Unione Europea: ognun per sé e Dio per tutti

Non è mia intenzione ammorbare quanti avranno voglia di spendere parte del loro tempo per leggere questa mia riflessione, con discorsi volti unicamente a distruggere – così come la moda attuale vuole – l’idea comunitaria che regge il sistema politico ed economico europeo nel quale viviamo. Esistono critiche costruttive lì da qualche parte, sovrastate dal mare di sfoghi collettivi anti-sistema che infiammano moltissime persone, urla incontrollate, j’accuse improbabili lanciati da politici altrettanto improbabili; esistono e sono nascoste molto bene.
Tuttavia esistono anche dubbi, forse sani, forse no, legati al concetto stesso di Unione Europea che d’altra parte, visti i recenti comportamenti tenuti dagli Stati nazionali in seno all’organizzazione, inevitabilmente sorgono anche nelle più positive intenzioni.

Cos’è l’Unione Europea?
La risposta è una sola: dipende.
Dipende se intendiamo l’Unione Europea così come ci è stata raccontata, come si presenta, oppure se vogliamo farci del male e riscoprirne definitivamente la natura.
Quando e perché è nata l’Unione Europea?
Un continente uscito con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale aveva capito che i moti di supremazia di un singolo Paese potevano creare danni ingenti a cose e persone, quindi la possibilità per risollevarsi e prosperare era racchiusa nella collaborazione tra Stati. Dallo scontro si era passati quindi al dialogo in modo tale da affrontare meglio un futuro che – con l’inizio del dualismo USA-URSS – non si presentava certamente roseo e felice.
Un po’ come si vede nei documentari di avventura, o nei film in cui i protagonisti si trovano in una situazione di precarietà e ognuno mette in comune i propri viveri, gli Stati europei nel 1951 misero in condivisione reciproca le materie prime più importanti: il carbone e l’acciaio, entrambe utili per il settore energetico ed infrastrutturale, dando vita alla CECA.
Il primo passo verso l’Unione Europea fu proprio questo: il libero scambio di merci.

Fatta questa premessa risulta abbastanza chiaro che le radici dell’Unione Europea sono economiche, che poi l’apertura dei confini abbia interessato altri settori è fuor di dubbio, ma è diretta conseguenza di una visione decisamente materialista e del resto non poteva essere altrimenti.
Un’altra domanda che sorge spontanea è la seguente: l’UE ha mai smesso di pensare ed agire in termini economici e materialisti?
Nel già citato dualismo USA-URSS in cui anche l’Europa faceva parte dei territori contesi, assieme ad Africa, America latina e Asia, fu necessario un ulteriore passo in avanti, questa volta non nella sfera materialista ma in quella psicologica. Per rafforzare il concetto di Europa dovevano essere creati gli europei, i cittadini che avrebbero dovuto emergere dalla condizione di subalternità alle super-potenze.
Senza voler favoleggiare segreti machiavellici, se volete creare un fronte comune “umano” contro qualcuno o qualcosa che appare invincibile, dovete prima di tutto coinvolgere altre persone e farle sentire parte di un grande progetto; del resto il motto «l’unione fa la forza» è sicuramente più motivante di un «se non mettiamo assieme le economie siamo spacciati».
L’apparato extra economico dell’Unione Europea, che comprende il mito di fondazione, la simbologia, le festività laiche ecc, è servito da panacea, da utile racconto per far ingerire lo sciroppo amaro del cinico materialismo. Non è nemmeno una novità, nel corso della Storia fu un processo già sperimentato in piccolo, specialmente nel Settecento quando si formarono gli Stati Nazionali.

Appurata la base materialista dell’UE, appurata la bella immagine che di sé ha costruito negli ultimi sessant’anni viene da chiedersi cosa non sta funzionando, quale ingranaggio si è rotto o allentato.
È sotto gli occhi di tutti infatti il comportamento tenuto dai singoli Stati nel delicato tema dell’immigrazione, comportamento che ha portato alla luce numerosi rancori, anche estranei a questo problema principale e vecchi antagonismi latenti da chissà quanti anni.

