I piccoli muoiono, nel mondo dei grandi

In questi giorni è sufficiente aprire un quotidiano, sintonizzare la tv su d’un telegiornale oppure accedere al web, per avere notizia del precipitoso avvicendarsi di eventi che stanno coinvolgendo la Turchia. Una delle notizie che – sarebbe parso strano il contrario – stanno avendo maggiore risonanza è quella che riporta l’abolizione del reato di pedofilia per abusi sessuali commessi a danno di persone di età inferiore a 15 anni: alcune fonti ne parlano come di una delle azioni repressive conseguenti al fallito golpe, alcune altre riferiscono di un parere negativo della Corte Costituzionale turca a proposito del primo comma dell’articolo 103 del codice penale turco1. Non ci interessa, in queste righe, stabilire l’origine di un tale atto: le ragioni di quanto sta accadendo in Turchia, probabilmente, non si riveleranno nell’immediato e saranno più profonde di quanto è possibile intendere fino ad ora; inoltre, rischieremmo di ritrovarci in una impasse sterile. Se ci fermassimo soltanto dato attuale, all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, perderemmo di vista il punto cruciale della questione.

Bisogna invece fermarsi a riflettere sulla terribile esposizione dei bambini alle pratiche di violenza che interessano il mondo: la vita degli esseri umani adulti ha un effetto particolare su quegli esseri umani che adulti non sono ancora; e i bambini che abitano al di là della cortina dell’indifferenza, quel confine oltre il quale gli eventi più atroci non ci toccano mai davvero2. Anche prima di questo parere negativo da parte della Corte Costituzionale turca, i diritti dei minori sono stati sistematicamente violati, non solo nei paesi orientali, in cui la situazione è aggravata da un’instabilità politica notevole e dal proliferare di scontri armati.
Basta digitare le parole giuste su d’un qualsiasi motore di ricerca per avere sullo schermo dati preoccupanti; dati che, se correttamente sintetizzati, concorrono a tratteggiare un panorama agghiacciante. I dati dell’Archivio Disarmo3  riferiscono di più di 200.000 bambini utilizzati a vario titolo negli scontri mondiali di tutto il mondo: bambini utilizzati come spie, assassini, esche, molto spesso manipolati anche tramite la somministrazione forzata di droghe; i rapporti Unicef4 raccontano che almeno 200.000.000 di donne subiscono mutilazioni genitali quando hanno meno di 5 anni: nel 2015 si è registrato un aumento dei casi di mutilazioni genitali di vario tipo, causato anche da un concomitante aumento demografico e si stima che, se non si registrerà un’inversione di trend, nel 2030 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 ed il 2015 subirà mutilazioni genitali di vario genere5;  nel solo aprile 2014 Boko Haram6 ha rapito 219 ragazze, costrette a matrimoni con i guerriglieri, ne ha usata una di 9 anni come ordigno per un attentato in un mercato del Camerun; le gravidanze precoci cui vengono obbligate le cosiddette spose bambine causano, ogni anno, la morte di circa 70.000 ragazze d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni; sono impiegati nel mondo più di 15 milioni di bambini e bambine, molti dei quali costretti a svolgere mansioni pericolose, anche in ambito domestico; 120 milioni di persone, di età inferiore ai 20 anni, dichiarano di aver subito violenze sessuali ad un certo punto della loro vita; un bambino siriano su cinque, tra quelli che hanno raggiunto l’Europa come profughi, soffre del disturbo post-traumatico da stress7.

E poi arriviamo a qualche giorno fa, quando una campagna delle Forze rivoluzionarie siriane mostra alcuni bambini che chiedono di essere trovati e salvati, con lo stesso zelo con cui l’Occidente si è mosso per andare in cerca dei Pokemon nascosti tra le trame della realtà aumentata, da un conflitto che – fino ad ora – ha mietuto più di 400.000 morti ed ha inciso indelebilmente sulle condizioni di vita di quei bambini.

