Architettura ed etica del verde: intervista a Stefano Boeri

In occasione della XX edizione del Festivaletteratura, lo scorso settembre abbiamo incontrato l’architetto e urbanista Stefano Boeri, che quel giorno presentava il suo libro Un bosco verticale. Libretto d’istruzioni per il prototipo di una città foresta (Corraini, 2015).
Quello del “Bosco verticale”, due torri residenziali nel quartiere Isola a Milano, è un progetto molto apprezzato che ha consolidato il suo riconoscimento come architetto a livello internazionale. Il suo lavoro presso lo studio Stefano Boeri Architetti (che tra le altre cose ha collaborato alla delineazione del masterplan di Expo 2015) viene affiancato dal suo incarico di professore ordinario di Progettazione Urbanistica al Politecnico di Milano, nonché di visiting professor in alcune università di tutto il mondo; dal 2004 al 2007 è stato alla direzione di Domus e dal 2007 al 2010 di Abitare, entrambe riviste d’architettura note a livello internazionale; ad oggi collabora ancora con alcune riviste (non solo d’architettura) tra le quali Wired.
Con lui abbiamo cercato di capire come l’architettura possa dialogare con la dimensione naturale dell’ambiente e anche di come possa intervenire all’interno della crisi ambientale in corso; si tratta di una disciplina molto affascinante e nonostante la sua applicazione sia puramente tecnica, essa scaturisce da profonde riflessioni sull’uomo, la sua natura e i suoi bisogni.

 

Nel 2014 ha vinto l’International Highrise Award per il suo Bosco Verticale, scelto dalla giuria secondo “parametri” legati alla sostenibilità, alla qualità estetica esteriore ma anche di vivibilità dello spazio; ai non addetti ai lavori tuttavia balza evidentemente agli occhi il lato “verde” del progetto. Nel mondo di oggi, come può e deve rientrare in architettura il tema della natura e dell’ambiente?

Entra in tanti modi: entra come fenomeno di ricolonizzazione da parte Boeri_Progetto Bosco Verticale1 - La chiave di Sophiadella natura di parti di città o di territorio antropico abbandonati, entra come questione nel rapporto con le superfici verdi, cioè il fatto che oggi le nostre sono città minerali con pochi spazi lasciati al mondo vegetale, e noi dovremmo invece – in prospettiva anche di contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico – sia moltiplicare gli spazi vivi e verdi tradizionali (parchi, giardini, viali, boschi…), sia (come nel caso del Bosco Verticale) sperimentare forme nuove di presenza del verde in città. Poi c’è anche il tema della biodiversità, che è un altro tema fondamentale: aumentare superficie verde è anche un metodo per aumentare la biodiversità, non solo della flora ma anche della fauna.

Boeri_Progetto Bosco Verticale2 - La chiave di Sophia

In un’intervista del 2007 Zaha Hadid espresse la sua sensazione che le persone in Italia fossero spaventate dal cambiamento e che dunque tendessero ad evitarlo. Il suo Bosco Verticale s’inserisce nella cornice di una Milano in continua crescita in cui i nuovi progetti d’architettura fanno da specchio a questa tendenza, cercando forse di recuperare una sorta di iato venutosi a creare con altre grandi metropoli europee. Lei cosa ne pensa? Aveva ragione Hadid, o in Italia siamo capaci di equilibrare l’innovazione e il contemporaneo con la tradizione?

Aveva ragione Hadid, nel senso che l’Italia per molti anni ha avuto paura di affrontare il contemporaneo nell’architettura, e questo per diverse ragioni: per esempio perché abbiamo avuto una stagione straordinaria negli anni Cinquanta e Sessanta di trasformazioni che invece sono state molto coraggiose e in cui domina il contemporaneo; inoltre perché la presenza della storia, con quella grande stagione fertile verso il recupero, hanno messo in secondo piano la necessità del contemporaneo. Negli ultimi anni invece le cose sono un po’ cambiate e devo dire che è vero  (anche se a volte non sempre in modo, come dire, felice), il contemporaneo ha ripreso possesso di alcune immagini delle nostre città: quindi sì, adesso sappiamo equilibrare la tradizione con il contemporaneo.

Il suo progetto di riqualificazione del porto de La Maddalena per il G8 del 2009 è probabilmente l’esempio lampante di come un buon progetto d’architettura sia in realtà soggetto a molteplici e a volte incontrollabili forze esterne. Ha qualche speranza di un esito positivo?

Mah non lo so, sono abbastanza disperato. Sono ovviamente sempre attivo su quella faccenda e sono informato su Boeri_Progetto La Maddalena - La chiave di Sophiaquello che sta succedendo: ci sono delle promesse, ci sono delle risorse… E’ un problema sostanzialmente di accordo tra la concessionaria Marcegallia, la Regione Sardegna e la Protezione Civile; il problema è che o la Presidenza del Consiglio riesce a risolvere o sennò nonostante le risorse, nonostante le buone intenzioni, non si farà nulla. E ogni mese che passa si perdono anni di qualità di architettura, di materiali, quindi… Quindi sono disperato, è proprio una brutta storia.

L’uomo è sempre stato particolarmente curioso del futuro, anche della quotidianità del futuro, e soprattutto attraverso il cinema ha provato anche a rappresentarlo – pensiamo a Star Trek, piuttosto che Blade Runner. Lei come pensa appariranno la metropoli e la cittadina del ventiduesimo secolo?

Io penso che il modo migliore per pensare al prossimo secolo sia di pensare al secolo scorso, cioè proiettare nel futuro la distanza temporale verso un passato che conosciamo: questo per capire l’accelerazione, le tendenze… La città del prossimo secolo sarà una città probabilmente per certi aspetti totalmente altra, e per una ragione, cioè che c’è una questione ambientale che se non viene gestita – come ora non viene gestita – nei prossimi anni in modo sempre più radicale si rischia di creare una situazione drasticamente nuova, per cui molte città saranno sommerse dall’innalzamento del livello degli oceani, molti spazi e molte città verranno abbandonati per la desertificazione… ci sarà forse l’opportunità e la necessità di immaginare una migrazione su altri pianeti, ci sarà… ci saranno problemi enormi. Io per esempio sto lavorando su un’idea di Shanghai 2116, perché insegno alla Tongji University di Shanghai e lì abbiamo messo in campo anche l’idea di costruire una nuova Shanghai su un altro pianeta.

Quali significati assumono l’etica e l’estetica applicate all’architettura?

Beh evidentemente sono intrecciate ed evidentemente, come dire, si parlano, nonostante siano anche due dimensioni molto diverse. L’estetica comunque non è mai una categoria generalizzabile, ha degli interlocutori e dei destinatari, una cosa bella non è bella in assoluto ma bella rispetto ad alcune aspettative, bisogni ed alcuni immaginari… anche solo pensando a questo si scorge il dialogo tra le due.

