Su certe incursioni intellettualistiche nella filosofia

Essendo un archivista, conservando cioè oggetti, libri, articoli di vario genere per interesse o un’eventuale utilità futura, mi capita di imbattermi in qualcosa che avevo deciso di mettere da parte per qualche motivo, ma che avevo momentaneamente dimenticato.

L’ultimo di questi oggetti ritrovati sui miei scaffali è secondo me estremamente interessante e infatti ho subito ricordato perché l’avessi messo via: si tratta di un articolo di Eugenio Scalfari tratto dalla sua rubrica bisettimanale su L’Espresso datato 3 ottobre 2013, intitolato I non credenti e la loro coscienza.

Premettiamo una cosa: Scalfari ha avuto modo di crearsi un’importante identità culturale nel corso dei decenni che né qui né altrove intendo discutere. Ma si nota anche, addentrandosi un po’ negli scritti e nelle parole di Scalfari, che i suoi successi professionali e intellettuali sembrano legittimargli la qualifica di filosofo, titolo che in qualche occasione ha rivelato di voler possedere. Ma si sa (o forse in fondo no?) che ciò che rende il filosofo tale è ‘semplicemente’ il contenuto di ciò che asserisce e non la carriera, i libri, la veneranda età. Tantomeno, probabilmente, la semplice appartenenza all’ambito giornalistico, che rimanda a un rapporto con le parole e con il pensiero tutto peculiare (e sugli attacchi ai giornali da parte dei filosofi si potrebbe scrivere un’enciclopedia).

Il genere dell’articolo in questione è un classico del giornalismo laico contemporaneo: un confronto con i credenti, cosa fin troppo frequente e posta in termini abbastanza superficiali, la gran parte delle volte. Ma l’interesse per questo pezzo nasce per un dettaglio che alla lettura non può che saltare agli occhi di chiunque: in un articolo di due colonne e mezzo che si estende a stento per una paginetta, Scalfari riesce a citare ben venticinque tra filosofi, poeti o scienziati diversi (se volete sapere quali: Voltaire, Descartes, Leibniz, Kant, Hegel, Schelling, Diderot, d’Holbac, Marx, Feuerbach, Hobbes, Darwin, Democrito, Lucrezio, Copernico, Galileo, Esiodo, Parmenide, Eraclito, Empedocle, Heidegger, Schopenhauer, Nietzsche, Einstein, Spinoza) senza contare quelli che cita più volte (il numero sale così a trentatre) e senza contare le citazioni sommarie di movimenti culturali come «l’idealismo», «la storia delle idee», «le filosofie orientali» e molti altri (il numero sale ancora e raggiunge le quaranta citazioni in una pagina!).

Assistiamo così allo scomodamento di schiere di pensatori di ogni tempo, citati uno dietro l’altro senza nient’altro che il loro nome, evocati tutti a mo’ di percorso storico-filosofico in cui la tesi di Scalfari rappresenterebbe il dignitoso e sudato punto di arrivo.

Eppure se il filosofo Scalfari avesse avuto davvero presente l’opera di qualche personaggio citato in precedenza, avrebbe notato magari con un certo divertimento che l’intera Critica della ragion pura di Kant, che nelle moderne edizioni si aggira intorno alle settecento pagine, conta in tutto solo trentaquattro filosofi citati; Essere e tempo di Heidegger, anch’essa intorno alle seicento pagine, ne conta sessantasette; la Fenomenologia dello Spirito di Hegel – stessa lunghezza delle precedenti – conta circa dodici filosofi citati!

Ma allora: quale sarà l’illuminante tesi di fondo che ha reso legittimo tanto citazionismo? La tesi, che forse riesce a qualificarsi dignitosamente per un certo tipo di giornalismo o di intellettualismo, ma sicuramente non per un aspirante filosofo è: «Io credo nel caos, non solo originario ma permanente e in perenne divenire» e ancora «Si può chiamare Dio l’energia? Certo si può con l’avvertenza che l’energia è immanente [e] sta dentro tutte le forme e anima la vita e il caos che sta dentro di loro».

Forse l’autore avrebbe dovuto dedicare più spazio alla spiegazione di tali riflessioni, anziché occupare tanta carta bianca per sfoggiare una conoscenza filosofica probabilmente poco approfondita. Ma in un simile tripudio di pseudo-cultura, un risultato certo c’è: per il lettore medio, non può che svilupparsi disinteresse, allontanamento e qualche risatina oltre alla pericolosissima illusione che basti poco, in fondo, per poter parlare competentemente di certi argomenti.

Insomma, se i filosofi fossero coloro che vivono, pensano, si arrovellano intorno a massime del genere i nostri manuali di storia della filosofia dovrebbero includere i nomi di metà popolazione mondiale. Oppure di nessuno.

