I monocromi: una riflessione sull’ “assenza di”

Davanti ad una tela coperta da strati più o meno omogenei monocromatici può anche sorgere spontaneo dire “e che ci vuole”. Quest’affermazione del resto può attraversare la mente del pubblico che osserva l’arte contemporanea, interrogandosi inevitabilmente su quanto il saper fare manuale sia importante in questo ambito. La risposta è che lo è, lo deve essere; tuttavia questo scritto si vuole invece soffermare ancora sull’altra componente, non unica e nemmeno necessariamente dominante, ma forse quella più interessante: l’idea. Il concetto. Lo scopo.

Prendiamo ad esempio i monocromi. L’arte contemporanea ne è ricca e questo tipo di opera punteggia alcuni momenti importanti del corso del Novecento, coinvolgendo alcuni artisti che attraverso di esso hanno espresso una tendenza, una volontà di ricerca di annullamento del quadro stesso.

Uno dei primi ad essercisi avvicinato è Kazimir Malevič, esponente del Suprematismo, il cui scopo era manifestare «la supremazia della sensibilità pura nell’arte»: in altre parole, il quadro di per sé non ha significato. Era il 1915 e i tempi non erano ancora maturi per un vero e proprio monocromo ma è certo che Malevič ne ha segnato il punto di partenza, congiuntamente a puntualizzare un momento di forte cambiamento nel mondo dell’arte. In principio era un quadrato nero su sfondo bianco – anzi, un quadrangolo, perché aveva i lati leggermente sgangherati, e non era nemmeno veramente nero perché risultato da una somma di altri colori. Un quadro che per Malevič stesso era «un primo passo verso la creazione pura in arte», ovvero arrivare allo zero e riuscire a superarlo, resettare l’arte dalla sua oggettività e farla rinascere: un’arte che, da quel punto zero, sboccia in forme geometriche che vivono ed esistono, nient’altro.

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Dal nero quasi nero si è arrivati al bianco: il quadrato bianco su sfondo bianco di Malevič (del 1918) trova alcuni fratelli non proprio gemelli nel corso del Novecento, come per esempio gli Achromes di Piero Manzoni, e siamo ormai nel 1958. Monocromi senza colore, a-chromes appunto, bianchi. Una superficie di caolino o gesso stesa sulla tela lasciata asciugare e nell’asciugarsi assumere un suo disegno – grinze, pieghe, rigonfiamenti, scanalature: oltre al colore, allora, manca anche il gesto dell’artista, perché l’opera è autosufficiente, autodeterminata, puro significante, nessun significato esterno e nascosto, imposto. Solo la materia lasciata a se stessa.

Non molti anni dopo Manzoni dei nuovi monocromi si sono affacciati nel mondo dell’arte italiana: quelli di Mario Schifano. Di nuovo il monocromo diventa punto di partenza: tabula rasa della pittura informale a cui era dedito fino al fatidico 1961, il rosso era il colore privilegiato ma mai steso in modo uniforme, anzi, a tratti con un pennello più secco, oppure al contrario con goccioloni di colore. Il monocromo di Schifano diventa lo schermo su cui proiettare ricerche artistiche successive: nel corso degli anni cominciano ad apparirvi numeri, piccole scritte, fino ad arrivare al pieno mondo pop dei loghi della Esso e della Coca-Cola. Ma siamo già troppo avanti con questa storia.

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Vale la pena citare anche un altro illustre amico di Manzoni, Lucio Fontana, anche se la sua ricerca artistica l’ha portato fin da subito oltre il monocromo: monocromi con i tagli. Andare “al di là” del quadro, stavolta in senso letterale (non a caso lui chiama queste opere “concetti spaziali”). Così come del resto è ancora diverso il caso di Mark Rothko, poiché i suoi non sono veri e propri monocromi e inoltre, tanto per fare un esempio, la valenza del colore acquisisce un’importanza nella relazione tra le tonalità e non nel colore stesso, unico, solitario, autosufficiente. Ma tanti, tanti altri sono gli artisti che potremmo citare.

Finisco però con lui. Così noto per i suoi monocromi da essere diventato famoso come “Yves le Monochrome”. Erano gli stessi anni di Mario Schifano ma Klein non voleva fare tabula rasa, né lasciare tutto lo spazio alla materia. Voleva aprire il mondo dell’assoluto. Dopo il rosso di Schifano e il bianco di Manzoni, il suo colore era il blu, anche se non un blu qualsiasi: se l’è brevettato lui, lo IKB, “l’espressione più perfetta del blu”. Lo scopo era la totale immersione nel colore, di quell’intensità quasi accecante e pervasiva che non era solo materia, come lo erano gli Achromes per Manzoni: i monocromi di Klein sono aspirazione all’infinito, all’immateriale. Il blu è “l’invisibile che diventa visibile” e il quadro una sorta di ponte per una nuova dimensione.

