Indignamoci

Il tempo ipermoderno è caratterizzato da una psicoapatia diffusa che si traduce in un’indifferenza generalizzata. Questo atteggiamento conduce ad adagiarsi sul vigente, con un particolare senso di abulia che induce ad accettare passivamente lo status quo, poiché si è persa la speranza nel cambiamento e nel miglioramento delle condizioni culturali e sociali attuali. In questo senso, proprio nel tempo presente è decisivo recuperare una sana indignazione che conduca a una risposta proattiva e propositiva differente rispetto ad alcune cristallizzazioni negative della realtà.

Certamente, le ragioni che oggi possono indurre l’indignazione sembrano meno distinte di un tempo, questo a causa di quel velo di superficialità che oscura gli occhi degli uomini, sempre meno interessati a scorgere le contraddizioni del proprio tempo, rendendosi così fattivi promotori delle incongruenze stesse. La crisi della società contemporanea basata sul dominio dei mercati finanziari, sull’ideologia politica e sul consumo di massa portato all’estremo, germoglia e fiorisce proprio nella superficialità e nell’indifferenza che anestetizzano le menti e le coscienze. Rileviamo come proprio questa sia una patologia dilagante: il deserto delle coscienze attive e del pensiero critico razionale. L’adagiarsi indifferente su quanto ci è di fatto imposto è il peggiore degli atteggiamenti, è il naufragio della speranza nella possibilità di incidere sul destino individuale e collettivo e sull’opportunità di costruire un mondo più giusto, più equo, più libero e responsabile. Lasciandoci sopraffare dall’indifferenza, «comportandoci in questo modo – scrive Stèphan Hessel –, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue»1.

Indignarsi significa dunque uscire dalle paludi dell’indifferenza, recuperando uno sguardo accorto e critico sulla realtà, invero «spetta a noi, tutti insieme, vigilare perché la nostra società sia una società di cui andare fieri»2. In un tempo così rapido e complesso è necessario un sforzo personale per evadere dall’indifferenza, reagire al vigente e, se necessario, resistere per i valori nei quali si crede e che, troppo spesso, vengono sepolti sotto l’onta del progresso, gestito dai pochi, che impoverisce gli orizzonti esistenziali e aumenta il divario economico e sociale con i molti. A questo si unisce l’assenza di rispetto per i diritti universali e inalienabili dell’uomo e la noncuranza verso la casa comune, il pianeta, e le condizioni critiche nelle quali versa a causa di uno sfruttamento egoistico e miope, perpetrato sotto gli occhi indifferenti di buona parte di noi. Ecco dunque come l’indifferenza sia la patologia, mentre l’indignazione la possibile cura: l’appello alle coscienze, il ritorno del pensiero e il passaggio all’azione, necessari a scuotere quanto è dato per scontato e ad attivare il cambiamento.

Ritornare ad indignarsi significa recuperare una nuova consapevolezza di se stessi e del mondo che ci circonda, nonché la capacità di agire scelte, per quanto possibile, differenti rispetto alle imposizioni di un sistema che ci vuole omologare, come automi monodimensionali, bandendo anzitutto un autentico sviluppo culturale, educativo e interiore, troppo pericoloso per un mercato che ci preferisce assuefatti consumatori. Indignarsi significa prendere posizione nei confronti dei mass media che disprezzano e scartano la fragilità ed esaltano la potenza, vuota di quei contenuti decisivi per affrontare l’esistenza vera, molto diversa da quella costruita ad arte dai rotocalchi cartacei o digitali. Indignarsi significa non accettare passivamente l’economia darwiniana del più forte che percepisce l’altro come mezzo per raggiungere i propri scopi, o nel peggiore dei casi cerca di annullarlo in quanto ostacolo al proprio cammino. Indignarsi significa non adagiarsi al mito performativo contemporaneo, dove ogni espressione umana è rapportata alla competizione sfrenata, che machiavellicamente giustifica qualsiasi mezzo pur di raggiungere l’ideale immaginario, del più forte, del più ricco e del più affermato, che la società dell’immagine impone. Indignarsi dunque di fronte ad una realtà che, lungi dall’aver incrementato il progresso culturale, valoriale e civile, lo disprezza catapultandoci ad una condizione naturale di hobbesiana memoria, dove l’uomo è lupo per l’altro uomo. Dove domina l’Io a discapito del Noi. Dove il delirio mondano è conseguenza della guerra di tutti contro tutti, per raggiungere il potere e trionfare a qualunque costo. Dove viene promosso l’essere istintuale e non la persona razionale e spirituale, capace di trascendere la datità, l’immediatezza per realizzare valori e significati profondamente umani.

Indignarsi richiede il coraggio (termine che dal latino richiama un’azione del cuore) di strappare, di dire di no, di emanciparsi dal vigente, di sfuggire al totalitarismo (voglio ciò che vogliono gli altri) e al conformismo (faccio ciò che fanno gli altri). L’indignazione attiva richiama l’azione, quella che dal pensiero si trasforma in coraggio della verità, in proposta concreta, quella che tuttavia rigetta l’agire violento che finisce per far precipitare ogni positiva intuizione, nella spirale del male, senza speranza, preferendovi un confronto rispettoso e democratico nello spazio comunicativo. In questo senso, in accordo con Stéphan Hessel, come non ricordare l’esempio e le esperienze di indignazione proattiva di martiri civili del novecento, quali Martin Luther King, Nelson Mandela. Costoro, indignandosi attivamente e con la speranza nel cambiamento e nel miglioramento, hanno rotto l’incantesimo di un’indifferenza cronica e di un’assenza di responsabilità personale e collettiva che altrimenti ci induce ad affermare con rassegnazione: “in fondo, io che cosa posso fare?”.

Non possiamo chiudere passivamente gli occhi di fronte alle contraddizioni laceranti del tempo presente, è necessario che torniamo, con lucida convinzione, ad indignarci, perché è questa la vera forza per il cambiamento e il miglioramento della realtà: «guardatevi attorno – esorta Hessel – e troverete gli argomenti che giustificano la vostra indignazione»3.