Etica ed estetica sono in effetti branche della filosofia: sentire questi termini legati ad una disciplina apparentemente esclusivamente tecnica come l’architettura avvalora la nostra concezione di filosofia. Che cos’è per lei la filosofia?

E’ un’interrogazione sul senso della vita.

 

Non è così scontato. Ritengo che molte delle conflittualità, degli orrori e degli errori del nostro tempo siano dovuti proprio alla banalizzazione del senso della vita, che non viene più indagato veramente, perché si pensa la vita come una batteria che si consuma e non come un dono. Anche l’architettura (come tutte le nostre altre discipline) interroga e fa interrogare noi stessi su questo: per esempio, perché un terremoto fa crollare così facilmente un edificio, e che valore hanno dato alla vita le persone che l’hanno costruito? Ne hanno dato abbastanza? Ma non solo. Pensiamo al ponte più moderno di Venezia e a tutte quelle pecche che lo rendono così problematico da attraversare: chi l’ha progettato si è veramente immedesimato nelle persone che quotidianamente viaggiano da una riva all’altra? Ai loro bagagli, ai loro passi, alle loro esigenze nel farlo? Oppure ancora: che cosa rappresentano opere come il Pantheon di Roma, la Grande Muraglia, l’Empire State Building? Di quali vite, di quali sogni raccontano? In effetti potremmo non smettere mai di farci domande sulla vita soltanto guardando un’architettura.
Ecco dunque che non è così scontato riflettere sul senso della vita. Come risolvere molte problematiche del nostro mondo? Semplicemente continuando a pensare.

Giorgia Favero

[Immagini di proprietà di Stefano Boeri Architetti]

Come ragioniamo quando agiamo

La filosofia, si sente dire, insegna a pensare. Ma cosa s’intende dire quando ci si esprime in tal modo?
Per capirlo è necessario prima esaminare cosa vuol dire pensare. Ci hanno provato diversi filosofi esaminando la questione sotto vari aspetti. Ad esempio Kant, che con la sua distinzione tra giudizi analitici a priori, a posteriori e sintetici a priori continua a far inorridire generazioni di studenti, e di cui oggi – sospiro di sollievo – non parliamo. Utilizziamo invece la distinzione introdotta da Peirce, che distingue tre tipi di ragionamenti: deduttivo, induttivo e abduttivo.

Il ragionamento deduttivo è usato dalle scienze esatte, come la matematica e la logica. Queste raggiungono la verità in modo definitivo e meccanico. Partendo da assiomi o da principi ultimi, arrivano a conclusioni altrettanto vere. Nei termini dello stesso Peirce, in questi casi, abbiamo come premesse una regola, ad esempio: la somma degli angoli interni di un qualsiasi triangolo è 180, e un caso: questo triangolo disegnato alla lavagna. Come conclusione un risultato: Questo triangolo ha come somma degli angoli interni 180.

Al contrario nel caso dell’induzione partiamo da un caso: “piove”, e da un risultato: “esco e per strada scivolo”. Se la cosa si ripete e se sono mediamente intelligente, inizierò a pensare che ci sia sotto una regola del tipo: “quando piove le strade sono scivolose”. È evidente che abbiamo già di molto sporcato la purezza della verità dell’inferenza deduttiva. Ci sono infatti buone possibilità che io sia in errore servendomi di questo tipo di ragionamento. Esso è il metodo proprio delle scienze naturali come la fisica, la biologia etc. La possibilità di errore è radicalmente intrinseca a queste scienze, al punto che Popper ha con successo proposto di utilizzarla come criterio definitorio di ciò che è scienza: una scoperta scientifica quindi, deve portare con sé la possibilità di principio di essere negabile da nuove osservazioni.

Il terzo tipo di ragionamento, l’abduzione, è quello utilizzato principalmente nella vita di ogni giorno, in situazione, nel concreto. Esso fra tutti è il più lontano dalla luce della verità: è il più rischioso dei metodi. Si basa sull’applicazione di una regola: “Se c’è odore di pane nell’aria deve esserci del pane nelle vicinanze” ad un risultato: “sento effettivamente, entrando in casa, il dolce aroma del pane appena sfornato” in modo da ottenere un caso: “in qualche modo deve essere comparso del pane in casa mia”. Il problema di questo tipo di ragionamento, risiede proprio nel fatto che benché il risultato sia certo, forse stiamo applicando ad esso la regola sbagliata. Rimanendo sull’esempio di prima, potrebbe darsi il caso che il mio coinquilino abbia deciso di provare un bizzarro nuovo profumo, o l’odore potrebbe venire dall’appartamento del vicino.
Cosicché se sentendo l’odore di pane mi metto a cercarlo, agisco in forza di un’interpretazione della situazione; in poche parole sto scommettendo sull’efficacia dell’utilizzo della regola nel particolare contesto. È inutile dire che questo tipo di scommessa, come ogni vera scommessa, non si basa completamente su una decisione ragionata, ma è esito di una sorta di sesto senso – una razionalità silenziosa perché precosciente – presente in ognuno di noi.

Torniamo allora alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “cosa vuol dire che la filosofia insegna a pensare?”. Alla luce di questi brevi chiarimenti, possiamo concludere che la filosofia ci aiuta senza dubbio ad affinare il ragionamento deduttivo, in parte quello induttivo e in generale a riflettere su questi meccanismi nell’insieme. Ma oltre a ciò, l’insegnamento della filosofia consiste anche nel capire il funzionamento del ragionamento abduttivo, tenendo a freno certe interpretazioni superficiali e deleterie che finiscono per avere effetti negativi sulla vita di tutti i giorni. Sicché quell’imparare a pensare, è in certa misura, imparare a vivere.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

Bukowski e il blocco dello scrittore

«Scrivere del blocco dello scrittore è sempre meglio che non scrivere affatto»1.

Charles Bukowski in questo caso ha ragione. Dedico questo promemoria filosofico proprio alla pagina bianca, sofferenza dello scrivere e quell’appagante gioia che ti dà nel momento hai finalmente scelto l’ultimo punto.

Il blocco dello scrittore è l’evento più devastante che può accadere ad uno scrittore. Avere idee e non saperle esprimere, continuare a cancellare la stessa frase almeno duecento volte e rimanere sempre di fronte a quella pagina bianca in cui ti rifletti. Si prova una sorta di vertigine, pur non stando in piedi, pur non stando in alto fisicamente. Non è neanche possibile accartocciare la carta in cui abbiamo scarabocchiato i tentativi di appunti, ormai si scrive quasi sempre su un foglio virtuale, non c’è neanche questa via libera per la frustrazione. Ma pensandoci non succede solo agli scrittori: a chi non è successo quando era alle scuole e ha avuto un blocco durante un tema? Chi non sapeva quella volta come scusarsi di fronte al torto fatto? Chi non sapeva cosa scrivere in quel messaggio per quell’amico lontano? A chi non è successo di non sapere esprimere chiaramente i propri sentimenti ad una persona cara?

