L’uomo e la sua armatura: il cavaliere inesistente di Italo Calvino

Luigi Pirandello scrisse nel suo celebre romanzo Uno nessuno e Centomila: «Ogni cosa finché dura porta con sé la pena della sua forma, la pena d’esser così e di non poter essere più altrimenti»1 evidenziando una delle pietre miliari del suo pensiero: il contrasto tra forma e sostanza, tra involucro e contenuto, tra guscio e uovo, per dirla con il protagonista di Il giuoco delle parti.
Non siamo costituiti di un’unica entità, ma ci destreggiamo tra una parte esteriore, cristallizzata, un fardello che trasciniamo nella relazione con noi o con il prossimo e una interiore, costituita dalla vita, dalla sostanza, dal flusso che scorre al di là della forma. Nell’alternanza di equilibri non sempre stabili e felici tra questi aspetti scorre la nostra esistenza, che talvolta sentiamo pesante, quasi fossimo costretti a portare con noi una vera e propria armatura.

Ispirandosi proprio a quest’ultima immagine, Italo Calvino, quasi mezzo secolo dopo Pirandello dà una propria interpretazione di questi concetti nel suo celebre romanzo Il cavaliere inesistente (1959).
L’opera narra la vicenda di Agilulfo, paladino di Carlo Magno dalla splendida corazza bianca, ligio ai propri doveri fino allo sfinimento e privo di qualsiasi moto spontaneo e vitale. Agilulfo è letteralmente un’armatura senza contenuto, è «un cavaliere che non c’è» come dirà lui stesso presentandosi al proprio re, tanto da essere disprezzato da tutti i suoi compagni per il suo carattere troppo impostato e preciso. Al contrario il suo scudiero Gurdulù, vera e propria macchietta del romanzo, è un uomo che «c’è e non sa d’esserci», insomma il classico alter-ego del protagonista, spontaneo e combinaguai, non dotato di alcuna razionalità per svolgere le mansioni quotidiane.

Di fatto Calvino mette in scena attraverso i suoi due personaggi la drammatica realtà che caratterizza l’umanità e in particolare la nostra epoca: il sentimento di costrizione che proviamo difronte agli innumerevoli doveri o alle incombenze quotidiane, così come l’aspirazione a vivere più spontaneamente, lasciandoci andare ad una pienezza vitale avvolgente.
Dirà infatti Agilulfo seppellendo un soldato: «O, morto, tu hai quello che io mai ebbi né avrò: questa carcassa. Ossia, non l’hai, tu sei questa carcassa, cioè quello che talvolta mi sorprendo ad invidiare agli uomini esistenti. […] Molte cose riesco a farle meglio di chi esiste, senza i loro soliti difetti di grossolanità. È vero che chi esiste ci mette anche qualcosa, un’impronta particolare, che a me non riuscirà mai di dare»2.
Alla resa dei conti essere pura costruzione, sebbene possa significare adeguarsi a una realtà esistente, svolgere le proprie mansioni in maniera impeccabile, essere un modello per il prossimo, in fondo fa perdere la propria identità, riduce la vita alla sola armatura, trasformando l’uomo in un automa. L’incertezza e l’imperfezione che ad Agilulfo causano un tale sconcerto da confonderlo, sono ciò che ci rende umani, ciò che caratterizza la nostra carne al di là di quell’armatura perfetta e lucente, vuole insegnarci Italo Calvino.

Abbandonare il proprio abito, tuttavia, non è un processo facile, può significare perdersi, come accadrà per Agilulfo, il nostro cavaliere inesistente, o vivere un momento di smarrimento, quasi tutto il nostro essere fosse davvero ridotto a quelle cristallizzazioni a cui aderiamo come una protezione.

«Agilulfo, lui, aveva sempre bisogno di sentirsi difronte le cose come un muro massiccio al quale contrapporre la tensione della sua volontà, e solo così riusciva a mantenere una sicura coscienza di sé»3.

Lasciar cadere il muro difronte a noi significa accettare di non avere il controllo pieno della situazione, vivere anche con un mondo che a volte ci restituisce esperienze imperfette, così come imperfetti sono gli uomini che lo abitano. La pena di non riuscire a realizzare questo processo è di fatto l’impossibilità di stringere dei rapporti umani profondi, di vivere nella vuota solitudine o di non poter mostrare davvero chi e cosa c’è al di là dell’armatura.