 

Alessandro Tonon

NOTE:
1. S. Hessel, Indignatevi!, tr. ti. di M. Balmelli, add editore, Torino, 2011, p. 15
2. Ivi, p. 6
3. Ivi, p. 19

[Photo Credits: Randy Fath on Unsplash.com]

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Il filosofo in tv

Filosofia e televisione parrebbero due universi paralleli. Sarà perché la Filosofia non è proprio telegenica di natura: forse ciò è dovuto al medium (come direbbe McLuhan) o forse perché la Filosofia per natura è un po’ snob, elitaria e sicuramente non ama mischiarsi con il mezzo che è pop (ovvero popolare) per natura.

Così in TV la Filosofia c’è ma a piccoli dosi. Si veda quanto fatto in RAI: la RAI ha un paio di programmi esplicitamente e dichiaratamente filosofici. Stiamo parlando di Zettel e del suo spin-off Il caffè filosofico. Entrambi sono mandati in orari impossibili notturni e ora rilegati alle rete pedagogiche della RAI. Sempre a tarda notte e confinati tra le signorine calde e i film infiniti ungheresi. La Filosofia è una cosa per pochi, un lusso, un vizio. Per certi versi anche un feticismo: perché non saprei bene, da laureata in Filosofia, come e perché dovremmo preferire una lezione frontale su John Rawls ai film di RAI 3 o di RETE 4.

Comunque la televisione italiana ha accettato, e da quello che so è forse una delle poche nel panorama europeo, di buon grado la figura dei filosofi. Anzi del filosofo. Sto parlando in particolare di un filosofo. Il testimonial vivente della Filosofia che da vero corsaro assalta i diversi contenitori più o meno generalisti televisivi. Il nostro filosofo ha pure la barba folta come già gli Antichi Greci ci hanno insegnato essere un dettaglio essenziale. Se la toga non fa il monaco, la barba fa quasi sempre il filosofo.

Comunque molti non avranno letto i saggi del nostro filosofo, ma sicuramente il suo nome è noto anche a chi se pronunciate il cognome Kant, associa la bella e bionda Eva invece del nome del prussiano Immanuel.

Non c’è bisogno di presentazioni in questo caso. Ci basta menzionare la sua barba scura, gli occhi felini verdi, il cashmere giusto e la R moscia per sapere di chi stiamo parlando. Poco importa cosa abbia scritto di preciso, per tutti lui è il filosofo.

Stiamo parlando del filosofo della televisione italica. Ben diverso dai critici d’arte che popolano l’etere che si alternano tra iracondi e virili uomini e più rilassati e simpatici signori di mezza età. Il filosofo, invece, ha sempre due caratteristiche imprescindibili per il ruolo che veste e interpreta (benissimo) da anni in televisione.

La prima caratteristica è l’essere sempre in collegamento. Pochissime volte egli discende tra noi mortali e parla in studio con il conduttore o più spesso conduttrice adorante che lo guarda come il devoto prega e adula il dio aristotelico. Il dio di Aristotele è amato, ma Egli non ama nessuno indietro. Così il nostro filosofo vive sperduto da qualche parte, sempre altrove, sempre trascende il nostro spazio e forse anche il tempo. È una creatura leggendaria, un unicorno (come ora vanno tanto di moda), un essere misterioso che profetizza e parla del mondo che osserva disincantato. Non pare avere legami con la realtà che è banale, triviale e anche noiosa.

Infatti e qui arriviamo alla seconda qualità dell’uomo dalle infinite qualità, il filosofo sa. Sa tutto. Ha già da sempre detto, sentenziato e soprattutto la sua voce non pronuncia mai il falso. Il filosofo non erra mai. Non chiede scusa, non accenna al dubbio cartesiano o amletico o anche solo umano di poter non sapere qualcosa. Egli sa. Sempre.

Il filosofo è stanco, rassegnato, insofferente al mondo di uomini tanto stupidi, cretini come criceti su una ruota ferma, che tanto si affannano per sbagliare sempre. In continuazione. Il proverbio latino “Errare humanum est” è una peculiarità umana che stizza il filosofo che invece punta agli astri e non guarda il dito umano che pur sempre ha il merito di segnalare una cosa meravigliosa e bella.

Il filosofo, invece, è un uomo che è costretto a fissare non la Luna o le stelle, irraggiungibili come lui, ma questi esseri che sono fatti di carne e budella.

La sua posizione aldilà dallo schermo lo rende una creatura pressoché immortale. Un essere che non è legato al nostro mondo. O alle nostre regole. Egli è la creatura della trascendenza. Dell’oltre la soglia. Molto pitagorico tutto ciò: si narra, infatti, che il grande maestro solesse tenere lezioni ai novellini e discepoli da dietro una tenda perché quegli aveva passato la misteriosa soglia che rende il primo un saggio e gli altri ignoranti. Così il filosofo della tv italiana ci ricorda che se il mondo dello spettacolo è finzione e inganno, lui è ancora oltre a tutto questo.

Infatti la sua posizione u-topica (nel senso greco del termine, ovvero senza luogo) lo rende un personaggio unico nel suo genere del panorama televisivo. Egli c’è e non c’è.

Forse gli umani e spettatori non avranno tutte le risposte, ma sono esseri umani appunto che guardano al filosofo come il Mago di Oz si presentava all’ingenua Dorothy Gale. Nel celebre film del 1939 la piccola Dorothy una volta arrivata al cospetto del potente Mago di Oz si trova di fronte ad un enorme faccione. Un po’ come il nostro filosofo in collegamento. Solo grazie ad un imprevisto si scoprirà che anche il Mago, il potente stregone, altri non è che un uomo. Un uomo nemmeno tanto potente, ma solo tanto intelligente da far credere agli altri che lui poteva qualcosa che gli altri non credevano di saper fare.

In questo caso pensare.

 

Claudia Lisa Moeller

Claudia Lisa Moeller è nata a Milano nel 1992. Ha studiato Filosofia presso l’Università San Raffaele (Milano), dove ha conseguito la sua laurea BA e MA. Entrambe le sue tesi erano su Kierkegaard. I suoi temi di ricerca sono Kierkegaard, Hamann ed ermeneutica televisiva.