Spesso quel vuoto ci assilla e ci assale e ci fa perdere nell’insensatezza dei nostri pensieri. L’ignoto dell’indefinito, di quello che ancora non abbiamo chiarito con delle semplici frasi si propaga davanti a noi. Il non riuscire a scrivere ci terrorizza. Il non riuscire ci blocca. Lo si può chiamare anche terrore e paralizza. Dunque la scelta più facile sembrerebbe lasciare stare, magari riprovare più tardi, un’altra volta.

Non solo nella scrittura ma soprattutto durante la vita avviene. Se non abbiamo una strada tracciata e bisogna partire da zero, è impossibile non essere impauriti da quello che può succedere. Il nuovo può provocare angoscia, propriamente la paura dell’indefinito, dell’infinito possibile. Uno scrittore non sa mai dove lo porterà quel nuovo paragrafo, quella frase in cui un racconto inizia e una storia prende forma, come in un viaggio on the road in posti sconosciuti. Non si conosce la strada da percorrere.

Ed è forse qui che l’unica cosa che ci salva davvero è per il suo senso opposto quell’indefinito, come per il bicchiere mezzo vuoto, che di fatto è anche mezzo pieno. Quel mezzo pieno ci permette di essere in qualche modo positivo e dire a noi di stessi che ce la possiamo fare, perché c’è qualcosa di nuovo da intraprendere. Nuove prospettive da analizzare, scelte azzardate e fidate a seconda di quello che l’istinto ci guida. Se l’angoscia ci spinge da una parte, è emozionante dall’altra, l’ignoto ci fa provare diversi effetti.

Così anche scrivere di questo blocco aiuta lo scrittore a esprimere il suo malessere, ma pur sempre gli consente di scrivere. Lo sforzo aiuta ad andare avanti a pensare, a vivere nel modo migliore che ci è permesso; alla fine è tutta questione di volontà fin dove ci è dato. Esercizi quotidiani di scrittura, come sempre anche un po’ di vita per andare avanti, passo dopo passo verso un futuro. Oppure come in questo caso al prossimo punto e ad un nuovo articolo.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

NOTE:
1. Charles Bukowski.

[Immagine tratta da Google Immagini]

LE DIVERTISSEMENT: la distrazione tra Pascal e Chomsky

«Vedo bene che, per render felice un uomo, basta distrarlo dalle sue miserie domestiche e riempire tutti i suoi pensieri della sollecitudine di ballar bene. Ma accadrà il medesimo con un re, e sarà egli più felice attaccandosi a quei frivoli divertimenti anziché allo spettacolo della sua grandezza?
[…] i re son circondati da persone che si prendono una cura singolare di evitare che restino soli e in condizione di pensare a loro stessi, ben sapendo che, se ci pensassero, sarebbero infelici, nonostante che siano re»1.

Ebbene sì, anche i re secondo Pascal, come tutti gli uomini, hanno bisogno di distrarsi dalle questioni serie della vita. La morte viene scansata, messa da parte come tutte le miserie umane, che da un tono cupo e nero acquisiscono un colore grigio tenue, quasi indifferente e ci sentiamo più sereni. Magari fosse così semplice, anche il valore della vita stessa viene scalfito: saranno passati secoli ma basti solo pensare già a Versailles e la sua funzione primaria di distrazione dei nobili verso le faccende politiche. Luigi XIV aveva già anticipato in parte il sistema per cui far perdere interesse nelle tematiche importanti in primo piano; di fatto feste in regge lussuose e banchetti sfarzosi, se si pensa, possono essere paragonati in forma easy dei nostri party all’aperto e alle apericene o buffet offerti oggi.

La distrazione è ciò che fa stare bene, ma solo per un determinato tempo, perché si è gettati nella realtà e non si può evitarla troppo a lungo. Soprattutto se non pensiamo a ciò che ci accade nella realtà, come possiamo riconoscerne il valore?

«L’uomo è chiaramente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo merito; e tutto il suo dovere consiste nel pensare come si deve. Ora, l’ordine del pensiero è quello di cominciare da sé, e dal suo autore e dal suo fine.
Ma a che cosa pensa la gente? Mai a questo; ma a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre versi, a infilzar l’anello nelle giostre, e cose simili, a battersi, a farsi incoronare re, senza pensare che cosa vuol dire essere re e che cosa vuol dire essere uomo».

Oggi poco è cambiato dal passato: si balza da Pascal alla più attuale teoria di Chomsky, che paiono ad un certo punto continuarsi e evolversi con i tempi e la cultura della propria epoca.

Secondo Chomsky infatti i mass media per ottenere consenso manipolano la volontà, distraendo la coscienza in modo costante e repentino, affinché non resti il tempo per pensare e interessarsi alle conoscenze essenziali, al di fuori delle proposte già date. Si basti pensare come l’attenzione sia stata tolta da eventi urgenti di ieri, come l’emergenza profughi o la crisi economica o la povertà emergente in Italia, di fronte ai risultati delle partite degli Europei di calcio, informazioni che davvero a confronto sembrano essere insignificanti.

Ora pensiamo alle nostre singole vite: anch’io personalmente, a volte preferisco non pensare a certe cose, ma quelle cose lì non si dissolvono. Quante volte si decide di non pensare e di distrarsi, credendo che così facendo si possa essere felici anche solo per un minuto? Distrarsi può essere, ma non è sempre un rimedio. A lungo tempo andare, abituandosi ad esso, diventa il male che ci fa ammalare della miseria più grande per Pascal: il non pensare. Il pensiero rende l’uomo quello che è e non può dimenticarsi una parte di sé.

Distrarsi dai problemi non li risolve, li mette solo da parte.

Bisognerà ritornare a pensare, un giorno o l’altro. Ma quando?

Intanto proviamo a ricominciare a pensare da qui.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

NOTE:

1. B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pag 157.

(Il filosofo sul) viale del tramonto: appunti di Norma Desmond e simili visionari

<p>Sunset Blvd. (1950)   aka Sunset Boulevard<br />
Directed by Billy Wilder<br />
Shown center: Gloria Swanson</p>

Vi sono momenti in cui, guardando la mia libreria – infarcita, grondante, obesa di testi – mi sembra di veder le storie, e i momenti di vita, di ciascuno degli autori. Sì, sono lì, uno accanto all’altro – come se fossero tutti convenuti a un party, tutti gioviali e arguti: qualcuno beve un Martini, qualcun altro fuma una Marlboro, altri giacciono mollemente sui divanetti in porpora sparsi qui e lì nella sala. Tre tizi vestiti da pinguino suonano il Trio Élégiaque n° 2 di Rachmaninov.
Da buon anfitrione passo da un ospite all’altro salutando con aria compiaciuta e affabile: “Oh buona sera Dumas, tutto a posto? Ci vediamo dopo Tolkien! Giacomino, come stai?” – e che la festa cominci! Un attimo però, qualcosa non mi torna… due, quattro, venti, trenta… “Señor Marquez scusate, ma qui non manca forse qualcuno? Avete visto per caso la pattuglia dei filosofi? Dove sono Georg, Immanuel e Søren?” “Estàn en la otra habitaciòn, querido”.
Perché? Perché si sono riuniti tutti lì? Quella stanza l’avevo tenuta chiusa, come hanno fatto a entrare? Immagino – immagino non vogliano mescolarsi… i signori mi scusino, devo andare a recuperarli.