In definitiva Calvino mette in scena il dramma esistenziale dell’uomo, mostrando lo specchio di quello che siamo o di ciò che rischiamo di essere: dei personaggi buffi e grotteschi che in realtà hanno un bisogno profondo di umanità, di sentimenti e di relazioni vere.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. L. Pirandello, Uno Nessuno e Centomila, Rizzoli, Milano 1993, p. 106.
2. I. Calvino, Il cavaliere Inesistente, p. 48.
3. Ivi, p. 17.

[Photo credit unsplash.com]

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Causalità, Superstizione, Correlazione

La superstizione è una caratteristica di popoli antichi e tradizionali. È un dono ereditario che si trasmette di generazione in generazione e si sostanzia in un insieme di cose da fare e da non fare. Se si chiede il perché si faccia così invece che diversamente, la risposta è un semplice perché-di-sì. La psicologia del superstizioso meriterebbe di essere studiata a fondo; essa pare la ri-emergenza di una mentalità magica e pagana, assopita, ma non del tutto estirpata nonostante gli sforzi dal cristianesimo e dell’Illuminismo.

La forza sociale della superstizione non va sminuita, essa è capace di rovinare reputazioni e vite. Questa forza è tanto stupida che irrazionale e maliziosa. Di questa ci parla in forma letteraria Pirandello nella commedia La patente, in cui il protagonista Chiàrchiaro si è modellato nello stereotipo dello iettatore per soddisfare la pressione sociale che così lo vuole.

Ciò che ci interessa oggi però è una distinzione, che per quanto banale il superstizioso non è capace di tenere ferma e che può aiutarci forse a farci penetrare più a fondo nel suo mondo. La differenza tra causalità e correlazione è proprio ciò la cui ignoranza genera il pensiero superstizioso. Essa più o meno è la differenza che sussiste tra il rapporto tra due avvenimenti che si susseguono talvolta in concomitanza, e il rapporto tra due avvenimenti in cui il primo causa il secondo.

In un contesto di generale ignoranza come quello in cui da sempre l’uomo si trova e da cui cerca di smarcarsi, egli deve distinguere le volte in cui la concomitanza è semplice casualità e le volte il cui invece la concomitanza indica una connessione più pregnante e significativa: un rapporto di causalità. Per chi osserva non c’è nessun tipo di differenza tra i due casi, semplicemente ci si accorge di una contemporaneità di avvenimenti e si cerca di stabilire che tipo di relazione ci sia tra i due.

La superstizione entra in gioco proprio a questo punto, ossia quando ritengo che ci sia un rapporto causale tra due fatti solo casualmente concomitanti. Questo tipo di errore del pensiero è chiamato solitamente cum hoc ergo propter hoc, ossia “con ciò quindi a causa di ciò”.

Certo questa spiegazione lascia insoddisfatti perché si limita a indicare cosa di fatto succede quando qualcuno si lascia andare alla superstizione e non ci dice nulla sul viscerale bisogno umano di cedere in qualche modo ad essa. Il tentativo di eliminare l’angoscia dell’ignoranza attraverso comprensioni azzardate (e spesso scorrette) di ciò che ci circonda sembra essere una costante propria del comportamento umano. Infatti il nesso causale è in un certo senso molto più rassicurante di una semplice coincidenza. Attraverso la conoscenza del nesso causale io so perché qualcosa è successo, so come farlo accadere di nuovo e come evitarlo, in breve mi illudo di controllarlo. Un’altra spiegazione potrebbe essere da trovarsi nel procedere schematico del pensiero umano, per cui esso cerca di leggere l’ignoto attraverso le categorie del noto. Queste potrebbero essere chiavi di lettura del comportamento superstizioso.

Tuttavia entrambe ci sembrano incomplete; da ultimo riteniamo che la superstizione sia uno di quei fenomeni la cui spiegazione richiede di osservare il fondo opaco dell’umanità e che quindi la sua completa decifrazione sia ancora lontana dall’essere raggiunta.

 

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Selezionati per voi: dicembre 2016!