 

[Photo Credit: Cater Yang via Unsplash.com]

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Filosofia mediterranea

La filosofia da sempre si pone come strumento del pensiero su tutte le cose. Solo la filosofia pensa il Tutto, appartandosi e astraendo dalle conoscenze pratiche o relative a certune branche del sapere. Un’astrazione che non è eliminazione delle parti ma congiunzione di esse in unità. Essa non è il sapere specializzato di un uomo che pensa a come guarire meglio qualcun altro, o come costruire meglio una casa e, inizialmente, nemmeno come vivere meglio la vita.

La filosofia è riflessione dell’uomo sul mondo e se l’uomo è – come ovvio – parte del mondo, la filosofia diviene autoriflessione del mondo su se stesso.

Questo percorso si dice sia nato in Grecia. Sappiamo anche che il pensiero filosofico, soprattutto se inteso come degenerazione di un pensiero religioso originario, ha profonde radici nei culti religiosi arcaici, in cui uomini di somma saggezza riflettevano in modi a noi oggi inaccessibili sull’essenza del mondo.

La domanda che dovrebbe serpeggiare, sfidando i limiti della pura congettura è: perché proprio nella Grecia antica è fiorito il pensiero filosofico?

In più parti nelle varie opere greche rimasteci abbiamo notizie del completo agio che gli antichi provavano nell’ambiente circostante. I Greci fecero uno stile di vita il loro stare in armonia con la natura e il goderne di quanto concedeva. Il vivere secondo misura, la repulsione per gli estremismi, la comprensione e la vicinanza verso ogni parte del cosmo, erano favoriti da ciò che il cosmo stesso ha offerto loro: un ambiente estremamente vario che generava molti tipi di cibi diversi, una terra circostante fatta di rilievi non troppo aspri e mari non troppo mossi – adatti tra l’altro all’arte della navigazione, della pesca, dell’esplorazione – molti giorni di luce, un clima mite favorevole alla vita all’aria aperta e all’esposizione della bellezza.

Tutto questo e molto altro è stato il messaggero che ha portato ai popoli greci l’idea di un mondo equilibrato, loquace e onnicomprensivo: non ovviamente in senso morale – nota è la sfrontatezza con cui i Greci guardavano alla vita dolorosa e alla morte – ma nel senso di un’unità composta da parti aventi ognuna un ruolo degno del proprio essere, in una congiunzione di equilibri adatti alla proliferazione vitale e intellettuale. Più difficile pensare alla possibilità di ciò nella tundra o nei deserti, ambienti dal clima troppo duro e dall’ambiente più monotono.

Ecco allora che Eraclito guarda al tempo come ciclo di stagioni e Platone al sole come simbolo della verità ideale; ecco che nella Grecia antica pullula una miriade di menti attratte dal funzionamento di ogni aspetto della natura come fisici, biologi, astronomi: si scoprono leggi matematiche, solstizi ed equinozi, nasce il vegetarianesimo, la cultura del vino, quella del mare, i culti e le festività incentrate su quei prodotti della terra propedeutici alla comprensione ultima del mondo (vino e ciceone su tutti). I primi pensatori greci assistono al dispiegamento della varietà del cosmo attraverso tutti i sensi e con essa possono giungere all’apice contemplativo. Immaginiamo giovani Greci sulle sponde del mare verso sera, nel mezzo di ebbrezze dionisiache, a celebrare la vita nel suo semplice manifestarsi sottoforma di paesaggi intensi, festività, vesti svolazzanti, buon cibo, invocando la Terra a ripetere eternamente se stessa secondo il detto: «Piovi! Sii gravida!»1.

Si sviluppa insomma quell’intreccio di mondo e uomo che costituisce una vera e propria scala verso la conoscenza e la verità in senso stretto. Physis, che noi traduciamo oggi con Natura, non era usato che come sinonimo di Essere, di cui il filosofo custodisce e scopre la verità, che ricomprende in sé ogni cosa offrendo allo sguardo la varietà di sé stessa.

Solo uomini del tempo o di un certo tipo hanno occhi adatti alle caleidoscopiche sfumature del mondo: il sole adatta l’occhio alla luminosità, ai suoi riflessi sul mare e invita a esplorarlo; le viuzze accennate, le lievi cime e gli scorci naturali solleticano l’indole curiosa dell’uomo, che cerca strade, mari e isole nuove, che lo tengono allerta e sveglio, incline alla novità. L’uomo si trova di fronte ogni colore, una moltitudine di cibi diversi e vede così formarsi un gusto, l’attenzione per il dettaglio, l’apprezzamento per ciò che è offerto, impara a trarre energia dalla fonte più opportuna.

Solo così si prepara un uomo consapevole del mondo, che sa viverci, che sa comprenderlo e tramandarlo. Forse solo in quella fonte sfavillante e multiforme che è il Mediterraneo era possibile aprire nell’uomo una finestra verso se stesso? Solo riscoprendo la Terra nella sua massima espressione possiamo dirci davvero uomini?

Forse nel Mediterraneo per prima il mondo ha potuto cominciare a guardarsi, eleggendo questo luogo a tempio della verità.

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. A. Tonelli (a cura di), Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, Milano, p. 193.

[Photo Credit: M@ssip, 26/8/2012, su turistipercaso.it]

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Filosofia e altri linguaggi: intervista a Massimo Donà

Massimo Donà è un filosofo estremamente poliedrico e versatile che ha voluto indagare, attraverso i suoi studi e i suoi scritti, come davvero la filosofia si possa applicare alla vita quotidiana.
Questa intervista va a completare quella pubblicata sulla nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #6 sulla comunicazione etica dove abbiamo affrontato nello specifico il rapporto tra la filosofia e le principali forme artistiche, dunque l’arte figurativa, la poesia, la musica. Con queste ultime domande invece tocchiamo il tema del cibo e del vino, mettendone in luce il rapporto con la società attuale consumistica; entrambi gli aspetti, come vedremo, hanno a che fare con l’immortalità.

 

Oggi assistiamo a una certa attenzione per l’argomento cibo, sia considerando la dimensione salutistica portata agli estremi, sia la sua sovrabbondanza anche mediatica (si pensi a tutti i programmi televisivi sul cibo). La filosofia potrebbe dire qualcosa sui motivi di quest’attenzione?

