La terza via probabilistica

Lo avvertite? Riuscite a sentire questa strana sensazione? Voglio fermarmi qui con voi, su questa pagina ancora bianca. Perché siamo qui? Che valore ha questo spazio che ci è concesso? Provo una sensazione e credo che la sentiate anche voi, potete negare e mentire ma non potete sfuggirvi. Cerco di scrivere le parole migliori, come voi, ogni volta che cercate di farvi comprendere, di far risultare sensato e comunicativo un discorso attraverso una selezione di parole, in un incredibile gioco linguistico che vorrebbe accomunarci tutti, direbbe Wittgenstein. Eppure siamo qui, sono qui e ancora devo dire qualcosa. L’insicurezza gioca un gran ruolo nelle nostre vite, nelle nostre possibilità. L’insicurezza può addirittura negare, uccidere la dimensione potenziale, basti pensare che il non agire è da considerarsi comunque un agire. Sono qui e agisco, su di me, su di voi, su questo testo, e mi pongo mille domande, mille dubbi su ciò che potrei creare ed esprimere.

Nei meandri del gioco letterario dello scrivere, ogni scrittore ha dei pensieri fissi, delle cose da donare al mondo e alle infinite pagine bianche che si presentano nella nostra vita. Un fine c’è, insieme ad un’idea che ci corrompe, che si insedia in noi, che guida i nostri discorsi e ci fa dire quel che lei vuol dire. Certe visioni del mondo possono essere davvero pessimistiche, realistiche, o peggio semplicemente passive. Io stesso sono qui a combattere certe mie idee, certi agenti di corruzione. Eppure sto scrivendo e lo faccio sì con delle immagini, ma soprattutto con delle sensazioni. La psicologia divide la nostra topografia mentale in tre grandi zone: la zona del pensiero, la zona dell’azione, ed infine la zona che rappresenta l’incredibile spazio del “sentire”. Sto sentendo tutto questo, la sensazione di cui vi parlavo all’inizio vorrei condividerla con voi: una tensione verso un qualcosa di indefinito, di irrimediabilmente sfuggevole. Mi verrebbe in mente una sorta di “élan vital”, per dirla alla Bergson, che ci fa tendere verso… verso cosa? Inconoscibile, noumenico, ignoto, dategli l’interpretazione che volete, ma datela. Date un contributo anche voi, perché so che lo state facendo durante questa lettura, come si fa con ogni cosa che leggiamo, viviamo, o appunto sentiamo. Siamo in costante ricerca, siamo animali migratori che non si danno pace finché non trovano quella che potranno definire “casa”, anche se, probabilmente, per molto meno tempo di quanto si potrebbe immaginare. Siamo nomadi mentalmente, non abbiamo una casa, non siamo mai soddisfatti del qui ed ora, di ciò che ci fa stare qui, in questo esatto punto in cui si è o si dovrebbe essere. È la costante ricerca di un’ideale, di un’immagine, o di una sensazione mai provata e che speriamo di poter scoprire; un pensiero da scartare come un regalo inaspettato. Qui mi insedio, qui il pensiero che mi corrompe si fa passivo e subisce quel che voglio dire, cioè che voglio agire nell’unicità dell’azione che ci è concessa, prendere le redini di me stesso, della mia vita. Scelgo la terza via in un bivio, vado controcorrente, o meglio mi ritaglio quella possibilità che ad ognuno di noi è concessa, ma che molto spesso non si vede o non si vuol vedere.