Ogni giorno, accedendo ad internet, ciascuno di noi può osservare coi propri occhi le condizioni a cui costringiamo milioni di bambini; può osservare le sofferenze che contribuiamo a far passare sotto silenzio ogni volta che preferiamo non guardare: cresciamo con un’ostentazione programmata della violenza, con un feticcio per l’estetica del male e della sofferenza che causa; con un’ossessione per lo svelamento e la cronaca minuziosa delle pratiche più oscure, che talvolta scade in forme di perversa celebrazione. Eppure siamo troppo sensibili quando bisogna aprire gli occhi sulla carne e sul sangue dei nostri bambini, che muoiono ogni giorno, che patiscono in questa realtà senza sovrastrutture virtuali o vie di fuga, senza alcuna evasione possibile, nella realtà diminuita, la cui totalità sembra perdere ogni senso o spiegazione.

Dimentichiamoci, allora, di tutti i loro volti: siriani, europei, turchi, statunitensi.
Dimentichiamoci dei loro corpi, non solo di quelli che vengono annientati dalla parte sbagliata del confine, dalla parte dei buoni.
Dimentichiamoci una volta per tutte che i piccoli muoiono, nel mondo dei grandi, e continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, liberi anche di questo peso che grava sugli affari dei grandi, di quelli che contano, di quelli che ne capiscono.

Emanuele Lepore

Questo articolo viene volutamente pubblicato senza alcuna immagine specifica: ogni tanto, anche agli occhi va dato il loro silenzio.

NOTE:
1. Cfr http://www.davidpuente.it/blog/2016/07/21/annullato-il-reato-di-pedofilia-turchia-amnistia-le-nozze-con-le-spose-bambine/
2. Al limite ci scandalizzano in superficie, per pochi minuti, solo fino a quando non pubblichiamo uno tweet in cui ci diciamo indignati. In relazione all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, la superficialità ha impedito di riportare una notizia pulita, senza stratificazioni politiche che tradiscono un pregiudizio di fondo nei confronti dei paesi orientali.
3. http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/231-i-bambini-soldato
4. http://www.minori.it/it/news/rapporto-unicef-sulle-mutilazioni-genitali-femminili .
5. Tra le più cruente e frequenti, spiccano l’escissione e l’infibulazione.
6. Si veda il dossier pubblicato da InDifesa: http://www.terredeshommes.it/dnload/InDifesaDossier_2015.pdf?lang=it; il dossier qui citato propone dati sconcertanti a proposito di varie forme di violenza sui minori: aborti selettivi, violenze sessuali nei campi profughi.
7. La lista di questi dati, liberamente consultabili, potrebbe continuare a lungo e fare da contraltare alla narrazione  quotidiana di un mondo in cui le guerre sono combattute soltanto tra adulti, in cui le conseguenze delle nefandezze di cui siamo abituati ad avere più o meno notizia interessano soltanto gli adulti e sono lette soltanto per il loro peso strategico, militare, geo-politico ed economico. Si tratta, inoltre, di una lista volutamente parziale: non si tiene conto, in questo articolo, delle sofferenze a cui i bambini sono sottoposti specificamente nei paesi occidentali sviluppati.

Spotlight: un caso che merita l’Oscar

Diciamolo subito: quest’anno la notte degli Oscar si preannuncia come un evento al di sotto delle tradizionali aspettative. Certo, c’è attesa per la vittoria (ormai certa) di Leonardo DiCaprio, ma tra i film in gara è davvero difficile trovare una grande pellicola, capace di distinguersi nettamente dalle altre, sbaragliando la concorrenza. I candidati sono tutti validi, ma sembrano destinati a regalare poche sorprese durante la serata delle premiazioni. Mad Max – Fury Road, da un punto di vista estetico e cinematografico, è il migliore tra i dieci selezionati dell’Academy, ma il vincitore potrebbe essere (un po’ a sorpresa) un film allo stesso tempo classico e coraggioso: Il caso Spotlight.

