessa autobiografia The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes. USCITA PREVISTA: 8 febbraio 2018

 

UN FILM D’ANIMAZIONE

i-primitivi la chiave di sophiaI primitivi – Nick Park

Inizia all’alba dei tempi, tra creature preistoriche e natura incontaminata, il cartone animato più interessante del mese di febbraio. “I primitivi” racconta la storia di un uomo delle caverne che riesce a unire le forze dei suoi compagni di tribù per combattere le mire di un nemico cattivo durante il passaggio storico dall’età della pietra a quella del bronzo. Storia, azione e divertimento si mescolano in maniera efficace in questa pellicola con le voci di una serie di illustri doppiatori italiani come Riccardo Scamarcio, Paola Cortellesi e Salvatore Esposito (il Genny Savastano di “Gomorra”). Un film leggero ma con interessanti spunti didattici e un messaggio ricco di valori condivisibili, ideale per una serata in famiglia. USCITA PREVISTA: 8 FEBBRAIO

UN DOCUMENTARIO

caravaggio la chiave di sophiaCaravaggio: l’anima e il sangue – Jesus Garces Lambert

Dopo il grande successo riscosso nel 2017 dalle pellicole dedicate ai grandi maestri dell’arte, anche quest’anno al cinema si rinnova l’appuntamento con la pittura sul grande schermo. A febbraio il protagonista assoluto sarà Michelangelo Merisi, noto come Caravaggio, la cui arte è stata immortalata dal francese Jesus Garces Lambert. Un’approfondita ricerca documentale negli archivi che custodiscono traccia del passaggio dell’artista, conduce lo spettatore in una ricostruzione sulle tracce e i guai di Caravaggio, alla scoperta delle sue opere. Quaranta i dipinti analizzati nel film che, grazie all’impiego di evolute elaborazioni grafiche, di macro estremizzate e di lavorazioni di luce ed ombra, prendono quasi vita e corpo, si confondono con la realtà dando una percezione quasi tattile. A impreziosire il tutto è la voce narrante di Manuel Agnelli, leader della band Afterhours, al suo debutto nel genere documentario. Un film da non perdere, in sala solo per tre giorni: il 19, 20 e 21 febbraio.

UN CLASSICO DEL CINEMA

diritto-di-cronaca la chiave di sophiaDiritto di cronaca – Sydney Pollack

Nel mese in cui esce al cinema l’atteso “The Post” di Steven Spielberg, è giusto riscoprire un interessante film del 1981 che ha ispirato, per molti aspetti, la nuova pellicola con Tom Hanks e Meryl Streep. In “Diritto di cronaca” la morte di un sindacalista a Miami scatena sia le indagini della polizia sia quelle di una giovane giornalista locale. Finito in un vicolo cieco, l’investigatore Rosen decide di sfruttare l’intraprendenza della reporter per venire al bandolo dell’intricata matassa, ma riuscirà soltanto a mettere nei guai un onest’uomo imparentato con la mala. Il problema della libertà di stampa e del diritto di informare a tutti i costi sono alla base della storia, forse non tra le più riuscite del compianto Sydney Pollack, che si muove sempre alla ricerca di una scomoda verità. Nel lungo filone di film dedicati al giornalismo “Diritto di cronaca” rimane un titolo da vedere almeno una volta per capire quanto il mondo del giornalismo abbia da sempre affascinato la settima arte.

 

Rossella Farnese, Alvise Wollner

 

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Arte dalle mille forme

Quando si parla di uno specifico artista o di un intero movimento artistico, è facile notare che la tendenza è troppo spesso quella di imprigionare una data personalità all’interno di una categoria preconfezionata coincidente con la forma artistica maggiormente praticata dal soggetto, categoria che, tuttavia, nella maggior parte dei casi veste davvero troppo stretta. Infatti, se un personaggio si può definire “artista” è perché nella sua vita ha saputo produrre o ideare dei manufatti in cui materia e concetto (o idea) coesistono per dare un risultato finale leggibile e appagante, a livello estetico e/o intellettivo. È ovvio che la materia può presentarsi di molti tipi differenti, e ancor più ovvio è, dunque, che un artista, in quanto tale, sa estrapolare opere belle (o, meglio, appaganti) da qualsiasi tipo di supporto e con qualsiasi materiale. Perché, in fin dei conti, è l’idea quello che conta, e la capacità di spiegarla con una o più immagini.

