Prendersi cura della casa comune: l’Enciclica sempre attuale

Ultimamente di ambiente si sente parlare un po’ più spesso, anche se ancora mai abbastanza, ma soprattutto si diffonde sempre più l’idea che il singolo cittadino non possa che stare semplicemente a guardare mentre capi di stato, tecnocrati e grandi scienziati dibattono il tema.

Nulla di più sbagliato.

Ecco perché anche il Pontefice ha voluto spendervi delle riflessioni approfondite, utilizzando non a caso un mezzo come l’enciclica, una lettera apostolica scritta dal papa ai vescovi e ai fedeli mettendo letteralmente “in circolo” (dal greco enkyklos) delle riflessioni su di una particolare questione. La questione, per l’enciclica scritta nel 2015, è molto chiara nel sottotitolo, Enciclica sulla cura della casa comune: perché il pianeta Terra è la casa comune del genere umano, oltre che animale e naturale.

«La terra ci precede e ci è stata data. […] Proprio per la sua dignità unica e per essere dotato di intelligenza, l’essere umano è chiamato a rispettare il creato con le sue leggi interne. […] Le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono […] per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre»¹.

Il titolo invece, che per una enciclica corrisponde alle sue prime due parole, richiama il santo di cui il Pontefice porta il nome: Laudato si’ di san Francesco è un’ode alla creazione di Dio, della quale anche noi facciamo parte. Questo tuttavia non significa che questo scritto non possa essere letto anche da non-cattolici e da atei. Il papa anzi si prende l’incarico di esporre in modo semplice e chiaro i fatti, quegli inopinabili e terribili fatti: l’estinzione quotidiana di specie animali e vegetali, il surriscaldamento globale, l’emergenza idrica, la cultura dello scarto, la deforestazione, la distruzione degli ecosistemi, lo sfruttamento intensivo dei terreni – tutte cose di cui l’uomo deve necessariamente prendere «dolorosa coscienza», soprattutto perché è proprio l’uomo il denominatore comune della catastrofe.

Cioè, abbiamo trasformato la circolarità del mondo in una piramide e ci siamo piazzati sulla cima: così facendo abbiamo strappato via la dignità da tutto il resto e persino il significato stesso di tutto ciò che ci vive accanto (dovrebbe bastare anche solo questo, il fatto che vive!), dimentichi che «lo scopo finale delle altre creature non siamo noi»2.

La motivazione sarebbe in primo luogo lo sviluppo di un’economia volta al profitto e all’egoistico utilitarismo, nonché di una politica globale incapace di sottrarvisi; in seconda battuta (ed è probabilmente questo a risultare maggiormente allarmante), la disattenzione complessiva e quotidiana per le istanze ecologiche sarebbe semplice frutto di una crisi culturale ed etica:

«Il fatto è che “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza”3, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza»4.

Il papa in effetti lo afferma molto chiaramente: la soluzione al problema non significa porre un freno all’attività dell’uomo, quanto piuttosto indirizzare tale creatività verso un nuovo corso. Soltanto riscoprendo l’interpretazione corretta del concetto proprio di essere umano, ovvero quello di «amministratore responsabile» dell’universo, egli può correre ai ripari di ciò che lui stesso ha ferito e danneggiato nel suo delirio di onnipotenza.

Proprio per questo motivo la tecnologia non può essere l’unica risposta contemplabile in quanto essa è di fatto “neutra” e resta uno strumento sottoposto all’umana decisione; ciò che occorre dunque è una rivoluzione culturale. Significa ampliare la nostra ristrettezza di vedute, rinunciare al beneficio immediato dal quale siamo stati sedotti e al quale ci siamo abituati talmente da abusarne; significa incanalare la voglia umana di progresso e la sua energia creativa in modo nuovo; significa infine una presa di responsabilità: la dobbiamo alle specie viventi in questo pianeta, compresi noi stessi. Io sono costretta a rimanere sul superficiale, ma leggendo l’Enciclica scoprirete che quelle di Francesco sono ben altro che parole astratte: offre invece moltissimi esempi concreti di ciò che si può fare, ed è proprio questo che ci aiuta a comprendere quante siano in realtà le possibilità che vengono ignorate.

