“Elogio della pazzia”: filosofia e felicità secondo Erasmo da Rotterdam

Viviamo in un momento storico in cui la filosofia sembra non avere valore. Non importa che essa sia stata la fonte di ogni conoscenza, o che vengano redatti centinaia di articoli a sua difesa. La filosofia è considerata inutile e la si allontana. Si possono annoverare diversi motivi che hanno scatenato tanta ostilità nei confronti di questa disciplina ma, in questa sede, ce ne servono solo due.

Il primo è molto semplice: la filosofia è una disciplina troppo seria, con le sue domande sulla morte e sull’anima e, soprattutto, con le sue risposte a volte inquietanti.
Il secondo elemento è ancor più semplice del primo: la filosofia è una materia difficile, con i suoi termini altisonanti e i suoi tomi voluminosi, tanto da scoraggiare la maggior parte di chi tenti di avvicinarsi. Esiste, tuttavia, un altro modo di intendere la filosofia; è un modo nascosto e quasi proibito, che minaccia l’austerità della filosofia ma di cui tutti noi abbiamo bisogno: lo scherzo.

Erasmo da Rotterdam pubblica nel 1509 un libriccino intitolato Elogio della Pazzia, in cui si spiegano tutti i benefici della pazzia raccontati da essa stessa.
L’Elogio è un libretto fresco, scherzoso, in cui la Pazzia prende in giro tutti, e si difende da chi la maltratta. Perché Erasmo da Rotterdam, erudito e filosofo, dovrebbe fare della filosofia uno scherzo?

«Siccome non volevo sprecare il tempo che dovevo passare a cavallo in chiacchiere senza intelligenza e senza sugo, decisi di dedicare un po’ della mia attenzione a qualche argomento […]»1. Erasmo scrive questa frase nella dedica dell’opera all’amico Tommaso Moro: in sostanza, Erasmo scrive questo libretto perché si annoia ma non vuole sprecare il suo tempo in futilità o stupidaggini. Gli scherzi non sono mai una perdita di tempo. Oltre a ciò, vi è un motivo ben più profondo, che ci aspettiamo da un filosofo come Erasmo. La filosofia si occupa dell’unica cosa, probabilmente, di cui valga davvero la pena occuparsi: come essere felici in questa vita.

Non è forse qualcosa che abbiamo tutti a cuore? La filosofia cerca continuamente un modo di vivere che sia sempre migliore, e che scacci ogni paura, per essere davvero felici. Erasmo afferma che, per essere felici, bisogna essere pazzi.
La pazzia è trasparente in se stessa, non si nasconde, e quando c’è, subito si rivela. Che cos’è in fondo la pazzia? La gioia di vivere. Abbandonarsi alla vita, in sostanza, non è da saggi. Se si fosse davvero saggi, faremmo tutto come Montaigne, che all’età di 25 anni si ritirò a vita privata e non uscì mai più di casa.

La pazzia è dimenticare la morte, gli affanni, ed è solo godimento della bellezza. «E quanto più si avanza lontano da me, nell’uomo gradualmente la vita si perde»2, fa dire Erasmo alla Pazzia.
Per secoli, i grandi sapienti hanno insegnato a mortificare il corpo, i sensi, per fregiarsi di saggezza e saper vivere, senza mai abbandonarsi alla gioia.

Eppure, scrive Erasmo, se la vita si diffonde è solo merito della follia, e non perché la vita si genera solo attraverso gli organi del piacere, tenuti ben nascosti, ma anche perché innamorarsi, affidarsi all’altro, amare i figli prima ancora di conoscerli non è frutto di sapienza, ma di pazzia, appunto.

La vita è un dono della follia e non è quest’ultima a mortificarla. Se la filosofia cerca continuamente una maniera per vivere bene, la saggezza rischia di trasformarla nella maniera per non vivere.

«Viceversa io istillo negli uomini l’ignoranza e li distolgo dal riflettere, talora li induco a dimenticare i mali e ad illudersi con speranze di felicità, qualche volta gli ungo le labbra col miele dei piaceri e insomma in tutte le loro miserie io li assisto»3.

La pazzia è l’audacia di vivere, senza alcuna protezione. E cos’è dunque la felicità?

«[…] la regola essenziale della felicità è voler essere come si è»4.

La felicità non è una scienza. Sarebbe molto più conveniente se esistesse una formula o un teorema da seguire per assicurarsi la felicità. La nostra non sarebbe più una vita, bensì un ingranaggio, e chi ha voglia di essere una vite o un bullone?

