Un occhio triste ed uno felice

Occhi per vedere, occhi per percepire, occhi per controllare.

Questi occhi. Puntano l’uno in una direzione e l’altro nella direzione opposta.

Cosa vedono i miei occhi?

Iniziamo: cosa sto facendo ora? Sono seduta a questo tavolo. Intorno a me la luce del tramonto. Batto le dita, a tempo, sulla tastiera del pc. Sembra una musica, rintocchi di campane sempre uguali eppure le lettere che sto scrivendo e le parole che sto formando sono diverse.
I miei occhi vedono ciò che io sto facendo: i miei movimenti. Gli occhi vedono ciò che gli altri fanno. Cose e persone poste nello spazio. Gli occhi, diceva qualcuno, chiariscono il senso delle cose che sono.

Un albero ha gli occhi?
Perché un albero ha gli occhi?

La natura indefessa, rigogliosamente piena di vita vive.

Cosa vedo io?

Io vedo un albero con gli occhi che piange. L’occhio destro piange. Di fronte a me vedo la montagna bruciare e l’occhio dell’albero piangere.

La natura si esprime. Racconta il dolore che prova a bruciare e la gioia che prova a picco sul mare.

Forse questa è stata l’estate più brutta per la natura, e forse è per questo che vedo un occhio felice ed uno piangere. Forse è per questo che la chioma è fluente comunque, nonostante tutto ed il frutto è una mela a forma di cuore.

I roghi che hanno colpito e purtroppo colpiscono ancora le montagne del Lazio, della Campania e di tutto il sud Italia, sono il simbolo di questa estate rovente. Roghi, roghi ovunque ed opere incessanti di spegnimento. Ecco ciò che vedo: la natura risponde alla tristezza con le mele a forma di cuore, frutto del pezzato dell’uomo che ogni anno si manifesta in una piccola scintilla che incendia tutto, ogni cosa. Ovunque.

E cosa non riesco a vedere?

L’umanità.

***

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia

Il linguaggio delle lacrime

Cresciamo e maturiamo con un’educazione fondata sull’essenzialità del linguaggio.

Il significato che ciascuna parola porta con sé costituisce una guida per esprimere ciò che ciascuno di noi sente. Le parole, quindi, possono riuscire a rappresentarci, a descriverci, a definire un particolare stato d’animo oppure un sentimento.

Tuttavia, nel corso di questi ultimi anni, una domanda mi è sorta spontanea, dovendo fare i conti con l’espressione di quella che era la mia sofferenza: in che modo il linguaggio riesce a decifrare ciò che viviamo, seppelliamo e ci portiamo dentro, quando tratteniamo i ricordi in una cassaforte di cui abbiamo perso il codice? Come dare parola all’impronunciabile? Perché le parole non sono sufficienti?

L’uso di un codice linguistico preciso e di riferimento talvolta non permette di far emergere ciò che è rimasto sepolto tra le pieghe dell’anima. Questo perché, per riuscire a nominare e a definire ciò che sentiamo, è necessario affrontare ciò che si è vissuto e trascurato, sollevando quel velo che rassicura ma che al tempo stesso nasconde frammenti di un passato, non permettendoci di vedere e di ricordare chi siamo stati e che cosa, all’improvviso, è andato in frantumi.

Le lacrime, come le definisce Eugenio Borgna1, sono un’esperienza interiore e testimoniano la presenza di una vita interiore, e di una vita cicatrice, che non si spegneranno mai. Esse, tuttavia, sono dei segni, non delle espressioni; dei segni indicanti «delle esperienze psicologiche e umane radicate in orizzonti dialogici di senso», come le definisce bene lo stesso autore.

In Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes parlando delle lacrime scrive che «piangendo si vuole impressionare qualcuno, fare pressione su di lui». Questo qualcuno, però, non è riferito unicamente a un possibile altro, quanto più a un Io autoreferenziale il quale, piangendo, dimostra a se stesso che il proprio dolore non è illusione, ma concreto, visibile.

A tale proposito, lo stesso Barthes si chiede: «Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più».