Quel che non sapevo è che il salotto, dove credevo si fossero rifugiati tutti i signori filosofi, era sparito. Al suo posto era comparso un lungo corridoio, freddo e fiocamente illuminato da alcuni civettuoli lampadari in vetro di Murano, inverosimilmente polverosi e ipnoticamente dondolanti… iniziai a percorrerlo, leggermente a disagio; giunsi a una porta di mogano, di quelle vecchie, intarsiate, con le maniglie alte… apro.

Mi ritrovai in un giardino che dava s’un luogo strano, una di quelle costruzioni solenni che, un tempo, inorgoglivano i grandi nobili… una casa abbandonata (soprattutto quando te la ritrovi dentro casa tua, al posto di un salotto di tappezzeria blu!) fa sempre un effetto sinistro. Questa poi!, era un rudere… aveva l’aria di uno di quei vecchi pensatori decadenti carichi di vesti damascate sdrucite e di medaglie di concorsi ormai aboliti da anni, che vivono isolati dal mondo tra gli spettri di un passato lucente. Attraversai il vialetto d’ingresso ed entrai.

Seduto sopra un tappeto sgualcito (di quelli da fachiri) troneggiava un vecchio barbuto, puzzolente all’inverosimile; attorno a lui, un pubblico eterogeneo di soggetti adoranti pendeva dalle sue labbra. Era Socrate. Guardai il tutto un po’ spaesato.
“Siete arrivato, Casagrande” disse una voce soave, alla mia destra: mi voltai e riconobbi Søren.
“Maestro” risposi “che ci fa lei qui? E perché non siete tutti alla mia festa, insieme agli altri?”
“Te lo spiegherò. Intanto seguimi, saliamo le scale.”
Giungemmo in cima alla grande scalinata, e ci affacciammo al corrimano; da quella prospettiva, la scena del piano di sotto pareva ancora più ridicola.
“Qualcosa non ti torna?”
“Maestro, sono confuso… perché voi filosofi siete qui soli?”
“I matti, di solito, non sono separati dagli altri?”
“Che domanda strana.”
“Siamo filosofi, caro mio, siamo matti per eredità propria. Cos’è la filosofia, te lo sei chiesto? Certo, e credo tu ti sia anche risposto. È una ricerca continua, una sete che non si placa mai, una vera e propria ossessione. È come vestire un abito che scopri essere cosparso di colla, e che più porti più ti si appiccica alle carni. Siamo persone inascoltate, che amano non esserlo: trasformisti per vocazione, capaci delle più impensate malinconie e delle più superbe gioie, diciamo agli altri com’essere felici e, per farlo, dimentichiamo che anche noi dovremmo cercare d’esserlo. Sciogliamo nodi che altri hanno stretto, chiedendoci: “Perché lo facciamo?”, ma che c’interessa saperlo, l’importante è chiedercelo! Disprezziamo i soldi di questa vita, perché non sappiamo che farcene, aneliamo attenzione anche se non viviamo per essa. Siamo musicisti, scriviamo sinfonie con le lettere, e detestiamo le banalità. Non siamo noi che ci siamo riuniti qui, in una stanza a parte, sono stati gli altri a cacciarci dalla festa: non siamo noi che “non vogliamo mescolarci”, sono gli altri che non vogliono essere contaminati dalle nostre chiacchiere. Perché “gli altri” scrivono senza pensare, noi pensiamo senza scrivere. Lo vedi? Siamo troppo diversi per poter stare assieme, anche se a volte, parte della nostra vita, la trascorriamo con loro.”
“Ma… perché io sono qui?”
Søren rise e iniziò a scendere la grande scalinata, e quando arrivò sull’ultimo gradino, mi accorsi che attorno a lui si era creata una folla di curiosi. Socrate stava in prima fila; poco più in là Sartre mi adocchiava, fumando. A destra c’era un gruppetto di tedeschi, al centro era Hegel, a sinistra stavano i medievali. Kierkegaard parlò ancora: “Perchè? Ma perché anche tu, come noi, sei pazzo! Non è forse la filosofia una follia? Non occorre che tu mi risponda. Sì, mio caro, hai fatto una scelta, e non si può sfuggire. Troverai mille ostacoli che ti faranno pensare di aver fatto la cosa sbagliata, quando ti desti al libero pensare, e mille volte tenterai di fuggire. Ma, amico mio! Non ce la farai! Ormai sei qui, in questo manicomio!, e questa è la tua vita, e non ne potrai mai avere una diversa. Capisci?”

Ormai non vedevo più nulla, solo gli occhi dei filosofi puntati su di me. Iniziai a discendere verso il conclave filosofico: “Sì, hai ragione… non riesco neanche a parlare, sono troppo felice! Voglio soltanto dirvi quanto sia fiero di trovarmi qui con voi! Mi siete mancati, prima ancora che vi conoscessi – e ora, ora no non vi lascerò mai più. Perché dopo questo pensiero, ce ne sarà un altro, e altri ancora! Vedete questa è la mia vita, e lo sarà per sempre, non esiste altro. Solo noi e il mondo… e nell’oscurità, gli altri a riderci addosso! Eccomi, signor Kierkegaard, sono pronto per il mio primo pensiero.”

David Casagrande

THE END OF PHILOSOPHY?

La filosofia contemporanea, categoria quanto mai multiforme, presenta come costante un trasversale carattere di ambiguità. Quanto più ha aperto il proprio orizzonte all’interdisciplinarietà e tanto più si è fissata in discipline; quanto più ha diversificato il proprio linguaggio e tanto più è stata accusata di perdita dell’identità; quanto più si è interessata al mondo, alla materia e al finito e tanto più è stata dichiarata inutile, e – quel che più è interessante – si è in fin dei conti dimostrata tale, come Adorno ha causticamente affermato nell’incipit di Negative Dialektik.

Parlare oggi di una filosofia contemporanea significa quindi innanzitutto occuparsi della fine della filosofia tout court? Dovremmo iniziare a pensare anche la fine della filosofia, per parafrasare l’espressione che Fukuyama ha introdotto nel 1992 con il suo The End of History and the last man?