Per essere felici occorre essere pazzi, per amare chi si vuole, lavorare dove si vuole, progettare ciò che si vuole non importa cosa dicano i saggi. «In effetti han davvero pochissimo senno quanti giudicano che la felicità umana è riposta nelle cose come sono. Al contrario essa dipende dall’opinione che se ne ha»5.

La domanda che Erasmo si pone è se vale la pena sacrificare la propria felicità in nome della ragionevolezza.
Questo articolo è un invito a leggere l’Elogio della Pazzia di Erasmo per scoprire la filosofia sotto un’altra veste e capire che di essa non si può fare a meno. Dietro al lavoro, alla crescita economica e tutto quello che oggi riteniamo importante c’è infatti il tentativo di essere felici. Dietro al successo si nasconde sempre la domanda se la vita che stiamo vivendo è degna di essere vissuta.

«Ma che importa il giorno della morte ad uno che non è mai vissuto?»6.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Erasmo da Rotterdam, Elogio della Pazzia, Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1995, p.13.

2. Ivi, p. 23.
3. Ivi, p. 39.
4. Ivi, p. 32.
5. Ivi, p. 53.
6. Ivi, p. 45.

[Photo credit Pixabay]

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Inno alla (pazza) gioia

C’è un filo sottile e inaspettato che unisce il regista Paolo Virzì a Victor Hugo, uno dei più grandi autori della letteratura francese. Quel collegamento è composto da una serie di parole che, rilette oggi, sembrano essere state scritte per descrivere alla perfezione La pazza gioia, uno dei film più riusciti degli ultimi mesi. Parole che compongono una frase, divenuta aforisma, e che suonano esattamente in questo modo:  “La più grande gioia della vita è la convinzione d’essere amati.”

Beatrice Morandini,  mitomane logorroica, e Donatella Morelli, madre abbandonata, fragile e introversa, sono due donne disperatamente bisognose d’affetto e attenzioni. Entrambe pazienti dell’istituto terapeutico Villa Biondi, sui colli toscani, si ritrovano a unire i loro tragici vissuti in una rocambolesca fuga on the road, destinata a stravolgere per sempre le loro esistenze. Non capita spesso, al cinema, di trovare un uomo che sappia raccontare con delicatezza e intelligenza l’universo femminile. Paolo Virzì ci riesce grazie al contributo fondamentale di Francesca Archibugi (sceneggiatrice del film) e della compagna di vita Micaela Ramazzotti, qui alla sua miglior interpretazione in carriera. Il film è stato lodato da pubblico e critica, ma c’è da dire che per gran parte della sua durata, La pazza gioia dà l’impressione d’essere un film fastidiosamente mediocre. Molti elementi della messa in scena (dall’interpretazione di un’eccessiva Valeria Bruni Tedeschi, alla scelta di un tema ad alto tasso di banalizzazione) rischiano più volte di rovinare il film di Virzì. Grazie a un finale indimenticabile però, il regista toscano riscatta la sua storia e la trasforma in uno dei lavori più meritevoli di quest’annata.

locandinaNella scena chiave in cui Donatella confessa il proprio terribile passato a Beatrice, il film inizia a sprigionare tutta la sua potenza e ci trascina in un coinvolgimento emotivo che va ben oltre la comune catarsi spettatoriale. Ognuno di noi ne La pazza gioia arriva a immedesimarsi in maniera estrema nel disperato bisogno d’amore e libertà provato dalle due protagoniste. La sofferenza che le attanaglia è tale da farci sperare, fino all’ultimo fotogramma, in una loro possibile “salvezza”. Nonostante la vita abbia fatto di tutto per privarle della felicità, Beatrice e Donatella sono due donne che non vogliono rinunciare al loro diritto alla gioia. Ed è in questo che risiede la loro pazzia: nel saper sperare e gioire laddove tutti noi “normali” ci saremmo arresi. La pazza gioia è una riflessione sulla perdita della ragione, ma al tempo stesso è anche un’opera che ci porta a ragionare su quanto importante sia il nostro diritto alla felicità.  Non è un film perfetto, ma è di sicuro un film necessario per la sua spiazzante capacità di farci vivere attraverso le emozioni. Da un distaccato divertimento iniziale, fino a un’amara riflessione sui concetti di normalità e diversità, in un finale che ci lascia con il volto rigato di lacrime e ci fa sentire finalmente tutti uguali, nel buio magico di una sala cinematografica.

Alvise Wollner