Oggi lo sguardo dei media ha acceso con grande e (forse) eccessiva morbosità i propri riflettori sul mondo del cibo; spesso esasperando l’attenzione sul valore nutritivo, sulla (supposta) “naturalità” delle materie prime utilizzate, e su tutto ciò che dovremmo tener presente affinché il cibo non divenga nocivo all’organismo che se ne nutre. Un fenomeno, questo, che fa tutt’uno con la generale ed esasperata volontà di sconfiggere la morte. O quanto meno, di rendere sempre più lunga la vita di coloro che da sempre invidiano gli Dei per la loro immortalità. La tecnica è sempre più potente ed efficace; perciò la vita, che la tecnica sembra vocata a supportare, ha a propria disposizione uno spazio di manovra sempre più ampio ed un tempo sempre più consono all’ampiezza dei desideri tendenzialmente sconfinati dell’essere umano. Ma tutto questo è reso possibile da un processo di universale e progressiva “quantificazione” dell’esistere, che la scienza moderna ha avviato, rischiando di far diventare sempre più pericolosamente secondaria la questione della sua (sempre della vita) “qualità”. Vivere tanto, certo… per poter realizzare finalità sempre più ardue, che fino a pochi decenni fa sarebbero apparse improbabili. Questo oggi si vuole. “Potere” sempre di più, insomma; ma per quale vita? Ecco il punto. Alla filosofia, dunque, credo spetti un compito particolarmente importante: riportare al centro del discorso pubblico una seria riflessione su come si vuole vivere; su come utilizzare il tempo in più che ci siamo guadagnati e i nuovi spazi che possiamo ormai sempre più agevolmente abitare.

 

Sembra invece che il vino, di cui lei si è ampiamente occupato, abbia meno risalto e diffusione a livello mediatico, pur avendo un rapporto più antico anche con il pensiero filosofico. Pensa ci sia un perché?

Non ne sarei così sicuro. Mi sembra infatti di poter dire che anche il vino, ormai, gode di una meritata attenzione. Le cose stanno cambiando; i corsi di sommelier e i corsi universitari di enologia sono sempre più gettonati! E poi, il vino, per quanto sia anch’esso un alimento, è ben diverso dagli altri alimenti. C’è qualcosa che lo caratterizza in modo specifico; rendendolo comunque diverso e forse addirittura stra-ordinario. Sì, perché il vino è come la Divinità a cui è stato originariamente “consegnato”: il vino è come Dioniso, ossia, costitutivamente “doppio”. Alimento strutturalmente “ambivalente”, capace di render sempre più lucidi e veri, sinceri e solidali, esso può nello stesso tempo farci naufragare nelle sabbie mobili della follia, nell’oscurità abitata da istinti ferini ed essenzialmente deliranti. E dunque non è mai “rassicurante”. Per questo, non ci si adegua facilmente alle regole e alle norme con cui si vorrebbe regolarne il consumo. Il vino è come l’Eros (non a caso gli antichi Greci vedevano intimamente legati Afrodite e Dioniso); capace di produrre paradisiache esperienze di unità, di amicizia, capace di rendere solidali, ma capace anche di rendere totalmente “insensati” – potendo sempre far scivolare lungo i declivi di una irrimediabile perdita di sé. E dunque di rendere inadatti al vivere comunitario e sociale. Insomma, il vino è ciò che nessun proposito salutista potrà mai riuscire a controllare, perché è troppo simile alla costitutiva improgrammabilità che caratterizza l’essere umano in quanto tale… “libero” – come sapeva bene Pico della Mirandola – di essere come la peggiore delle bestie o come il più puro degli angeli.

 

Una delle caratteristiche dell’arte – e con essa la poesia – possiamo dire essere la sua capacità di rompere quei legami semantico-sintattici che danno forma al mondo così come noi lo conosciamo e grazie ai quali noi attribuiamo significato alla realtà.
In quale rapporto stanno l’arte e la filosofia? Possiamo dire che l’arte da sempre è anche filosofia nella misura in cui il suo rappresentare e manifestarsi costituiscono una reale provocazione per il pensiero e la riflessione, rivelando ciò che muove dal fondo l’agire dell’uomo?

Certo, la poesia e l’arte “pro-vocano” da sempre i filosofi – e proprio per i motivi che ho appena indicato. È pur vero che ogni forma dell’agire umano è mossa da un fondamento che non ha ragione alcuna (in quanto fondamento di tutto); e che proprio a partire da questa irragionevole ragione muovono anche le parole del poeta, o più in generale le forme dell’arte. Ma queste ultime mai dimenticano – come capita invece a tutti noi, nel quotidiano –, il fondamento di cui sono espressione. Quello stesso che, in quanto tale, non può tollerare finalità che non si esauriscano nel semplice dispiegarsi di forme artistiche che non muovono mai un passo in avanti. Ecco perché le parole della poesia e le forme dell’arte in generale non significano propriamente “nulla”; appunto perché, in esse, a dirsi e dispiegarsi, è appunto un fondamento (o arché) che, in quanto “in-condizionato”, finisce per dire sempre e solamente se medesimo. Ossia, nulla di de-terminato. Facendosi semplice “negazione” di ogni determinatezza, e dunque di ogni significato, e di ogni finalità; quelli stessi che la vita, invece, mai può fare a meno di darsi e proporsi. Perché la vita quotidiana non sa del fondamento che la rende possibile, ma riconosce le cose e le persone solo in relazione a fini e scopi sempre ancora da raggiungere, e soprattutto non ancorati ad alcun incondizionato, ma liberi di essere raggiunti  o mancati – anche perché, ai nostri occhi, si danno come semplicemente “altri” da quel che le cose tutte sarebbero, in quanto semplici significati, in quanto parzialità ritenute vincolate ad un “negativo” ridotto a mera “alterità” (secondo il dettato del Sofista platonico).

 

Obiettivo de “La Chiave di Sophia” è quello di aprire la filosofia ad un pubblico eterogeneo e neofita, proponendo questioni centrali per l’individuo e connesse fortemente con la vita quotidiana. In che modo secondo Lei la filosofia può sempre più avvicinarsi a chi non ha mai avuto modo di approcciarsi ad essa?

