Bataille e la perdita sacra: quel che l’Occidente ha dimenticato

Secondo Bataille, la continuità tra gli esseri si rivela nella dissoluzione. Nel momento in cui i confini cedono, le essenze, che sono verità, finiscono condivise tra tutte le cose.
Stiamo qui concependo l’ostilità tra conservazione e perdita. La conservazione è l’atto che confina ed è indispensabile all’esistenza. Per esistere occorrono infatti dei riferimenti chiari e utili che permettano di agire e comunicare. Si presentano sotto la forma di nomi, di conclusioni, di direzioni, di sintesi che permettono alla coscienza di proiettarsi positivamente nel suo futuro. La perdita è invece tutto ciò che vorrebbero evitare. La perdita è infatti scioglimento di questi riferimenti, è critica e berlina dei nomi. Perdere qualcosa significa perdere una possibilità per finire trascinati di fronte alla possibilità di creare possibilità. Ma è qui che si rivela la fecondità della dissoluzione.

L’opposizione tra conservazione e perdita è la medesima che intercorre tra risparmio e dispendio. La conservazione isola, crea discontinuità. La perdita invece rimette le cose alla continuità dell’Essere. Quando perdo qualcosa impatto con l’inesorabilità del divenire. Devo allora invertire il senso che accordo alle cose: la pretesa di renderle uniche è illusoria perché esse dilagano le une nelle altre non appena distolgo lo sguardo. L’ampiezza di questa marea mi sovrasta e io incontro il sacro. Ma lo incontro in doppia forma: prima come nuova casa di quel che ho perso e poi come anticipazione di quel che un giorno anche io abiterò.

Il sacro è staccato dalla mia esperienza, sebbene coinvolga eternamente me e insieme qualsiasi altro atomo. Ad esso accedo tramite una porta, che in questo caso si materializza nel vuoto lasciato dalla cosa perduta. A tal proposito Bataille rammenta il sacrificio umano: notando che “sacrificare” significa “rendere sacro”, egli indica nel corpo dilaniato il crollo dei confini, la distribuzione dell’essenza e la manifestazione della continuità. Il sacrificio è per lui il tentativo umano di aprire una porta di comunicazione tra i due mondi, quello della conservazione e quello della perdita. Non si manifesta però solamente nell’uccisione di un vivente: si manifesta anche nella dissipazione, in quei momenti, per esempio, in cui i sovrani di civiltà passate scialacquavano le loro ricchezze per il popolo. Il minimo comune denominatore è l’apertura dell’involucro. La cosa inscatolata, conservata, accumulata, viene riaperta all’esteriore e assolta in una fine gloriosa che ha tutto lo splendore dell’alba.

Questo tipo di sacrificio è, per Bataille, uno spreco. L’essere umano, quando spreca, si avvicina a Dio. Lo spreco, la perdita, il consumo, in quanto sacrifici improduttivi (ci lasciano solo un vuoto), accennano all’eternità. Ma che dire del nostro tempo? Tutte queste parole – spreco, consumo ecc – richiamano infatti la nostra economia. Forse non è mai esistita una società più sprecona della nostra; ma allora possiamo dire che siamo una società sulle soglie del sacro?

In realtà oggi si guarda con orrore alla perdita improduttiva. Anzitutto il consumo di cui siamo fautori produce guadagni per qualcuno. Noi poi lo inseguiamo per impinguire il nostro benessere, non per rinunciarvi. Persino gli eventi sociali che più di tutti dovrebbero sprecarsi (arte, feste, guerre) sono invece commissionati, vincolati, parsimoniosi. Gli stessi ricchi del mondo – possessori di ciò che potrebbe essere dilapidato – accumulano capitale senza farlo muovere.

Se dunque un tempo lo spreco non temeva né la morte né l’immortalità, oggi è tenuto sotto stretta osservazione affinché non si sprechi nulla. Tutto è consumato in nome del profitto e nessun destino può essere inutile. La natura diventa una risorsa, gli animali un prodotto, la ricchezza un trofeo che consente di elevarsi sopra gli altri esseri umani. Il consumo è un guadagno personale, non una distribuzione collettiva.

Questo modo di orientare la consumazione produce ovunque una morte che di sacro non ha nulla. In questo senso credo che l’Occidente sia la bugia del mondo. Esso elude la continuità tra le cose perché non questiona il suo benessere. Dalla perdita agita in pubblico che svegliava le coscienze, si è infine passati a una perdita calcolata mentre dorme chi dovrebbe guardare.

