L’amore ha paura

A Marinella, Teresa, Pina, Maria Pia.

Alla madre che sa dar casa all’amore che fugge.

Ci sono cose che non possono esser dette: emozioni, realtà, esperienze che rifuggono i nomi che tentiamo di imporre loro. Noi tutti sperimentiamo, prima o poi, la difficoltà di dar nome alla vita che ci fiorisce attorno, il rischio di vederla appassire tra i legacci troppo stretti dei discorsi che vorremmo avere la forza di pronunciare a gran voce. Anche a noi accade di fuggire da nomi asfissianti e categorie inadeguate ad esprimere la sacrosanta unicità che rappresentiamo: non ne tolleriamo il peso.

Più di ogni cosa, sono i sentimenti a manifestare una profonda intolleranza verso il macigno della determinazione, la ristrettezza del limite.
Più di ogni altro sentimento, l’amore: esattamente quello il cui sapore vorremmo serbare sul ciglio della nostra bocca, nominare con più certezza, misurare con più perizia. Eppure, esso sfugge.

<< Never[1] seek to tell thy love,

love that never told can be;

for the gentle wind does move

silently, invisibly.

 

I told my love, I told my love,

I told her all my heart;

trembling, cold, in ghastly fears,

ah! she doth depart.

 

Soon as she was gone from me,

a traveller came by,

silently, invisibly:

he took her with a sigh.>>

 

William Blake testimonia, con la grazia dei cuori più nobili, il rischio di cui è necessario tener conto, se si vuole dire l’amore: che esso tenti l’evanescenza e spiri sospinto dal primo soffio di vento; che s’aggrappi alla mano d’un ignoto viaggiatore che se lo porta, silenzioso e invisibile, lasciando l’amante al gelo acuminato della sconfitta.
La poesia di Blake testimonia con chiarezza la difficoltà di risolversi a dar nome al proprio indicibile amore, la sofferenza del cuore che trabocca, il tremore d’un corpo scosso da forze sibilline; la paura che agita il sangue nelle vene.
Ciò a cui accenna soltanto è “un viaggiatore”, di cui altro non è detto: sul tronco di questi versi, s’innesta una possibile riflessione[2].

Chi è, dunque, il viaggiatore che, sopraggiunto all’improvviso, tende la mano verso l’amore impaurito?

La paura: quella stessa paura che aveva stretto la presa attorno al cuore del poeta.
L’amore fugge dal nome che gli si voleva imporre perché ne teme i limiti, ne prevede le ristrettezze; teme la propria fine.
S’era fatto risuonare un monito chiaro: <<non tentare mai di dire il tuo amore>>, non imporgli il nome che hai in mente, non t’aspettare di controllarne la danza, di placarne i fremiti, d’imbrigliarne la potenza.

Cosa, dunque, fare?
Siamo certi che basti non cedere al bisogno di dire il nostro amore per non correre il rischio di vederlo allontanarsi; per non ritrovarci ad aspergere la fuga con l’acqua del nostro pianto più amaro?Dovremmo rassegnarci alla fuga del nostro amore, che noi si tenti o meno di dargli un nome?
Se lo diciamo, esso fugge; se non lo diciamo, esso fugge: l’angoscia prenda pure i nostri cuori.

Se non si vuole rinunciare, è forse possibile una via: certamente non facile, non già segnata; solo un tratturo nascosto dall’erba alta, sconnesso e cocciuto. Per di più, esso si cela dietro lo sbarramento di un paradosso del quale ci si libera soltanto praticando la disobbedienza: quando s’ode il monito di non provare mai a dar nome al proprio amore, bisogna farlo. A costo di perder tutto.

S’è detto, poco sopra: l’amore fugge sia che lo si dica, sia che non lo si dica. Fugge – se lo si dice- perché ha paura del nome; più precisamente: fugge perché ha paura di morire in quel nome, perché è una dimora che non s’è scelto.
Perché fugge, dunque, anche quando non si tenti di dirlo?
Per la medesima ragione: ha paura di morire.
Di morire a causa di cosa, se ciò che mette a repentaglio il suo respiro è un nome che non gli vien dato?
A causa della pioggia di accidenti[3] che precipita sul suo corpo, talvolta ancora acerbo, di imperfezioni di cui percepisce il peso; ma anche a causa di una gioia troppo intensa, le cui frequenze ne scioglierebbero la consistenza.

Ebbene, vogliamo disobbedire: vogliamo tentare di dare nome al nostro amore impaurito.
Quale nome, però, se il rischio è la morte di ciò che vogliamo salvare?

<< E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori […] Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi>>.[4]

Bisogna dare all’amore un nome nuovo e aperto da cui in ogni momento può dipartirsi; una dimora pulita, priva delle stratificazioni semantiche che impolverano un nome già saputo, già esperito; sgombra dalla massa deforme delle aspettative e delle pretese che sono le maschere dietro cui si cela la volontà di controllare, di manipolare la vita.

Se vogliamo davvero dar nome al nostro amore, dandogli così l’opportunità di ardere nella sicurezza d’una dimora, siamo chiamati a vivere secondo la logica della gratuità; che è purezza, apertura, custodia senza nulla in cambio: neppure l’ombra di una certezza.

Emanuele Lepore

 

Note

[1]<< Non cercare mai di dire il tuo amore,/l’amore che mai può essere detto;/come il vento dolce si muove/silenzioso, invisibile./Ho detto il mio amore, il mio amore,/le ho detto tutto il mio cuore;/tremando di freddo, pieno d’orrore e paura,/ma lei se ne andò./Appena si fu allontanata da me,/un viaggiatore passò,/silenzioso, invisibile;/la prese con un sospiro.>> (La traduzione qui proposta è di A.Bertolotti: cfr. Bertolotti, Montali, Saviano “I testi e il metodo. La poesia e il teatro>>, Milano, Minerva Italica, 2003, p. 91)

[2]Riflessione che, se non è filologicamente giustificata, è filosoficamente necessaria, emotivamente di vitale importanza: se qualcuno si porta via alcunché di prezioso, chiunque vorrebbe almeno scorgerne le sembianze.

[3]Etimologicamente: di cose che gli cadono addosso ( come testimoniato dal latino ad-cadere).

[4]Lc 5, 37-38.