La filosofia ha il dovere di arrivare a chiunque; di essere compresa e rielaborata da ogni lettore o ascoltatore.  Ma… come fare? Credo che non sia poi così difficile: si tratta anzitutto di saper tradurre i grandi testi della filosofia, i grandi trattati metafisici, e di riuscire a mostrare come in quelle pagine si parli davvero di noi, delle nostre miserie quotidiane, di come in esse si parli dei nostri sentimenti, delle nostre paure, delle nostre angosce, delle nostre gioie, ma anche dei dubbi che ogni volta rischiano di frenare il cammino verso noi stessi. Sì, perché noi dobbiamo diventare quel che siamo; ce lo ricorda anche Nietzsche. E cosa, meglio di un rigoroso esercizio filosofico, può aiutarci a raggiungere questo obiettivo? Si tratta solo di mostrare come, nel parlare dell’essere e del nulla, si stia in verità parlando delle grandi opposizioni di cui ci serviamo ogni giorno… quando pensiamo o parliamo della morte, quando parliamo del bene e del male, quando parliamo del finito e dell’infinito; tutte opposizioni assolute di cui ci serviamo nel riconoscere, nelle cose di ogni giorno, il male e il bene che le sostanzierebbero…. ma anche la vita e la morte, istituenti una polarità nel cui orizzonte oscilla ogni esistenza finita. Opposizioni assolute di cui non facciamo mai esperienza, ma cui ci riferiamo come se fossero evidenti. E d’altro canto, come faremmo a giudicare “buona” un’azione se non ci riferissimo all’opposizione bene e male; un’opposizione che non sappiamo bene dove stia di casa, eppure viviamo come riferimento imprescindibile per i nostri giudizi quotidiani. Ecco in che senso la metafisica e le sue questioni (solo apparentemente astratte) incidono in ogni gesto della nostra quotidianità; anche se quasi mai ce ne rendiamo conto. La filosofia dovrebbe appunto aiutarci a riflettere con un po’ più di cognizione di causa sui presupposti che sorreggono la nostra vita, il nostro linguaggio, consentendoci di interrogare la vita e il mondo ad un livello un po’ meno banale di quanto si sia soliti fare indipendentemente dall’esercizio filosofico.

 

Luca Mauceri & Elena Casagrande

[l’intervista integrale è pubblicata sul N.6 della nostra rivista cartacea]

Forme di Sophia: l’incontro tra la forma e il pensiero

La luce rossastra di un tramonto di inizio primavera che mi stavo lasciando alle spalle, filtrava dal finestrino sporco del treno su cui stavo viaggiando, di ritorno dal Salone del Mobile a Milano. L’ennesimo Salone. L’ennesima Milano, maestri entrambi a vestire benissimo il vuoto. Se c’è una sensazione che ho sempre amato, è quel senso vibrante di ebbra sazietà di bellezza che si prova in seguito a esperienze d’arte, siano esse luoghi, mostre, incontri. Bene, quella sera, in quel treno, percepii un senso di vuoto profondo, inevadibile. Mi sentivo impotente di fronte alla sfrontata degenerazione di un Segno che aveva completamente perso il suo valore classico, la sua responsabilità nel farsi portatore di funzione, conoscenza e di armonia. Un segno che era diventato volgare, svuotato di senso, e dunque di valore.

Il movimento grazie al quale le persone avevano sempre seguito le evoluzioni delle forme, ammirato l’innovazione delle geometrie degli oggetti plasmati da grandi menti ancor prima che grandi mani, sembrava essersi inesorabilmente invertito, e ciò che vedevo era un’industria ormai deprivata di identità e dignità, seguire servilmente il gusto (o l’assenza di esso) di mercati emergenti ricchi di denaro ma non di cultura etica ed estetica per spenderlo bene.

In quel viaggio ebbi una mia personale illuminazione, e decisi su quella poltrona polverosa che volevo nel mio piccolo restituire al design la coscienza della materia. E il pensiero alla forma.

Cominciai così ad immaginare proiettati sul vetro, mentre il paesaggio scorreva veloce tra le campagne emiliano-lombarde, oggetti dotati di una mente e un corpo. Del resto già Cicerone asseriva che l’etica sta all’estetica come l’anima al corpo, ed io volevo riappropriarmi di quella classicità che sapevo scorrermi storicamente nel sangue, e che sentivo tradita dal design odierno. Stiamo dimenticando che la nostra cultura affonda le sue radici in un passato che risale all’antica Grecia e agli ideali etici della classicità.

Dovevo solo REIMPARARE a fondere insieme questi due elementi miliari: Etica e Estetica

Utopia quindi? Pensare che le persone potessero scegliere un oggetto anche per la valenza concettuale e filosofica e infine poetica oltre che quella estetica e funzionale? Forse.

Ma io conoscevo la sorella minore di Utopia: Eutopia.

Ossia la pulsione verso il luogo migliore possibile. Un luogo esistente dunque, al contrario del luogo utopico.

E così ho fatto, non ho guardato mai in alto per non vedere la vetta della montagna perdersi tra il denso bianco delle nuvole, ed ho concentrato piuttosto lo sguardo su ognuno dei miei singoli, ma volitivi passi.

Non scelsi di creare librerie di design, esse nacquero spontaneamente, come se fossero proprio i libri quel luogo “possibile”. I libri avrebbero rappresentato la mia Eutopia, e creare dunque un contenitore all’altezza del contenuto. Custodire, contenere e proteggere, ma soprattutto celebrare quei piccoli oggetti portatori di conoscenza, era l’intento fondante delle Forme di Sophia. La libreria era l’oggetto che meglio poteva farsi portatrice di “significato”.

Già dalle prime opere ho attinto a piene mani dal mare magnum delle nozioni dei sistemi euclidei, dall’etica geometrica aristotelica e ancora dalle proporzioni auree e gli studi sui rapporti di Fibonacci.

Mi accorsi che stavo creando vere e proprie sculture con una funzione, le quali trovavano il loro senso solo se capaci di comunicare conoscenza. Monumenti domestici, dunque, dal latino monere, ossia ammonire, avvertire, rendere coscienti, capaci di trasmettere un messaggio potente che potesse elevarsi esso stesso ad opera d’arte e raggiungere e commuovere e far vibrare le corde interiori dell’osservatore. La scultura era soltanto un tramite, mentre la trasmissione del pensiero che vi soggiace era il vero scopo dell’eutopia delle Forme di Sophia. Non esiste geometria senza filosofia.