Luca Mauceri

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Spirito apollineo e dionisiaco nel processo penale: l’estetica del giudizio criminale

Il processo penale contemporaneo, per il vero come anche quello antico, medioevale e moderno, suscita interesse, pulsioni sociali, contesa emotiva; tende all’odio verso il colpevole e compassione verso la vittima. Basta pensare ai casi di cronaca più recenti per rendersi conto di quanta enfasi popolare accompagni la storia dei processi. Ne cito solamente alcuni: la strage di Erba, gli omicidi di Garlasco, Perugia e, da ultimo, il processo a Massimo Bossetti. Questo tuttavia accade anche per vicende giudiziarie meno cruente e sanguinose, ma ugualmente “sentite” dall’opinione pubblica, come i procedimenti contro l’ex premier Berlusconi, “mafia-capitale” o gli scandali per i conti esteri di questo o quel personaggio pubblico.

La tensione che si crea tra l’aula di giustizia e la società è palpabile e sostenere, come talvolta ha fatto la Corte di Cassazione, che tutto questo non possa incidere sul giudizio tecnico è un’illusione. Lo è per due motivi fondamentali: l’uno perché l’essere umano non è una macchina, il secondo perché è il diritto stesso che attribuisce al giudicante una funzione sociale attraverso lo scopo general-preventivo della pena che consiste nella portata educativa della pena stessa, non solamente nei confronti del reo, ma di tutta la società. Già l’antropologo e sociologo Émile Durkheim aveva categorizzato quest’esigenza laddove affermava che il delitto causa una frattura nel tessuto sociale che viene rimarginata proprio attraverso la sanzione penale e dunque il processo. La collettività ha bisogno del colpevole per emendarsi dal delitto e per essere sicura di poter vivere in pace, senza pericolo.

Persino l’avvocato cavalca questo istinto allorquando, sostenendo l’innocenza del proprio assistito, crea pressione emotiva sostenendo che “il colpevole è ancora in libertà”. Il caso di Bossetti è paradigmatico in questo senso: il rapimento e l’omicidio della giovane Yara ha sconquassato la quiete della ristretta e civilissima comunità della provincia bergamasca ed il bisogno di sapere “chi è stato” è un’esigenza di vita quotidiana. Nel caso oramai quasi dimenticato dell’omicidio di Milena Sutter (Genova, anni Settanta) accadde qualcosa di molto simile: una bellissima ragazzina fu “prelevata” all’uscita dalla scuola, tenuta non si sa dove per alcuni giorni e poi gettata in mare. A Genova la “terra di nessuno”, dove far ritrovare un corpo esanime, è il mare; a Bergamo un campo incolto. A quel tempo i genitori avevano paura a mandare i propri figli a scuola, oggi accade lo stesso. E’ il “pericolo dell’accettare le caramelle dagli sconosciuti”.

Il processo, chiamato a giudicare di vicende così emotivamente devastanti, è, al contrario, un laboratorio scientifico di regole, di eccezioni, di cavilli che non sono perversioni da Azzeccagarbugli ma garanzie contro gli abusi, regole che garantiscono la logicità delle decisioni, strumenti per evitare che i protagonisti del processo operino da vittime dell’impulso e dell’emozione invece che da algidi tecnici. La toga rappresenta, metaforicamente, proprio questo: la necessità di far trionfare il diritto, cioè dire la scienza giuridica. L’errore cognitivo che “stacca” il ragionamento giuridico, per offrirsi all’impulso della sola general-prevenzione e quindi la necessità di ristabilire l’ordine e soddisfare la collettività con la sua “sete di giustizia” è manifestazione della “pop justice” e dunque del prodotto giudiziario “per la collettività”, come le opere pop, rispetto a quelle della tradizione, sono nate per essere trasfuse nei manifesti e nei posters, alla portata di tutti e per tutti. Il diritto tenta di cautelarsi contro questo rischio attraverso la “rimessione del processo” che impone lo spostamento del luogo dell’udienza quando le condizioni ambientali non consentono un giudizio sereno. E’ del tutto evidente la difficoltà di capire quando il processo travalichi così tanto nel “pop” da incidere sulla terzietà del giudice.