Quando abbiamo smesso di crederci? Quando abbiamo smesso di fidarci della forza, della creatività, dell’amore che è insito nell’essere umano, ovvero in noi stessi? Non siamo superflui nella grande complessità delle cose, se agiamo in modo compatto, e anche i più piccoli accorgimenti quotidiani (il Papa stesso ne elenca una serie) possono dar luce ad uno stile di vita nuovo e più sostenibile.

Non è soltanto questo. Infatti, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Per il papa questo è un punto molto importante perché tutti gli sfruttamenti e gli sprechi operati in modo miope dal Nord del mondo hanno conseguenze catastrofiche sui Paesi più deboli, spesso privi dei mezzi per far fronte agli squilibri ambientali provocati dalle nazioni più forti. Oltre ad esserci autoproclamati (come uomini) padroni dell’universo, insomma, abbiamo anche cominciato a sentirci più umani di altri umani, cioè più umani dei deboli e degli svantaggiati.

«Non ne abbiamo il diritto»5.

In definitiva noi tutti stiamo soccombendo al male che ci siamo autoinflitti e perseveriamo illogicamente nel nostro «comportamento suicida» – credo nessuna espressione può risultare più calzante di questa. Abbiamo perso la speranza e la voglia di lottare, del tutto dimentichi del nostro valore individuale ma soprattutto dimentichi del fatto che ottenere un cambiamento costa fatica, impegno, dedizione, sacrificio. Credo sia proprio per questo che siamo così restii a prendere atto della realtà. Questa, però, è l’unica, vera soluzione, o meglio ne è la premessa fondamentale: per questo papa Francesco lo evidenzia più volte in questo messaggio che è davvero per tutti, e che è di vera speranza:

«Prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione»6.

 

Giorgia Favero

 

NOTE
1. Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, 2015, n. 67, n. 68, n. 86;
2. Ivi, n. 83;
3. Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna, Brescia 1987;
4. Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, 2015, n. 105;
5. Ivi, n. 211;
6. Ivi, n. 93

 

[Immagine di copertina: il progetto La Via dei Tigli: impronte d’anime di Chiara Lorenzetto, che raccoglie i frottage acquisiti dai ceppi di Tilia x vulgaris rimasti per diversi mesi lungo i bordi di una strada urbana a seguito di una operazione di abbattimento]

 

banner 2019

Ciò che va oltre il vegetarianesimo

La questione del vegetarianismo va ben oltre il campo che tratta.

Ha a che fare con la salute del nostro pianeta, con la conservazione della biodiversità e della pulizia ambientale, riguarda direttamente il futuro sociale e culturale della nostra specie. Di per sé, ritengo che non sia sbagliato mangiare carne: oltre ai numerosi vantaggi nutritivi, vi è anche una solida tradizione a sostenerne il consumo, che si avvale della naturalità dell’atto e della convivialità che genera una tavolata imbandita a tema. Sono argomenti validi, che dimostrano la ragionevolezza dell’opposizione, ma in questa ragionevolezza si nasconde un’omissione. La produzione attuale della nostra carne – quella consumata oggi dall’individuo medio – ha volgarizzato tutta la parte “ritualistica” del consumo della stessa. Non si considerano i legami di rispetto che possono aver coinvolto il cacciatore e la sua preda; non ci si appaga col frutto del proprio peregrinare tra i boschi; non si attua un gesto di condivisione autenticamente profondo; né in realtà si assorbe un nutrimento sano, poiché quella carne è stata imbottita di farmaci e ricavata da un animale probabilmente malato e incredibilmente sofferente. La scelta di mangiare o meno la carne va a sollecitare direttamente la storia umana nella sua quotidianità.

Di solito sono queste le argomentazioni sostenute da un vegetariano di tipo etico, quando vuole giustificare la sua scelta. Sostiene di farlo per buon senso, per integrità, per rispetto, per ambientalismo. In più vi sono numerose considerazioni a favore di queste linee alimentari che trascendono la mera questione etica: l’industria alimentare è tra le più inquinanti al mondo e l’allevamento intensivo è causa di gravi sconquassi idrici e ambientali, di un ingente spreco di risorse e di un notevole disagio psicologico indotto negli operai del settore, i quali lavorano in situazioni tanto barbare e precarie da rischiare spessissimo la loro vita. Tutti questi aspetti sembrano sufficienti a boicottare l’industria alimentare, e infatti è a questo punto che l’argomentazione di un vegetariano si ferma. Ma così ha solo circoscritto il campo in cui la sua parola prende vita, scambiandolo per giustificazione.