Esistono soluzioni? La più diretta sarebbe un boicottaggio diretto contro i responsabili di questa trasformazione: noi stessi e le compagnie. Si deve cambiare paradigma, rivoluzionare i sentieri, costringere all’etica. Ma gradualmente si può fare altro: 1) il riciclo; si utilizza continuamente la stessa materia e si evita così di consumare ulteriormente altra natura e altra umanità; 2) il dono; l’elargizione gratuita dell’eccedente a chi ne ha bisogno affinché ritrovi la propria autonomia. Queste due soluzioni ristabiliscono il senso antico della perdita: la solidarietà tra effimeri, il sacro e il senso dell’eterno.

 

Leonardo Albano

 

[Photo credit Joshua Eckstein su unsplash.com]

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Intrudere ed estrudere: l’inaccettabile opposizione di Jean-Luc Nancy

Nel 1992 il filosofo francese contemporaneo Jean-Luc Nancy ha subito un trapianto di cuore.

Ha raccontato questa estenuante esperienza nel libro L’intruso, edito da Cronopio e uscito nel 2000. Nancy basa la sua riflessione, breve ma densa, sulla coppia di sostantivi intrusione/estrusione, due termini che si oppongono ma che al contempo si richiamano cercandosi, abbinandosi, dandosi reciprocamente un senso. Non potrebbe esserci estrusione senza intrusione: quando, infatti, scegliamo di estrudere qualcosa, ossia di eliminarla, allontanarla, è perché essa viene percepita da noi come un intruso da scacciare, come un estraneo che ci crea problemi, ci invade o richiede troppo da noi – magari un impossibile che non possiamo o non vogliamo dare.

Il cuore di Nancy, quello con il quale è venuto al mondo, diventa l’organo da estrudere: appare come un intruso all’interno del suo stesso sistema corporeo, un intruso che non è più in grado di svolgere il suo compito e che mette a rischio la salute del filosofo. Si rende quindi necessario un trapianto: un altro cuore, un cuore che si attende come un libro fuori catalogo ordinato in libreria. Il cuore di un altro, capace di salvare la vita di Nancy, ma solo dopo un’intrusione violenta, fantascientifica, quasi impossibile da immaginare.

«Dal momento in cui mi fu detto che era necessario un trapianto, tutti i segni parvero vacillare, tutti i riferimenti capovolgersi»1 scrive Nancy. Il suo cuore, che gli «saliva alla gola come un cibo indigerito», lo stava abbandonando. Per sopravvivere, avrebbe dovuto ospitare in sé qualcosa di estraneo.

Ma come si fa ad accogliere un intruso, che per sua stessa definizione giunge imperioso e si introduce in un ambiente familiare con aggressività e potenza, con scaltrezza e imprevedibilità? L’intruso arriva «senza permesso e senza essere invitato. Bisogna che vi sia un che di intruso nello straniero che, altrimenti, perderebbe la sua estraneità»2. Bisogna accettare un’inaccettabile.

I medici devono estrudere per poi includere.

Di fronte a questa scomoda e temibile realtà, Nancy si sdoppia, così come doppio si fa il senso della sua stessa esistenza. La sua vita sarà la morte di un altro essere umano. Ciò che sente è «di essere caduto in mare pur restando ancora sul ponte»3. Egli è in due luoghi contemporaneamente: in balia della morte che incombe, della quale il suo cuore malandato si fa messaggero; in balia della vita che ancora lo trattiene a sé con la promessa di una speranza, di una soluzione. Nancy è al di qua e al di là, così come sarà e resterà se stesso con in petto l’organo di un altro.

Il filosofo capisce anche che se si vuole sopravvivere bisogna prima diventare estranei a se stessi. Prima dell’arrivo dell’intruso il suo sistema immunitario viene preventivamente preparato a essere neutro, ossia inutile, per facilitare la sua venuta. Esso viene quasi cancellato, per minimizzare il rischio di un rigetto. «L’intruso è in me e io divento estraneo a me stesso»4 spiega Nancy. L’estraneità si moltiplica e i farmaci anti-rigetto gli causano un abbassamento delle difese immunitarie che sfocia in cancro. Questa nuova malattia lo costringe a ulteriori sofferenze che paiono infinite e che sbalzano ancora e ancora la bussola della sua identità.

Ma egli sopravvive. E lo fa perché l’uomo ha imparato a superare se stesso divenendo «colui che snatura e rifà la natura, colui che ricrea la creazione»5.

Per sopravvivere dobbiamo continuamente estrudere qualcosa e includere qualcos’altro di nuovo. Lo facciamo con il nostro organismo – le unghie troppo lunghe o i capelli, che vanno tagliati ma che poi ricrescono. Lo facciamo con persone e situazioni che, come il vecchio cuore di Nancy, ci divengono indigeste. Il ciclo della vita esclude per accogliere e accoglie sapendo a priori che quella venuta resterà, come dice Nancy, scomoda e dal sapore straniero fino a che seguiterà a venire, fino a che non sarà divenuta qualcosa di familiare – ma quella familiarità durerà sempre e soltanto per un tempo determinato, sfociando poi in una nuova estrusione che sa di auto-defezione.