Il fenomeno migratorio attuale ci ha colti di sorpresa, poche persone avevano intuito cosa avrebbe raccolto l’Europa dopo secoli di sfruttamenti e tentativi, spesso fruttuosi, di controllare indirettamente le politiche interne dei Paesi nati durante la decolonizzazione (anni ’60 e ’70 del Novecento, quindi l’altro ieri); ciò ha messo a nudo la vera natura che è propria dell’Uomo: l’egoismo.
Gli esseri umani sono capaci di aggregarsi, di modificare l’ambiente per adattarlo meglio alle proprie esigenze, sono in grado di strutturarsi in gerarchie per controllare un determinato territorio, sono capaci di spingere i confini invisibili dell’ignoto, ma alla fine dei giochi, quando si tratta di reagire improvvisamente ad un elemento considerato pericoloso o dannoso, emerge puntualmente l’egoismo che può essere individuale, oppure – come nel caso in questione – nazional collettivo.

Diversi Stati facenti parte dell’UE nei mesi scorsi hanno letteralmente chiuso le loro porte lasciando il gravoso compito di gestire i flussi migratori ad altri Stati, quelli che la geografia e il fatalismo un po’ indotto hanno voluto porre proprio come prima tappa degli sbarchi.
Davanti a tutto questo, come potrebbe un cittadino qualunque, anche se disinteressato dalla polemica a priori contro le organizzazioni sovranazionali, non considerare il mito, lo storytelling legato all’Unione Europea, inutile e – se insistentemente riproposto – irritante?

Balbettare una retorica che sembra dilatarsi in modo inversamente proporzionale alla sua efficacia, quanto può contenere le opposte derive estremiste, quelle ultranazionaliste, che stanno ottenendo un buon successo elettorale?
Per quanto tempo, infine, potrà ancora reggere la credibilità di questa Unione Europea nata per sopperire alle difficoltà, se si lascia vincere proprio dalle nuove sfide del presente?

 

Alessandro Basso

 

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Le Congetture di frutta: confetture e utopie

Confetture e utopie: come eliminare l’indesiderato della realtà e tenere solo il dolce del pensiero.

    Il processo di preparazione della confettura consiste nell’eliminare la maggior parte dell’acqua presente nella frutta per conservarne il concentrato di gusto e zucchero. Un processo simile, nella sostanza, a quello che conduce alle utopie: si toglie la gran parte di quello che compone l’uomo per tenerne solo l’essenza più dolce – e per di più, come per le confetture, è comunque necessario aggiungervi dello zucchero. Entrambe, confetture e utopie, non si servono se non accompagnate da qualcosa di più solido e, per evitare malanni, vanno sempre assunte a piccole dosi. Eppure non se ne può fare a meno, perché esse creano „spazio al possibile: contro ogni passiva acquiescenza allo stato presente„ (E. Cassirer).

Qui vi presentiamo tre brevi confetture utopiche con la speranza di aprire un poco gli orizzonti del vostro mappamondo filosofico-dolciario.

La congettura di More

    Esattamente cinquecento anni fa Thomas More riportò quanto gli aveva raccontato il navigatore Raphael Hythlodaeus (“colui che racconta bugie”): viaggiando lungo le coste brasiliane, in un luogo non ben precisato, Raphael aveva scoperto l’isola di Utopia. A Utopia la proprietà privata era abolita, si produceva non per il mercato ma per il consumo, c’erano libertà di parola e di culto (anche se agli atei erano disprezzati) e ogni cittadino lavorava sei ore al giorno e dedicava il resto del tempo all’arte e alla cultura. Nomi evanescenti costellano la mappa di quest’isola: la capitale si chiama Amauroto, città invisibile, il fiume che l’attraversa Anidro, senz’acqua, chi la governa è Ademo, il senza popolo. A Utopia, come in cucina, «nessun piacere è da bandire, se non ne deriva alcun male.»