Ciò che connota l’attività di un artista è dunque la creatività e la capacità di comunicare mediante manufatti con specifiche qualità tecniche. In questo senso, etichettare Degas come pittore è limitativo, perché così escluderemmo la sua meno conosciuta ma altrettanto interessante attività di scultore. Allo stesso modo, risulterebbe insufficiente limitare l’attività di Bernini alle discipline della scultura e dell’architettura, poiché egli si dimostrò in più occasioni anche un abile pittore, specie nei numerosi autoritratti che ancor oggi si possono ammirare. Questo dimostra che moltissimi artisti del passato e altrettanti odierni possiedono abilità che esulano dalla scelta di un singolo materiale o di una singola tecnica formale, e che li pongono quindi come artisti polivalenti, capaci di ottenere risultati d’eccellenza in diverse discipline artistiche. A partire dal disegno, o da un progetto, o comunque da una ideazione che rappresenti la base su cui fondare poi l’esecuzione materiale, la mente di un grande artista saprà sempre trovare soluzioni che, talvolta pur con qualche compromesso, risulteranno uniche, e pertanto inscindibili dal contesto in cui vengono create e dall’animo stesso dell’artista che le ha ideate.

Per comprendere in modo pratico quello che è stato detto fin qui, credo possa essere utile fare riferimento a due grandi artisti italiani del passato, i quali, inizialmente formatisi in bottega imparando una data disciplina artistica, hanno poi espresso il meglio della loro creatività in un’altra. Il primo caso è quello del celebre Filippo Brunelleschi, da tutti noto come grandissimo architetto e autore dell’opera edilizia più ardita di tutto il Quattrocento, la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Ebbene, va ricordato che egli praticò inizialmente l’attività di scultore, nella quale seppe peraltro dare dimostrazione di ottime doti, come ancora visibile nel suo crocifisso oggi a Santa Maria Novella. Solo successivamente egli abbandonò la scultura per dedicarsi all’architettura, arte che lo consegnò definitivamente alla storia.

Quello che porto come secondo esempio vede invece protagonista un artista molto meno noto di Brunelleschi e vissuto circa due secoli più tardi. Si tratta di Antonio Gherardi, figura artistica molto interessante attiva soprattutto a Roma nella seconda metà del Seicento. Raggiunta la notorietà come pittore, egli ebbe solo successivamente modo di confrontarsi, grazie ad alcune “indovinate” commissioni, con la disciplina dell’architettura, nella quale, a mio parere, dimostra qualità creative eccezionali, non riscontrabili nelle sue opere pittoriche e paragonabili a quelle dei più grandi architetti attivi a Roma nel Seicento, Bernini e Borromini. D’altronde, nella mia ultima visita alla città di Roma non sono riuscito a trovare il ciclo decorativo della volta della chiesa di Santa Maria in Trivio, suo capolavoro pittorico, tanto geniale e sbalorditivo quanto la complessa struttura prospettica della Cappella Avila nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, dove ha saputo inserire in pochi metri di superficie un numero di soluzioni ingegnose da far impallidire perfino i più noti architetti della storia.

Questi due casi, per quanto apparentemente banali, dimostrano quanto un artista riesca, in molti casi, a sfruttare qualsiasi situazione spaziale e materiale a favore suo e dei committenti, compiacenti fautori di tali capolavori, per ottenere soluzioni che, grazie alla capacità dell’invenzione (nel senso della parola latina inventio), riescono a stupire l’osservatore, spesso ignaro che tali opere non sono frutto dell’ingegno di un professionista di una o di un’altra disciplina (come oggi potrebbe essere concepito), ma di personalità che sanno immaginare qualcosa di bello o ricco di significato in relazione a un blocco di marmo non lavorato, a una tela non preparata, a uno spazio vuoto, a un libro dalle pagine vuote o a qualsiasi altro oggetto al quale si possa applicare una lavorazione che lo renda non più una semplice tela o un banale blocco di marmo grezzo.