Non esiste materia senza pensiero.

Esiste la geometria del pensiero.

Mi imposi che ogni progetto lavorasse per l’etica, in una sorta di auto-giuramento di Ippocrate. E presi questo giuramento nell’unico modo in cui credo si debba prendere un giuramento: seriamente. Artisticamente.

Capii in quel periodo la potenza insita nella Filosofia. In quanto essa lavora sull’uomo, il quale arriva ben prima del professionista. E quest’ultimo può solo guadagnarne, insieme la mondo nel quale esso opera.

Ora, dal 2010, produco quelle che amo definire Sculture-librerie, che vendo in tutto il mondo grazie a internet e a poche ma coraggiose gallerie di design che sposano la mia visione, e soprattutto la mia fiducia nelle persone. In quelle persone che scelgono le opere delle Forme di Sophia perché le sentono come oggetti Pieni. Ove per “pieno”, intendo qualsiasi opera umana sia essa un piatto di pasta, un palazzo, un ponte, un quadro, un bicchiere, una sedia, un vino, plasmati da un pensiero profondo, una visione, una filosofia precisa del loro creatore. Ed evidenziare così una differenza che a mio parere esiste ancora tra Design e Moda, tra Durata ed Effimero.

Per quanto mi riguarda, ognuna delle librerie che disegno e realizzo artigianalmente sono un simbolo materico concepito per dare forma alle parole, frasi, pagine e riflessioni incontrate nei libri che ho amato, e che hanno trasformato la mia persona, e la mia vita. E in esse auspico possa resistere e pulsare ancora l’energia di quel cambiamento, e inondare l’anima e gli occhi di coloro che vi si troveranno dinnanzi.

Perché se è vero che questa “utopia” è diventata un lavoro, nonostante si affermi quotidianamente che siamo un paese che non legge, significa evidentemente che quella esigua comunità di lettori italiani, i libri li amano davvero, ed amano tutto ciò orbita intorno ad essi.

Sono oggi profondamente grato per aver fatto vincere, almeno temporaneamente, una scommessa che sulla carta, era perdente da tutti i punti di vista. Una scommessa apparentemente personale, ma in realtà profondamente collettiva.

Forme di Sophia è una Forma di Resistenza.

 

Andrea Riccò

Sono l’ideatore di Forme di Sophia – Design Filosoficoun progetto che ha visto la luce dopo svariati anni di intima decantazione, durante i quali la vita scorreva apparentemente lineare al di fuori, mentre una lenta ma inesorabile mutazione stava maturando nel suo interno. Trascorrevo il giorno a lavorare nella banca presso la quale operavo allora, e la notte sui libri a studiare Filosofia, mosso da una determinazione inscalfibile, certo che quello studio matto e disperatissimo, mi avrebbe condotto in un altrove di cui non avevo alcuna coordinata, ma che sentivo di voler perseguire con tutto me stesso.

 

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La vocazione per la totalità (e per il riso)

“Mio nonno ridendo si confessava”, dice un noto detto. Di certo, anche le riflessioni più complesse, tribolate, approfondite e serie, spesso scaturiscono meglio da una sana e dissacrante frecciatina che da un polveroso volume filosofico. Sulla filosofia e sui filosofi esistono caterve di battute geniali e che effettivamente riescono in modo efficace a “catturare l’essenza” meglio dei cosiddetti metodi tradizionali. Una delle ultime che mi è capitato di sentire è:

“Perché studiare filosofia?
Grecia: per vivere una buona vita
Inghilterra: per capire il mondo
Germania: per cambiare il mondo
America: sapevate che i laureati in filosofia hanno il salario medio più alto di tutti gli umanisti?”

Impossibile che non sopraggiunga alla mente, a chi mastichi da un po’ la filosofia, una qualche altra battuta sulla filosofia americana o sull’approccio culturale in cui la filosofia è inserita specialmente oltreoceano (certo, pur sempre nell’immagine mentale che abbiamo di essa). Non è certo questo il luogo per disquisire sulle differenze tra la filosofia europea (cosiddetta “continentale”) e quella americana/anglosassone (cosiddetta “analitica”), che nel corso del ‘900 sono andate separandosi in modo, secondo me, al limite dell’irreparabile. Però possiamo capire cosa ci viene trasmesso di serio da una battuta del genere. 

Oggi si sente un gran dire che la filosofia sia un beneficio, una “marcia in più”, se inserita in modo trasversale in un contesto più ampio e diverso da essa. Studiare un po’ di filosofia all’interno di un percorso diverso può infatti far comprendere in modo diverso quanto appreso, vederlo da un altro punto di vista, arricchire quanto si sa. Ma appunto questo significa relegare la filosofia a mero potenziometro disciplinare: non si tratta più di intenderla come sguardo per la comprensione delle cose nella loro totalità (nella battuta sopra “la vita”, “il mondo”) ma di metterla come optional d’oro inquadrato in una situazione in cui la totalità, quanto compresa, è compresa da altro (scienza, economia, credenze popolari, interdisciplinarietà). E magari, come nella battuta, suggerire tra le righe anche una supposta legittimità e una tentata valorizzazione data dal tono preciso e statistico della domanda. Non si tratta di screditare tale tendenza, tra l’altro ricca di benefici, ma di criticare il posto che oggi si pensi debba occupare la filosofia.

Ho tirato in ballo la denominazione di filosofia analitica in questo contesto non a caso. La filosofia analitica già alla sua nascita ha voluto escludere che ci fosse un qualcosa come “la totalità” di cui occuparsi: la totalità sarebbe un concetto metafisico come tutti quelli di cui è necessario sbarazzarsi per guadagnare terreno invece nella realtà del mondo interpretato scientificamente. La filosofia diviene dunque strumento (solitamente logico) per la lubrificazione dei meccanismi che altre discipline utilizzano ed escogitano per il mondo, dimenticando invece il ruolo tutto proprio e soprattutto la sua natura di vera e propria vocazione e non di strumento utilizzabile a convenienza.