La congettura di Taprobanana

    L’isola di Taprobana compare già nei trattati degli antichi geografi greci e la si trova in tutti i mappamondi europei fino al XVII secolo, sul bordo, lontana, da qualche parte nell’angolo sud-est del mondo. Un nome e un profilo di carta, privi di un corpo di terra definito: per molti è stata lo Sri Lanka, per alcuni Sumatra, per altri il Borneo. Tommaso Campanella – che si finse pazzo davanti al Sant’Uffizio per evitare la morte e che trascorse 27 anni di prigionia a Napoli – nel 1602, mentre era ancora in carcere, fece sorgere su Taprobana la propria utopia: la Città del Sole.

La congettura di Tristan da Cotogna

    Nel mezzo dell’Oceano Atlantico, tanto lontana dal mondo abitato da far sembrare vicina l’isola di Sant’Elena, sorge Tristan da Cunha. Questo pezzo di roccia vulcanica di nemmeno 100 km2 è stato, agli inizi dell’Ottocento, il luogo prescelto per la società utopica di William Glass: un’isola senza proprietà privata né gerarchie, dove vigeva il divieto di impartire ordini. Ai giorni nostri a Tristan da Cunha ci sono solo 8 cognomi; sono tutti di sapore anglosassone a parte due: Repetto e Lavarello. Li hanno portati due marinai di Camogli che naufragarono sull’isola nel 1892 e decisero di non tornare più indietro.

 

LE CONGETTURE DI FRUTTA

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Persone: 2 vasetti per ogni tipo di Utopia
Tempo di preparazione: 1 h circa per congettura

Attenzione: tutti i vasetti vanno adeguatamente sanificati prima di cominciare la preparazione delle congetture! Mi raccomando.

La congettura di More e rosmarino

INGREDIENTI 2-vasetti_more_aristortele_big

500 gr more di rovo

120 gr zucchero chiaro di canna

20 gr succo di limone

1 rametto di rosmarino

Lavate e asciugate delicatamente le more. Lavate e tritate il rosmarino. Fate macerare la frutta con lo zucchero e la spezia per almeno 4 o 5 ore o fino a che lo zucchero non si sia completamente sciolto. Fate cuocere aggiungendo il succo di limone a fuoco basso, schiumate quando necessario, lasciate bollire mescolando spesso per circa 30 minuti. La congettura deve raggiungere i 105° C (se avete un rifrattometro: 65° Brix – se non avete manco un termometro: la prova del piattino!). Invasate subito.

La congettura di Taprobanana, zenzero e vaniglia

INGREDIENTI 3-vasetti_taprobanana_aristortele_big

500 gr banane mature

50 gr acqua

220 gr zucchero scuro di canna

15 gr succo di limone

30 gr zenzero fresco

1 baccello di vaniglia

Sbucciate le banane, grattugiate lo zenzero e aprite il baccello di vaniglia. Fate cuocere la frutta con l’acqua, lo zucchero, le spezie e il succo di limone per circa 30 minuti a fuoco basso, schiumando se necessario e mescolando spesso. La congettura deve raggiungere i 105° C (se avete un rifrattometro: 65° Brix – se non avete manco un termometro: la prova del piattino!). Invasate subito.

La congettura di Tristan de Cotogna e cannella

1-vasetti_cotogne_aristortele_bigINGREDIENTI

500 gr mele cotogne mature

250 gr zucchero chiaro di canna

30 gr succo di limone

30 gr cannella in polvere (o due stecche)

Sbucciate e tagliate a pezzetti tutti uguali-uguali le mele. Mettete in una soluzione di acqua e limone perché non anneriscano. Fate cuocere a fuoco basso per circa 30 minuti, aggiungendo il succo di limone e la cannella quasi a fine cottura. La congettura deve raggiungere circa i 105° C (se avete un rifrattometro: 65° Brix – se non avete manco un termometro: la prova del piattino!). Se preferite potete passarne una parte al passa-verdure per renderla più cremosa. Invasate subito dopo.

 

Mettete le congetture a testa in giù e cominciate a sognare.

Aristortele

THE END OF PHILOSOPHY?