In una condizione tale, in un’infinita tensione verso qualcosa di indefinito possiamo riscoprire noi stessi, il nostro senso di stare nel mondo e di porci nella dimensione del rischio. Mi piace molto quest’idea di territorio inesplorato, pericolante, che dà meno certezze di quel che si potrebbe sopportare come essere umani razionali. Ed è proprio entrando nella logica probabilistica che riscopriamo valori, identità e identità dell’azione. Ci banalizziamo e consegniamo tutta la nostra dimensione ontogenetica a quella filogenetica senza rischiare, senza essere. Una scommessa pascaliana sulla vita, sulla formazione, ci apre lo spazio, la trascendentalità della dimensione incerta, del rischio umano e della probabilità che non ci darà mai la perfezione statistica. La formazione, un concetto incredibile che è insito in noi, sul quale scommetto, sul quale addosso il titolo di terza via che sopprime la logica biunivoca, il bianco e il nero attraverso i quali vogliamo vedere una vita vera o una vita falsa. Attraverso il sentiero che dobbiamo avere il coraggio di tracciare, scavando tra le mille inutilità che si presentano davanti a noi come verità, ma che verità non sono. La formazione non cerca la verità, non si pone come risoluzione ma come percorso. «Non un traguardo da raggiungere ma strade da attraversare», volendo rileggere Nietzsche in chiave pedagogica. Già nella modernità le varie dispute religiose, le riforme, e le revisioni dei concetti di fede, hanno portato l’uomo a sviluppare qualcosa. Un’originaria incapacità e la mancanza di strumenti hanno portato a realizzare che gli strumenti erano già in noi e che andavano cercati nell’interiorità, andavano sviluppati al nostro interno attraverso una via non immediata. Penso che questo possa essere il punto di partenza per capirci, per ripensare la pedagogia e la formazione proprio ora che ne abbiamo più bisogno, ora che ci siamo consegnati ad una crisi spirituale, una crisi di valori e intenzioni che svaluta noi stessi e quelli che saranno in futuro con noi. Un passo, anche se piccolo, è pur sempre un avanzamento che ti porta più avanti nella strada che si ha davanti; e lo stesso agire, se incontra la rinuncia, si perderà per sempre se non viene compiuto da noi in quel preciso momento.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il Capitale Umano: scippo ben riuscito

A questo punto possiamo chiederci: come mai gli economisti si sono impadroniti di questa forma linguistica che sembrerebbe essere più competenza di filosofi, psicologi e pedagogisti? Gli economisti hanno ben capito quello che altri non avevano messo sufficientemente in rilievo, vale a dire che esiste una stretta correlazione tra benessere collettivo e Capitale Umano, che tutti gli investimenti che una comunità fa per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini si traducono col tempo in un aumento del reddito pro-capite. Insomma, il Capitale Umano viene considerato un investimento in un bene che produce rendimento.Molteplici studi a livello internazionale ci dicono che a un anno di istruzione in più dei lavoratori corrisponde una crescita del prodotto pro capite del 5%; e ancora, che le persone in possesso di una laurea specialistica guadagnano almeno il 50% in più di coloro che hanno soltanto un diploma. Ma non basta. Il Capitale Umano riduce anche la propensione a delinquere e produce effetti positivi sulla salute.

Perché un investimento sia produttivo è necessario, però, agire prima che i giochi siano fatti puntando decisamente sui processi educativi ai quali l’individuo viene sottoposto, quindi su scuole efficienti, docenti preparati e aggiornati, buon livello culturale familiare, supporti e iniziative per i giovani, e molto altro. Tutte cose che gli studi filosofici hanno più volte sottolineato e che sembrano sfuggire troppo spesso all’ambito dell’Economia e di chi se ne fa portavoce. Basti pensare alle numerose ricerche sull’incidenza positiva che la frequenza al nido ha sui bambini piccoli ad esempio per capire come “Il Capitale Umano” associato tendenzialmente a persone adulte sia invece strettamente legato a tutte le fasi dello sviluppo della persona, in quella sede i più piccoli non si limitano a stare fisicamente in un luogo diverso, ma esperiscono soprattutto a interagire con altri che non siano i familiari, vivendo ruoli e esperienze stimolanti. Sembra addirittura che il futuro dei cittadini dipenda, almeno in parte, dalle opportunità di apprendimento di cui hanno goduto nei primissimi anni di vita.

Nonostante a livello economico venga troppo spesso inflazionato il termine Capitale Umano è anche vero che possiamo facilmente accorgerci di come le nuove generazioni crescano spesso in una situazione di povertà educativa dove i beni materiali proliferano, ma mancano investimenti sugli aspetti dei valori che andranno a costituire la parte più intima della persona.

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Delirio di onnipotenza: tra lavoro e riuscita sociale

Volere è potere.

Quante volte queste tre parole si sono articolate nella nostra mente dandoci la spinta giusta per agire ed affermarci? In quanti casi abbiamo creduto fino in fondo che ogni volta che vogliamo qualcosa, allora possiamo anche ottenerla?

Dai, le capacità le hai, perché non ci provi? Devi solo volerlo!

Siamo continuamente martellati e assillati da una volontà individualistica che ci mantiene intrappolati in un dover essere costante. È questo il clima predominante della società contemporanea. Read more