La trasformazione della materia in arte presuppone creatività, e la creatività non conosce limiti, ma solo obiettivi. E questo concetto non può esprimersi meglio che nell’arte contemporanea, nel cui ambito molti artisti hanno sentito la necessità di esplorare sempre nuovi orizzonti utilizzando mezzi diversissimi che mai hanno impedito loro di ottenere quello che la loro intuizione voleva. Non deve dunque meravigliare vedere i tagli di Lucio Fontana applicati anche a piccoli fogli di carta e persino a piatti di ceramica, così come non deve necessariamente apparire folle che Duchamp, in un preciso contesto storico e culturale, sia addirittura giunto a rendere un orinatoio un’opera d’arte, con un’azione che in senso tradizionale va definita anti-artistica ma che, dal punto di vista creativo, rappresenta un perfetto esempio di come la geniale mente di un artista possa ricoprire di significato qualsiasi oggetto, il quale rimane così testimonianza tangibile di un’azione essa stessa densa di significato e, di conseguenza, reputabile essa medesima opera d’arte.

Luca Sperandio

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Luca Cambiaso: un anticipatore del Cubismo nel Cinquecento

Credo che chiunque abbia una discreta conoscenza della storia dell’arte, alla lettura del titolo di questo articolo provi inizialmente la vaga impressione di essere vittima di una bufala, o quanto meno di una lettura critica volta ad esagerare alcuni aspetti artistici di un pittore antico volendoli forzatamente ricondurre ad altri appartenenti alla contemporaneità. Come è possibile che nel lontano Cinquecento, secolo del Rinascimento e della figuratività classica, un artista potesse avventurarsi a soluzioni così anticipatorie di forme artistiche fiorite nel XX secolo?

Luca Cambiaso - La chiave di Sophia

Eppure, il disegno raffigurato nell’immagine che vedete qui sopra ed in copertina è opera di un pittore genovese vissuto in pieno Cinquecento, Luca Cambiaso (1527-1585), nome non molto noto al di fuori della cerchia di studiosi e appassionati d’arte, ma importantissimo nella cultura figurativa del capoluogo ligure in età manierista. Autore caratterizzato da una ben consolidata formazione classica, i suoi grandi affreschi che decorano interni di chiese e palazzi genovesi non suggeriscono nemmeno lontanamente uno stile così essenziale e razionale nella pratica del disegno. D’altronde c’è da premettere che la storia del disegno percorre una strada che risulta in parte indipendente da quella della pittura, con la conseguenza che un suo studio approfondito può mettere in evidenza peculiarità stilistiche che rimangono ovviamente nascoste nelle grandi opere ad affresco o su tela. Infatti i disegni venivano usati, nella maggior parte dei casi, come studi di composizione, in cui l’artista sperimentava soluzioni che si adattassero a essere poi riportate, con dimensioni ampiamente maggiori, in una o più opere pittoriche finite.

Alla luce di ciò, è chiaro che ciascun autore disegnava seguendo le proprie esigenze, senza sentirsi vincolato al volere di altri e scegliendo tecniche e stile il più possibile adatti ai propri obiettivi e alle proprie abilità. Il caso di Cambiaso è senza dubbio uno dei più singolari e affascinanti: in moltissimi dei suoi disegni preparatori sceglie di rappresentare le figure mediante un susseguirsi di linee spezzate che ne definiscono in modo essenziale i volumi, evitando l’inserimento di dettagli fisici e mantenendosi su un livello raffigurativo atto solamente a costruire la futura composizione e a metterne in luce le volumetrie. Ma se, da un lato, tutta la produzione grafica di Luca Cambiaso risulta caratterizzata da una resa tendenzialmente geometrica delle figure, il disegno della foto (conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi) supera qualsiasi confronto e si impone come un unicum nella storia dell’arte, rendendo evidentissima un’anticipazione della corrente novecentesca del Cubismo.