Quando la parola si blocca, allora il corpo cerca di esprimersi altrimenti.

Le lacrime diventano così uno dei mezzi espressivi di un’emozione che deve essere detta in un linguaggio altro. Un linguaggio che è impastato di nostalgia e di assenza, di dolore e tristezza, ma anche di gioia e di luce.

La lacrima è dono, un dono che ci viene offerto. Molto belle sono le parole utilizzate da Jean Loup Cahrvet, e riprese da Borgna, a tale riguardo:

«Le lacrime si offrono al nostro viso, come al nostro intelletto o al nostro cuore, la loro evidenza ne rende inutile la definizione, dalla quale le protegge la loro inintelligibilità. La loro chiara trasparenza evita loro una descrizione. […] Esse parlano verso un altrove che è già oltre la loro esistenza»2.

Quell’indicibile che ci abita ha bisogno del corpo per non soffocare. Il silenzio, talvolta, inaridisce, facendo morire la vita interiore.

La lacrima, toccando nel profondo, sfiora, sussurra il non-detto. Essa rappresenta un segno di vita, di un qualcosa che vuole, in un modo o nell’altro, essere detto, pronunciato, sfiorato. Anche solo toccando la superficie di quello che poi è un malessere profondo e devastante.

Le lacrime, scrive lo psichiatra Eugenio Borgia, così come il sorriso, sono forme di vita, ovvero forme di espressione emozionale che costruiscono ponti capaci di annullare le distanze tra gli atteggiamenti normali e quelli psicopatologici. Questi “ponti” ci aiuterebbero così a ritrovare «isole di straziata normalità nella sofferenza psichica, e schegge di sofferenza psichica nella normalità»3.

Il pianto aiuterebbe così ad incanalare un’energia repressa e messa al bando dalla coscienza, attraverso una forma espressiva che, in fin dei conti, ci accomuna, costituendo una sorta  di nuovo linguaggio capace di nominare la sofferenza interiore di ciascuno.

 Sara Roggi

NOTE:
1. Borgna E., La dignità ferita, p. 194-95, Feltrinelli Editore, Milano, 2013.
2. Ibidem, p. 197.
3. Ibidem, p. 206.

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Excrucior ergo sum: elogio del dolore

Laddove c’è umanità, c’è sofferenza e laddove c’è vita, c’è dolore; e ciò è reso possibile dalla coscienza della morte. Non si può che essere sicuri di questo dato di fatto: la vita umana è null’altro che una malattia per la morte cronica, con brevi stadi (in cui s’entra con timore e tremore) d’acutezza.

Certamente vi sono diversi gradi di patimento: un giorno può essere più lieto del precedente, o del corrispettivo dell’anno prima, ma l’amaritudo – costantemente presente nella vita nella sua forma propria di esistenziale –  non aumenta né diminuisce nel volgere del tempo. E dico ciò pieno di contrizione, ma d’altronde ho troppa fede per aver fiducia in un annullamento – o in una diminuzione – del pondus mæroris che attanaglia la vita umana, così come ho troppa speranza per credere che questa verità, che vado proclamando, possa subir smentite.

Vorrei chiarire: qui non si sta – in nessuna maniera – recuperando Schopenhauer: io non credo nell’esistenza di un dolore-metafisico-in-quanto-tale, che attanaglia ciecamente e spietatamente qualunque cosa, animata o morta che sia. Io credo alla vita, e la descrivo; non cerco le fondazioni del patire né nel cielo – pur credendo in Dio –, né sottoterra o dietro il Velo di Maya –  perché non credo in Satana o in altre forze di pura malvagità –; mi limito a guardare l’uomo nel suo umanizzarsi, ma se negassi che tale umanizzazione progressiva è un processo doloroso, sarei cieco e sordo.
Vivere è soffrire, pur non essendo un obbligo; esistere è piangere, benché nulla ci vieti di ridere, ma il patimento è dovuto al factum essendi homines, non alla presenza di una qualche (dis)ragione che vincola metafisicamente. Il patimento non è cosmico e la natura non soffre – mai! La danza di pianeti e stelle nel firmamento celeste non subisce certo ritardi per afflizione di sorta, né la pioggia smette di cadere per lutto.