Dimenticatevi il cinema inteso come arte. Nell’opera di Tom McCarthy non troverete i piani sequenza del virtuoso Alejandro González Iñárritu e nemmeno la grande estetica tipica della filmografia di George Miller. Scordatevi l’azione e i colpi di scena tipici dei legal-thriller o dei film polizieschi. Il caso Spotlight non è nulla di tutto ciò. Non è un film che vi terrà incollati alla sedia, non vi regalerà una messa in scena indimenticabile e vi racconterà una storia che vi farà sentire molto a disagio. Nonostante questo però è l’opera che, più di molte altre, merita di vincere l’Oscar come miglior film. I motivi sono diversi: Spotlight è un film solido, costruito su un’ottima sceneggiatura che riporta alla luce un tema scottante come quello della pedofilia nella Chiesa cattolica, in un periodo in cui la nostra contemporaneità è segnata dal complesso dibattito sulle unioni civili. Spotlight non costruisce storie inventate, ma si serve della finzione scenica per raccontare la realtà. Il film di McCarthy è una lucida e quasi documentaristica ricostruzione della realtà dei fatti che nel 2002 portarono alla scoperta di uno dei più grossi casi di pedofilia al Mondo per merito della redazione del Boston Globe. Spotlight non giudica mai i protagonisti della sua storia, ne rimane oggettivamente distaccato e con una visione giornalistica racconta in modo preciso e dettagliato la sua versione dei fatti.

La regia, studiata e precisa, lavora qui per sottrazione quasi a voler scomparire per focalizzare tutta l’attenzione sulla vicenda narrata. Lodevole l’intero cast (Mark Ruffalo e Stanley Tucci su tutti) che si mette al servizio dei fatti, interpretandoli con accorato sentimento, senza eccessi o manierismi di alcun tipo. Il modello di riferimento è l’inarrivabile Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, primo esempio di cinema-giornalistico capace di raccontare la verità attraverso la finzione. Spotlight deve molto a un film come quello, ma allo stesso tempo riesce a superarne l’eredità, basandosi sulla potenza della trama e sull’inconfutabilità delle prove portate alla luce sul grande schermo. Uno scoop cinematografico in piena regola che merita di veder riconosciuto il suo valore. Nel 1977 il film di Pakula si portò a casa ben quattro premi Oscar. Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, non sarebbe immeritato dare la statuetta a un film, magari non perfetto o esaltante, capace però di ricordarci quanto sia importante ricercare e divulgare la verità delle cose.

Alvise Wollner

Il nostro piccolo segreto

 

2014 – New York – ore 02.45

“Preferirei se ora tornassi a casa tua… non mi piace dormire in compagnia.” Si gira su un fianco per non far vedere il volto rigato di lacrime, si copre il corpo ancora nudo e chiude gli occhi. Vittoria se ne sta così, nel buio della stanza, trattenendo quasi il respiro, mentre ascolta paziente i movimenti dell’uomo che si riveste. Lo ascolta andare in bagno. Lo ascolta mettersi le scarpe. Lo ascolta mentre beve un sorso d’acqua dalla bottiglia lasciata sul comodino accanto al letto. Lo ascolta anche mentre le dà un bacio delicato sulla guancia sussurrandole un saluto. Lo ascolta chiudersi la porta alle spalle. Non resiste un solo minuto in più su quel letto, Vittoria. Rimasta finalmente sola va in bagno e lascia scorrere l’acqua della doccia, aspettando che il vapore inondi la stanza. Si ferma per un momento, lì, appoggiata sullo stipite della porta, tra la camera da letto e il bagno, ancora nuda, con lo sguardo perso. Il pensiero torna a Lui, come ogni volta. La camera ancora calda, umida, odora ancora dei loro corpi mischiati. Il suono di una sirena giù in strada la distoglie dai suoi pensieri. Si passa veloce una mano tra i suoi corti capelli corvini e, svelta, inizia a togliere le lenzuola. Quando il letto rimane spoglio, finalmente, si lascia andare in una lunga, depurante, doccia bollente.

Era sempre stato così, per Vittoria.

Sarebbe sempre stato così, per lei.

Anche dall’altra parte del mondo.

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