«L’intruso non è nessun altro se non me stesso e l’uomo stesso. Non è nessun altro se non lo stesso che non smette di alterarsi […] intruso nel mondo come in se stesso»6.

Un paradosso che va accettato, compreso, abbracciato.

 

Francesca Plesnizer 

 

NOTE
1. Jean-Luc Nancy, L’intruso, Cronopio, Napoli, 2000, p. 14.
2. Ivi, p. 11
3. Ivi, p. 14
4. Ivi, p. 25
5. Ivi, p. 36
6. Ivi, p. 37

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“Perché il papà ha ucciso la mamma?”

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”
Può essere solo questa domanda a scandire ogni singola giornata dei figli sopravvissuti alla morte delle loro mamme, uccise dai loro padri.

Questa società sarà anche stata protagonista della liberazione sessuale, del riconoscimento (almeno formale) di pari diritti, dell’avanzata del femminismo, ma i femminicidi, frutto di ideologie non troppo remote, non ancora sradicate, quelle antiche idee di onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile, sono ancora presenti. Nel femminicidio riaffiora ancora l’archetipo dell’ordine patriarcale violato.

Dei figli che restano si parla e si scrive poco. Se da un lato c’è l’intento di tutelarli, essendo nella maggior parte dei casi ancora minorenni al momento dell’assassinio della madre, dall’altro, nei confronti di questi orfani sussiste una negligenza colpevole, palesemente dimostrata dal fatto che i primi studi sul dramma vissuto da questi bambini e sulle conseguenti ripercussioni emotive risalgono a meno di una decina di anni fa.

È infatti nell’anno 2011 che, la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry avvia il progetto europeo Switch Off del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli con il supporto dell’associazione nazionale D.i.RE (Donne in rete contro la violenza) e in collaborazione con le Università di Cipro e della Lituania, ponendo al centro dei suoi studi concernenti il femminicidio le vittime collaterali, ovvero i bambini sopravvissuti che hanno perso entrambi i genitori: la mamma vittima di femminicidio e il padre, autore dell’omicidio, rinchiuso in carcere o spesso morto suicida.

Nel 2016, le prime Linee guida di intervento per quelli che vengono definiti “orfani speciali”1: un sussidio a disposizione dei servizi sociali, dei magistrati, degli insegnanti, delle forze dell’ordine il cui obiettivo è utilizzare un protocollo di azione omogeneo e tempestivo perché queste vittime secondarie necessitano di sostegno concreto e cura. Diritti imprescindibili che le istituzioni non possono continuare ad eludere.

Questi bambini, che sono costretti a vagare da un’istituzione all’altra, nella maggior parte dei casi e nel tentativo di preservarne la continuità affettiva, vengono affidati ai parenti più stretti che faticano a far fronte alle innumerevoli esigenze psicologiche e materiali.

Gli “orfani speciali” si trovano a dover avanzare nella strada della vita nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte, protagonisti di un’atrocità indescrivibile a parole, privati di quella base vitale e certa su cui fondare la propria forza psichica ed il proprio equilibrio. È innegabile l’obbligo dello Stato e di quella stessa società che si definisce civile provvedere a questi orfani, vittime non solo di un padre violento ma anche di Istituzioni che, in molti casi, non hanno saputo proteggere le loro madri che avevano già subito violenza e avevano più volte denunciato i loro partner o ex partner.

In Italia, da poco più di un anno, è in vigore la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 che, modificando il codice civile, il codice penale e di procedura penale e prevedendo altre singole disposizioni, introduce strumenti di tutela legale ed economica dei figli (di qualunque genere di unione, coniugale o equiparata), minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti orfani di un genitore a causa di un crimine commesso dall’altro genitore. Ma, come spesso accade nel nostro paese, la normativa approvata manca di adeguati fondi economici.

Questi “orfani speciali”, figli del ventunesimo secolo, sono nati in una società che si definisce inclusiva, liberale, emancipata e civile ma che sopporta che i bambini siano spettatori involontari di crimini efferati, violenza inaudita. Questi bambini in realtà non sono altro che figli di una società liquida in cui, per dirla con le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è protagonista «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

A nulla serve introdurre nelle scuole un’educazione finalizzata al riequilibrio di genere se il legislatore non interviene in maniera urgente e decisa con leggi severe che sanciscano la gravità assoluta e la certezza della pena di un crimine che offende la nostra coscienza civile, riportandoci ad una barbarie già vissuta nel passato e ridestando un problema che credevamo di aver superato ma che in realtà l’umanità non ha ancora elaborato.