Io e l’eterno

  1. Quand je considère la petite durée de la vie, absorbée dans l’éternité précédente et suivante, le petit espace que je remplis, et même que je vois, abimé dans l’infinie immensité des espaces que j’ignore et qui m’ignorent, je m’effraie et m’étonne de me voir ici plutôt que là, car il n’y a point de raison pourquoi ici plutôt que là, pourquoi à présent plutôt que lors. Qui m’y a mis ? Par l’ordre et la conduite de qui ce lieu et ce temps a-t-il été destiné à moi ?[1]

[Trad. 88. : Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che riempio e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non vi è motivo perché qui piuttosto che là, perché ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi mi è stato destinato questo luogo e questo tempo?].

     Pensieri, B. Pascal

È forse la percezione della propria piccolezza a spaventare l’essere umano? In quali termini si può parlare ancora oggi di un rapporto travagliato tra l’uomo e l’eterno?

Anche se le belle parole Pascal potrebbero, dopo una prima lettura, sembrare molto lontane dal nostro vivere quotidiano, quella che questo pensatore ci sta offrendo – e proprio per questo lo ritengo molto attuale – è una chiave di lettura che apre poeticamente spiragli di verità che aiutano a individuare e tradurre, per poi infine analizzare, alcuni meccanismi che si sono innestati nel pensiero contemporaneo, quali ad esempio l’ossessione rispetto alle proprie performances professionali oppure, più in generale, un delirio di onnipotenza dilagante. Meccanismi che fungono da armi con le quali proteggersi rispetto all’impotenza di ciascuno nei confronti di tutto ciò che sfugge al controllo: l’”eterno” dei giorni nostri.

Tant’è vero che, se abbandoniamo per un attimo quelle maschere fatte di sicurezza e determinazione che ci ossessionano fino a rincorrere la perfezione ideale e ci lasciamo andare alla trasparenza del nostro essere, ci rendiamo che ogni giorno siamo chiamati a fare i conti con tutti i limiti che segnano la nostra finitudine.

E allora anche noi ci spaventiamo, una volta presa consapevolezza del silenzio eterno di questi spazi infiniti[2], riprendendo un’espressione utilizzata da Pascal qualche riga più in basso.

Ma da quale infinito veniamo turbati oggi?

Qu’est-ce qu’un homme dans l’infini?[3]

Che cos’è dunque l’uomo rispetto all’infinito?

Qu’est-ce que l’homme dans la nature?Un néant à l’égard de l’infini, un tout à l’égard du néant, un milieu entre rien et tout[4].

Che cos’è l’uomo nella natura?Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.

 

L’estrema fragilità dell’essere umano non può essere celata nel momento in cui a entrare in conflitto in un polemos senza sosta sono da un lato, il desiderio dell’individuo di eccedere e sconfiggere i propri limiti, assecondando il desiderio, e dall’altro, l’accettazione dell’impossibilità di poter fare tutto e di ottenere tutto ciò che scaturisce da questa spinta a noi interna che non trova mai un oggetto di soddisfacimento definitivo. Si desidera tutto, dunque. E si desidera tutto poiché siamo naturalmente tendenti ad assecondare il principio di piacere che pulsa in noi e che ci chiama all’esperienza di forti sentimenti di piacere. Tuttavia, come sostiene Freud in Malaise dans la civilisation[5] (Titolo della traduzione italiana, “Disagio nella civiltà”), “nos possibilités de bonheur sont déjà limitées par notre constitution. Il y a beaucoup moins de difficultés à faire l’expérience du malheur”, (“Le nostre possibilità di essere felici sono già limitate dalla nostra costituzione. C’è molta meno difficoltà nell’avere esperienza del male.”).

Ciò che ci ostacola quindi è quel principio di realtà, Thanatos, che costituisce la natura dell’esistenza umana e che definendoci come esseri finiti e limitati, ci impedisce di rincorrere quell’aspirato desiderio di tutto, facendo diventare sempre più fioca la candela accesa dalla forza di Eros.

È la realtà, in altre parole la nostra “costituzione” riprendendo le parole di Freud, che ci spinge a fare i conti con noi stessi. Che ci invita a lasciare andare ciò che ci sfuggirà per sempre. Ad accettare quel caos che c’è dentro di noi e l’irrazionale che è presente al di fuori e che non potremmo mai gestire. Arrendendoci e accettandolo. Accogliendolo a braccia aperte.

 

Nella fattispecie e sul piano dell’intelligenza, posso dunque dire che l’Assurdo non è nell’uomo (se una simile metafora potesse avere un senso), e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza. Per il momento, è il solo legame che li unisca.[…]La singolare trinità che si mette, in tal modo, in luce, […]ha di comune con i dati dell’esperienza di essere insieme infinitamente semplice e infinitamente complessa.[…] Distruggere uno dei termini, è distruggerla interamente. Non può esistere assurdo al di fuori dello spirito umano. Così l’assurdo finisce, come tutte le cose, con la morte[6].

 

A. CAMUS, Il mito di Sisifo

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

[1] B. PASCAL, Pensieri, Bompiani, traduzione di Adriano Bausola, Milano, 2009, p. 74.

[2] Ibidem. [91. Le silence éternel de ces espaces infinis m’effraie.].

[3] Ibidem, p. 84.

[4] Ibidem

[5] S. FREUD, Le malaise dans la civilisation, p.64, Editions Points, Paris, 2010.

[6] A. CAMUS, Il mito di Sisifo, p. 31, Bompiani, Milano, 2013.

Colpevole

– “Sei forte” –
Continuo a sentirlo dire, continuò a ripetermelo quando, nel cuore della notte, cerco di rannicchiarmi il più stretta possibile, sotto quel lenzuolo così leggero che è diventata la mia armatura.
Io non sono forte, però. Sono debole, forse l’emblema della debolezza. Rifuggo i miei fantasmi, sono sotto il letto, dentro l’armadio, dentro il mio esoscheletro…li lasciò li, perché aprire questo maledetto Vaso di Pandora implicherebbe annientare la poca pace, i pochi posti nel mondo che sono riuscita ad aver e a mantenere incontaminati.
È come un diario di bordo, scrivi per far non perder l’orientamento, al fine di non permettere all’ennesima onda di riempire i tuoi piccoli e affaticati polmoni di acqua…acqua salata, sporca, carica dei detriti di una vita dedita alla produzione incessante di immondizia.
Non sono forte.
Non posso rallentare i pensieri, quelli che si tramutano in colpe. Quegli orridi mostri che ti portano a credere, a un certo punto, di meritare di esser la vittima di accadimenti e comportamenti estremamente deterioranti per l’animo.
Non sono forte perché, malgrado la volontà di fuga e l’impossibilità di attuarla, sono si vittima, ma consapevole.
Non sono forte.
Sono una codarda, anche solo per i mille pensieri che invadono la mia testa, senza chiedere il permesso di essere…nascono, si nutrono di paure…stanno iniziando a pesare, tenere la testa alta è troppo faticoso…e io la sto lasciando cadere, quasi mi fosse stato sfilando quel filo di perle chiamato spina dorsale.
Non sono forte.
Per paura sono dovuta diventare accondiscendente, “si, hai ragione, scusami”. Per paura, ma dentro urlo, strepito, scalcio…colpendo inevitabilmente me stessa.
Sono davanti allo specchio, io non so se ciò che vedo corrisponde alla realtà, ma mi sto chiedendo…se quell’immagine scomparisse, sarebbe il capitolo finale di un libro così macabro?”