Qualcuno potrebbe obiettare che tale anticipazione, oltre a essere un caso palesemente isolato, sia soltanto una mera questione stilistica basata su una vaga somiglianza tra il disegno stesso e i risultati pittorici di artisti quali Cézanne, Picasso e Braque. In realtà anche i presupposti teorici combaciano: non c’è dubbio che l’intento di Cézanne, nei suoi esperimenti che avrebbero influenzato la nascita del Cubismo, fosse quello di scomporre l’oggetto rappresentato presentandone l’essenza, e ciò mediante la sua riduzione a un insieme di masse volumetriche di forma geometrica. Ciò ovviamente rappresenta la base concettuale su cui si fonda anche l’opera di Picasso e degli altri pittori cubisti, ma pure il punto di partenza per l’arte grafica di Cambiaso: cos’è questa se non scomposizione della figura per ottenerne la forma pura, per studiarne le proporzioni e per ricavarne i volumi al fine di sottolinearne la massa e il suo imporsi nello spazio della composizione?

Come conseguenza di queste considerazioni, si può pertanto giungere ad affermare che il Cubismo ha avuto un precedente storico e che Cézanne e Picasso, di fatto, non hanno inventato nulla, in quanto il primo artista a utilizzare questa forma artistica fu il genovese Luca Cambiaso. Con questo, tuttavia, non si devono perdere di vista la portata dell’avanguardia di inizio Novecento, da una parte, e i limiti dell’esperimento dell’artista ligure dall’altra: i pittori cubisti hanno fatto della scomposizione geometrica dell’oggetto il manifesto della loro arte, con la quale rispondere coerentemente al bisogno di rinnovamento da parte del mondo artistico a loro contemporaneo, mentre Cambiaso ne fece uno strumento utile ai propri studi, limitato nell’uso alla pratica del disegno e perciò non destinato a essere visto dagli occhi del pubblico, che certo non avrebbe mai potuto concepire un disegno come questo come opera fine a se stessa. Ed è qui che emerge la distanza incolmabile tra le due simili esperienze artistiche: da una parte la consapevolezza e il supporto filosofico-culturale, dall’altra un atto geniale non destinato ad avere un seguito immediato, parentesi visionaria che, pur inconsapevolmente, supera la fantasia dell’arte contemporanea e ne anticipa largamente i risultati, sottraendole il primato sull’originalità e togliendole la convinzione di aver esplorato un territorio ancora vergine.

Luca Sperandio

[Immagini tratte da Google Immagini]

Anna Banti, “Artemisia”

Agosto 1944. Una donna è seduta sulla ghiaia di un viale nel giardino di Boboli, a Firenze. Come se firmasse un autoritratto, è la stessa autrice del romanzo, Anna Banti (1895-1985), che nella prima pagina si presenta al lettore in un drammatico momento della sua vita: un bombardamento alleato ha colpito la città, la sua casa è andata distrutta. Ma la sua disperazione è rivolta a un’altra perdita, molto diversa da quelle delle altre vittime che la circondano: un manoscritto al quale ha lungamente lavorato, spingendosi fino al punto in cui è difficile distinguere tra una creatura di carta e la persona (reale) che essa rappresenta: «Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto».

Anna Banti, Artemisia (copertina) - La chiave di SophiaArtemisia – Gentileschi è il cognome – fu una grande pittrice dell’età barocca. Il canovaccio biografico su cui si basa il romanzo (pubblicato per la prima volta nel 1947) lo si può riferire con le stesse parole dell’autrice: «Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovanetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi. Le biografie non indicano l’anno della sua morte».