La donna, ancora e troppo spesso è considerata di “seconda classe”… poi, si arriva ai femminicidi e a non essere in grado di tutelare chi per tutta la vita, inevitabilmente, porterà le conseguenze del terrore, del sangue e del silenzio di quando quel maledetto giorno, in quell’istante tutto è finito.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Il documento relativo alle “Linee guida di intervento per gli special orphans” è consultabile nel sito dedicato: www.switch-off.eu.

[Photo credits Tam Wai su unsplash.com]

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“Manchester by the sea”, quando il cinema diventa reale

Non è mai facile parlare o scrivere di un film che si avvicini così tanto alla tua vita. Ti immedesimi totalmente nei personaggi, vivi con loro paura, gioia, dolore. Ti sembra di essere immerso nello schermo, come se il mondo attorno a te sparisse.

Spesso il cinema ci ha abituati a storie di grande fantasia, talmente strane o irreali da risultare magiche e farci sognare. Altre volte, come in questo caso, ha raccontato la realtà, in modo anche crudo, senza tanti fronzoli. Uscito nelle sale un mese fa, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, appartiene a questa seconda categoria e nel vederlo mi è arrivato diretto un pugno nello stomaco. Mi sono sentito spaesato e vulnerabile, come Casey Affleck (Lee Chandler) nel gelido inverno del Massachusetts.

Ho perso mio padre due anni fa. Se n’è andato senza motivo, come accade troppo spesso purtroppo. Uno stupido scherzo se l’è portato via, dall’oggi al domani, senza lasciare il tempo di pensare, di capire, di provare a prepararsi in qualche modo, anche se non si è mai pronti di fronte alla morte. Con sé ha portato via il suo essere padre, marito e fratello, lasciandosi alle spalle una vita che meritava di essere vissuta in pace per tanti anni ancora.

Quando una persona così importante ti lascia, la tua vita cambia completamente, i ricordi si mescolano ogni giorno al dolore, alla rabbia, alla tristezza. Le persone intorno a te, per quanto possano provarci, per quanto possano volerti bene, non riescono a vedere fino in fondo quello che vedi tu. Il cambiamento è così grande e difficile che non ti sentirai più la stessa persona; qualcosa si incrina, si spezza, tocca tutti gli aspetti della tua vita così nel profondo che ti ritrovi ad essere un altro, a volte migliore, a volte peggiore.

Nel suo film Lonergan coglie a pieno tutto questo. La potenza di questa storia sta nella sua dura semplicità perché racconta di un evento che potrebbe accadere a tutti. È un cinema reale, forse come non si vedeva da tanto. La brevità delle scene, il lento susseguirsi delle cose, rappresenta alla perfezione la quotidianità di una famiglia distrutta da un lutto così grave. Fa da sfondo un paesaggio freddo e spoglio, bagnato dall’acqua dell’Atlantico, l’unico protagonista che non sembra soffrire e che cerca di riconciliare gli uomini con il suo abbraccio, chiamandoli amorevolmente a lui.

Casey Affleck è commovente. Un Oscar meritato e voluto per interpretare e forse in questo caso addirittura essere, un uomo che ha perso tanto, con una vita stravolta e tutta da ricostruire; con una grande depressione addosso e tanta rabbia, alternando momenti di estrema dolcezza e fragilità, nel recuperare i rapporti col nipote ormai orfano e con la sua ex moglie, ritrovandola a vivere un’esistenza parallela e distante. Con fatica si scorge alla fine una luce, un tentativo di riprendere in mano le cose, di ricostruire una famiglia, diversa, profondamente cambiata, ma pur sempre una famiglia.

Non è stato semplice vedere questo film, ne scriverne, come detto in precedenza. Ci sono eventi che ti segnano nel profondo e cose che ti rimangono impresse, nonostante tu combatta con tutto te stesso per scacciarle dalla mente. Può un film farti capire cosa stai passando, o cosa ne è della tua vita? Purtroppo, o per fortuna, sì. Come Lee forse ho capito che non esiste una cura per lenire il dolore della perdita, non puoi farci l’abitudine col passare del tempo. Puoi sopravvivere e lo fai, cercando di accettare il fatto che la tua vita ora è diversa, che chi ti ha lasciato non può tornare ma rimane dentro di te, in ogni parte del tuo corpo e del tuo io. In un ricordo triste e felice allo stesso tempo. Pervade le tue ore e i tuoi giorni, senza mai abbandonarti.