La filosofia contemporanea, categoria quanto mai multiforme, presenta come costante un trasversale carattere di ambiguità. Quanto più ha aperto il proprio orizzonte all’interdisciplinarietà e tanto più si è fissata in discipline; quanto più ha diversificato il proprio linguaggio e tanto più è stata accusata di perdita dell’identità; quanto più si è interessata al mondo, alla materia e al finito e tanto più è stata dichiarata inutile, e – quel che più è interessante – si è in fin dei conti dimostrata tale, come Adorno ha causticamente affermato nell’incipit di Negative Dialektik.

Parlare oggi di una filosofia contemporanea significa quindi innanzitutto occuparsi della fine della filosofia tout court? Dovremmo iniziare a pensare anche la fine della filosofia, per parafrasare l’espressione che Fukuyama ha introdotto nel 1992 con il suo The End of History and the last man?

La questione (teorica) è tutt’altro che innocua, dal momento che da essa dipendono destino e reputazione di una delle esperienze più antiche e ricche dell’umanità occidentale, e dunque anche dettagli concreti come la sua sopravvivenza all’interno dei Dipartimenti universitari sotto forma di certe discipline, il grado di competenza e di autorevolezza che possono vantare gli specialisti del settore, l’entità dei fondi e delle borse di ricerca da destinare allo studio di materie filosofiche, un’organizzazione didattica che deve (o dovrebbe) fare i conti con le richieste del mercato del lavoro e, infine, l’affidabilità delle teorie del pensiero nell’interpretare e nel precorrere i tempi.

L’eterogeneo universo della filosofia contemporanea rende pressoché impossibile dare una risposta univoca al quesito circa il suo destino; cionondimeno sembriamo assistere a quello che Habermas chiama “l’autorelativizzarsi di una filosofia disincantata nel contesto di divisione del lavoro di società complesse”. In altre parole: oggi la filosofia ha meno pretese di verità, non ambisce a un rapporto privilegiato con la giustezza e con l’idea di bene, si compiace del ruolo per lei appositamente ritagliato da una società orientata verso altri interessi. Insomma, appare debole e stanca, svuotata del proprio potenziale.

Ciò che mi sembra sotteso a questo quadro è l’indiscussa, ovvia volontà che la filosofia divenga pratica. La questione della traduzione in prassi del pensiero è, come nota ancora Habermas, antica quanto la stessa filosofia. Tuttavia, mentre inizialmente il modello è stato quello di una conciliazione tra pensiero razionale e realtà pratica (culminante nella tesi hegeliana radicale di una realizzazione della ragione nella storia), da Marx in poi il rapporto tra teoria e prassi si rovescia, rimarcando non più il contributo che una teoria astratta può fornire alla vita pubblica e alla politica, quanto piuttosto la dipendenza della teoria stessa dal mondo della vita sociale. Ammettere un’opacità immanente al pensiero significa sdoppiarlo – smascherandolo come errato – nella coscienza falsa e nella critica di quest’ultima. Il pensiero filosofico inizia così a perdere la sua auratica superiorità (con conseguente autorelativizzazione) proprio in ragione del compito precipuo a cui è deputato: la penetrazione della sua dipendenza dal contesto.

Pensare, per la prima volta, significa decostruire il pensiero. Non solo, decostruire il pensiero è il primo passo per modificare la realtà (tesi sopravvissuta fino al rovinoso disastro del socialismo realizzato).

Ricapitolando, dunque, con l’introduzione del concetto di “critica” la filosofia subisce due trasformazioni. La prima rende la filosofia un’autocritica, imponendole di pensare innanzitutto contro se stessa – a differenza di tutte le altre scienze, impegnate a consolidare i propri apparati metodologico e disciplinare. La seconda, incidendo sul rapporto con la prassi, orienta la filosofia non verso un moderato contributo alla vita pubblica, ma verso una critica radicale del reale tesa alla sua modifica, progetto che ai tempi attuali deve apparire più che problematico, già fallito.