Il romanzo segue l’esile traccia di queste notizie, ma le circostanze di questa sua seconda scrittura gli danno un carattere problematico. L’autrice deve ricostruire un testo sapendo che non potrà mai riuscirci al grado di perfezione che vorrebbe; affronta i dubbi della memoria, le ansie di una nuova creazione; e spesso si sofferma a dialogare con la sua protagonista, con l’opera in corso, con il lettore: «L’ostinazione di Artemisia a farsi ricordare, la mia ostinazione a ricordarla capricciosamente, a sobbalzi commossi, sta diventando un gioco e forse un gioco crudele». «Di questa sua vita di Napoli, il fulcro della sua fama, è fatta sospettosissima, incerta se ricorderò quel che avevo scritto o se batterò nuova strada».

Leggiamo un romanzo e insieme assistiamo al formarsi del suo testo, e restiamo sorpresi da questo contrasto fra l’ambientazione storica e le riflessioni metaletterarie, del tutto novecentesche. La forma che l’autrice dà al romanzo sembra debitrice della stessa pittura barocca, con lunghe scene statiche, ognuna dedicata non tanto a un fatto quanto a un’epoca della vita della protagonista: «la velocità con cui le figurazioni della sua vita si succedevano e fluivano una  nell’altra oscilla, coagulata in quadri di lanterna magica lunare, piatti e freddi». Improvvisi lampi di luce illuminano i vari ambienti e il forte carattere della protagonista: dalla sua fanciullezza e dall’amicizia con la piccola e sfortunata Cecilia Nari, al dramma del processo contro il suo stupratore Agostino Tassi, al matrimonio combinato dal padre per restituire a Artemisia la sua “onorabilità”, ai viaggi e ai soggiorni in varie città (Firenze, Napoli, Londra) dove Artemisia insegue una sofferta, tenace, inquieta vocazione artistica.

«Le sue armi furono: dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada. Imparino queste femminette, questi pittorelli invaghiti di delicature». Nel cuore del romanzo una scena di grande suggestione la mostra in tutta la forza del suo talento: la creazione di uno dei suoi dipinti più grandi, Giuditta e Oloferne. Artemisia è a Firenze, circondata da alcune dame sue allieve, affascinate dall’imponente fisico del modello; ma la pittrice, nella sanguinosa scena, sta consumando una tarda vendetta raffigurandosi nelle vesti dell’eroina e dando a Oloferne i lineamenti dell’uomo che l’aveva stuprata. Una scena grandiosa, che restituisce tutto il mistero di un personaggio: «non è principessa, non è pedina, non è forese né mercantessa, non è eroina, non è santa. E neppure cortigiana: anche se quel che dicono fosse vero».

Giuliano Galletti

Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne (particolare)
[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
Citazioni tratte da: Anna Banti, Artemisia, Milano, SE, 2015.

Federica Pagnan: la metamorfosi del segno

Federica Pagnan, 24 anni, ha dimostrato fin dall’infanzia la passione per l’arte: «L’arte è nata con me. Quando ero bambina portavo sempre fogli e matite e disegnavo ovunque», spiega la giovane artista. Con l’adolescenza arriva anche la fatidica domanda da parenti, insegnanti e amici «Cosa vuoi fare nella vita?» che mette in crisi quasi chiunque ma non Federica che aveva le idee ben chiare, voleva semplicemente continuare a coltivare la sua passione per l’arte. E così ha fatto, iniziando con i suoi studi al Liceo Artistico di Treviso per continuare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nel frattempo partecipando a mostre collettive e non e a concorsi, fra i quali, è un dovere menzionare, la Biennale di Bassano del Grappa, in cui è stata selezionata, unica del triennio dell’Accademia.