Dicembre è una parentesi luminosa tra mesi bui. È calore incastonato nel freddo dell’inverno. È la mano di un bambino che stringe la tua. Sono occhi colmi di meraviglia. Dicembre è stupore che diventa magia, pacchetti incartati con mani incerte, un dolce cosparso di zucchero che macchia i pullover di lana. È il solo periodo dell’anno in cui tutto diventa possibile, il cuore si fa leggero e le sere intorno al fuoco assumono un significato diverso, che abbraccia le solitudini e trasfigura le imperfezioni. Dicembre sono desideri che volano in alto, sfiorando il cielo con l’inconsueta certezza di non smarrirsi. Quest’anno poi si chiude in bellezza, anche grazie a un mese pieno di film imperdibili, con diversi titoli destinati a essere inseriti nelle classifiche dei migliori film dell’anno. Dalle commedie brillanti ai blockbuster di fantascienza, passando per i tanti film di animazione dedicati ai più piccoli: se avrete voglia di trascorrere il vostro dicembre all’insegna del cinema di qualità, non resterete certo delusi.
Come sempre, abbiamo selezionato per voi i titoli più interessanti.

LIBRI

miracolo-in-una-notte-dinverno_marko-leino_la-chiave-di-sophiaMiracolo in una notte d’inverno – Marko Leino

Uno scrigno che il mare restituisce alla terra, due fratellini curiosi, un nonno che decide di raccontare loro la leggenda dei Pukki.
Nikolas, appena cinque anni e già solo al mondo. Un piccolo villaggio della Finlandia che deciderà la sua sorte: il bambino sarà affidato ogni anno ad una famiglia diversa, che si occuperà di lui fino al Natale successivo. Inizia così la storia di colui che diverrà l’Uomo del Natale, la storia di Nikolas che troverà nel dolore più assordante la forza per andare avanti, un piccolo uomo che farà dell’altruismo la sua àncora di salvezza, riuscendo a regalare la felicità che a lui era stata negata. Una storia dalle magiche ambientazioni nordiche, che racchiude la vera e preziosa essenza del Natale.

aspettando-il-natale_la-chiave-di-sophiaAspettando il Natale – AA VV

È un’antologia di venticinque racconti narratati da scrittori italiani dell’Ottocento e Novecento tra cui Pirandello, D’Annunzio, Deledda, Verga, Buzzati, Guareschi. Storie brevi ma intrise di significato dove solitudini, riflessioni esistenziali, dolori e affetti si intersecano in un’opera che vuole ricordare al lettore il senso più profondo di questa ricorrenza. Venticinque storie, una al giorno fino a Natale, per un calendario dell’Avvento letterario.

 

 

il-dono_la-chiave-di-sophiaIl dono – Cecelia Ahern

Lou Suffern è un uomo in carriera, totalmente dedito al lavoro, che assorbe ogni attimo del suo tempo. Tempo che toglie a sua moglie e ai suoi due bambini, che bramano dei momenti con quel papà sempre assente. Finché, nella notte più magica dell’anno, un evento inaspettato non sovvertirà ogni cosa.  Lou riceverà un regalo inatteso: del tempo da dedicare alle persone che ama. Solo allora si renderà conto di come stesse sprecando il suo dono più prezioso. Una lettura magica e romantica, che fa riflettere sullo scorrere inesorabile del tempo e su come la frenesia della vita odierna possa travolgerci impedendo di soffermarsi sull’importanza delle piccole cose, dei legami autentici, degli affetti più puri.

Stefania Mangiardi

 

FILM

amore-e-inganni_la-chiave-di-sophiaAmore e Inganni − Whit Stillman

Ispirato a un brillante racconto di Jane Austen, il nuovo film di Whit Stillman si distingue per una piacevole e originale rivisitazione degli stilemi classici del romanticismo, mostrandone l’estrema modernità, pur mantenendo una sontuosa ambientazione d’epoca. Frizzanti e incalzanti i dialoghi, molto curati i costumi, anche se il vero punto di forza di questa pellicola risiede in una straordinaria Kate Beckinsale nei panni di Lady Susan Vernon, una vedova astuta e risoluta che domina la scena dalla prima all’ultima inquadratura. Un film che vi lascerà piacevolmente sorpresi.
USCITA PREVISTA: 1 DICEMBRE 2016.

 

aquarius_la-chiave-di-sophiaAquarius − Kleber Mendonça Filho

Rischiava di non essere nemmeno distribuito nel nostro Paese il film che ha conquistato il pubblico dell’ultima edizione del Festival di Cannes. Aquarius è il nome di un palazzo costruito negli anni ’40 sull’esclusivo lungomare di Avenida Boa Viagem in cui vive la sessantenne Clara che si rifiuta di abbandonare la sua abitazione destinata ad essere demolita da spietati impresari edili. Una storia toccante, girata molto bene e recitata in maniera sublime dalla grande Sonia Braga. Se volete scoprire le meraviglie del cinema brasiliano questo è il titolo che fa per voi.
USCITA PREVISTA: 15 DICEMBRE 2016.