È l’altra faccia della medaglia, quella che nessuno è disposto a mostrare, quella sporca, quella raffigurante la sconfitta più totale di un individuo, quella che nei tratti racchiude la storia di chi indossa vesti di colpevolezza, incapace di trovare perché razionale ad una violenza così inarrestabile.
È la rappresentazione di chi, oltre che vittima di violenze psicologiche e fisiche, oltre ai tremori e alla paura, sta nutrendo convinzioni malate sulla propria posizione in una realtà squallida e inaccettabile.

IODICOBASTA. E TU?

Nicole Della Pietà

Dissolviamo la paura

Nell’ultimo libro di Vittorio Feltri, “Non abbiamo abbastanza paura”, si parla di Islam, di quel nemico che il giornalista considera esplicito ma nascosto dal perbenismo dell’ipocrisia.

Il consiglio che è già evidente dal titolo è quello di avere paura, più paura di quella che abbiamo oggi, una paura che ci porti ad avere il coraggio di ‘uccidere per non morire’.

Siamo davvero sicuri che la paura, intesa come consapevolezza piena del pericolo proveniente dal mondo musulmano, possa aiutarci a non morire sgozzati da qualcuno che uccide per una religione?

E siamo davvero così sicuri che siamo noi sempre e comunque dalla parte della ragione?

Siamo davvero convinti di conoscere così bene l’Islam, le persone che seguono tale religione da potere avere paura di questi?

Ascoltando le parole di Feltri e leggendo alcune righe del libro confesso di rimanere basita dalle ovvietà che si trovano; banalità che chiunque riuscirebbe ad elaborare anche al Bar Sport.

Seguo da molti anni questo giornalista, con stima,
però in questa occasione è caduto nella trappola del consumismo: frasi forti, ad effetto, emozionali per smuovere i sentimenti degli italiani, anzi la rabbia di questi nei confronti del mondo musulmano.

Ho detto rabbia, non paura…e solitamente la prima fa soccombere la seconda, o, per lo meno, la copre.

Vorrei per questo cercare di capire cosa sia la paura.

Questa si può avere dell’ignoto o anche del noto?

È una questione controversa, perché c’è chi potrebbe dire di temere ciò che non conosce e quindi non può prevedere e di conseguenza gestire; ma altri potrebbero avere paura di quello che conoscono proprio perché sanno di cosa si tratta e non sanno come, anche in questo caso, gestirlo.

Eppure la paura del noto può derivare da una percezione sbagliata della realtà che si ‘crede’ di conoscere bene e può dissolversi con una conoscenza approfondita di ciò che si temeva.

Secondo Kierkegaard la paura, o meglio, l’angoscia, non è altro che un effetto della condizione di libertà. Come mantenere separati  questi due concetti?  Con la capacità di discernimento e infatti Kierkegaard afferma che l’angoscia è pericolosa proprio per chi non ha la capacità di discernimento.

La paura, quindi, può sia paralizzare ma anche far nascere nuove prospettive, spingendo alla ricerca, come il concetto di caos che Einstein riteneva il miglior modo per generare il progresso.

Credo, però, che la paura che dà vita al coraggio possa derivare solo dalla conoscenza e convivenza con la paura stessa.

“Insomma, la paura fa sistema, crea contagio, induce visioni apocalittiche, disegna l’habitat dell’incubo, dall’allarme alimentare o pandemico all’emergenza climatica al rischio terroristico: l’insieme rilegato dalla crisi planetaria.” 1

La paura è un sentimento forte che a mio avviso difficilmente può rendere i cittadini liberi di riappropriarsi della loro storia, delle loro tradizioni o, peggio ancora, portarli ad avere un atteggiamento drasticamente risolutivo nei confronti dei loro problemi.

“…le paure attuali si rivelano spesso artificiose, fomentate da media ansiogeni, o si riaffacciano, sublimate, là dove non ci aspetteremmo di trovarle, oppure lasciano affiorare sgomenti antichi. Ma discernere le minacce vere – innanzi tutto la rottura del legame sociale – è la prima mossa per allentare la presa che la paura ha su di noi.” 2

Quale potrebbe essere, allora, la soluzione che ci porti davvero ad avere coscienza del mondo attorno a noi, senza paure che ci limitino e senza rabbia che produca in noi sentimenti di odio nei confronti del ‘semi-noto’?

La conoscenza reale, obiettiva dell’Altro e la volontà sincera di scendere dal piedistallo tipico dell’uomo occidentale per capire che una cosa è l’Integralismo Islamico, tutt’altro la religione Islamica.

Discernere per essere davvero liberi.

Valeria Genova

 
Note:

1/2: Marc Augé, Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi? (Bollati Boringhieri 2013)

La paura della libertà

Quando si è piccoli, è inevitabile essere influenzati da quelle figure che, tanto i genitori quanto gli insegnanti, divengono diretti responsabili della nostra crescita.

Ognuno di noi è stato educato all’interno di un piccolo mondo fatto di regole e di routines da seguire, modelli da prendere in considerazione e fogli riempiti di elenchi d’istruzioni necessarie al fine di potersi ritenere adeguati nei confronti di una società che ha, nei confronti di ciascuno, delle aspettative sempre più alte.

“Non imitare, ma scoprire; questa è istruzione, non è così? E’ molto facile conformarsi a quello che la società o i genitori o gli insegnanti dicono, è un modo comodo e facile di esistere, ma questo non è vivere, perché porta con sé paura, corruzione, morte. Vivere significa scoprire da sé che cos’è vero, ed è possibile soltanto quando c’è libertà, quando c’è una continua rivoluzione interiore[1]“.