L’impasse in cui si trova il pensiero contemporaneo consiste dunque nel dover attuare la sua vocazione pratica attraverso una costante critica di sé. Se l’abbaglio comune a gran parte della filosofia post-hegeliana è stato quello di concepire tale critica in senso troppo illuministico, come un compito eseguibile compiutamente, mentre è invece essa stessa carica di opacità e di caratteri sociali, d’altra parte la successiva risoluzione del pensiero filosofico in vari specialismi tradisce secondo Habermas il miglior retaggio della filosofia, quello “anarchistico”, ossia di essere “pensiero non fissato”.

Nel primo lavoro comune di Marx ed Engels, La sacra famiglia, si legge che “se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente”. Già, ma come? Da un secolo e mezzo il problema è che la teoria della mediazione di teoria e prassi non può avvalersi di una meta-teoria per tradursi in prassi. Ed è forse per questo che la filosofia incespica e si dibatte tra gli estremi della questione: insistere sulla sua specificità peccando di astrattezza o volgersi al concreto rischiando la dissoluzione. Più che andare incontro alla propria fine, il pensiero filosofico appare arginato dalla frustrazione di non saper compiere un ulteriore passo dialettico: pensare criticamente alla realtà, per trasformare se stesso (dopo aver tentato di trasformare la realtà pensandosi criticamente).

 Valentina Simeoni

Nata nel 1986, dopo la laurea magistrale in Scienze Filosofiche è attualmente dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove sta lavorando a una tesi sulla filosofia della religione di Hegel.

Brian Pallas: when the Idea becomes Action

Italian version: here

1) An unusual life for a young 28-year-old, who lives in Milan and New York. Does Brian Pallas feel different from his peers? Why?

I do not consider myself particularly different from my peers. What may be different is the path I have undertaken to achieve my objectives. I’ve never had just one specific target, but I always allowed myself to keep the maximum options open.
In Philosophy there is the concept of ‘degrees of freedom’, thus when the degree of individual’s freedom increases there will be the opportunity to get more results that are different from the standard.
My philosophy as an individual, not simply as an entrepreneur (this was one of the various options), has always been to keep open as many options as possible, so I have always chosen one school and not another one, a first job as a consultant just to expand the range of options available to me.
Also, the additional choice of the MBA was to continue to expand my optional range, because I believe that, rather than specializing yourself, it’s better to have not only a plan A to move forward but also a plan B, C and D even within the same thing that you are doing. Obviously this requires more time and effort but it allows you to use the value of the option and a higher degree of freedom.

2) Do you think that now flexibility should be an important feature of young people?

Yes, absolutely.
It is a matter of personal flexibility. Often when you say the word ‘flexible’, people tend to think about accepting an unpaid work or bowing to external requirements.
For me, being flexible means not to bind to an identity, an ‘exoskeleton’ that is placed around you by society, but to live with the minimum fluidity that is required to get the best opportunities, because every choice comes from a function of two main features:
1 – the large number of available alternatives
2 – the forecast capacity of the outcome of each alternative.

This means that if you have five choices and you know what results they bring, then you know what to choose and so you will do a rational choice; so what is the problem?

However, we work with two elements that are incomplete because:
1- the large number of choices is due to our imagination and our ability to see them, as well as to what we built before.
2- to know the outcome of our choice in advance is difficult because this is given by intelligence and predictive power, which are the result of experience.

From this point of view the flexibility of our behavior must serve to expand the number of available choices in order to have a great number of options and then, if we can predict the possible outcome of these choices, decide to approach an optimality’s paradigm.

3) You had the IDEA. For you, in this contemporary scene, should winning ideas be considered as the result of the Intellect, (so independent because at the top of everything) or are the result of reason, (therefore “built”, so you start with some elements and then you build the winning idea?)

Winning is a context- related concept and an idea is winning as much as serving the utility of someone. We know that humans react according to utility functions and if something does not add value to anyone is not to be considered a winning idea.
If we look at the whole problem from this perspective, we should not focus on the idea but on the utility that is generated; the latter, in my opinion, is inherent to the social structure of a country’s economic system, in its incentives’ system, while the former simply consists of seeing how to adjust this incentive system in a way that adds value to all the stakeholders.
From this point of view there is a moment of creativity in understanding how this added value can be made by modifying a complex, existing system, but at the same time it is not creative itself since it does not lead to the production of something new, but it simply generates a new interaction among existing elements.