 

paterson_la-chiave-di-sophiaPaterson − Jim Jarmusch

Poche ore prima della fine di questo 2016, le sale italiane ospiteranno un vero e proprio gioiello cinematografico. Un’opera di amore e pura poesia diretta dal maestro Jim Jarmusch. Con un incedere lento e riflessivo, Paterson racconta la vita di Adam Driver, laconico autista di corriere alla ricerca costante della poesia nei piccoli gesti quotidiani. Per tutti gli amanti del cinema d’autore si tratta di uno splendido regalo che chiuderà quest’annata nel migliore dei modi possibili.
USCITA PREVISTA: 29 DICEMBRE 2016.

Alvise Wollner

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Io e ancora io

Qualche anno fa ho letto un romanzo di Pirandello e in cambio quello mi ha lasciato dentro un’ossessione. Sapete come fa Pirandello, no? Ti strappa la terra da sotto i piedi come fa un mago con la tovaglia e ti lascia precipitare… no, non nel vuoto, piuttosto in un magma denso di domande e di dubbi. Da un lato questo mi piace: sfidare ciò che noi diamo ogni giorno per scontato e cercare piuttosto un’altra soluzione, un’altra angolazione delle cose, è decisamente un buon allenamento per tenersi fuori dalla banalità, da una sciocca perché tracotante certezza di conoscenza. Già, perché non è che ci devi impazzire: devi solo tenere la mente allenata al cambiamento, alle possibilità. Per quanto riguarda me, il vero grattacapo, il vero sassolino nella scarpa, è il fatto che non mi sono mai vista vivere. Vitangelo Moscarda detto Gengè ha instillato in me l’idea e questa non se ne va più via: non riesco a vedermi vivere.

Pensateci. Ogni volta che incrociate il vostro sguardo o la vostra immagine su di una superficie riflettente non potete far altro che recitare: vi siete visti, e ciò che fate lo fate proprio perché vi siete visti. Magari non ve ne accorgete, però è così. Come la mia amica quando siamo salite insieme in ascensore, proprio l’altro giorno: si è vista e la mano è volata ai capelli, repentina come lo scatto d’un serpente, s’è aggiustata quella ciocca che di sua iniziativa s’era messa da un’altra parte; in questo modo è rientrata in quella che per lei doveva essere la sua parte, la sua versione di sé: ordinata. Io naturalmente faccio lo stesso e in particolare, se sto parlando con qualcuno o sto facendo qualcosa ma nel frattempo continuo a guardarmi, c’è una parte del mio cervello che s’interroga su quello che sta guardando, e ciò che anche gli altri stanno guardando.

Come quando quell’altra mia amica, mentre riguardavamo le foto di un viaggio fatto insieme, indicando un particolare scatto ha chiesto “Ma chi è quella botola” – realizzando un attimo dopo che era proprio lei; la cosa si è risolta a grasse risate, però lei non si è riconosciuta in una foto a tradimento. Similmente altre ragazze si guardano allo specchio e sostengono di vedere delle “botole” quando gli altri invece vedono qualcosa di ben diverso. Le immagini ci appaiono sempre distorte dal nostro cervello, dai nostri desideri, aspettative e cultura. Qualsiasi immagine, certo (L’uomo è misura di tutte le cose, diceva qualcuno), ma il fatto che anche l’idea di noi stessi sia così facilmente deformata crea quello che secondo me è un grave disagio per la nostra mente. O almeno per la mia. E quindi grazie, Gengè Moscarda.

Sicuramente quando ce ne andiamo in giro e facciamo cose ci pensiamo molto meno: siamo un’entità che attraverso due fori guarda al di fuori di noi stessi e diversamente dagli altri non possiamo vederci al naturale –cioè possiamo ascoltarci annusarci e toccarci ma non vederci. Certo, nemmeno gli altri possono, non veramente, proprio perché ognuno di loro ci filtra attraverso la sua anima, cultura, personalità, e allora siamo diversi ancora. L’altro giorno sono andata ad una piccola ma interessante conferenza a Conegliano ed una delle relatrici, una donna sui trentacinque e molto sottile, con un naso fino e dritto, i capelli ordinati e la camicetta di seta a stampe molto carina, a quanto pare per tutto il tempo in cui ha parlato, aldilà di quel lungo tavolo al quale era seduta anche la mia amica, s’era tolta le scarpe col tacco e si stava massaggiando i piedi, il tutto durante il suo intervento. Come a dire: una metà composta, distinta ed ordinata, mentre l’altra nascosta del tutto imprevedibilmente in una posa scomposta a grattarsi i piedi; mezza falsa, mezza reale, oppure entrambe reali o entrambe false.