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Nelle opere di Federica Pagnan, che spaziano su molti soggetti, si possono notare principalmente due cose: il movimento e la confusione dati dagli schizzi di colore e dai giochi di piani. L’artista “usa” l’arte come suo sfogo personale, motivo per il quale utilizza questa tecnica. Appassionata delle metamorfosi, oggetto della sua tesi di Laurea, afferma che ogni essere vivente si muta in qualcosa, si trasforma per via dei cambiamenti del clima o della società umana. Tutto si trasforma per adattarsi alla situazione. Lei le spiega così: «Le mie opere sono in continua metamorfosi: non sono mai uguali, cambiano sempre, sia nel segno che nel soggetto. Ad esempio le mie incisioni sono molto diverse dalle opere pittoriche, sono due mondi completamente diversi. È una cosa spontanea, ma non è detto che rimarranno distaccate sempre, magari un giorno si collegheranno, ma non adesso». Per quanto riguarda il suo stile, invece, la giovane artista pensa che si sviluppi nel tempo: durante la nostra chiacchierata mi ha proposto come esempio Picasso, come si è evoluto nel tempo il suo di stile; Federica è ancora nella fase della “metamorfosi”, appunto, sta cercando di far prendere una forma precisa allo stile ma è ancora giovane, sebbene piena di passione, fondamentale per il suo obiettivo, e ha ancora molto da imparareIMG-20150215-WA0003Quando Federica Pagnan dipinge o incide si sente in un mondo isolato in cui ci sono solo lei e l’opera, con il pennello o la punta per incidere trasmette tutte le emozioni che ha dentro, tutta la sua energia la trasporta nel suo lavoro; l’artista paragona questa pratica a una seduta dallo psicologo a cui racconti i problemi, lei invece li trasmette alla tela o alla lastra. Una frase che mi ha molto colpito di Federica è stata «ogni artista racconta il suo modo di vedere il mondo» e infatti è questa la vera essenza dell’arte

Per quanto riguarda il futuro la giovane artista ha in mente solo di continuare ciò che già sta facendo: dipingere, incidere ed esporre i suoi lavori, sebbene il suo sogno nel cassetto sia quello di aprire un laboratorio per dare ai giovani la possibilità di esprimersi.

Se siete interessati, potete seguire Federica nella sua pagina Facebook.

Ilaria Berto

[Immagini concesse da Federica Pagnan, informazioni ottenute tramite intervista all’artista stessa]

Ilaria Berto alla scoperta dell’Arte…Nuova!

Oggi inauguriamo una nuova sezione che mescolerà l’arte alla giovinezza e dedicherà il suo spazio all’arte vista e realizzata da soli giovani.

La curatrice di “Arte nuova“, questo il nome della rubrica, sarà Ilaria Berto, studentessa, artista e PR per La chiave di Sophia.

Scopo di tutto questo sarà il mettere in luce il talento di giovani artisti che, a causa di una società spesso cieca nei confronti del valore giovanile, non hanno lo spazio per farsi conoscere e per spiegare con le parole, oltre che con l’arte, cosa significhi per loro essere artisti oggi.

Come primo giovane di talento mi sembrava doveroso intervistare l’autrice della rubrica, Ilaria Berto, per farla conoscere a voi lettori che la seguirete e per farvi capire perché proprio lei curerà questa sezione!

– Chi è Ilaria, la studentessa? Chi è Ilaria, l’artista?

In entrambi i ruoli mi sento me stessa, non mi sento diversa quando sono all’università o quando dipingo. Lo studio mi aiuta a crescere come artista quindi le due cose sono indissolubili.

– Il rapporto con l’arte quando inizia e perché?

Non mi sono mai resa conto di quando e perché sia iniziato… Fin da piccola mi piaceva disegnare e i miei genitori spesso mi portavano a visitare mostre e, al contrario di molti bambini, ero davvero interessata a ciò che vedevo. A scuola purtroppo non sono stata molto apprezzata ma la mia passione non si è spenta e ho continuato per la mia strada senza dare troppo peso al giudizio dei professori. Qualche anno fa mi aveva contattata un’agenzia di moda di Milano per un provino: per curiosità ho accettato, ma una volta lì mi sono resa conto di non sentirmi a mio agio. Subito dopo sono andata a vedere una mostra a Palazzo Reale di Mimmo Rotella e Alda Merini (Un ultimo atto d’amore. Omaggio a Alda Merini e Mimmo Rotella) e lì stavo bene. Ecco che in quel momento ho capito quale fosse la mia strada.