È il nostro essere uomini che costringe a dolere: se fossimo animali, piante, enti o concetti, non ci accorgeremmo della nostra condizione torturale; sono la scienza e la coscienza della morte che ci vincolano alla necessità del factum patendi.
Questa dunque la grande differenza tra noi uomini e gli altri-enti: noi siamo coscienti della morte, in qualunque forma si palesi, in qualunque modo sorga nella vita e, attraverso essa, ci accompagni lungo i momenti dell’esistere su questa terra. E non c’è consolazione alcuna alla necessità dell’amaritudo: l’orizzonte della morte ne è fortino, fossato e torre.
Dalla morte nulla si salva: non amore, non amicizia, non parentele, non talento: tutto perverrà alla morte, senza gloria, senza speranza, e noi uomini – consapevoli di ciò – non possiamo che affligerci.

Parlando con il coro delle Corinzie, Medea, al culmine della sua follia, grida: “Ὦ Ζεῦ Δίκη τε Ζηνὸς Ἡλίου τε φῶς͵ νῦν καλλίνικοι τῶν ἐμῶν ἐχθρῶν͵ φίλαι͵ γενησόμεσθα κεἰς ὁδὸν βεβήκαμεν” … rileggo questi versi, sorrido; provo misericordia per questa donna convinta che il suo strazio sia dovuto a dei terreni ἐχθροί – incapace, da buona greca vergine d’ogni esistenzialismo – di capire che il dolore è una totalità di condizione, non un che di transeunte.
Gli ἐχθροί di Medea sono i medesimi di chiunque altro umano che percorra questa lacrimarum vallis che chiamano Terra: non dunque il re, o Giasone: la nemica di Medea è lei stessa nel momento in cui si fa cosciente della morte delle speranze, dell’amore, della felicità, e – ancor più – al sorgere della conseguente afflizione: Medea, nella sua inconsapevolezza, mostra per paradosso come l’actum cognoscendi umano, sia fonte d’eterna tortura.

E più di tutti, in questo mondo, soffre il filosofo, perché soffre dell’altrui sofferenza, e vede la sua, conseguentemente, centuplicata. Ma da tal patimento, il filosofo non scappa, per esso non cerca cure: egli ha una missione – testimoniare il vero – e cerca di portarla a termine accettando di patire, perché sa che il suo destino è di trasformarsi in profeta, et nemo propheta patriæ. Il filosofo insegna a tramutare il patimento in amore: e tutto diventa fuoco adamantino di sentimento perfetto, e il mondo oggetto di dilezione assoluta. E, da filosofo, in fondo al mio cuore, anch’io sogno di morire, come Kierkegaard, mormorando: “Vai dagli uomini, e dì loro che li ho amati tanto, e che la mia vita fu un eterno dolore, sconosciuto a chiunque”, perché so che, spirando, non potrei dire frase più vera.

Ma il dolore è ciò che – più pienamente – libera e salva.
Partendo dalla certezza che il dolore è vita, perché s’accompagna indissolubilmente a lei, ci accorgiamo ch’esso – più che mero tempus – è prettamente eternitas, perché esclude la morte nel suo essere proprio, ovvero nella sua misteriosità. In effetti se l’afflizione ci familiarizza con la morte, inserendola nel vivere, allora essa fa morire la morte: la morte infatti è – puramente – mistero, e il dolore la smaschera: ne consegue che il dolore uccide la morte, e dunque esso non solo è vita, ma eternizza.
Il dolore è vita eterna, ma condizione per l’eternità è la libertà. E la sofferenza è anche libertà, perché solo quando compio liberamente la Valg e la Gjentagels di determinare il mio Ego come essere-con-il-dolore, allora io accolgo in me la possibilità dell’eternità.
In altre parole, se esisto autenticamente, cioè facendomi liberamente compagno dell’amarezza, allora sono destinato all’eternità. In questo senso, in quanto voluto e ripetuto, il dolore è parimenti vita, libertà ed eternità. E io sono (eterno), o meglio vivo (in eterno) in quanto patisco.
Mæror liberabit vos.
Excrucior, ergo sum (æternus).