4) From the idea to the project to the start-up: a journey that seems to be the common denominator of new companies. Yet many of these fail at the second stage or little after the birth of the startup. Is it only bad luck or the lack of ‘something’ that would overcome difficulties?

From my point of view the world is full of good ideas and I’m sure that a thousand people have had my same idea before. There are seven billion people in the world and it would seem very anti – statistical if this were not the case.
For me, what leads to success is always execution that is to say the ability to transform ideas into action.
In a world like ours success is rarely related to a process of transformation but it is increasingly linked to the propagation of a concept among individuals and who make it grow with their work, their capital, and everything that is around it. When we talk of success we speak about the ability to foster a sense of utility, ensuring that this utility is perceived and embraced by all major stakeholders in a sufficiently strong way to overcome inertia from their current state. There must be perceived a value to bring the stakeholders from a state of inertia to a state of change.

5) Today we talk a lot about start-ups’ incubators and enterprises’ accelerators. They are born with the purpose of generating a change and while in Europe they are creating the development, in Italy things appear to be very different. Although Italy has the record for the number of incubators, (about 4 times more than in Germany), the conversion rate idea- enterprise is very low in our country. (9.6% in 2012) What does distinguish American incubators from ours?

There are three elements really distinctive in Italy.
One is the lack of alternatives for young people: if you are young and you haven’t a solid and rewarding job you may say “I’m going to create a start-up”. If the opportunity-cost, the lack of alternatives is low, the initial filter has to also be low. Thus if an idea or the ability of execution are not very strong, the attempt, provided the rational attitude of the actor, is still worthwhile. If you have a low opportunity-cost ratio, the failure risk is higher.
The second element of difference is the question of ‘openness’. Many people are afraid to have their ideas stolen if they share them with others. What it is not considered is that, on the contrary, sharing one’s own ideas leads to have more people who could help rather than hinder. This is because if the communication is effectively structured, the incentive system for the counterpart is built in order to foster the collaboration rather than competition. If we are able to create such mindset, we can accelerate our growth much more and leverage, not only on the people we know but also on a much larger network (which is what has allowed my project to grow so quickly) This is a very common thing in the USA, that the only way to do a start-up is just to shout the idea to everyone and then see what happens.
The last element of difference is that in Italy we lack a system of mentorships and successful entrepreneurs who mentor beginners, helping them to make decisions. The lack of this leadership from someone who has been successful and has already met and overcome the same difficulties is a detriment and will cause to repeat the same mistakes due to the lack of information.

6) What would you suggest to one of your contemporary with an innovative idea? Who should he contact?

I would suggest him/her to try the idea concretely. Ideas have their own legs only if they can change, in a positive way, the utility function of a sufficient number of people to justify their existence and clearly enough to bring these people to change their habits.
Even before writing a business plan or trying to raise capital, I suggest to try the idea in a small way, with known people, trying to see if it works in practice and to edit it on the basis of the market needs, since no idea is born right. We started a long way from where we are now and, without having tested and changed many things, we would not be able to do anything even with an outstanding amount of capital or mentorship.
You have to test your idea on field before going to look for accelerators.
Once the idea is tested concretely and you have something that really works, those accelerators or incubators tend to come to you saying ” I see you have something that works! Let’s make it together.”

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7) Opportunity Network, a new tool at the service of companies involving more countries. How does it work and why did you have the need to develop this network?

Opportunity Network was born from a family’s need because my father is an entrepreneur.
I have always seen that his whole business comes from personal contact with others, but this is not always enough and potentially transferable to future generations. So I thought that if I had created a network of people that could trust each other, this could have boosted my father’s chance to get opportunities not only from his own network, but also from mine and many other people.
The hard part of this project was not to bring together companies but to make them trust each other: to solve this problem of reliability, rather than being us to say whether a company was good or bad or if a CEO was reliable or not, we decided to leave this function to who, for hundreds of years, has made the reliability’s screen its business model, banks. Since banks decide whether to provide loans or warranties to their clients, we tend to think that they perform an efficient screening. We have started using bank customers as proxy for reliability and to ensure that the banks themselves bring their customers to our platform. We can not give membership but our trusted partners proselytize our platform in their users’ and clients’ network.