Un’argomentazione del genere si fonda soltanto su motivazioni ragionate e ponderate, quindi su opinioni, che, per quanto profonde, non fanno altro che mostrarsi. Quando si discute per opinioni, si arriva a un punto in cui le due opinioni agoniste chiarificano al meglio la loro divergenza e così la cementificano. Lo stesso accade quando si fa leva sui sentimenti legati all’etica e all’emozionalità: se qualcuno non li avverte, o li avverte in altri momenti, la questione (quasi) finisce là. Un fiume divide due persone e nessuno costruisce un ponte. In secondo luogo, il vegetariano etico non si accorge che le sue posizioni sono valide in numerosi altri settori che probabilmente non ha considerato: l’industria tessile, l’industria telefonica, quella informatica, addirittura quella agricola. Se trova sbagliato consumare carne per via del maltrattamento che subiscono gli animali, e per questo non la mangia, dovrebbe anche rinunciare ad acquistare vestiti di marca, cellulari e computer, visto che la maggior parte di questi prodotti sono costruiti da operai sottopagati e sfruttati, e dovrebbe anche vagliare attentamente le verdure che acquista, poiché molte di queste sono insanguinate forse più della carne.

L’alternativa sarebbe ammettere di considerare più la vita animale di quella umana e di chiudere un occhio sulle questioni ambientali che solleva l’agricoltura intensiva: e questo atteggiamento, lungi dall’essere semplicemente stupido, è eminentemente ipocrita.

Il nostro vegetariano non ha particolari colpe. La sua posizione è ammirabile sotto alcuni aspetti, ma non si può negare che sia embrionale. Non è ancora niente, non risolverà nulla, e non è nemmeno la soluzione. È un inizio, volendo, un segnale, un’intuizione, una scelta, ma che poi deve essere coltivata e accresciuta, demolita e ricostruita come la ragione, altrimenti si ridurrà a un’ammonizione poco convincente dispersa nei venti del mondo. La questione vegetariana non è solo una questione vegetariana: solleva problemi che interessano sostanzialmente l’intero pianeta, l’intera idea di globo e globalità che noi moderni abbiamo contribuito a sviluppare. Non è la carne il problema: ma l’eccessivo e smodato consumo dei paesi egemoni, l’assenza di scrupoli delle grandi industrie produttrici, il divario alimentare che interessa le due metà del mondo. Non è neanche la tecnologia il problema: ma la produzione campionata e ripetitiva, l’accumulo di immondizia, l’alienazione del lavoratore. Problemi molto simili a quelli che riguardano l’industria alimentare; problemi che chiarificano le contraddizioni laceranti della nostra civiltà.

La questione allora concerne quel che noi siamo disposti ad accettare per avere questa quotidianità. Dico “questa” perché potremmo averne un’altra, ma per strutturarla occorre un interesse e un impegno indiscriminati, disposto a rivedere tutto quel che è stato piantato nell’ambiente e nel suo habitus, consapevole della posta a un livello più o meno uniforme ma comunque particolareggiato. Difficilmente però una sola idea potrà accomunare l’umanità, così come nessuna legge potrà contrastarne i crimini. La coralità del mondo – purtroppo o per fortuna – esige ascolto. Ogni problema è interdisciplinare, e nessuna soluzione può essere definitiva. Le cose cambiano in base alla prospettiva, al momento, allo sguardo che le considera, e la soluzione deve tener conto della sua arbitrarietà se vuole contenere al meglio quel che considera un problema. Prendere posizione ha un suo valore, ma all’interno dei suoi limiti, gli stessi che si pone. Quel vegetariano avrà dei nobili principi, ma non può credere di essere salvo. Può invece scegliere di agire (il come lo sa solo lui), oppure può continuare con la sua dieta, sapendo che prima o poi, almeno a un animale, risparmierà una vita di soprusi e torture. Non è niente, ma, appunto, è un segnale, e in quanto tale credo debba continuare a lampeggiare.

 

Leonardo Albano

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

Elon Musk, il demiurgo

Il dizionario Treccani per il termine demiurgo, dal latino demiurgus “artefice, ordinatore” ha varie voci: il demiurgo propriamente come libero artigiano o come magistrato che curava le questioni di interesse pubblico, ma anche la famosa divinità platonica creatrice del mondo. Nel senso più ampio e figurato infine il Treccani recita: «Personaggio di grande importanza storica, dotato di forti capacità creative e organizzative che gli consentono di dominare il suo tempo e dare vita a nuove realtà».