Apparenza e realtà, io e qualcun altro. Forse, se mi vedessi vivere, proprio io da fuori, capirei come sono realmente. Per esempio: io mi definisco, e senza il minimo dubbio, una persona timida, soprattutto nel relazionarmi con qualcuno che non conosco; un’amica di vecchia data invece è riuscita a dirmi che appaio altezzosa e distaccata nei confronti delle altre persone. Come può il contenuto del mio corpo esprimere apertamente un sentimento così diverso? E poi ancora: con tutto il tempo che passo allo specchio, banalmente a truccarmi, asciugarmi i capelli, riordinare le sopracciglia, neppure io quando mi vedo fotografata a tradimento riesco a riconoscermi. Voglio dire, a guardar bene lo so che sono io, ma in qualche modo non sono io.

Che poi, si può davvero dire che il modo in cui mi vede ciascuna delle persone che m’incontra sia solo un’apparenza? Non è forse un altro lato ancora del mio essere, pur con tutti gli inevitabili filtri del singolo individuo che mi osserva? Banalmente, mia mamma mi vede sempre bella (ovvio, è la mia mamma), un’altra ragazza mi definisce “troppo simpatica”, quella mia amica mi crede altezzosa: perché dovrebbero essere proiezioni false? Può essere che io a volte possa sembrare più carina di quello che sono (diciamocelo, a volte capita), o più simpatica, e anche altezzosa. Siccome l’essere umano è mutevole e multiforme, possono essere tutte verità che le altre persone colgono in modo diverso e in momenti diversi.

Ci sono insomma millemila versioni di me: quelle di tutte le persone che mi guardano, quella che io mi vedo a tradimento, quella che io mi vedo quando so di vedermi, quella che io mi sento di essere, e poi ce n’è un’altra ancora, una infame, una proprio difficile con cui convivere: quella che vorrei essere quando gli altri mi guardano e soprattutto quando io mi guardo. Sostanzialmente è diversa in molti aspetti da quella che credo di essere, cioè lei è più tenace e sicura di sé, probabilmente meno banale e certamente meno pigra, all’occorrenza è menefreghista e sa anche suonare il pianoforte! A volte coincide con quello che alcune persone pensano che io sia, ma la cosa mi fa ridere perché per me è irraggiungibile, ma se non altro conoscerla ed inseguirla dovrebbe aiutarmi a migliorare me stessa.

Comunque, in Pirandello tutto ciò finisce male: il protagonista decide che siccome la sua personalità (il suo uno) è frammentata in almeno centomila altre, in realtà lui non è nessuno. E si chiude in un manicomio. Io invece preferisco sprofondare solo di tanto in questa mia pazzia, ma il resto del tempo mi godo il quotidiano confronto con le personalità multiple che ritrovo nello specchio e scopro negli occhi degli altri, perché forse (e dico forse) è comunque un buon modo per conoscere se stessi.

Giorgia Favero

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Il dualismo europeo tra forme della realtà e idee

 

«Nell’improvviso buio, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s’aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d’accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicaio, otturata per ispasso da un bambino crudele»

Questo estratto de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, descrive egregiamente quanto oggi le realtà nazionali che compongono l’Unione Europea vivono all’interno dell’Unione e quanto i loro corrispettivi tessuti sociali vivono all’interno dei confini nazionali.

All’interno di ogni tessuto sociale, l’individuo è gettato nel buio burocratico e come ogni suo pari viene sopraffatto dallo scompiglio e dalla confusione di tante piccole lanternine ossia dai lumi nazionali. Si!