La questione (teorica) è tutt’altro che innocua, dal momento che da essa dipendono destino e reputazione di una delle esperienze più antiche e ricche dell’umanità occidentale, e dunque anche dettagli concreti come la sua sopravvivenza all’interno dei Dipartimenti universitari sotto forma di certe discipline, il grado di competenza e di autorevolezza che possono vantare gli specialisti del settore, l’entità dei fondi e delle borse di ricerca da destinare allo studio di materie filosofiche, un’organizzazione didattica che deve (o dovrebbe) fare i conti con le richieste del mercato del lavoro e, infine, l’affidabilità delle teorie del pensiero nell’interpretare e nel precorrere i tempi.

L’eterogeneo universo della filosofia contemporanea rende pressoché impossibile dare una risposta univoca al quesito circa il suo destino; cionondimeno sembriamo assistere a quello che Habermas chiama “l’autorelativizzarsi di una filosofia disincantata nel contesto di divisione del lavoro di società complesse”. In altre parole: oggi la filosofia ha meno pretese di verità, non ambisce a un rapporto privilegiato con la giustezza e con l’idea di bene, si compiace del ruolo per lei appositamente ritagliato da una società orientata verso altri interessi. Insomma, appare debole e stanca, svuotata del proprio potenziale.

Ciò che mi sembra sotteso a questo quadro è l’indiscussa, ovvia volontà che la filosofia divenga pratica. La questione della traduzione in prassi del pensiero è, come nota ancora Habermas, antica quanto la stessa filosofia. Tuttavia, mentre inizialmente il modello è stato quello di una conciliazione tra pensiero razionale e realtà pratica (culminante nella tesi hegeliana radicale di una realizzazione della ragione nella storia), da Marx in poi il rapporto tra teoria e prassi si rovescia, rimarcando non più il contributo che una teoria astratta può fornire alla vita pubblica e alla politica, quanto piuttosto la dipendenza della teoria stessa dal mondo della vita sociale. Ammettere un’opacità immanente al pensiero significa sdoppiarlo – smascherandolo come errato – nella coscienza falsa e nella critica di quest’ultima. Il pensiero filosofico inizia così a perdere la sua auratica superiorità (con conseguente autorelativizzazione) proprio in ragione del compito precipuo a cui è deputato: la penetrazione della sua dipendenza dal contesto.

Pensare, per la prima volta, significa decostruire il pensiero. Non solo, decostruire il pensiero è il primo passo per modificare la realtà (tesi sopravvissuta fino al rovinoso disastro del socialismo realizzato).

Ricapitolando, dunque, con l’introduzione del concetto di “critica” la filosofia subisce due trasformazioni. La prima rende la filosofia un’autocritica, imponendole di pensare innanzitutto contro se stessa – a differenza di tutte le altre scienze, impegnate a consolidare i propri apparati metodologico e disciplinare. La seconda, incidendo sul rapporto con la prassi, orienta la filosofia non verso un moderato contributo alla vita pubblica, ma verso una critica radicale del reale tesa alla sua modifica, progetto che ai tempi attuali deve apparire più che problematico, già fallito.

L’impasse in cui si trova il pensiero contemporaneo consiste dunque nel dover attuare la sua vocazione pratica attraverso una costante critica di sé. Se l’abbaglio comune a gran parte della filosofia post-hegeliana è stato quello di concepire tale critica in senso troppo illuministico, come un compito eseguibile compiutamente, mentre è invece essa stessa carica di opacità e di caratteri sociali, d’altra parte la successiva risoluzione del pensiero filosofico in vari specialismi tradisce secondo Habermas il miglior retaggio della filosofia, quello “anarchistico”, ossia di essere “pensiero non fissato”.

Nel primo lavoro comune di Marx ed Engels, La sacra famiglia, si legge che “se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente”. Già, ma come? Da un secolo e mezzo il problema è che la teoria della mediazione di teoria e prassi non può avvalersi di una meta-teoria per tradursi in prassi. Ed è forse per questo che la filosofia incespica e si dibatte tra gli estremi della questione: insistere sulla sua specificità peccando di astrattezza o volgersi al concreto rischiando la dissoluzione. Più che andare incontro alla propria fine, il pensiero filosofico appare arginato dalla frustrazione di non saper compiere un ulteriore passo dialettico: pensare criticamente alla realtà, per trasformare se stesso (dopo aver tentato di trasformare la realtà pensandosi criticamente).

 Valentina Simeoni

Nata nel 1986, dopo la laurea magistrale in Scienze Filosofiche è attualmente dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove sta lavorando a una tesi sulla filosofia della religione di Hegel.

Gli uomini del fare

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.

Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.

Ad ogni modo, in queste brevi righe, per quanto mi senta distante anni luce dagli “uomini del fare”, non voglio però unirmi al coro degli “uomini del sapere”. Innanzitutto per una mia personale allergia all’appartenenza ad un qualsiasi schieramento, ma soprattutto perché mi sembra che la cosa sia ormai alquanto inutile (o forse utile solo per alimentare il circo mediatico e quindi, appunto, inutile). Vorrei invece qui prendere seriamente in considerazione il punto di vista degli uomini del fare, ammettere che possano aver ragione e vedere che cosa deriverebbe da un’applicazione sociale di questa ragione.

Quindi, gli uomini del sapere pensano, cosa inutile perché equivale a fare niente, mentre gli uomini del fare fanno, ovvero fanno il mondo. È per questo che gli uomini del fare supportano, e sopportano, gli uomini del pensare. Bene, ma nel loro fare, gli uomini del fare, che cosa fanno? Indipendentemente dalla cosa specifica che fanno, il punto è che fanno sempre la stessa cosa. Per fare qualcosa di diverso, infatti, bisogna saper iniziare qualcosa di nuovo, ma per mettere al mondo un nuovo inizio bisogna prima pensarlo – non a caso la Arendt pensava che l’iniziare qualcosa di nuovo fosse la cifra dello stare al mondo.

Un esempio elementare (accessibile così anche agli uomini del fare). Oggi si parla tanto del passaggio dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili. Benché il passaggio dalle une alle altre, in termini teoretici, sia un piccolo passo, è però pur sempre un nuovo inizio, un incominciare, la messa al mondo di una nuova possibilità, una differenza, uno scarto rispetto a ciò che vi era, che si faceva, prima. Insomma, è un pensiero. Invece, semplicemente seguendo il fare, si continuerebbe a fare, sempre nella stessa maniera, fino all’inevitabile esaurimento per consumazione di quello che si fa. Si moltiplichi questo esempio banale su scale di eventi più raffinati, e si vedrà la differenza tra l’autismo mortifero del fare e l’apertura vitalizzante del pensare.

Il fare quindi non può che rifare sempre la stessa cosa, poiché per introdurvi uno scarto qualitativo servirebbe il pensare, fino a consumarla del tutto, tanto idealmente quanto materialisticamente. Il fare, senza il pensare, senza la cultura, è destinato e destina all’estinzione.