L’idea principale del pensiero di Juddu, Krishnamurti, filosofo orientale promotore di una nuova forma d’istruzione e d’educazione alternativa, è fondata sul valore di una ricerca personale della libertà attraverso il progressivo abbandono di tutte quelle forme di autorità da cui siamo circondati che impediscono al proprio Sé di crescere senza paura, facendoci vivere, infatti, nella costante imitazione dell’altro.

La paura, dunque, nascerebbe esattamente laddove ci si sente al sicuro, protetti da quella sorta di gabbia d’oro[2] in cui tutto è predefinito, prestabilito, deciso, impedendo così all’individuo di scegliere. È pertanto questa chiusura nel conformismo e nella ripetizione del modello a farci paralizzare, facendo crescere nella nostra interiorità quella paura d’inadeguatezza che con il tempo tocca ogni dimensione della vita, da quella relazionale a quella professionale.

Se coloro che si adeguano e seguono la tradizione rimangono incatenati in un immobilismo mortifero, solo il ribelle e chi è in rivolta può imparare ad osservare e indagare sé stesso e ciò che lo circonda; la funzione dell’istruzione è quindi quella di sradicare interiormente ed esteriormente quella paura profonda che distrugge il pensiero, così come ogni genere di relazione umana, come anche l’amore.

Se da un lato il filosofo Erich Fromm sostiene che la libertà da ogni forma di dipendenza esteriore non fa che incrementare quella paura innestata dall’incertezza e dal rischio rispetto alle scelte che ogni individuo è chiamato a prendere nella sua esistenza – mentre seguire la voce dell’autorità, risulterebbe più rassicurante -, per il filosofo indiano, invece, la condizione necessaria per poter condurre una vita autentica è l’abbandono di tutti i doveri che talvolta ci vengono imposti, rendendoci irrimediabilmente dipendenti da delle condizioni che, il più delle volte, tendono a cambiarci, rendendoci diversi da come vorremmo essere.

Quando non è tanto la dipendenza fisica, quanto più, quella psicologica, a tenerci legati, è la schiavitù, la condizione cui inconsapevolmente ci pieghiamo.

Nell’amore, facciamo i conti con la dipendenza più grande. Ci abbandoniamo spesso all’altro, trasformando quella che è una dipendenza affettiva in parte necessaria, nell’annullamento del proprio sé.

Perché talvolta diventerebbe così inevitabile la perdita di sé?

Riprendendo le parole del filosofo indiano:

” […]Il nostro amore è sempre limitato dall’ansia, dalla gelosia, dalla paura e questo implica che dentro di noi dipendiamo da qualcuno, che vogliamo essere amati. Non ci limitiamo ad amare e basta, vogliamo qualcosa in cambio, e così diventiamo dipendenti. Quindi la libertà e l’amore vanno di pari passo. Amare significa non chiedere nulla in cambio, e nemmeno sentire che stiamo dando qualcosa, e soltanto da un amore così nasce la libertà”.

L’amore ci rende liberi quando, al di là delle costrizioni e delle immagini ideali imposte dalle circostanze sociali in cui siamo immersi, l’alterità impara ad accettarci per quello che siamo, per quello che il nostro più profondo essere è.

La libertà mette a nudo la nostra vulnerabilità più profonda, le nostre ferite, tutte le nostre paure. Ed è per questo che, talvolta, si ha timore dell’amore e si è spesso disposti a rinunciarvi. Il legame che esso implica mette in gioco ciò che di più autentico esiste in noi, quella paura di perdere tutto, di essere abbandonati, di dover ricominciare da capo, ancora e ancora.

Liberi di tutto, e al contempo liberi della propria non libertà, poiché condizione ultima dell’essere umano è l’accettazione di non poter fare tutto ed essere tutto. Della propria finitudine. L’accettazione della delusione. Di una promessa non mantenuta. Di un abbraccio non chiesto e mai ricevuto. Di non poter sempre ricevere ciò che si vorrebbe.

Liberi di ricominciare, nella sola certezza di essere se stessi.

“L’essenza dell’amore è la libertà. Libertà di essere se stessi. Libertà di sbagliare e di farsi male. Libertà di rompere tutto e di ricominciare. Libertà di avere paura che tutto finisca, di fare di tutto perché accada, di alzarsi il mattino sperando di ricevere qualcosa, di accettare di non ricevere niente. Mille e mille volte. Sempre di nuovo. Con la corte degli stessi errori che si ripetono all’infinito.[3]“.

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Immagini]

 

[1] J. Krishnamurti, Pensa a questo, Abaldini Editore, Roma, 2013.

[2] H. Bruch, La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale, Feltrinelli, Roma.

[3] M.Marzano, L’amore è tutto. È tutto ciò che so dell’amore. Utet, Novara, 2013, p. 109.

Infinite volte Donna

Infinite volte donna

Infinite volte donna è quello che sono diventata, perché la donna non è una sola, la donna è tante ma soprattutto ha tante anime.

Infinite volte donna è quello che sono diventata quando ho capito cosa significasse essere donna. Nelle sue complicate sfide, nelle sue numerose complicazioni, nelle sue variopinte sfaccettature emozionali.

Infinite volte donna è stato punto di arrivo e di partenza del viaggio.

Ho smesso di congelare le mie emozioni e ho lasciato che mi si leggessero in faccia tutte le delusioni e le amarezze per le quali sono passata; ho lasciato che le gioie mi accendessero il sorriso senza che la paura lo smorzasse prima ancora di nascere.

Ho smesso di odiare il mio corpo e ho imparato ad accettarlo. Con i suoi difetti e le sue imperfezioni, più o meno evidenti agli occhi degli altri ma sempre troppo presenti ai miei. Ho imparato a capire che tutte le donne non si vedono mai abbastanza belle, un po’ perché si confrontano con dei modelli ideali irraggiungibili, un po’ perché usano il corpo come specchio di se stesse e del bene che si vogliono.

Ho imparato che, se di bene non te ne vuoi neanche un po’, il tuo corpo diventa un incubo: il campo di battaglia nella guerra con te stessa. Ho imparato che è una guerra in cui non sarai mai il vincitore. Ho smesso di sentirmi in colpa. Ho smesso di sentirmi sbagliata. Ho smesso di volermi diversa da quello che sono.