Non siamo troppo seriosi però! L’ironia è da sempre ottima compagna della conoscenza e se c’è chi ne ride, c’è chi sente e comprende la situazione appena descritta. Si torni ad avere quindi meno marce per correre e più occhi. E si sappia anche riderne.

Al grido americano, “Make philosophy great again”!

 

Luca Mauceri

 

[Photo credits: Fabio Rose su Unsplash]

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Educhiamoci a pensare

E pensare che c’era il pensiero”
Giorgio Gaber

 

La filosofia è sin dalle sue origini esercizio del pensiero secondo ragione. I filosofi da sempre considerano l’uomo come l’essere per eccellenza dotato di pensiero e che, proprio questo dono ricevuto da Dio oppure dalla Natura, ha il compito e la responsabilità di adoperare.

È sufficiente scorrere celermente la galleria dei sapienti per scorgere quanta importanza venga accordata da ciascuno al bisogno di pensare. Partendo da Aristotele, per il quale la mansione propriamente umana è l’attività teoretica e la felicità stessa dell’uomo consiste nella vita di pensiero1. Passando per Severino Boezio che definisce la persona come “sostanza individuale di natura razionale”, fino a Cartesio dove il cogito è il fondamento metafisico affinché si possa affermare di non ingannarsi circa la propria esistenza, approdando all’illuminismo kantiano, stagione nella quale il pensiero riceve con decisione il più luminoso dei riconoscimenti. Scrive il filosofo di Konigsberg in un celebre articolo: «Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto! Questa è dunque la parola d’ordine dell’illuminismo»2.

Sempre più spesso l’uomo del tempo presente rinuncia invece all’esercizio del pensiero. La sua qualità precipua, ciò che per antonomasia lo distingue da piante e animali, sembra tragicamente perdersi nel vuoto. È sufficiente osservare la vita, le scelte e le modalità di esprimersi di buona parte degli esseri umani che compongono la società ipermoderna  per constatare che la centralità del pensiero razionale, attorno alla quale si è sviluppata la cultura occidentale, sembra sgretolarsi all’incedere di esistenze sempre più vuote e anonime.

È ancora una volta la parola filosofica che può venire in soccorso della crisi contemporanea, esortandoci a rieducare la nobile e quanto mai preziosa facoltà del pensiero. Nella complessità del tempo presente, che sembra travolgere freneticamente le esistenze, la soluzione non è infatti quella di abdicare il pensiero in favore di un’illusoria leggerezza (certamente, l’uomo necessita anche di quella, purché consapevole), quanto piuttosto riconoscerne il suo intrinseco bisogno. Invero, un uomo che non pensa è un uomo che lascia agli altri la possibilità di pensare per lui. È un soggetto che, secondo Kant, preferisce rimanere in uno stato di minorità, di eteronomia, senza mai raggiungere l’autonomia che consiste nell’esercizio costante e consapevole del pensiero libero. «È così comodo – asserisce Kant – essere minorenni. Se ho un libro che ragiona per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie la dieta per me […] Non ho bisogno di pensare […] altri già si incaricheranno per me di questa fastidiosa occupazione»3. L’uomo preferisce farsi guidare e governare dagli altri, siano essi esseri umani o istituzioni, piuttosto che accedere all’autonomia attraversando la fatica del concetto. Così facendo il soggetto diviene incapace di scegliere liberamente, di agire criticamente e anzitutto di discernere il bene dal male. Ed è questa, come ha mirabilmente intuito Hannah Arendt, la dolorosa lezione che ci giunge dal recente passato totalitario. Occupandosi del processo al gerarca nazista Otto Adolf Eichmann, la pensatrice politica tedesca ha sostenuto che, avendo completamente rinunciato a pensare autonomamente, quest’uomo aveva perduto la possibilità di agire con libertà, sottomettendosi così ad un potere superiore, in questo caso ad un potere criminale. Egli era divenuto un cieco esecutore, che avendo abdicato al lieve evento del pensiero non era più stato capace di distinguere il bene dal male. Scrive Arendt riferendosi ad Eichmann: «Per dirla in parole povere, egli non capì mai ciò che stava facendo […] non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»4. La profonda analisi di Arendt spiega che è proprio laddove si abbandona il pensiero che il male dilaga, poiché la ragion pratica si può esercitare moralmente solo se preceduta da una pratica della ragione.

La contemporaneità, non sta dunque solamente attraversando una crisi economica senza precedenti, ma forse e più precisamente sta avanzando verso il futuro senza pensiero. Ma quale futuro può darsi senza l’esercizio del pensiero? Anche il tessuto socio-economico può infatti iniziare a ripartire solo se vi è un utilizzo serio e ponderato della ragione autonoma, che guidi a scelte equilibrate e lungimiranti nell’agire. L’analisi profonda della realtà, scorge che la decadenza è prima di tutto una crisi di individui che in parte o totalmente ripudiano il pensiero, finendo per confluire in masse che pensano e agiscono al posto loro. Dove tutti fanno ciò che fanno gli altri (conformismo) e vogliono ciò che vogliono gli altri (totalitarismo). Uno sguardo antropologico e sociologico non può che confermare questa tendenza spersonalizzante, che si rivela proprio nel momento in cui si esclude il pensiero. In questo senso risuonano più attuali che mai le parole di Carlo Maria Martini, il quale ebbe a dire: «Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante»5.

L’esercizio del pensiero è la condizione senza la quale non si dà libertà alcuna. Una libertà interiore che niente e nessuno ci potrà mai strappare. «Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. […] Studiamoci dunque di pensare bene»6 scriveva Pascal. Solo così potrà avanzare un mondo moralmente orientato al bene e per questo più umano, più vivibile e dove come singolo «non devo chiedere la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero»7.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, tr. it. di C. Natali, Laterza, Bari 2017.
2. I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, a cura di F. Gonnelli, Laterza, Bari 2019, p. 45.
3. Ivi,  p. 45
4. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, tr. it. di P. Bernadini, Felrtinelli, Milano, 201423, p. 290.
5. C. M. Martini e G. Porschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, tr. it. di F. Gimelli, Mondadori, Milano 2008, p.64.
6. B. Pascal, Pensieri, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 240.
7. Ivi, p. 241.