– Sei giovane e promettente. Come si coniuga l’essere giovani con l’essere artisti?

Non è facile. Il mondo dell’arte è fatto di squali: spesso ti passano davanti persone che hanno più possibilità economiche, che essendo studentessa io non ho, e conoscenze. In più riuscire a conciliare università e impegni artistici a volte risulta difficoltoso: quando ho esposto a Londra, ad esempio, non sono riuscita ad andare a vedere la mostra perché nello stesso periodo avevo esami, mentre ultimamente non sono riuscita a sostenerne a causa dei troppi impegni per l’organizzazione di alcune mostre. A tutto questo si aggiunge anche l’invidia degli amici: ho perso molte amicizie perché ottengo più risultati di altri. Spero che con la maturità queste sciocchezze non capiteranno più.

– Poche volte in televisione o sui quotidiani si vede o si sente parlare di giovani promesse nell’arte; secondo te perché?

Fondamentalmente il problema è economico: con il nome famoso si guadagna, con lo sconosciuto no. Il giovane artista di solito viene considerato un investimento a fondo perduto, soprattutto in questo momento di crisi economica durante il quale chi ha la possibilità investe nei nomi conosciuti che sono una garanzia per il futuro.

– Cosa è necessario fare per far emergere i giovani talenti, oggi?

I giovani talenti dovrebbero imparare a organizzarsi, sostenersi e fare rete fra loro in modo da darsi forza a vicenda affrontando compatti la difficile realtà odierna.

– La tua rubrica sarà “Arte Nuova” per dare spazio a questi giovani che come te hanno un’unica passione, l’arte: come mai questa idea?

Quando mi è stato proposto dalla redazione ho subito pensato che sarebbe stato un ottimo punto di partenza per portare avanti le idee sopra citate.

– Cosa cercherai di dimostrare con i tuoi articoli?

Mi piacerebbe dimostrare che non bisogna per forza avere una certa età o già una certa fama per possedere del talento anzi, a volte sono proprio i giovani anonimi ad avere più doti artistiche di persone conosciute.

– Perché i nostri lettori dovranno leggerti?!

Tenterò di presentare l’Arte ai nostri lettori nel modo più chiaro e immediato possibile. Il mio obiettivo è illustrarla al più alto numero possibile di persone, in particolare a chi non conosce questo mondo.

– La tua vita tra 10 anni?

Proprio ieri mi è stato detto di sognare riguardo al mio futuro, stando a questo fra dieci anni vorrei viaggiare per il mondo esponendo le mie opere e magari essere una critica d’arte.

Talento passione dinamismo.

Le tre qualità dei giovani che Ilaria vi presenterà di volta in volta!

Valeria Genova

[Immagine copertina: Senza titolo 20 chine, matite colorate e carboncino su carta di Ilaria Berto e Immagine articolo foto di Monica Conserotti]

C’era una volta Andy Warhol. Poi arrivò Instagram.

Si è conclusa ieri a Roma l’esposizione delle opere di Andy Warhol appartenenti alla Brant Foundation.
Un’esperienza diversa rispetto ad una normale mostra. Qualcosa di più di una serigrafia, di colori, luci e tecniche. Ci si immerge in un mondo, terribilmente attuale. Ci si identifica in fobie, ci si immedesima in debolezze, ci si rassicura nei paradossi.
E’ difficile durante il percorso soffermarsi solo sulle opere dell’artista. Viene spontaneo osservare i volti dei visitatori, le loro espressioni di complicità, di solidarietà, di “So di cosa stai parlando”.