È proprio questa la definizione che mi viene in mente da qualche tempo a questa parte quando leggo o sento parlare di Elon Musk. Chi è costui? Diciamo che ragionevoli indizi portano a pensare che sarà (se non lo è già) una delle cinque o dieci persone più influenti al mondo per i prossimi decenni. Anche solo per il fatto che la missione dichiarata, non tanto sottovoce, di questo quarantacinquenne di origini sudafricane è quella di cambiare il mondo, in meglio, ovvio.

Riavvolgiamo il nastro della sua vita un attimo. Studia economia e fisica negli Stati Uniti, ma la svolta arriva appena dopo l’università quando crea il sito Zip2 che gli frutta alla vendita più di 300 milioni di dollari. A 28 anni co-fonda un servizio di pagamenti online che confluirà in PayPal. Venduto il quale può iniziare la fase importante della sua vita, quella in cui prova a salvare la Terra. A 31 è fondatore e CEO di SpaceX, la sua compagnia aerospaziale, a 32 è CEO di Tesla Motors e a 35 di SolarCity. E di tutte è il maggiore azionista.
Il bello però è come queste aziende, che da sole avrebbero di per sé una portata rivoluzionaria, siano interconnesse e dipendenti, scambiandosi consulenze e conoscenze prima di tutto.
Ricapitolando, la base del progetto di Musk passa per TeslaMotors, azienda che produce auto totalmente elettriche. Tesla ha iniziato producendo un modello di macchina sportiva, poi un Suv e una berlina compatta e con questi ricavi ha da poco messo in commercio una vettura più economica (Model 3), una citycar, che dovrebbe riempire una fetta più grande di mercato. In questo modo in un paio di decenni risolveremo il problema dei combustibili fossili se sempre un maggior numero di persone guiderà una macchina elettrica, pensa Musk.

Poi c’è Solar City che, come suggerisce il nome, mette un altro tassello nella conversione alle energie rinnovabili, occupandosi appunto di pannelli fotovoltaici. Ma non finisce qui perché la novità sarà poter immagazzinare l’energia solare catturata in delle grandi batterie casalinghe (Powerwall) da poco presentate al pubblico, in modo da ovviare al fabbisogno di un’abitazione, che diventerà quindi veramente green, per usare un termine da reclame.

Il fiore all’occhiello dell’impero di Musk, al 101° posto tra gli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio stimato in 12 miliardi di dollari, è pero SpaceX, che sta per Space Exploration Technologies Corporation. Anche qui il nome è presagio: il termine tecnologie vicino a esplorazione spaziale dice molto.
La prima missione di SpaceX è stata infatti creare da sé tecnologie come lanciatori (completamente riutilizzabili) e capsule costruite in modo da abbattere i costi enormi di un lancio spaziale. Ci sta riuscendo e non è un caso che la Nasa e gli Usa siano tra i finanziatori dell’azienda di Musk. SpaceX ha ottenuto vari traguardi importanti tra i quali essere la prima azienda aerospaziale privata (privata!) a raggiungere con una navicella la Stazione Spaziale Internazionale.

Sono molti altri inoltre i progetti, che potremmo chiamare genericamente e semplicisticamente futuristici, che Elon Musk, o chi per lui, finanzia da anni. Tra questi è da citare Hyperloop, progetto che consiste semplicemente nel creare un treno da più di 1000 Km orari, e in pratica inventare un nuovo modo di viaggiare.

Tanti dei progetti del tycoon sudafricano iniziati circa un decennio fa sono oggi realtà, ma quando si ha il futuro in testa, non ci si ferma mai. Ecco allora che qualche giorno fa il CEO di Tesla ha pubblicato il nuovo piano maestro (Master Plan, part deux) delle sue aziende per i prossimi dieci anni, se basteranno. Musk stesso riassume così gli obiettivi che pone e si pone: creare a energia solare integrati, espandere il mercato dei veicoli elettrici, implementare la tecnologia delle auto a guida automatica, dieci volte più sicura di quella manuale, condividere i mezzi di trasporto come le macchine e in questo modo guadagnare soldi mentre noi non le usiamo.
Insomma energia solare e auto elettriche su grande scale, insieme alle self-driving car (oltre a camion e altri mezzi) e a un’economia della condivisione sono le prossime sfide. Tutto questo per garantire un pianeta meno inquinato e più sicuro. Vi sembra poco?
Se le sue aziende dovessero raggiungere davvero questi traguardi allora non credo sarebbe peregrino dire che Elon Musk stia creando il futuro, tanto quanto il demiurgo filosofico creasse e ordinasse il mondo.