 

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La seduzione della contraddizione

Se, come ho scritto tempo fa in Il peggior vizio filosofico qui su La chiave di Sophia, un pessimo vizio per qualsiasi pensiero filosofico è la perdita di quello sguardo curioso e innocente nei confronti del mondo, un vizio forse altrettanto grave è il sommario giudizio semplicistico che si trae di fronte a situazioni complesse solo per averne un subdolo tornaconto. Mi spiego meglio.

A chi avrà frequentato qualche facoltà di filosofia, o partecipato a qualche conferenza o letto qualche libro magari non proprio ben pensato, sarà parsa l’idea che in fondo anche per i filosofi il mondo è troppo difficile da interpretare, soluzioni definitive non ce ne sono, la cosiddetta ricerca è sempre aperta, la verità non la conosce nessuno, ecc. Ordinaria amministrazione di scenari post-moderni.

E anche se scavando un po’ in profondità e ripercorrendo le strade che poi vengono malamente riassunte in quelle massime spicciole, un certo senso quelle frasi possono anche averlo, è vero che le apparenti conclusioni scomode per i filosofi, cioè quelle aperte e sconclusionate, si rivelano in realtà a vantaggio loro e del loro ego. Ma come?

Si pensa sempre che i cosiddetti filosofi vogliano far pensare le persone per poterle portare a conclusioni o a prospettive nuove rispetto al modo di ragionare e di vivere comune. Certamente questo compete i migliori filosofi e non chiunque sia bravo a parlare. Il punto però è che spesso anche notevoli menti cascano in uno stanco discorsetto come quelli citati sopra ma solo perché, alla fin fine, nella confusione mentale generata saranno sempre loro ad essere cercati e presi a riferimento: prima ti confondo le idee, così poi verrai da me per cercare ordine.

L’intero non-sapere post-moderno funziona in modo simile: non potendoci essere un sapere stabile, un riferimento certo, sembra di aver raggiunto il punto vero di tutto il percorso culturale dall’antichità a oggi. E quindi di aver fatto un passo verso la verità, verso la sincerità della conoscenza, contro a dogmi, campanilismi, saperi obsoleti.

Al contrario però, chi si muove in quella direzione troppo facilmente non sta facendo altro che riporre tutto ciò che vorrebbe oltrepassare (verità, sapere, riferimenti) dentro se stesso anziché nel mondo. Affermare orgogliosamente che la realtà, ad esempio, è contraddittoria perché non può darsi alcuna verità assoluta che la ordini e che dunque ogni prospettiva intrapresa è ugualmente legittima, comporta inevitabilmente un giudizio di verità su quello che sto dicendo. E quindi sulla mia persona.

Nel momento in cui ogni riferimento si perde e la lancetta della bussola del mondo gira a vuoto, sarò sempre io – che ho contribuito a creare questa situazione – ad essere ricercato e interrogato, proprio grazie a quel grado di verità che comunque ho trasmesso in precedenza e che ho attribuito a me stesso. In questo modo, si compie perfettamente la congiunzione tra relativismo (solo le prospettive individuali e parziali hanno valore reale) e individualismo (dunque, io valgo perché a valere è la mia opinione). Non sapendo interpretare ciò che ho fuori, riempio me stesso: così pensa l’accentratore di pensiero di oggi, che però dimostra di avere alle spalle un deserto conoscitivo notevole.

Lo sforzo del pensiero deve sempre essere quello di giungere alla massima conclusione possibile, alla spiegazione profonda di ogni parte che sentiamo riguardi ciò di cui ci occupiamo, di superare le contraddizioni apparentemente invalicabili a costo di dover poi tacere, di non aver quasi più da pensare: un peso che smettesse di cadere all’infinito smetterebbe di essere un peso, diceva Michelstaedter, smetterebbe di essere se stesso. E così, giungere a un punto fermo del pensiero, non cedere alle seduzioni facili che ci lasciano sempre galleggiare in opinioni comode per la nostra sopravvivenza, deve poter far riflettere anche alla possibilità di non pensare più, di uscire temporaneamente dal proprio essere. Bisogna imparare a «parlar grande o tacere» diceva Nietzsche. Bisogna imparare a star dritti sulla schiena del rigore, anziché cedere (troppo) alle seduzioni facili.

 

Luca Mauceri

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Non sono foglie ma pensieri coraggiosi, veterani, novelli

Pensieri che fluttuano nell’aria, scoperti. Nudi e crudi così come sono con le loro venature di vissuto. Sono i pensieri che vanno e che vengono, pensieri potenti che hanno la forza di mostrarsi e di cadere, fluttuando nell’aria. Sono piccoli ma a volte anche gradi, sono robusti ma a volte anche estremamente sottili e delicati. Hanno paura ma a volte anche coraggio. I pensieri sono fatti così: vanno e vengono, fluttuano come le foglie che cadono in autunno, dondolano come le note di una ninna nanna.

Alcuni sono di colore scuro: i pensieri più forti, quelli determinati, i pensieri veterani, gli irriducibili. Quelli che stanno lì da tempo e non abbandonano il campo. Gli altri sono di colore più chiaro: i pensieri novelli, come il vino appena schiacciato e sostato per poco tempo. Vorrebbero essere più coraggiosi e si esercitano per questo. Esistono e resistono in una continua lotta per autoaffermarsi come degni di essere!

Vi sono poi, i pensieri collegati da un filo di cotone, un disegno di matita. Sono pensieri che amano stare insieme e che crescono e proliferano solo se sono uno accanto all’altro. Un genere di pensiero particolare perché uno si poggia sull’altro così come le foglie d’autunno che, cadute, creano un manto dolcissimo che scricchiola sotto i piedi. Questi sono quelli che sperano di non cadere ma di rimanere sempre uno accanto all’altro. Sperano di non lasciarsi mai, oppure, se costretti, di farlo tutti insieme. Di solito, cadono separati pur mantenendo un legame che sa di per sempre.

Pensieri cari a chi è lontano, pensieri di cuore per chi è pensato…

***

Anita Santalucia

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

 

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