Ho iniziato a decidere in virtù di quali caratteristiche mi sarei voluta piacere. Ho smesso di far finta di non avere aspirazioni e ho iniziato a lasciare che la paura di fallire servisse a spingermi a fare il possibile senza bloccare ogni mia passione. Mi sono data obiettivi, senza una particolare data di scadenza. Mi sono concessa di respirare. E di sbagliare. Di seguire una strada, ma di fare anche una deviazione. Ho imparato la temperanza.

Ho smesso di provare sfiducia negli altri, temendo al tempo stesso la solitudine, e ho imparato a vivere sola con me stessa. Ho imparato ad aspettare e a rimanere sospesa nell’incertezza dei sentimenti e della vita, in bilico, senza aver troppa paura di cadere.

Ho imparato ad accettare che non è tutto come vorrei. Ho imparato ad accettare che la vita non è controllabile e, proprio per questo, meravigliosa.

Ho smesso di provare rabbia e ho imparato ad amare, prima me stessa e poi quel qualcuno che mi si è affiancato in punta di piedi, sconvolgendomi il cuore.

Ho imparato a volermi bene, un passo alla volta.

Per diventare infinite volte donna, infinite volte me stessa.

Giordana De Anna

[immagini di proprietà di stART Dare forma alla creatività]

“Se ti distrai, rischi grosso”. Intervista ad un incursore

Intervista tratta dalla tesi di laurea “Il tempo nella sofferenza” di Valeria Genova [acquistabile qui o su Amazon]

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo […]. 1

Questa frase proviene dalla lettera che il caporalmaggiore Matteo Miotto aveva inviato, due mesi prima di morire, dall’Afghanistan, al Gazzettino, per descrivere l’esperienza della Brigata Julia cui apparteneva; qui si intuisce subito che il presente è lo stato temporale in cui si svolge l’intera missione di questi soldati. Non ci pensi è la frase che ho più sentito pronunciare anche durante l’intervista con il Maggiore M., un incursore dell’Aeronautica Militare che ha svolto più volte missioni all’estero, in Afghanistan e in Iraq. Dalle sue parole ci arriva il messaggio forte di uomini che svolgono il loro dovere per la Patria e riescono comunque ad avere il tempo da dedicare alle famiglie; un tempo scandito dall’attesa del ritorno, dall’ansia per quello che si è lasciato in Italia e dalla speranza di compiere il loro dovere nel migliore dei modi.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo…2

– M., cosa succede quando qualcuno dall’alto vi dice ‘tra un mese devi partire’?

Ci prepariamo. Il nostro motto è ‘addestrati duro combatti facile’: si cerca di ricreare in territorio Nazionale le condizioni della realtà Internazionale, cosa, oggi come oggi, difficile da realizzare, perché alcune simulazioni non sono simili alla realtà che poi troveremo nelle zone ‘calde’.
Vedi, quando arrivi in teatro operativo dovresti essere già pronto, ma soprattutto devi riuscire a non perdere l’obiettivo ed essere sicuro di quello che fai: ecco perché occorre arrivare con il massimo addestramento, ma non capita spesso e questo è dovuto ai tempi di recupero, tra una missione e un’altra, che sono sempre troppo brevi, lasciando così le persone spaesate poiché non riescono a trovare un equilibrio nel tempo da dedicare a tutte le cose, lavoro e famiglia.

– Ecco, hai introdotto tu stesso il concetto di ‘tempo’: come riuscite a gestirlo?

La gestione tempo per noi è divisa: vi è l’attesa di partire, quindi sai che devi partire e cominci a sintonizzare tutti i tempi della vita quotidiana, per cercare di non lasciare nulla in sospeso, cioè devi ottemperare gli impegni per il lavoro e lasciare una condizione di tranquillità emotiva alla tua famiglia e di conseguenza a te stesso. È proprio nella fase di pre- deployment, infatti, che la gestione del tempo è complessa: per esempio, se non hai pagato una bolletta in tempo e sai che chi rimane potrebbe non essere in grado di farlo, parti con una preoccupazione che si può ripercuotere poi in teatro operativo.

– Quali sensazioni avete in questa fase di pre-deployment, periodo in cui tutto si sottomette all’attesa della partenza?

Questa concezione del tempo così particolare ti crea uno stato emotivo di ansia, ma poi, una volta partito, paradossalmente ti tranquillizzi. Ansia perché stai andando in un territorio difficile, stai lasciando la tua famiglia per dei mesi, e stranamente non vedi l’ora di partire, forse per limitare la sofferenza tua e dei parenti…proprio per questo quando sto partendo sono in attesa, in ‘muta attesa’ 3, un tempo infinito e indeterminato che scaturisce dalla mia voglia di andarmene il prima possibile. Ecco perché non appena metto i piedi sull’aereo che mi porterà in missione mi tranquillizzo: ormai ci sono, me ne sto andando e non resta che impegnarsi a sopravvivere.

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– Come si vive l’esperienza nei teatri operativi?

Ogni turno che ho fatto è stato di non più di quattro mesi e mezzo e in quel periodo ero completamente concentrato solo nella mia attività e, paradossalmente, nonostante il rischio avevo tutto il tempo per riuscire a gestire al meglio l’operazione non avendo gli input continui della società che sono tantissimi, dagli obblighi legali a quelli morali: è proprio questo il vantaggio e, se vogliamo, il paradosso, perché chi pensa che una volta in teatro operativo non abbiamo più il tempo di fare nulla o non c’è la libertà di pensare alle cose proprie, sbaglia; infatti, è vero che prima di un’operazione la fase di pianificazione è lunga e l’operazione reale dura solo una frazione del tempo totale, ma è proprio questo che ci permette di gestire bene il nostro tempo in ogni sua fase e ci rende tranquilli. Quindi, quando arrivi al target devi solo mettere insieme i tasselli che hai studiato perfettamente prima. Inoltre, essendo ripartiti in team di dodici operatori l’addestramento intenso, fatto in Patria, ti consente di sapere esattamente cosa farà ogni operatore: questi, infatti, deve fare una cosa specifica nelle modalità previste dalla pianificazione.

La gestione tempi, dunque, in teatro operativo, consiste nel pianificare alla perfezione ogni cosa, stando sicuri che tutti abbiano capito quello che devono fare.

– Quando uscite dalla base e andate in missione, come avvertite il tempo? Cosa provate?