Il personaggio e uomo Musk, genio, miliardario, imprenditore e filantropo, per quanto si può leggere in alcuni stralci della sua più attendibile biografia, ha anche molti lati oscuri: vive per il suo lavoro, e lavora per la perfezione, e così sono obbligati a fare dal primo all’ultimo i suoi sottoposti, pena sfuriate incontrollate o licenziamenti in tronco. Parrebbe provare pochi sentimenti, o almeno non come li proviamo noi. Il tutto è accompagnato da una timidezza quasi imbarazzante e da una serie abbastanza lunga di nevrosi. Non si ferma mai, dorme sul posto di lavoro e pochissimo. Come dice la sua ex-moglie: «questo è il mondo di Elon e noi ci viviamo dentro».

In un’intervista durante un talk show, il conduttore lo punzecchia chiedendogli conto della contraddizione tra la sua volontà di salvare il mondo e il fatto di essere un classico esemplare di miliardario del neo capitalismo. In pratica gli domanda se sia l’eroe (hero) o il super cattivo (villain). Lui ridacchia nervosamente e risponde che sì, quello che vuole è «fare delle cose che facciano bene al pianeta»; più o meno come quasi tutti scrivevamo candidamente nei temini di terza elementare. Solo che Elon Musk sembra crederci sul serio e prova a realizzare tutte le sue (e nostre) utopie.
C’è altro? Sì, il gran finale si lascia sempre alla fine. Come se non bastasse infatti c’è un’utopia nell’utopia, o meglio una mission nella mission. Una volta migliorato un po’ il mondo e la vita di tutti noi, Elon Musk ha come obiettivo a lungo termine una cosa come la conquista di Marte. Eh si, se no quale sarebbe il fine ultimo dei razzi di SpaceX?
Più che conquista Musk, che non fa certo segreto di questa idea, parla di colonizzazione. Prima trasportando materiali sul pianeta rosso, poi uomini, che inizino a renderlo vivibile, per infine creare una colonia umana sul pianeta, e forse gettare le basi per una più estesa colonizzazione della galassia. Già solo il fatto che un uomo sia in grado di pensare e cercare di realizzare questo ci dice chi abbiamo di fronte. Un ragazzotto geniale e un po’ impacciato che sta plasmando il futuro dell’umanità. Buon divertimento nel mondo di Elon.

Tommaso Meo

[Immagine tratta da Google Immagini]

La Terra, casa mia

Alla base di ogni conflitto c’è una incomprensione, e questo vale anche per il rapporto tra onnivori e vegani. Dal momento che sono vegetariana da poco conosco perfettamente entrambe le campane e dunque so che essere onnivori non è affatto sbagliato, ciò che è sbagliato è essere onnivori senza sentirsi a posto con se stessi: in quel caso, ci vuole solo un po’ d’impegno e coraggio, ma poi ci si sente più leggeri. O almeno, per me è stato così.

Non è detto che sia facile. Per me, è stato un clic. Ero al banco della pescheria ed aspettavo pazientemente il mio turno. Davanti a me c’erano almeno cinque persone e per tutto il tempo che le ascoltavo ordinare osservavo quegli occhi vitrei e senza vita in bella esposizione alla totale noncuranza, la mia compresa. Era quasi il mio turno, il signore davanti a me evidentemente aveva organizzato una cena a base di pesce perché se n’era preso in gran quantità per antipasto primo secondo e anche dessert. Finché non è arrivato il momento dell’astice. L’indifferenza totale con cui l’impiegata s’è messa il guanto lungo di plastica, ha tuffato la mano nell’acquario, arraffato la prima creatura che le è capitata a tiro, gettandola poi nella bilancia e chiedendo “Vanno bene 400 grammi?”, mi ha dato la nausea. Ancora di più mentre il mio sguardo non riusciva a staccarsi dal povero astice che si muoveva ancora con lentezza mentre stava sulla bilancia e il cliente decideva se per lui era o non era abbastanza grasso. A quanto pare lo era, perché se l’è portato via. Io invece, quasi come una bambina impaurita, sono fuggita e mi sono andata a sedere in un angolo tra gli scaffali dei cracker, perché sentivo la testa girarmi come una trottola. E’ stato quello il click, quello il momento in cui ho capito che per me tutto ciò è assolutamente assurdo. Non era certo la prima volta che andavo al bancone del pesce, ma il click è arrivato in quel momento. Per uno scherzo del destino, uno di quelli che mi fa pensare di essere veramente nel mio personale Truman Show, era il 14 febbraio: non avendo un uomo con cui celebrare la ricorrenza, mi è sembrato giusto festeggiare con l’ambiente.