8) Behind every project there is a philosophy like an accurate reflection on what we are going to build, on the values, on the ethical principles. What is the philosophy of Opportunity Network?

When I created this company I had some ideas. Despite I gave life to a group of people I did not want to be a father-master who imposed an idea or a philosophy to all; when we started to be a sufficiently large group we sat together around a table and we reflected on what were the values that we really felt ours. Each of us proposed a list of values and from these we chose those that we truly felt ours. Today our four values lead every choice we make.
They are:
-People FIRST
-Trust
-Simplicity (let’s do one thing and get it right)
-Symbiosis: instead of entering in a system and create disruption as other start up that remove a piece from a chain of values replacing it with something cheaper or more efficient, we enter in the values’ chain by feeding each element of it.
Our aim is just not to take off anything to anyone, but to add something. This is why we are not the natural enemy of any of the economical giants with whom we go to compare but we are a part of the system that goes to feed everything in it.

9) A company of 30 people at the age of 28, an experience that definitely helps to mature yourself and to develop skills and responsibility; it is something anomalous in our country, is it also in the USA? Why in Italy are we surprised when young people have ideas like yours?

For me the issue of prejudice in the general sense of preconceived assumptions is due to
the amount of the data points that you have in front of you.
If I see a ball falling down at 9.8 m / s in acceleration for hundred years, I expect that the
ball continues to fall in the same direction!
The wonder is when the ball, instead of falling, goes up! Because the more something is abnormal in the system, the more it generates amazement or the more is an outlier the more it surprise us. Therefore, if in the USA each month there are 10 new start-ups and there are already a hundred million, the eleventh start-up does not cause astonishment! Of course if in Italy there is a new one every ten years or every five years this generates much amazement. Thus the prejudice is nothing more than a shortcut that the mind uses to derive a general rule from something, which is obviously not generalizable, not being a physical law. This is only a matter of unbalance between probability and actual implementation, that is: every time there is something contrary to the prediction, this leads to amazement so the wonder is the way the human mind adapts the odds.

 
10) Philosophy in Italy is mistreated and considered useless. What do you think about this matter?

There are, in my opinion, two categories of philosophers.
– Those who see philosophy as a method, like Socrates who adopts the Socratic method
to get results, solutions and different behaviors as a response to the same stimulus on the basis of a complex reasoning. This is the philosophy that I tend to really appreciate because many other philosophers, using complex reasoning, achieved results very counter-intuitive.
– The cataloging philosophy that I like less, as Aristotle and Hegel who used philosophy as a lens to pigeonhole all reality and not to generate a specific result, but to provide a rational explanation of everything.
The first type of philosophy leads to a true impact with reality, the other one simply leads to a system that you can like or not.
For me there is a big split between the two groups and from Hegel onwards I only see a continuation of the second type of philosophy, going to turn it into something that is the history of philosophy.
If I think back to high school I did not study philosophy but the history of philosophy, then
the thought of other people in relation to a specific problem. Philosophy, like everything else, is a product, a human mind’s product and like every product it has to justify a service, then its existence by generating utility for users, because if utility is not produced it is a useless tool.
So the question becomes: how can philosophy add value to those who use it?

11) Do you think that philosophy, as the development of complex questions, answers, and solutions, could join the company as a support to each specific area? Why?
I think that we did it in Opportunity Network and if we think well in a company everyone who makes strategy is not very far from making a philosophical reasoning; simply this step is called ‘strategy’ because the ‘company’s philosopher ‘ would not be a term that would give satisfaction to someone, being a concept that is sometimes used in a negative way.
However, I believe that any role in strategy or strategic advice is deeply linked to philosophy.
Strategy, as the complex study of all the future possible alternatives of a company, is like philosophy, which studies the origin and structure of the human being, for its way to evolve itself from the tactical choices to the strategic ones.

 

Valeria Genova

[image courtesy of]