Ancora una riflessione sul caso Bossetti: quanti possono comprendere l’anomalia di quella prova del DNA ritrovata sull’indumento intimo di Yara e quanto, proprio quella dislocazione della traccia sul suo indumento, diviene una rappresentazione estetica capace di portare ad errori di prospettiva rispetto al migliore giudizio (va ricordato che altre tracce genetiche di soggetti non identificati sono state trovate altrove ma ad esse non è stata data importanza). Com’è possibile che il Tribunale di Brescia abbia, durante l’indagine, dichiarato che è necessario fare chiarezza su quella prova e la Corte di Assise di Bergamo abbia potuto bypassare questa indicazione ritenendo quell’indizio “preciso”, oltre che “grave” e quindi pienamente capace di provare la colpevolezza di Bossetti? I giudici di Brescia si sono espressi in base ad una valutazione tecnica, che esigeva persino meno approfondito (perché la fase processuale era diversa) rispetto a quella del primo grado; eppure hanno stigmatizzato quella prova, dando le indicazioni, in diritto, di come rimediare al dubbio. Senza il rimedio suggerito quel dubbio resta come un macigno sul futuro del processo. In linguaggio giuridico il dubbio sulla prova si chiama “ragionevole dubbio” e porta all’assoluzione.

Io credo che il processo, anche quello contro Bossetti, viva e sia vissuto con questa doppia natura: una tecnica, complessa e scientifica, l’altra emotiva, passionale, general-preventiva e sociale. Tutta la vita vive di questa dicotomia, dunque anche il diritto. Lo ha spiegato al mondo il grande filosofo Nietzsche nella sua opera La nascita della tragedia, laddove ha raccontato dell’eterna lotta tra lo “spirito apollineo” e lo “spirito dionisiaco”: il primo rappresenta la perfezione delle forme, l’armonia, la logica, ed il secondo la passione, l’emotività, l’irrazionale. Il processo è come l’arte, deve trovare l’equilibrio tra il diritto apollineo e la società dionisiaca, tra il giudice apollineo e il coro (la pubblica opinione) dionisiaca. La vicenda di Bossetti è anche questo e forse, proprio per questo, appassiona la gente (il coro della tragedia greca).

Luca D’Auria

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L’Islam intorno a me

I recenti fatti accaduti a Parigi hanno portato in primo piano un unico argomento: l’Islam.

La rete web, i canali social, le testate giornalistiche stesse hanno sottolineato quanto sia “cattivo” l’Islam e quanto sia “buono” tutto ciò che non è Islam.

Nessuna informazione potrebbe essere più sbagliata.

Se il terrorismo è da condannare a prescindere, senza conoscere nemmeno la giustificazione (se mai ne possa esistere una) che sta alla base di questi gesti estremi, l’Islam no. Non si può e non si deve condannare a prescindere.

Ormai sono circa due anni che frequento il mondo arabo. Due anni in cui mi sono resa conto che tutto l’astio che si prova verso l’Islam è assolutamente ingiustificato, ma capibile. Capibile perché le informazioni che arrivano in Italia sono spesso distorte e molto confuse.

L’Islam non è una religione “cattiva”. Anzi. L’Islam è una religione basata su principi che chiedono al fedele di vivere la propria vita in nome della fede, della carità e della pietà.

Nella vita quotidiana di un musulmano dovrebbe esserci molta carità. Le opere di bene dovrebbero essere all’ordine del giorno.

La tolleranza un concetto non sconosciuto.

E così è per la maggior parte dei musulmani. Quel condizionale usato poco fa si riferisce invece a quella ristretta ma purtroppo potente minoranza che invece in nome di Allah uccide.

Non voglio entrare in questioni politiche. Non sono un’esperta di politica e finirei per aggiungere ulteriori informazioni sbagliate alla lunga lista già esistente.

Preferisco scrivere chi è per me il musulmano, dopo questi primi due anni di incontri.

Musulmana è quell’amica che mi ha aiutato ad ambientarmi quando ancora non conoscevo niente e nessuno qui a Doha.

Musulmano è colui che ha aperto le porte della proprio religione e mi ha spiegato tanti perché e per come che io completamente ignoravo.

Musulmano è colui che nel suo piccolo cerca di combattere la povertà. Aiuta il prossimo, poco importa di che religione sia.

Musulmano è chi accetta anche le mie tradizioni. Mi chiede del Natale e mi augura Buona Pasqua.

Musulmani sono le mie amiche, con cui uscire, con cui chiacchierare, con cui divertirmi.

Le differenze tra le culture sono tante. Non posso nasconderlo.

Ma personalmente credo che questi confronti mi arricchiscano invece che pregiudicare la mia libertà.

Musulmani, infine, sono tutti colori che inorridiscono come noi, soffrono come noi, si rattristano come noi, si rammaricano come noi quando, in nome della loro religione, uomini, donne e bambini perdono la vita.

Ecco, è così che io voglio vedere l’Islam. E sono fermamente convinta che tutti coloro che uccidono in nome di una religione sono gli unici a non aver capito nulla della religione stessa.

Chiara Amodeo

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