Nel XXI secolo i sentimenti nazionali ancora infiammano le passioni e gli amori del loro tessuto sociale di riferimento: ogni nazione detiene ancora le redini dei vecchi valori nazionali tanto da sabotare – incoscientemente – la tanto decantata unione politica europea. Tale sabotaggio avviene attraverso la rivitalizzazione dei vecchi ideali nazionali elargendone forza – sempre incoscientemente – alle organizzazioni politiche di stampo populista. Tutto ciò avviene perché l’Unione Europea dopo più di sessant’anni di gestazione, non è riuscita a scardinare le porte delle singole culture nazionali: la loro architettura materiale ed ideale, la lingua, il senso comune. La vita pratica dei singoli individui non subisce, nei fatti, alcuna influenza da parte dell’Europa. L’Unione Europea pulsa energia, forza e potenza da più cuori; si incespica sui ragionamenti di più cervelli e tuttora sopravvive e trova riparo dal nichilismo nietzschiano e dal materialismo grazie alla resistenza degli idealismi nazionali: gli impianti statali dell’unione si reggono su un dualismo tra forme della realtà ed idee.

L’Europa è indubbiamente un cantiere: una giovane realtà che arranca tra gli eventi interni ai confini dell’Unione e tra quelli – soprattutto – nuovi ed esterni, dove si richiede passione più che calcolo; decisione e coraggio. La politica estera europea, inesistente, ne è l’esempio, in quanto tale politica – o la politica sui generis – non si basa solo sulla pura ragione bensì anche sui desideri, sulla passionalità e quindi sull’effervescenza collettiva che il tessuto sociale riesce a trasmettere ai propri delegati e rappresentanti politici. Un Europa siffatta rientra perfettamente nel concetto pirandelliano Uno Nessuno Centomila, dove gli stati che la compongono hanno un idea diversa dell’Unione; diversa per nazione e diversa dall’Unione. Il risultato di una politica estera inconsistente e di una politica interna poco incisiva in campo culturale, depotenzia l’Unione, rendendo le sue decisioni poco credibili agli occhi dei cittadini europei nonché a quelli delle realtà estere.

Le incertezze in politica interna ed estera trovano fondamento nell’intenso relativismo europeo, alimentando il dualismo tra forme della realtà ed idee nei tessuti sociali delle singole nazioni. Da un lato si promuove quindi il continuo abbandono dei vecchi ideali – quindi delle sovranità nazionali – dall’altra non si fornisce nessuna valida alternativa. L’indecisione contemporanea delle istituzioni dell’Unione non è il prodotto di una ponderata riflessione sociale o di una tumultuosa avanzata di un nuovo ideale, bensì è il prodotto di nuovi bisogni economici dovuti ad una nuova presa di coscienza del mondo come villaggio globale; al sempre più veloce ed incontrollato sviluppo delle comunicazioni ed infine all’urgente bisogno di una forte risposta politica europea in un panorama geopolitico – quello del dopoguerra – radicalmente bipolare, pena il passaggio in secondo piano del continente europeo sulla scena mondiale. L’Europa sembra formarsi dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto. La mancanza di politiche culturali, di comunicazione, di inserimento dell’ente Europa nei tessuti sociali nazionali che la compongono, rischia di far scivolare il vecchio continente verso una già decantata scomparsa della realtà e della potenza europea nonché nella dissoluzione della storica passionalità dei popoli europei, quindi dello spirito creatore europeo. Certamente non è un nuovo medioevo ma semplicemente un rafforzamento, nei vari tessuti sociali nazionali, di filosofie di vita nichiliste, materialiste, improntate alla ricerca compulsiva di svago e di estraneità nei confronti della realtà. Una realtà che si scontra con le idee, che produce paradossi e contraddizioni sia ai piani alti che ai piani bassi della società europea: rispettivamente istinto di conservazione – in mancanza di innovazione e coraggio – vs volontà di estraniazione – preferendo una vita totalmente materiale piuttosto che una vita basata sul nulla; contemporaneamente al rafforzamento di una mentalità sempre più scettica ed utilitaristica. L’Unione Europea, in primis, è depositaria del sapere, degli ideali, dei sentimenti, delle passioni e degli amori occidentali: la globalizzazione stessa poggia le sue fondamenta sul modo di pensare europeo dei secoli passati. Quale sarà il prezzo da pagare se l’Europa non riuscirà ad armonizzare le contraddizioni interne in una coraggiosa unitaria visione politica?