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In queste opere tutti questi artisti hanno messo in scena, a modo loro, il gioco di pieno e vuoto, concetti sbadatamente considerati opposti dalla tradizione occidentale ma in realtà entità unica nella concezione orientale che per esempio Yves Klein, dall’alto della sua cintura nera e quarto Dan, conosceva bene. I monocromi sono quadri apparentemente semplici, solo apparentemente finiti all’interno del loro quadrato e del loro codice cromatico, ma spesso, come ben ci ricorda Antoine de Saint Exupéry, l’essenziale è invisibile agli occhi. Con gli occhi con cui dunque si guarda la tela, con intensità, con una mente attenta, bisogna anche andare oltre la mera e nuda superficie (letteralmente) e indagare cosa ci sfugge, perché a volte – e questo succede spesso nella vita – la noncuranza, la velocità e la superficialità ci fanno smettere di chiedere quei perché che ci portano in profondità nelle cose, nelle relazioni, nelle emozioni. Niente infatti è mai così semplice, nemmeno una tela quadrata blu.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine di copertina: dettaglio di uno dei monochrome di Yves Klein, 1959]

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Biennale di Venezia e concime culturale

Basta assaporare un po’ l’aria che si respira a Venezia, l’aria della Biennale fuori dai salotti buoni e dalle feste esclusive, per capire che più che di fronte a un humus culturale si sta sprofondando nella stagnazione culturale.

Interessante è anche il titolo Viva Arte Viva, che sembra più una preghiera che una sua concretizzazione, un auspicio disatteso, perché solo delle cose che sono già morte ne si invoca la vita, le cose vive sono vive e non hanno bisogno di qualcuno che lo rimarchi.

La Biennale è diventata, e una volta non lo era, la peggior incarnazione di quello che Adorno definisce l’«industria culturale», e l’epifenomeno che ne consegue è la proliferazione di radical chic, mai propositivi, detentori di rendite che si riversano nei tristi rigagnoli di una manifestazione che rischia di non aver più nulla da dire in termini autenticamente artistici.

Lucca Comics almeno è un ritrovo di nerd abbastanza simpatici che si vestono da supereroi, alla Biennale orde di radical chic fanno i cosplayer con l’eccentricità finendo solo per essere delle brutte parodie di esseri umani mettendo in scena la tristezza che solo lo svilimento della creatività può cagionare.

Scrivono a proposito Horkheimer e Adorno:

«Parlare di cultura è sempre stato contro la cultura. Il denominatore comune cultura contiene già virtualmente la presa di possesso, l’incasellamento, la classificazione, che assume la cultura nel regno dell’amministrazione».

La Biennale di Venezia è ridotta ad una Gardaland della cultura, che di culturale non ha quasi più nulla, la cultura che diventa sistema non è già più cultura. Negli anni ho visto quanti giovani artisti promettenti giacciano dimenticati con le loro opere in qualche Accademia delle Belle Arti solo perché quello che fanno è o troppo visionario o troppo fuori dal mercato del circuito delle relazioni “giuste” del business culturale.

L’industria culturale arriva a designare, innanzitutto, una fabbrica del consenso che ha liquidato la funzione critica della cultura, soffocandone la capacità di elevare la protesta contro le condizioni dell’esistente. Essa fonda la sua funzione sociale sull’obbedienza, lasciando che le catene del consenso s’intreccino con i desideri e le aspettative dei consumatori. La cultura oggi esalta il narcisismo, l’individualismo, l’accettazione dell’esistente e da modalità creativa di sfuggire dalla consuetudine stesso diventa invece precondizione della sua riconferma.

L’arte di oggi, messa in scena in questi grandi eventi mondani dove il pubblico è più interessato agli aperitivi che alle opere, mette in atto la trasformazione dall’arte come liberazione e critica a riconferma del sistema di valori della società, disinnescando ogni criticità, rendendo l’arte e l’artista gregario della conservazione di ciò che è, glorificandola, non modificandola, eliminando il concetto di progresso.

Ha fatto bene Piero Manzoni a esporre la “merda d’artista”: adesso assistiamo a una nuova categoria il concime culturale, perché la cultura, quella vera, sta al di là di queste manifestazioni ormai grottesche, sta oltre i brindisi, sta nel tormento di Van Gogh, sta nell’Urlo di Munch che cerca ancora oggi di gettare l’umanità oltre l’ovatta del tempo, una voce soffocata che chiunque che abbia a cuore la cultura dovrebbe ascoltare, sostenere e portare avanti, andando a cercare la cultura là dove si nasconde, perché l’arte, quella vera, non si mostra, si nasconde e al massimo si scopre, con fatica, come del resto la libertà.

Vi lascio non con una citazione aulica, ma con questo video sulla Biennale 1978 di Umberto Sordi che vi farà, spero, un po’ capire meglio di quanto io non sia riuscito a esprimere quanto la nostra deriva culturale stia prendendo una piega ridicola, ma anche triste e preoccupante.

Matteo Montagner

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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