Lorenzo Gardellin

[Immagine tratta da Google Immagini]

Un illogico teorema di incompletezza

In quel corridoio ho lasciato una parte di me. È rimasta lì, come anche sui banchi, su ogni foglio utilizzato, ogni riga scritta, ogni parola proferita. Sono tante piccole parti che in un qualche modo mi mancano, sento la loro mancanza, come se fossero tasselli del puzzle che sono e che lentamente sto smontando. Sento di avere delle parti mancanti, sento questo desiderio nostalgico, il pensiero di qualcosa che avevo, che ho vissuto e altro non è che un ricordo, una cosa passata che non può tornare. Nel ricordare un’esperienza come il mio esame di maturità quando è ormai già passato un anno, mi sento quasi come un Ulisse consapevole di non poter tornare alla sua Itaca, consapevole di aver intrapreso un viaggio più grande di lui. Ricordo con piacere o con un’invariata emozione ogni singolo dettaglio, ogni singola scena di quel che è stato, di quel che ho fatto in quel periodo per me così importante, mentre per altri era un semplice ed indifferente mese di giugno, proprio come dovrebbe esserlo per me ora.

Il tempo passa e non lo possiamo fermare, non possiamo relegare noi stessi in una forma congeniale, in un corpo e in una mente che non siano soggetti al divenire, non me ne voglia Parmenide. Siamo costretti ad andare avanti anche se alla nostra testa piace voltarsi per guardare ciò che ormai è stato, ritrovandoci spesso in un’impossibilità, in un paradosso da noi creato per andare contro al mondo, alla vita stessa piena di regole preimpostate. Siamo noi questo paradosso, ci rinchiudiamo da soli in una gabbia di ricordi, pensando di poterci trattenere nel passato, nelle emozioni che già abbiamo vissuto e che sempre vorremo aver presenti. È un desiderio capace di distruggerci, di lacerarci nel nostro io più profondo, un io che non si sente a suo agio e vaga nella temporalità, che tende al passato apparentemente paradisiaco. Ciò che già abbiamo superato, che ormai ci è lontano e si presenta come ricordo è una figura subdola, non poi così veritiera come può apparirci. Nel nostro criticare la realtà, cercando di fuggire dalla scomodità del presente, dimentichiamo così velocemente la medesima condizione che caratterizzava tutte le altre esperienze che non sono più attuali per noi. Non ci toccano più nelle loro particolari difficoltà, nella loro pesantezza nel viverle, perché ormai distanti dalla nostra percezione. La falsificazione del ricordo qui rischia di essere effettiva, causata soprattutto da una mentalità attualizzante che nell’andare a ritroso elegge sempre il passato e ogni sua immagine come i momenti più belli da noi vissuti, la condizione migliore in cui sentiamo di non esserci crogiolati abbastanza.

Sarà sempre così, nella nostra impossibilità o non accettazione di vivere il presente appieno, questo istante irripetibile in ciò che può darci nel qui ed ora, finiremo sempre a rimpiangere il passato. La nostra condizione risulterà essere sempre quella di una figura incompleta per sua volontà, un puzzle che, come ho detto ad inizio articolo, si sta smontando lentamente lasciandosi deficitario dei propri tasselli. Ed è pur vero che non possiamo fermare quest’inesorabile scorrere, questo tempo fluido che tutto si porta appresso, ma non ne possiamo neanche rimanere in balia. Possiamo accettare tutto ciò, accettare il tragico nella nostra vita e diventare ciò che siamo, parafrasando Nietzsche, rendendoci conto che ciò che veniva visto come il lento declino, la costante perdita di qualcosa, di una parte di noi è sempre compensata da qualcosa che deve ancora arrivare. Come costruttori di questo puzzle che noi stessi siamo, dobbiamo poter accettare di inserire nuovi pezzi ad una sagoma che altrimenti rischierebbe di rimanere vuota, andando addirittura a cancellare la sagoma stessa.

Alvise Gasparini

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“NOI VIVI” – Attraverso la Galleria Borbonica…attraverso la vita!

Solo i morti hanno visto la fine della guerra. Platone

Un parcheggio multipiano. Moderno, nuovo, in una delle zone più belle di Napoli.

Risali in superficie ed entri nella Storia, quella vissuta, quella fatta e sudata da uomini, donne e bambini; la storia della paura, delle corse affannate in cerca di riparo, dell’angoscia di esserci tutti.

Entri nella Galleria Borbonica e, senza nemmeno chiudere gli occhi, ti ritrovi immerso negli anni della seconda guerra mondiale, periodo in cui Napoli fu la città più bombardata, con 200 raid aerei dal 1940 al 1944, di cui 181 soltanto nel 1943.

Napoli sepolta nella guerra non aveva avuto un suo poeta né un suo reporter, perché per tutti era stato troppo difficile e sorprendente il sopravvivere all’arida tragedia di quegli anni per poterla subito fissare e prolungare in una memoria, in un diario.  Nello Ajello

Se ti concentri vedi le persone che entrano, corrono, con la paura sui loro volti; i bambini ritrovano i giochi lasciati il giorno prima, le mamme si assicurano di aver preso nei 15 minuti a disposizione tutto l’occorrente per stare…quanto? E chi poteva saperlo là sotto. Il tempo diventava una variabile superflua, ciò che contava era vedere che i tuoi cari erano lì accanto a te metri sotto terra.