L’Europa è quindi un ente creatore, uno spazio vitale – come nei secoli passati, nonostante l’acuta distanza sociale e politica tra le nazioni, l’estremizzazione del pensiero platonico e la lunga degenza dello spirito presso dii, dei e superuomini – per i creatori e le fonti di valore del mondo? O è una trasposizione del platonismo in religione, poi in ideale ed infine attraverso l’Unione in realtà politica statuita? O è il frutto di un eccesso di razionalizzazione – nonché di secolarizzazione – degli ordini sociali europei? L’Europa è l’aldilà della mentalità occidentale, il prodotto di duemila anni di negazioni, soprusi, violenza e aut aut metafisici o è presa piena e forte della coscienza e del raziocinio sulla realtà? Una realtà inevitabilmente globale dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed la recente – ed evidente – destabilizzazione degli Stati Uniti d’America come solitaria Superpotenza. È o non è questa Europa un vasto laboratorio creativo per una nuova entità post-statale e se si, quali passi deve fare per portarsi a compimento, quindi influenzare la cultura – prima europea, poi occidentale – ed annidarsi nei tessuti sociali nazionali europei? E se no, assisteremo ad uno svuotamento dei sistemi democratici, i quali rimarranno tali nelle strutture formali, per opera di oligarchie, che via via che passerà il tempo si approprieranno delle funzioni esecutive, controllando le fasi della riproduzione del consenso: sarà un’Unione post-democratica?

Quindi l’Unione Europea non è solo un fitto intrecciarsi di reti sociali ed economiche, bensì un esperimento di comunicazione interstatale; una fucina ideale dove si prepara – a dirla come Hobbes – il nuovo Leviatano. Continuerà ad essere laboratorio? Si compirà sino ad approssimarsi al suo ideale? E soprattutto: qual è l’ideale europeo?

L’assenza europea nella vita di tutti i giorni di ogni individuo, la sua debole influenza su architettura, arte, prosa e letteratura – tranne per la saggistica universitaria e/o scolastica, incentrati su interventi di pura analisi scientifica – gioverà senz’altro ai nascenti populismi di stampo nazionalistico, che trovano nella sua inefficienza, nella sua incapacità di penetrare nel tessuto sociale europeo, gli argomenti su cui erigere la propria retorica demagogica. Oggi sappiamo creare ideali e valori, ne conosciamo la chimica e la fisica ma ne facciamo uso senza sapere a quale scopo ed un Europa siffatta non gioverà a nessuno se non ai nascenti populismi di stampo nazionalistico.

Ad oggi l’Unione, mette in pratica il pensiero di Jean Jacques Rousseau nel Contratto sociale «Trovare una forma d’associazione che difenda e protegga, con tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato, e per la quale ognuno, pur unendosi a tutti, non obbedisca che a se stesso, e continui a restare libero come prima», così continuando, «individuo e società – in seno agli apparati statali – si confondono di sovente e vengono scambiati l’uno con l’altro» e finché dura questo interscambio delle parti – tra nazione ed unione – e questa sudditanza nazionale ad un ordine sovranazionale scevro d’ideali, di passioni e di volontà politica, l’occidente accuserà i sintomi del nichilismo e del materialismo. Il progetto Europa deve innanzitutto trasmettere passione, provandola; e di ciò ogni buon intellettuale e politico europeo se ne dovrebbe interessare.

Come l’Europa può forgiare nuovi valori e nuovi ideali? Con la «costanza di un alto sentimento», armonizzando tutti i tratti che la compongono con tutto ciò che deve “essere” e “rappresenterà”. Ma la costanza abbisogna di un disegno esatto – come in Arte – chiamando in causa caratteristiche come la pazienza e la conoscenza; ma anche l’azione ed il coraggio sono importanti affinché una decisione, un’idea, si tramuti in realtà. Il tutto mitigato dalla consapevolezza di non poter raggiungere l’espressione ideale limitandosi ad approssimarsi ad essa. Come da secoli si è fatto con quel nobile ed indiscutibile ideale: l’uguaglianza. L’ideale di uguaglianza ed il progetto Europa hanno in comune l’essere fondamentali, gustosi, inspiegabili, indefinibili e – nostro malgrado – senza scopo ultimo: ciò che è stato fatto, tutte le decisioni e le azioni intraprese dagli uomini in virtù di questo ideale sono la sinestesia tra rappresentazione e realtà.

Il grande assente in Europa è un idealismo trascendentale di Kantiana memoria; manca l’emozione, l’amore, la passione e quindi la volontà di forgiare – e di trasmettere – nuovi valori: manca la stessa Europa!

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google immagini]