Quando andiamo in missione e stiamo fuori una settimana la pianificazione deve essere non solo finalizzata all’esecuzione dell’obiettivo, ma anche completa di tutta la parte logistica, cioè sai che sei con dodici persone e magari tre mezzi e per una settimana devi essere autonomo per cibo, acqua, tenda ecc.; è tutto tempo avvertito come attesa, dell’arrivo del rifornimento, dell’ok per spostarsi da un posto ad un altro, del completamento della missione: anche in questo caso noi viviamo ‘appesi’, il tempo non dipende solo da noi, ma si blocca e aspetta che qualcosa accada. In queste situazioni lo stato d’animo possiamo dire si trovi in una bassa frequenza, cioè tutti i ritmi si abbassano e paradossalmente -ripeto sempre paradossalmente perché alle persone che non svolgono questo lavoro può apparire strano quello che dico!- quando sei costretto ad attendere qualcosa ti rilassi: non so se è una forma di autodifesa ma trovi il tempo di riflettere, cominci a pensare, la tua mente vaga, nei ricordi, nella nostalgia di quello che hai lasciato ma soprattutto pensi a quello che ti fa stare meglio, quando rientrerai -ok sto facendo questa esperienza, ma ha un termine, magari non bene definito, ma in linea di massima devono passare 4-5 mesi, e alla fine tornerò.-. Ognuno, in questo modo, si crea uno spazio mentale e passa, dunque, il tempo cercando di pensare a quello che è stato e a quello che sarà: oscilliamo dal passato al futuro, vediamo il primo come appiglio per trovare il sorriso anche nelle difficoltà più estreme e il secondo come ancora di salvezza dall’angoscia che in alcuni momenti si può provare. Passato-futuro ti danno la forza giusta e la tranquillità emotiva per proseguire al meglio la missione. Chi, invece, ha fretta di tornare a casa e pensa esclusivamente ai giorni che mancano, non è ben predisposto per espletare questo compito; chi si trova in difficoltà, infatti, non parte proprio perché in una situazione del genere in cui si sta una settimana intera senza contatti telefonici con la famiglia, lo stato emotivo non è idoneo a sopportare un’eventuale operazione delicata

in cui si deve pensare solo a quello.
Certo che nel futuro riponiamo, però, anche tanti interrogativi, perché noi tutti sappiamo che dopo 4-5 mesi di lontananza troveremo cambiati i nostri affetti, le persone a cui vogliamo bene, è fisiologico.

– In che senso dici che trovate i vostri famigliari cambiati una volta rientrati in Patria?

Devi pensare che quello che ci rende tranquilli, anche se abbiamo lasciato una famiglia a casa, è il fatto di svolgere missioni con altre persone in una piccola cellula di dodici persone: ciò ti fa rendere conto che vivi con un’altra famiglia il cui scopo non è crescere i figli ma ha il compito di portare la pelle a casa, quindi ognuno svolge il suo lavoro per raggiungere l’obiettivo e difendersi a vicenda. Questo ti rende tranquillo.
Mentre, l’unica mia preoccupazione è quella di non poter telefonare a casa per una settimana, ma non per il fatto di sentire quella persona, che comunque fa sempre bene, ma ho la preoccupazione che quella persona non sentendomi stia male: io vivo con le persone con cui lavoro anche in operazione, quindi c’è una continuità tra territorio Nazionale e l’estero, la mia vita si riempie e rimane sempre piena; la persona, invece, che lascio e che è abituata a starmi vicino e a condividere tutto con me poi all’improvviso mi vede partire per sei mesi, quando torno la trovo inevitabilmente cambiata e poi ci vuole del tempo per recuperare. Questo accade perché quella persona passa dalla routine, da un tempo quasi monotono, sempre uguale a se stesso, statico, ad una vita in cui la velocità del tempo viene raddoppiata perché deve pensare a compiere quegli obblighi che magari prima divideva con me. È quasi un trauma per la persona che resta perché, anche se abituata, anche se consapevole del mio lavoro, si ritrova improvvisamente sola. Infatti, credo che per noi che lavoriamo in territori operativi il tempo passi molto più velocemente rispetto alla persona che attende il nostro ritorno; perché noi sappiamo che oggi dobbiamo fare questo, domani quello ecc., le nostre giornate sono continuamente scandite dagli impegni ed ogni obiettivo raggiunto diminuisce la distanza dal ritorno. Mentre chi aspetta a casa non ha la minima percezione di quello che noi facciamo e abbiamo da fare, risulta pertanto difficile avere un punto di riferimento per contare i giorni che restano…certo c’è il calendario e il solito ‘conto alla rovescia’, ma è una cosa che sconsiglio perché rallenta in modo impressionante lo scorrere del tempo.

– Il pericolo, tu, l’hai mai incontrato? Come ci si sente davanti a ciò che minaccia la tua vita?

Ciò che è considerato pericolo per noi è diverso per voi.

Capita a volte che ci si trovi a passare per delle località in Afghanistan e magari dal tetto di una casa ti tirano due colpi: per voi è pericolo, per noi significa reagire tempestivamente. Per voi il tempo si blocca nell’istante dello scoccare del primo colpo, per noi il tempo non esiste, o meglio è frazionato in millesimi di millesimi di secondo con una precisione che pare impossibile: il millesimo prima che arrivi il colpo noi sappiamo già che sta per arrivare. Non è prevedere, è il sapere dettato dall’addestramento. Infatti noi, mentre andiamo in missione, non pensiamo ‘e se adesso esce un cecchino e ci spara? E se troviamo una mina e saltiamo in aria?’ perché sono eventualità che noi abbiamo già considerato prima di partire e cerchiamo, dunque, solo di raggirare. Giochiamo in anticipo. Il tempo per noi è previsto, è ‘conosciuto’.

– L’operazione più complessa è per voi, forse, quella in cui dovete andare a catturare qualcuno: il tempo in questo caso è sempre previsto o può anche succedere che l’imprevisto mandi all’aria tutto e subentrino così l’angoscia, il panico perché per un attimo non sapete come giostrarvi?

Quando dobbiamo fare operazioni più complesse, in cui dobbiamo andare a prendere un personaggio, la preoccupazione sta solo nel cercare di rispettare la tempistica prevista: sarò in grado di entrare simultaneamente ad altri operatori che entrano dalla parte opposta? La risposta per noi è scontata: sono addestrato per questo.

Certo che non tutto va sempre come previsto, ecco perché in queste situazioni c’è l’agitazione perché tutti hanno l’adrenalina al massimo per il fatto della sincronizzazione dei tempi e, come si sa, non tutti hanno gli stessi tempi di reazione, ma, ripeto, noi ci addestriamo per questo, ed è difficile che capiti di non sapere cosa fare, perché in noi è ormai radicato l’automatismo che è ciò che spesso ci salva la vita quando non c’è tempo per pensare e agire -RAID: reazioni automatiche immediate-.