Percorri la galleria e ti imbatti in resti di brandine, giocattoli, boccette di profumi…già i profumi! E non per farsi belli, ma per poter respirare!

Ciò che cattura più l’attenzione sono però le scritte sui muri: nomi, date e poi la più semplice ma più commovente: “NOI VIVI”. Provo ad immaginare cosa potessero significare quelle due parole per chi le ha scritte…sopravvissuti certo, ma intendeva tutta la famiglia, come a dire “ce l’abbiamo fatta”?, oppure indicava “ehi noi esistiamo! noi siamo sotto terra, ma siamo vivi! Vogliamo vivere e non moriremo per colpa vostra!”, come una specie di sfida a chi lassù, tanto meccanicamente, sganciava bombe sui civili.

Ecco, quella scritta a me ha trasmesso un’appassionata volontà di vita, uno stringere i denti una volta ancora, senza accettare di uscire da quel rifugio come topi che escono dalla tana incerti di non rivedere il nemico.

NOI VIVI.

Una complessità ben celata è nascosta dietro a queste parole, perché vi sono tante, troppe implicazioni emotive, culturali, storiche.

Oggi chi di noi pronuncerebbe questa frase? Potremmo essere scambiati per matti o per scopritori di acqua calda, eppure non possiamo nemmeno immaginare quanto per niente scontata potesse essere dentro quel rifugio.

Proviamo solo ad immaginare il suono della sirena che indica il coprifuoco e in 15 minuti prendere le cose indispensabili per stare “x” tempo sottoterra, magari non solo per te ma anche per i tuoi figli o i tuoi nonni; e alla fine, uscire dal rifugio con quali sensazioni, quali pensieri?

La persona che ha scritto Noi vivi cosa avrà trovato quel giorno, una volta ‘riemersa’? La stessa città? E la sua casa era ancora in piedi?

Tutte queste domande te le poni mentre visiti la Galleria Borbonica, perché hai voglia di capire, di riflettere sul fatto che in quell’epoca, la maggior parte del tempo era trascorsa sottoterra.

Libertà negata, quella di essere Persone libere di camminare per la strada, di andare a lavorare, di andare a scuola! La libertà di agire senza costrizioni e di autodeterminarsi era abolita, perché costretta dentro 4 mura, circondata da centinaia di persone e dominata dalla paura, quella stessa paura che ti faceva però riscoprire il valore della solidarietà e della condivisione, che ti faceva sorridere quando incontravi le persone della volta prima, felice che anche loro fossero ancora vive.

Ecco allora forse una qualche libertà era concessa anche sottoterra: quella della volontà di vivere, di crederci, di sperarci tutti insieme e di attendere la fine di un incubo, urlando “noi siamo vivi qua e saremo vivi lassù”.

Quando la guerra finì, possiamo pensare che quei rifugi vennero abbandonati e le persone che vi trovavano riparo tornarono a casa…invece la fine della guerra portò con sé gli strascichi di una tragedia senza fine, lasciando sfollate migliaia di persone.

La negazione di una casa propria, la dignità di uomini e donne calpestata dalle macerie rimaste al suolo, questo c’era nella confusione del fragore della “liberazione”. Liberazione da cosa? Dal sottosuolo? Dal nemico? Ora non importava più il prima, si pensava solo al futuro, a cosa sarebbe successo da quel momento in poi, la preoccupazione era di sopravvivere anche al senso di impotenza e di perdita materiale e morale.

In quel tunnel, anche se la guerra era finita, continuarono a vivere almeno 500 persone.

La prigionia non era, dunque, finita.

Se vi capiterà di percorrere la galleria, assimilate ogni sensazione, pensate che centinaia di persone vi passarono giornate intere, non solo un’ora come noi visitatori; fatevi avvolgere dall’estrema umidità, ascoltate ogni rimbombo dei vostri passi, guardate con empatia i nomi incisi nella pietra e pensate che tutto questo era ‘banale’ quotidianità.

Potete avere notizie della Galleria seguendo la pagina FB: Galleria Borbonica o visitando il loro sito: Galleria Borbonica

Valeria Genova

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Perdersi

“Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male. Perdere qualcuno fa male.”
O. Wilde

Non avrei mai creduto di vedere il nulla, dietro di me.. Di non sentirmi più appartenente a qualcuno, perché essere figli vuol dire trovare la propria identità negli occhi di chi ti regala la vita.

 
REGALA.