E allora, esattamente al contrario di quel che dice il mantra della vulgata del fare, sono gli uomini del sapere, inteso come cultura e come pensare, a supportare (e sopportare?) gli uomini del fare. E se, come sembriamo ben avviati, prima o poi arriveremo all’autoestinzione, da non intendersi necessariamente solo come una possibilità fisica, un attimo prima guardiamoci intorno per vedere quanti uomini del fare e del sapere ci sono, e quindi la presenza di quale dei due sta portando tutti e tutto verso la fine.

Federico Sollazzo

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Intervista a Pierpaolo Casarin – La Philosophy for children

Perché ha scelto di intraprendere gli studi in Filosofia?

Non è semplice trovare una risposta convincente ed esauriente in riferimento alla propria scelta degli studi universitari. Ricordo che durante gli anni del Liceo la Filosofia rappresentava non solo una materia interessante, affascinante e ricca di spunti, ma anche e soprattutto un modo di interpretare la realtà e forse anche un modo di starci. Uno studio che presupponeva necessariamente un impegno, una messa in gioco diretta. Sul finire degli Anni Ottanta al Liceo Manzoni di Milano, dove sostenni l’esame di maturità, decidere di studiare Filosofia presso L’università Statale di Milano aveva anche a che fare con la politica. Inoltre studiare filosofia significava stare in un certo “paesaggio”, frequentare mondi che, evidentemente, mi davano serenità e mi rallegravano. Ricordo ancora la tristezza che mi infondevano diversi cari amici che avevano scelto altre facoltà. Mi dicevano di aver scelto per utilità, per trovare lavoro. Dal mio punto di vista si erano piegati alla funzionalità; forse i miei amici avevano parte della ragione. Io mi godevo quella parte di torto non funzionale al profitto, ma capace di farmi sentire bene nella città. La scelta della filosofia, un modo per non spegnere le luci della città.

Una volta laureato le prospettive che le si sono aperte combaciavano con le sue aspettative?

Una domanda che se stessimo per dare vita ad una pratica filosofica ci permetterebbe di discutere intorno al concetto di aspettativa. Prima di finire gli studi universitari avevo iniziato a lavorare nel campo del sociale. Un ambito, che riprendendo il discorso di prima, mi sembrava raccogliere bene l’invito e la prospettiva della filosofia intesa come impegno e tentativo di trasformazione della realtà. Una visione forse ingenua, ma in qualche modo un’esigenza. Le mie aspettative non erano legate al fatidico “pezzo di carta”, ma trovavano forze e realizzazione nella possibilità di tradurre nella prassi ciò che avevo mutuato sul piano teorico nelle aule di Via Festa del Perdono (sede dell’università degli studi di Milano). In questo senso le prospettive aperte non avevano disatteso le aspettative. Più avanti nel tempo, ho ripreso gli studi filosofici, frequentando diversi corsi di approfondimento post universitari (corso di perfezionamento in philosophy for children presso l’università di Padova o il master in Consulenza filosofica organizzato da Cà Foscari). Anche in questo caso ho trovato risposta alle mie richieste. Si è trattato di percorsi capaci di estendere i miei orizzonti lavorativi e progettuali.

 Perché il Master in Consulenza Filosofica? Lo consiglierebbe ad un laureato in Filosofia?

Domanda alla quale ho iniziato a rispondere, rispondendo a quella precedente. In ogni caso forse risulta necessaria una leggera digressione autobiografica. Dopo la laurea e diversi anni di impegno nel mondo sociale sentivo la necessità di un ritorno allo studio, una necessità di riflessione che permettesse una nuova forza concettuale da ritrasferire nella prassi. Fra queste possibilità ho saputo della nascita di un Master in Consulenza Filosofica. Mi colpirono i temi annunciati e la qualità dei docenti coinvolti. Perissinotto, Galimberti, Natali, Ruggenini, Natoli, Rovatti, solo per fare alcuni nomi, rappresentavano uno stimolo importante. Inoltre l’esperienza del Master ha permesso a me, e credo anche a diversi miei compagni di corso, una grande occasione per conoscere il variegato mondo delle pratiche filosofiche. Un’esperienza decisiva per dar forma ulteriore alle mie competenze e alle mie conoscenze e per riuscire a tradurle in diversi progetti che proprio attorno al 2005-2006 hanno iniziato a divenire, di fatto, la mia attività professionale. Dalla fine del master veneziano il mio lavoro è mutato: ho concluso la bellissima esperienza di lavoro sociale durata più di dieci anni per iniziare ad occuparmi interamente di pratiche filosofiche.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPerché ha scelto di intraprendere gli studi in Filosofia?

Che cosa l’ha spinta a lavorare con i bambini?

Va forse detto, prima ancora di illustrare le ragioni del mio impegno in progetti di filosofia con i bambini, che, in origine, la mia attività lavorativa nel mondo del sociale si rivolgeva anche nei confronti dei preadolescenti in difficoltà. Lavoravo, per conto del Comune di San Giuliano Milanese, in un progetto che intendeva coinvolgere i ragazzi considerati a rischio dispersione scolastica. Ricordo anche un lavoro di sostegno scolastico svolto negli spazi del centro sociale Eterotopia. Quando mi accorsi dell’esistenza di percorsi post universitari di formazione per realizzare attività di filosofia con i bambini pensai che fosse una ottima possibilità. Un modo per trasferire nelle attività sociali alcune competenze di natura filosofica. In realtà la questione si complicò: man mano che studiavo, approfondivo la philosophy for children, frequentando il corso di perfezionamento organizzato dall’Università di Padova mi accorsi che la questione non era semplicemente quella di “esportare” delle competenze dall’ateneo padovano nei confronti dei giovani che incontravo nelle varie realtà periferiche milanesi, ma piuttosto si trattava di inaugurare un nuovo rapporto con la filosofia, con il sapere. In questo senso l’infanzia diveniva, così, una metafora. Si filosofia con i bambini, ma anche e soprattutto una nuova infanzia della filosofia, una nuova lente per rileggere il mio rapporto con il sapere e con i poteri che ogni sapere porta, inesorabilmente, con sé. Pertanto non era una filosofia per “lavorare meglio” con i ragazzi nei progetti sociali, non una filosofia utile per i miei utenti, ma mi scoprivo “utente” di me stesso. In gioco ero io, si apriva una nuova stagione.

 Lei ora è Teacher Educator in Philosophy for Children, di cosa si tratta?