La morte

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Le persone dovrebbero essere maggiormente consapevoli della necessità di lavorare su come imparare a vivere, perché la vita è così breve e a volte vola via troppo rapidamente

Warhol teme la morte più di ogni altra cosa. E disegna teschi, in un modo così paradossalmente vitale e colorato, da scacciarla via, la morte, rendendola un’icona. L’iterazione è uno dei codici linguistici prediletti dall’artista, perché rende semanticamente più neutro il soggetto. La ripetizione di un’immagine, che sia un teschio, una sedia elettrica o un leader politico, ne aumenta il potenziale iconico.

Noi temiamo la morte più di ogni altra cosa. E compriamo magliette e gioielli con teschi raffigurati in ogni modo possibile ed immaginabile.


  Esclusività vs accessibilità

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Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla

Per Warhol ciò che è importante non è l’esclusività, ma l’accessibilità. E anche La Gioconda, se riproposta 30 volte, in serie, non è più un qualcosa di esclusivo. Ed ecco che anche la tendenza dei brand di investire sempre di meno nella pubblicità “dall’alto”, con spot in tv con modelle-dee dell’Olimpo, prediligendo invece forme di promozione basate sul “passaparola” non sembra poi qualcosa di così recente. Credo più alla fashion blogger che alla top model. Credo più a chi mi sembra accessibile, che all’esclusivo. Credo più all’artista comunicatore che all’artista demiurgo.


La fama

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Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”.

Warhol è ossessionato dalla fama e dalla celebrità. Noi siamo quelli che facciamo a gara a postare in bacheca foto con i c.d. “ vip”. Quelli che hanno l’illusione che una persona popolare sia alla nostra portata perché lo seguiamo su Twitter. Quelli che non sanno che molti dei loro “amici” famosi su Facebook non sono altro che profili fake o gestiti da persone addette. Perché se Brad Pitt sta su Facebook come minimo si chiamerà Mario Rossi ed al posto delle impostazioni della privacy avrà dei cecchini rigorosamente in abiti camouflage. Eppure una foto con un vip anche di serie D, noi la postiamo. E crediamo che questo nostro interagire possa accorciare la distanza tra “noi” e “loro”. La nostra ricerca costante di 15 minuti di celebrità avviene ormai facilmente tramite You Tube, Instagram, Facebook. A cui segue la spasmodica ricerca dell’approvazione altrui.


L’estetica

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Ogni cosa ha la sua bellezza, ma non tutti la vedono”.

Andy Warhol rende la zuppa Campbell’s un’icona. Nella comunicazione web attualmente un prodotto ha il suo momento di celebrità, fino a diventare un’icona.  L’attenzione sulla scatola di biscotti su cui mettete distrattamente “mi piace”, la borsa attorno a cui ruota l’intero post di Chiara Ferragni, l’I- phone 6. L’intero marketing digitale ruota attorno all’esaltazione dell’oggetto, all’approvazione, al like, alla condivisione, all’iterazione della stessa immagine in ogni angolo del web.. Talmente tanto che oggi si possono comodamente acquistare consensi, like, condivisioni, fan su siti quali www.magicviral.com. Che tu sia una zuppa. O che tu sia una persona. La sintesi della filosofia estetica di Warhol è quella di riproporre oggetti semplici della vita reale in chiave sempre uguale mescolando banalità ed impatto visivo.
E la mania di postare piatti di pasta, lattine di birre, penne, non sembra poi così nuova.


 Autoscatti.

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Andy Warhol è schiavo della sua Polaroid. Autoscatti, foto truccate, ritoccate, deformate. In una parola: selfie. In due: selfie ed Instagram. In più parole: “Se volete sapere tutto di Andy Warhol, basta che guardiate la superficie: quella delle miei pitture, dei miei film e la mia, lì sono io. Non c’è niente dietro “.

Difficile non immedesimarsi. Anche se, ogni tanto, mentre stiamo per invadere bulimicamente la nostra bacheca di momenti della nostra vita, dando l’idea volutamente di essere ciò che postiamo, dovremo ricordarci un’altra delle frasi che racchiudono la filosofia di Warhol:

Si ha più potere quando si tace, perchè così la gente comincia a dubitare di se stessa.”

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

[Immagini tratte da Google Immagini]