 
Regalare è sempre stato il verbo che ho associato alla figura genitoriale, non so bene per quale ragione intrinseca, forse perché mi illudevo che mio padre e mia madre, la mia “famiglia” avessero la funzione di regalarmi la vita, il mondo, la bellezza della quotidianità. Forse ho vissuto fino ad oggi nella speranza disillusa di poter essere una ragione abbastanza valida per loro, per cambiare, per capire e comprendere finalmente che essere genitore è vocazione, che i figli a 20 anni necessitano dello stesso amore, delle stesse carezze e abbracci di quando ne avevano due.
Ho sperato, ho creduto in loro con quanta più forza avevo in me, ho tentato di esser la figlia che loro professavano di volere, ma, malgrado ciò, oggi mi scopro sola, sola ad affrontare un dolore incolmabile, sola ad asciugare lacrime inarrestabili….sola, ad accettare che loro non saranno mai più al mio fianco, sola a metabolizzare il fatto che loro, accanto a me, non sono mai stati davvero.

 
Si, la solitudine uccide, si, il rifiuto massacra, una perdita devasta ma quanto può costare all’animo la forza di dire basta? Quanto possono valere le proprie aspirazioni, i propri valori se poi si è totalmente persi nella ricerca di una vita migliore?
Ciò che lacera, che squarcia davvero l’animo, gettando a terra frammenti, quasi si fosse uno specchio rotto da un pugno, è l’accettazione.
Accettare la natura “sporca” del posto da cui si arriva, accettare la solitudine causata dalla volontà di vivere in modo “pulito”, di voler essere una persona migliore.
Io ho perso tutto: la mia famiglia, quel cerchio che avrebbe dovuto essere la mia isola felice, il mio mondo ovattato, la mia protezione. Io ho perso. Ho perso per poter vivere. Ho perso perché ho deciso che IO conto, che la mia esistenza conta.

 
E sapete qual’è davvero il nocciolo della questione? Il fallimento.
La mia famiglia resterà la mia più grande sconfitta, non essere come loro mi vogliono, per essere una persona migliore e aver scelto il giusto, rappresenterà per sempre il mio più gran fallimento.
Le vittime dirette di abusi hanno, molte volte, la possibilità di scelta, i figli della violenza non ne hanno e mai ne avranno.
I figli di violenza si sentiranno per sempre marchiati a vita e si crocifiggeranno per i limiti che hanno loro impedito di cambiare chi, di cambiare, non ne ha mai voluto sapere.
I figli di violenza si sentiranno sempre in dovere di accontentare gli altri, di dimostrare qualcosa al mondo, unicamente per sentir, anche solo per un istante, di non esser sbagliati.
Le più grandi vittime sono coloro che hanno deciso di combattere, perché porteranno per sempre con loro i segni delle scelte altrui, perché saranno sempre coloro che subiranno le conseguenze delle azioni di chi, dando loro la vita, aveva promesso implicitamente di amarli e proteggerli.
Le più grandi vittime saranno sempre coloro che decideranno di ribellarsi, perché in questa vita, mio malgrado, la libertà comporta più sofferenza della sudditanza.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[immagine tratta da Google Immagini]

Le temps qui nous crée

 

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,

ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

(L’ Orologio, da Spleen et Idéal, Charles Baudelaire)

Che cosa resta della nostra esistenza se il tempo è il “giocatore avido” che, passando, svuota gli istanti del loro senso proprio?Come può la velocità valorizzare dei momenti che passano incessantemente secondo un ritmo incontrollabile, senza quasi avere la coscienza di averli vissuti a pieno? Dove siamo mentre il tempo scorre?

L’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota, sostiene Charles Baudelaire in questi versi di una musicalità inestimabile.

Più i giorni passano, più c’è qualcosa di noi che scompare.

L’abbiamo forse perduto per sempre, oppure, al contrario, esiste per caso nel profondo qualcosa che resta sempre lo stesso, impassibile anche allo scorrere dei giorni e che ci segna?

Derrida aveva chiamato con il termine traccia il risultato di un processo di differenziazione sempre attivo e dinamico che può essere considerato come il prodotto mai definitivo delle traduzione delle parole che si produce continuamente durante i secoli.

Infatti, malgrado le parole siano sottoposte ad un contesto socio-culturale ben preciso, bisogna ammettere l’esistenza di un elemento fisso e costante, ovvero, una sorta di essenza che costituisce questa traccia effettiva di ciò che resta del tempo passato.

Questo è quindi il significato della différance derridiana che, attraverso il gioco che può essere realizzato allo scritto sostituendo la vocale “e” con la vocale “a”, elabora letteralmente una “differenza” che si scrive e si legge, ma che tuttavia non si pronuncia. Questo sostantivo riproduce perfettamente l’azione del differire, senza compromettere il valore intrinseco di questa differenziazione. Per questa ragione, secondo Derrida, c’è sempre qualcosa che passa, ma che al tempo stesso tempo resta e si concretizza nella presenza.