Perché, in realtà, si tratta proprio di questo: dell’ambiente. Come ho detto, posso capire gli onnivori: la carne è buona, il pesce forse di più, sono nutrienti, e può essere che uno non avverta dentro di sé un buon motivo per rinunciarvi: è possibile, succede, e va bene così. Non esiste il “giusto”, non esiste lo “sbagliato”. Per me invece deriva tutto da quella mia fastidiosa impressione che siamo noi esseri umani gli alieni di cui tutti vanno in cerca. Lo so che in realtà siamo frutto di un processo evolutivo, ma a volte mi sembra proprio che, soprattutto da un paio di secoli a questa parte, il nostro impatto sul pianeta sia stato pari ad una pioggia di meteoriti. Grazie a noi e al nostro esagerato ma elitario benessere, a Napoli a gennaio ci sono 16°; grazie a noi, un’isola al largo della Norvegia che si chiama Bjørnøya, letteralmente “isola degli orsi”, non vede più l’ombra di un orso polare da anni; grazie a noi i volti delle Cariatidi di marmo che hanno sorretto una loggia dell’Acropoli di Atene e conservatisi meravigliosamente per 2500 anni, solo negli ultimi 90 (dunque 1/28 della loro vita) sono stati divorati dalle piogge acide; grazie a noi, la foresta amazzonica… Beh, la lista è lunga, ed è pure nota! Ma noi proprio non ascoltiamo! Come con la pioggia: “piove, cosa posso farci io?”. In effetti, viviamo in uno stato del progresso tale per cui inquiniamo tutti quanti tutti i giorni, è inevitabile: quello che invece si può evitare, però, va evitato. Perciò, ben vengano gli accordi di Parigi: è qualcosa vicino al niente, ma è vero che senza sarebbe stato ancora peggio; il fatto però è che non dobbiamo necessariamente stare ad aspettare i comodi dei quadri mondiali: lo so che sembra difficile e assurdo, ma davvero possiamo fare la differenza. Io, sì, proprio io! Essere vegetariani, fare la raccolta differenziata, evitare gli sprechi di cibo (gli All you can it purtroppo offrono spettacoli raccapriccianti, ma da parte dei clienti!), scollegare il caricatore quando il cellulare è al 100% di batteria, prendere i mezzi pubblici tutte le volte che è possibile, riempire le bottiglie alle “case dell’acqua” invece di comprare giorno dopo giorno bottiglie di plastica, chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, usare pile ricaricabili, spegnere la luce quando si lascia una stanza… e chissà quante cose che ancora non so! So bene che non sarò mai perfetta, ma mi consola il pensiero di impegnarmi come posso. Non sempre ci riesco (con il rubinetto quando mi lavo i denti è una vera lotta), ma almeno ci provo. Del resto la Terra è casa mia; sono felice di vedere il sole, adoro i fiori, mi piacciono molto i delfini (anche se dicono che in realtà sono cattivelli), amo i gatti, mi affascinano il deserto e il paesaggio delle isole tropicali. Detesto pensare che ogni cosa bella che esiste è a rischio, e vorrei fare finalmente la mia parte, assumermi le mie responsabilità. E quando sento che Milano ha sforato abbondantemente i livelli di PM10 per il 93° giorno dell’anno (93 giorni = circa 3 mesi, 3 mesi = ¼ dell’anno, un quarto dell’anno!) e mi scoraggio e penso “Tanto che mi affanno a fare, sono solo gocce nell’oceano!”… a quel punto mi ricordo che del resto l’oceano è fatto proprio di gocce, e che tutto sommato, certamente e sicuramente, è meglio essere una goccia che contribuire alla siccità.

Giorgia Favero