Si tratta di un “titolo” in uso all’interno di alcune associazioni di philosophy for children italiane e internazionali. Definisce la competenza raggiunta. I livelli sono tre: teacher (soggetto competente per facilitazioni in philosophy for children), teacher expert (livello successivo) e teacher educator ovvero formatore nella disciplina, il livello più avanzato. Un modo come un altro per attribuire differenti livelli di competenza. Va però precisato che non si tratta in alcun modo di titoli con valore giuridico, ma sono semplicemente livelli di competenza che in Italia vengono adottati. Purtroppo a volte si punta molto sul raggiungimento del titolo e meno sulla reale diffusione della pratica. Meglio sarebbe abolire questi titoli e lavorare per la diffusione orizzontale di queste esperienze nei diversi territori. Nel prossimo futuro credo che nasceranno delle nuove possibilità di formazione che cercheranno di fare tesoro di alcune riflessioni critiche intorno alla questione della titolazione e punteranno sulla completezza dell’offerta formativa magari svelando alcune movenze retoriche presenti in svariati ambiti formativi o pseudo formativi.

Lei definisce la Phylosophy For Children una “Filosofia che diviene Filosofare”, potrebbe chiarire quest’espressione?

Con questa frase che corre il rischio di sembrare uno slogan intendo sottolineare quanto la filosofia perda un pochino di quella fisionomia che spesso la caratterizza e divenga, invece, pratica implicante. Un esercizio, un’esperienza di pensiero capace di trasformare i soggetti; non solo trasmissione di sapere o interpretazione corretta dei testi, ma anche e soprattutto un lavoro di ri-significazione concettuale, di creazione del concetto, giusto per parafrasare Deleuze e Guattari. Interessante notare come questo processo avvenga in modo condiviso e il pensare dell’altro interagisce con il mio e viceversa.

 Quali strategie e metodi utilizza la Philosophy for Children per realizzare un’educazione al pensiero?

Il “curricolo philosophy for children” nasce negli anni Settanta ad opera di Lipman. Si tratta di un modello operativo di educazione al pensiero complesso. La philosophy for children non tende all’insegnamento disciplinare della filosofia, non mira a insegnare il pensiero, ma piuttosto pone l’accento sulla possibilità di insegnare a pensare e riflettere sul processo di pensiero stesso. In questa luce la philosophy for children rappresenta un esempio di applicazione del concetto di ricerca all’educazione. Da ciò ne deriva che, invece di attendere che i ragazzi/e memorizzino gli approdi filosofici dei pensatori, così come vengono riportati nei manuali, si chiede loro di indagare, di riflettere autonomamente. Una possibilità per i giovani di farsi carico di una parte di responsabilità della loro stessa educazione, di costituirsi come soggetti attivi del loro divenire. In questa prospettiva troviamo una visione dell’infanzia come fonte di stupore e luogo privilegiato di ricerca di significati. Pertanto l’educazione alla ragione è vista come un percorso formativo necessario per la costruzione di una società democratica, sensibile alla differenza delle provenienze culturali e disponibile a generare processi di cooperazione fra soggetti. In gioco la trasformazione della classe in comunità di ricerca che ha come obiettivi:

  1. la promozione di un progetto di sviluppo della persona in cui la dimensione individuale si dispiega e contestualizza nella co-costruzione sociale delle idee e nella responsabilità condivisa delle azioni
  2. la valorizzazione dell’interazione sociale come potenziale cognitivo
  3. la sottolineatura della componente dialogico-discorsiva della conoscenza
  4. l’educazione al confronto e alla riflessione critica
  5. la promozione di un’idea di filosofia come esercizio di umanità e avventura formativa
  6. sostenere un’idea di scuola intesa come apertura, incontro, ponte fra culture
  7. valorizzare il ruolo del facilitatore del dialogo come figura in grado di testimoniare la sua efficacia proprio a partire dalla diminuzione dell’istanza autoritaria spesso presente nei circuiti scolastici ed educativi

La comunità di ricerca, così come la intende Lipman, si mostra in grado di testimoniare come l’interazione sociale possa aprire quella che Vygotskij chiama “zona di sviluppo prossimale”, ossia uno spazio cognitivo in cui lo studente fa, con l’aiuto di un altro, ciò che non riuscirebbe a fare da solo. Una filosofia con i bambini, la philosophy for children che spesso viene sintetizzata con l’acronimo p4c, acronimo che mantenendosi permetterebbe di declinare tale esperienza anche in philosophy for community rivolgendosi, in questo modo, alla cittadinanza, agli incontri di sguardi fra culture differenti, divenendo così ponte occasione di dialogo e cooperazione fra prospettive differenti. Il termine children può essere inteso non solo come una realtà anagraficamente definita, ma anche una condizione esistenziale auspicabile di chi si colloca in una possibile disponibilità all’incontro conoscitivo. La pratica della filosofia, pertanto, ha come obiettivo la realizzazione di uno spazio e un tempo per tutti coloro che desiderano crescere nel pensiero e nella possibilità che tale processo si realizzi in modo partecipato e collaborativo.

 Possono esserci dei rischi nell’avvicinare la filosofia ai bambini?

Una domanda curiosa, ma, forse, più che legittima. Immagino che i più si preoccupino per i bambini a partire da un incontro di questa portata. Anche se, a pensarci bene, un certo atteggiamento involontariamente grottesco del sedicente esperto o accademico di filosofia lascia immaginare che alcuni si potrebbero preoccupare per la filosofia. C’è chi ritiene che la filosofia sia una materia troppo complessa per i bambini e che pertanto l’incontro fra infanzia e pensiero astratto sia dannoso per i giovani non ancora attrezzati. C’è chi non desidera semplificare la materia puntando più sull’appropriatezza dei codici che non sulla spontaneità del flusso concettuale. Direi che i rischi maggiori non sono né per i bambini, né per la filosofia, ma piuttosto per il soggetto che crea l’appuntamento che deve sapere creare la giusta atmosfera, deve saper curare l’incontro, predisporre in modo adeguato il setting. Si tratta di fare bene i conti con il pensato e con il pensare, con il saputo, il sapere e anche e soprattutto con il non sapere. Creare questo incontro implica sensibilità e disponibilità, significa uscire dalla logica del benpensante-filosofo, significa disporsi ad una esperienza di pensiero capace di creare spazi e trasformazioni. Si l’incontro prevede dei rischi, ma non c’è esperienza significativa senza qualche rischio da correre.

Potremmo definire il lavoro del Facilitatore, come direbbe Bruner una funzione di Scaffolding?

Si, concordo pienamente. Ricordo che la funzione di scaffolding veniva sottolineata dalla Prof. Marina Santi durante il corso di perfezionamento padovano. Si tratta di una modalità che sostiene, ma permette l’emancipazione. Una vicinanza non soffocante; il facilitatore di una comunità di ricerca potrebbe trarre grande giovamento nel riuscire ad esercitarla con regolarità. Una funzione che pretende anche una certa sensibilità e una spiccata propensione per la cura nelle relazioni

Ci si proietta verso una Philosophy Community, quali possono essere le strategie e metodi per una partecipazione al pensiero rivolta ad altri soggetti?