È la stessa presenza che Sant’Agostino aveva trattato nelle sue Confessioni, in particolare nel libro XI , capitolo 20.

Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente dei presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l’espressione abusiva entrata nell’uso; si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno, purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.

È giustamente nella presenza soggettiva infatti che resta una traccia che non potrà mai sparire.

È questa la dimensione incosciente della soggettività umana che dovrebbe semplicemente affrontare la perdita vissuta, le sue fratture e imperfezioni.

Più il tempo passa e più passa velocemente, più dobbiamo renderci conto che abbiamo delle fragilità che ci caratterizzano e che ci rendono la persona che siamo.


Testo tradotto in Francese

Horloge ! dieu sinistre, effrayant, impassible,
Dont le doigt nous menace et nous dit : ” Souviens-toi !
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
Se planteront bientôt comme dans une cible,

Le plaisir vaporeux fuira vers l’horizon
Ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse ;
Chaque instant te dévore un morceau du délice
A chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
Chuchote : Souviens-toi ! – Rapide, avec sa voix
D’insecte, Maintenant dit : Je suis Autrefois,
Et j’ai pompé ta vie avec ma trompe immonde !

Remember ! Souviens-toi, prodigue ! Esto memor !
(Mon gosier de métal parle toutes les langues.)
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
Qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or !

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
Qui gagne sans tricher, à tout coup ! c’est la loi.
Le jour décroît ; la nuit augmente, souviens-toi !
Le gouffre a toujours soif ; la clepsydre se vide. 

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
Où le repentir même (oh ! la dernière auberge !),
Où tout te dira : Meurs, vieux lâche ! il est trop tard ! 

(L’Horloge, de Spleen et Idéal,  Charles Baudelaire)

Qu’est ce qu’il reste de notre existence si le temps est le joueur avide qui, en passant, vide les instants de leur sens propre ? Comment la vitesse peut-elle valoriser des moments qui passent incessamment dans un rythme incontrôlable sans presque en avoir pleinement conscience ?Ou sommes-nous alors que le temps coule et glisse ?

Le gouffre a toujours soif, la clepsydre se vide, soutient Charles Baudelaire dans ces vers riches d’une musicalité inestimable.

Plus les jours passent, plus il y a quelque chose de nous qui disparaît.

Est ce qu’on l’a perdu à jamais ou, au contraire, est ce qu’il existe dans la profondeur de l’âme quelque chose d’immutable qui reste toujours le même, impassible aussi au fuir des jours et qui nous marque?

Derrida avait nommé avec le terme trace le résultat d’un processus de différenciation toujours actif et dynamique qui peut être considéré aussi comme le produit jamais définitif d’une traduction des mots qui se manifeste continuellement pendant les siècles.

En effet, malgré que les mots soient soumis à un contexte socio-culturel bien précis, il faut admettre l’existence d’un élément fixe et constant, c’est à dire une sorte d’essence, qui constitue cette trace effective de ce qui reste du temps qui passe.

C’est ça donc la signification de la différance derridienne qui, à travers le jeu qui peut être réalisé à l’écrit en remplaçant la voyelle « e » par la « a » , élabore littéralement une « différence » qui s’écrit et qui se lit mais qui ne se prononce pas. Ce substantif reproduit parfaitement l’action de différer, sans compromettre la valeur intrinsèque de cette différenciation. Pour cette raison, selon Derrida, il y a toujours quelque chose qui passe, mais aussi qui, au même temps, reste et qui se concrétise dans la présence.

C’est la même présence que Saint Augustin avait traité dans ses Confessions, en particulier dans le livre 11, chapitre XX :

Or, ce qui devient évident et clair, c’est que le futur et le passé ne sont point ; et, rigoureusement, on ne saurait admettre ces trois temps : passé, présent et futur ; mais peut-être dira-t-on avec vérité : Il y a trois temps, le présent du passé, le présent du présent et le présent de l’avenir. Car ce triple mode de présence existe dans l’esprit ; je ne le vois pas ailleurs. Le présent du passé, c’est la mémoire ; le présent du présent, c’est l’attention actuelle ; le présent de l’avenir, c’est son attente.

En effet, c’est justement dans la présence subjective qu’il reste une trace qui ne pourrait jamais disparaître.

C’est ça la dimension inconsciente de la subjectivité humaine qui devrait tout simplement faire face à la perte vécue, à ses failles et ses imperfections.

Plus le temps passe et le plus il passe vite, le plus on doit se rendre compte qu’on a des fragilités qui nous caractérisent et qui nous rendent la personne qu’on est.


Sara Roggi

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