– Ti è mai capitato di dover soccorrere, durante un agguato, dei colleghi feriti? In quest’occasione, il tempo come ti è parso, veloce o lento?

A volte capitano le situazioni in cui oltre a tutelare noi stessi abbiamo dovuto assistere persone già ferite: in questo caso ci si deve allontanare dal punto di contatto e, contemporaneamente, si devono mettere in salvo delle persone. Quello che dobbiamo

81 sempre ricordarci è che quando dobbiamo portare via un ferito, lui non potrà contribuire al fuoco: ma è strano, anche in questa fase tu non pensi, perché anche qui viene tutto prima: se tu sai ciò che devi fare perché l’hai pianificato ti sale il livello di adrenalina e puoi reagire e anche quando non pianifichi qualcosa che poi però si verifica, se sei addestrato non hai proprio il tempo di avere paura intesa come panico che ti blocca! Questo lavoro ci tempra al punto che anche la gestione della paura è una gestione di qualcosa che sì è più forte di te ma che se sai gestire vai alla grande: quando tu fai qualcosa e non provi un minimo di timore è il momento più giusto che ci rimetti la pelle, mentre se hai paura e la sai gestire hai l’adrenalina a mille che è ciò che ti permette di stare tranquillo perché sai di poterti regolare. Quindi, anche se sei accanto al compagno ferito non c’è paura perché in quel momento il tuo unico obiettivo è di portarlo in salvo. Certo, poi magari a mente fredda ci pensi: se ci fossi stato io chissà…ma è un pensiero ipotetico che subito ti abbandona perché la tua mente si può concentrare solo sull’adesso. Quindi risponderei né veloce né lento mi pare il tempo in queste situazioni: non ci penso!

– Allora proprio per il fatto che non ci pensi il tempo vola via, quindi pare velocissimo…

Forse sì, sarà come dici tu, ma una cosa te la posso dire: per noi soldati in missione oggi, esiste certamente un passato, fatto di ricordi, a cui pensiamo con nostalgia, esiste assolutamente un futuro, fatto di certezze e di dubbi, ma vi è solo il presente. Noi viviamo solo il presente. Solo in questo modo possiamo sopravvivere e riuscire a ricucire il nostro passato con l’avvenire. Il presente è quello che ci salva la pelle, perché in quel determinato giorno, a quella precisa ora noi dobbiamo agire in un certo modo e la nostra mente pensa esclusivamente a quel preciso istante.
Se ti distrai rischi grosso.

Come ho potuto notare dopo questa intervista, i tempi sono decisamente cambiati rispetto a quelli delle guerre mondiali: il soldato in trincea viveva giustamente la guerra con maggiore paura, perché spesso non c’erano gli addestramenti che ci sono invece oggi, e comunque la vita in trincea era decisamente più pericolosa. Le due guerre mondiali hanno causato più vittime tra i soldati rispetto alle missioni di oggi, e questo ha reso la concezione del tempo molto diversa: per i primi c’era l’attesa estenuante del ritorno, accompagnata dalla speranza quindi di sopravvivere, il futuro era allora incerto; oggi i nostri soldati vivono il presente senza tornare troppo al passato e senza pensare al futuro, per motivi di concentrazione da cui dipende la loro salvezza. I soldati di allora vivevano il presente con l’angoscia di quello che sarebbe potuto succedere e si proiettavano verso l’avvenire per poter dire ‘sono ancora vivo’ o si rifugiavano nel passato per sconfiggere la malinconia: il presente era solo un passaggio, ma talmente lento che

sembrava eterno e da cui ci si voleva allontanare il prima possibile.

Valeria Genova

1-2: Caporalmaggiore Matteo Miotto, lettera inviata dall’Afghanistan al Gazzettino, Giovedì 11 Novembre 2010

3: Cfr. Turoldo David Maria, In muta attesa, in Ultime poesie, Garzanti, Milano, 1999, p. 13

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Indifferenza assordante

– Mi chiamo Aarif, ho 15 anni ma me ne sento 70.

– Sono stanco, tutto sporco e bagnato.

– Sento ancora urlare, correte vi prego, sento la mia mamma che urla e…non sento più i miei fratelli!

– Ho freddo ho fame ho paura.

– Ho paura da quando sono nato. Nel mio paese c’è la guerra ed io sono cresciuto scappando, sempre correndo, infatti voglio partecipare alle Olimpiadi da grande, perché sono fortissimo!

– Ho cinque fratelli ma ora non li vedo. Sapete dove sono? E la mia mamma?

– Mi ricordo solo che mi hanno picchiato e mi hanno messo con la forza su una piccola barca, ma per me eravamo troppi, ma mamma diceva di non avere paura.

– Io mi fidavo della mia mamma.

– Ma dov’è? Non la vedo…voglio la mia mamma.

– Poi all’improvviso ho visto solo acqua, ho sentito solo urlare. Non ho più sentito il calore della mamma che mi stringeva forte e da allora la sento solo urlare. Anche adesso.

– Perché sento ancora le urla? È come per le armi. Quando vado a dormire sento sempre gli spari, anche se non ci sono. È molto fastidioso perché così non riesco a dormire.

– Ora non so dove sono. E non so dove sono tutti i miei compagni di viaggio.

– Ho visto tanti letti appena arrivato qui, con delle lenzuola sopra. Forse sono per farci riposare, ho pensato! Invece mi hanno detto di non avvicinarmi…ma non so perché.

– Ma insomma dove sono tutti i miei fratelli?

– Io da solo cosa faccio? Non conosco nessuno.

– Quasi quasi preferivo dormire sentendo gli spari ma abbracciato a mamma piuttosto che qua tutto solo con gente che mi parla ed io non capisco niente.

Una storia qualsiasi.

Una tra le pochissime che ancora possiamo ascoltare di fronte a 1750 storie distrutte dal mare dall’inizio del 2015 ad oggi.

Come vivranno tutti Aarif sopravvissuti? Tutti i bambini che hanno perso l’intera famiglia?

Ai rumori degli spari, nella notte, si uniranno le urla che hanno sentito, la solitudine che si porteranno dietro come un macigno e l’insaziabile domanda “Perché?”.

E noi? Come andiamo a dormire?

L’indifferenza verso queste storie credo stia diventando assordante.

Per tutti.