David Casagrande

Piangere come funzione sociale

Non vi dico di non piangere perché non tutte le lacrime sono un male”, una citazione tratta dal Signore Degli Anelli ed è Gandalf che sta parlando a conclusione del libro nel momento degli addii. E’ proprio così!

Apparentemente incomprensibile il piangere è però una delle azioni di cui socialmente ci vergogniamo di più. Eppure nelle nostre case piange chiunque e soprattutto chi assiste al pianto degli altri. Con la fatidica domanda che, guarda un po’, parla di vicinanza e condivisione, se non proprio di capacità di risolvere il problema che angoscia l’altro: “Perché piangi?”. Varrebbe forse la pena trovare davvero il momento di “celebrare” socialmente i nostri pianti, quasi come in un rituale liberatorio: dare loro spazio, per raccontarci a vicenda tutta l’intensità dell’emozione positiva o negativa che sia, che l’altro sta sperimentando. Recuperare in qualche modo la funzione “comunicativa”, così empatica e intensa come solo le lacrime sono capaci di esprimere.

Lacrime che sanno di sale sembrano riportarci al ricordo di lontani Oceani ancestrali che meritano la semplicità dei nostri gesti quotidiani: come l’essere asciugate con delicatezza dal fazzoletto di una madre o dal movimento intenso delle dita della persona amata, perché nessuna lacrima dovrebbe andare persa. Perché ogni pianto merita l’ascolto e la nostra attenzione: da quello del neonato, a quello della figlia adolescente innamorata delusa, a quello dello sfogo degli amanti, nessuno escluso, che si sentono esclusi dalle attenzioni del partner.

Vedere piangere, è molto più che piangere.
Antonio Porchia, Voces

Il pianto ci dice soprattutto che nella nostra vita, personale e famigliare, c’è anche il dolore, l’insuccesso, la delusione. E ciò non è né bene né male: è la nostra vita. E far finta di niente o nascondercelo non aiuta. Eventualmente siamo chiamati, anche in questo caso, a compiere un’operazione tipicamente umana. E cioè aprirci alla speranza, alla condivisione della sofferenza nella consapevolezza che solo insieme si superano le difficoltà che incontriamo nella vita. Il pianto è un richiamo perché nessuno venga lasciato da solo in balia della propria sofferenza.

In quante situazioni della vita passa la morte portandosi via i nostri cari? Ce ne sarebbe da piangere per tutti di fronte a tutta la sofferenza del mondo, per il dolore, la delusione e il senso di impotenza che sperimentiamo. Ma anche perché di fronte alla morte anche la persona più di fede vacilla, quante volte abbiamo sentito “Siamo arrabbiati con Dio, che prima ci ha dato quella persona e poi se l’è ripresa senza pensare a noi!”. La società non dovrebbe rifuggire il piangere come funzione sociale, ma si dovrebbe comprendere che è bene che tutto il dolore del caso meriti di essere espresso e vissuto, senza sconti, nemmeno quello che esperiamo partecipando a un funerale in cui la funzione sociale emerge nel socializzare tra chi resta in vita la sofferenza. Dovrebbe essere chiaro che è bene per tutti “stare” in quei dolori che ci attanagliano piuttosto che evitarli o banalizzarli. Accettare i nostri pianti non ci può che rendere più abili a cogliere quelli degli altri. Che sia questa la “consolazione” dell’umanità? La consapevolezza che ogni nostra lacrima non andrà sprecata. Fare i conti con la propria sofferenza ci rende più capaci di entrare in risonanza con quella degli altri.

C’è pianto e pianto. E tutti vanno accolti. Le uniche lacrime che non vanno bene sono quelle di chi si piange addosso. Anche se abbiamo speranza che pure queste, tra le mani di un’altra persona che le sappia comprendere possano diventare altrettanta consolazione.

Improvvisamente iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all’orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta.
Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

 

Matteo Montagner

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