Il termine philosophy fo community, ora diffuso, nasce qualche anno fa durante l’esperienza formativa residenziale promossa dal centro di ricerca sull’indagine filosofica. Ricordo che stavo chiacchierando con Nicoletta Bottalla quando proprio a lei viene in mente questa possibile nominazione per significare di comunità di ricerca da rivolgere a soggetti di età non più scolare. Il fatto che si mantenesse l’intervento medesimo acronimo della philosophy for children, ovvero p4c, ne manteneva e saldava il legame. Con Nicoletta si parlava dei confini della philosophy for children e insieme avvertivamo la necessità di pensare qualcosa che potesse estendere l’area, i confini della proposta. In seguito sono state diverse le esperienze di philosophy for community, ma ci tengo a ricordare quella che dal mio punto di vista, per continuità, profondità ed impegno ha mostrato aspetti maggiormente interessanti. Si tratta dell’esperienza di philosophy for community realizzata da Silvia Bevilacqua presso le diverse sedi della Comunità San Benedetto al Porto di Genova. Un contesto particolare e trovo promettente e liberante al tempo stesso che in uno scenario di trasformazione e disintossicazione quale è quello della comunità San Benedetto al Porto venga attribuita una grande rilevanza al pensare insieme. Questo lavoro è stato sostenuto con forza da Don Andrea Gallo che ha sempre puntato sul pensiero critico come principale veicolo di emancipazione. Ritengo che la philosophy for community costituisca un ponte eccellente per traghettare quanto di significativo e positivo troviamo nella philosophy for children verso un altrove ancora da definire con precisione. Si tratta di portare le esperienze di pensiero in svariati luoghi, si tratta di liberare dei tempi per la riflessione e il pensiero critico. Philosophy for community come occasione persino per ri-pensare il concetto di comunità., magari, provando ad confonderne i confini. Forse oltre che di comunità di ricerca si dovrebbe o potrebbe parlare di orizzonte di ricerca. C’è qualcosa di più aperto, di più libero, una respirazione più ampia

Foucault considera la Filosofia come “lavoro critico del pensiero su se stesso, come il cominciare a sapere come e fino a qual punto sarebbe possibile pensare in modo diverso”, potremmo considerare questa espressione principio cardine della Pratiche Filosofiche?

Lavoro critico del pensiero su se stesso è sicuramente una suggestione da raccogliere. Michel Foucault penso possa considerarsi una figura decisiva non solo perle pratiche filosofiche. La sua ricerca, il suo impegno, il suo esercizio permanete costituiscono, a mio modo di vedere, un invito imprescindibile. Va detto, altresì, che non tutta la frastagliata galassia delle pratiche filosofiche sembra raccogliere questo invito. Talvolta esiste una retorica della pratica filosofica che sembra maggiormente impegnata a potenziare aspetti e dimensioni della propria prospettiva che divergono largamente dal respiro riflessivo di Foucault. Ricordo un’intervista di Duccio Trombadori a Michel Foucault, davvero importante. Una lettura di tanti anni fa che poi riaffiorò nuovamente in un’altra luce. Si parlava di esperienza e verità e delle diverse possibili strade che si possono percorrere in relazione con queste due differenti aperture. Foucault intendeva compiere esperienze di pensiero che non avessero un legame stabilito o meglio prestabilito con il vero o con ciò che si spaccia per essere il vero. Anche in questo frangente un importante invito per chi vuol avvicinare le pratiche filosofiche.

La Filosofia a scuola. Non più Storia della Filosofia ma una filosofia nuova. Potremmo considerarla come un ritorno alla sua stessa essenza?

La filosofia a scuola forse più che una negazione della storia della filosofia e un ritorno alla sua essenza è senz’altro un movimento, una disponibilità, una sensibilità. Si tratta di immaginare e praticare una filosofia disponibile essa stessa a inaugurare un processo di riapprendimento. Non è solo la filosofia che va tra i banchi dei giovani per essere studiata, conosciuta, ma è soprattutto una filosofia che si mostra disposta a mettersi in gioco. E con essa i filosofi o i sedicenti professori, esperti,consulenti, facilitatori. C’è disponibilità a dismettere alcune posture, alcuni accumuli di sapere che spesso si riverberano in eccessi di potere? Siamo disposti a riapprendere, magari disimparando qualcosa? Ecco la filosofia a scuola mira a questo spostamento, a questa disattesa, a questo rilancio. Un pensare altrimenti.

Cosa distingue le Pratiche Filosofiche dalla Psicologia e dalla Sociologia?

La pratica filosofica invita ad una ridefinizione del rapporto con il sapere. Una filosofia capace di uscire dalle mura, riprendendo il pensiero di Giuseppe Ferraro, per rimettersi in gioco radicalmente. La filosofia a cui ci si ispira è creazione di concetti, riprendendo l’esordio di Che cos’è la filosofia? di Deleuze e Guattari, di cui non saremo possessori, ma amici. La filosofia, nell’orizzonte delle pratiche filosofiche, sempre rifacendo sial pensiero di Ferraro, è l’unica disciplina che ha il sentimento nella sua denominazione. E’ amore per il sapere, ma forse è soprattutto sapere e consapevolezza di questo amore,di questa amicizia. Un sentimento la filia che racconta di un legame. Ecco la pratica filosofica che mi auguro si realizzi sempre più ha a che fare con i legami; anche la sociologia e la psicologia possono contenere queste sensibilità anche se disciplinarmente sembrano ruotare intorno ad altri nuclei. Eppure, secondo me, uno dei più grandi filosofi italiani è un sociologo, si chiama Alessandro Dal Lago. Si tratta di un pensatore che sferza, non di rado, l’orizzonte, talvolta successivamente retorico, di alcune declinazioni delle pratiche filosofiche. Eppure, secondo me, uno dei più grandi filosofi italiani è anche uno psicologo, si chiama Umberto Galimberti. La figura che, insieme al Prof. Luigi Perissinotto, ha ideato il Master di Cà Foscari in consulenza filosofica: l’esperienza formativa più arricchente intorno alle pratiche filosofiche presente nel panorama nazionale

La Chiave di Sophia

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Scelta e cambiamento

Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma tutta la nostra esistenza è caratterizzata da una serie infinita di scelte: siamo costantemente chiamati a scegliere e tutto ciò che facciamo ogni giorno della nostra vita è frutto di una scelta. Anche quando non facciamo niente, in realtà abbiamo scelto consapevolmente di non scegliere, ma abbiamo scelto comunque. È chiaro dunque che

Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere.

Jean-Paul Sartre,

Ci sono delle scelte che possiamo definire automatiche perché insite nei nostri meccanismi di apprendimento, per le quali emettiamo comportamenti in automatico senza renderci conto di aver fatto una scelta. Altre volte invece ci troviamo a dover affrontare situazioni per le quali la scelta risulta necessaria, innescando così processi di riflessione e valutazione. Read more