Valeria Genova

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La paura della paura

 

La paura è una cosa indefinibile, un’emozione ingannevole e insidiosa che può causare distruzione e devastazione, se le si permette di crescere. Rosemary Altea

Avete mai pensato a cosa vuol dire avere paura della paura? A cosa significhi vivere nell’attesa che arrivi quell’attimo che ti farà perdere completamente il controllo? Io non ci avevo mai pensato, fino a quando non mi è capitato.

Ed è stato terribile.

È iniziato tutto in una serata tra amici, a cena. Ancora non me lo so spiegare. Stavo mangiando quando all’improvviso non riuscii più a deglutire. Mi sentivo soffocare. Mi mancava l’aria. Il cuore prese a battermi così forte che pensavo mi uscisse dal petto. Iniziai a sudare. Non avrei mai immaginato che nella vita si potesse stare così male, che esistessero delle sensazioni così terribili. In quel momento pensai che sarei morto e che nessuno mi avrebbe potuto salvare.

I miei amici, spaventati, mi portarono in ospedale. Fu una nottata di esami, elettrocardiogrammi e visite con numerosi dottori, fino a quando mi fu detto che quello che avevo avuto era stato un “comune” attacco di panico. E in un certo senso fu sconcertante scoprire che non avevo nulla, che era stato tutto frutto della mia mente. Sarebbe stato meglio scoprire di aver avuto qualcosa. Perché da quella sera la mia vita si è fermata.

Sarebbe successo di nuovo? E se sì, quando? Dove? Sarebbe stato sempre uguale? Ero tormentato. Avevo paura. Paura di me, della mia mente, di quello che poteva succedere. Mi vergognavo da morire e non sapevo cosa fare. Mi sentivo un malato immaginario. Era impossibile da capire per gli altri, pensavo. Era impossibile credermi.

È così che ho iniziato a convivere con uno scomodo me stesso, che ho iniziato a cercare di controllare qualcosa che per me era assolutamente incontrollabile. È così che mi sono messo agli arresti domiciliari. Ho iniziato a evitare qualunque cosa: uscire da solo per strada, guidare, frequentare luoghi affollati. Ho il terrore che l’attacco si manifesti di nuovo. E così evito di uscire. Tengo sempre il cellulare vicino.

La mia vita è completamente cambiata. La mia vita non è più vita.

Mi sono sempre considerato una persona libera. Mi piaceva stare insieme agli altri, uscire, divertirmi. Ero uno sportivo. Adesso… adesso non sono più niente se non uno spettro di me stesso. Vivo nella paura della paura.

Ed è terribile.

Un attacco di panico, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM), corrisponde a un periodo preciso durante il quale vi è l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati a una sensazione di catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti sintomi come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o soffocamento, e paura di “impazzire” o di perdere il controllo. In presenza di ricorrenti attacchi di panico inaspettati, rispetto a cui si ha una preoccupazione persistente, si parla di Disturbo di Panico. Può esordire in qualunque momento della propria vita, all’improvviso e in circostanze inaspettate, mentre si sta compiendo una qualsiasi attività. L’attacco di panico non è pericoloso per la salute ma le sensazioni che si sperimentano sono così intense e coinvolgenti da far sviluppare in chi le prova l’intensa paura che si possano ripetere. Il primo episodio porta al timore di rivivere le stesse drammatiche sensazioni e di sperimentare nuovamente quel malessere. Nasce così la paura della paura. Quella stessa paura che porta chi ne soffre a chiudersi sempre più in se stesso e a non riuscire ad avere una vita sociale, a rinchiudersi in una gabbia da cui non riesce più ad uscire. I disturbi d’ansia sono estremamente comuni e tendono a essere sempre più frequenti nella popolazione. Sebbene le cause non siano ancora note, quello che è importante sapere è che da questa gabbia se ne può uscire e tornare a vivere, senza più mostri sulle spalle a tarparci le ali.

Giordana De Anna

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La mia vita apparentemente perfetta

Sono Ginevra. E la mia vita è apparentemente perfetta. Ve la racconto.

Ho ventisei anni. Sono già laureata e vivo da sola in un delizioso bilocale a Milano.  Mi sono laureata con il massimo dei voti alla London School of Economics e ora lavoro nel campo finanziario. Non male per una della mia età. Sono intelligente e ambiziosa. Mi definiscono “una di successo”. Appaio molto sicura di me stessa, ma socievole e aperta, mai supponente. Sono attraente, non una bellezza classica forse, ma agli uomini piaccio. Sono figlia unica, il fiore all’occhiello dei miei genitori. Mi hanno sempre spinto a credere in me stessa e a spingermi oltre quelli che pensavo fossero i miei limiti. Sembrerebbe che abbiano avuto ragione a guardare la mia vita ora. Sembrerebbe che tutto nella mia vita funzioni. Neanche l’ombra di un minimo sospetto.

Sono Ginevra. E la mia vita è apparentemente perfetta. Apparentemente, appunto. Ecco cosa non vi ho detto.

Sono bulimica. Penso al cibo tutto il maledettissimo giorno. Mi concentro sugli studi, sul lavoro per non pensare a quella che è la mia più grande ossessione: il cibo. La mia vita in realtà ruota attorno al cibo. In realtà Ginevra non è la giovane donna attraente e di successo che tutti vedono, ma è una donna insaziabile e senza controllo, in costante guerra con se stessa. Ho una smisurata paura di prendere anche una minima quantità di peso, parlo nell’ordine degli etti, ma allo stesso tempo non riesco a smettere di mangiare. Sono tormentata da attacchi di fame vorace che mi spingono ad andare al supermercato e comprare grandi quantità di cibo. Cerco di cambiare supermercato più spesso che posso e di non andare mai in quello vicino a casa dove abitualmente faccio la spesa. Compro patatine, biscotti, gelato, cioccolata. Per mangiarli tutti insieme, tutti in una volta. Silenzio il telefono per non essere disturbata, scarto i pacchetti e mi riempio la bocca. Senza gustare, senza sapere neanche quello che ho appena ingurgitato. In quel momento non capisco più niente, sono come in trans. Sono come impazzita. Non riesco a fermarmi. Mi detesto, mi disgusto. Provo vergogna per me stessa. Solo dopo, quando mi imbottisco di lassativi, o vomito, o digiuno per giorni, riprendo il controllo e mi sento meglio. E giuro a me stessa che non lo farò mai più, ma poi quell’impulso ritorna e io non riesco a vincerlo. Non so dire come sia iniziato tutto questo. La forte pressione all’università, lontana da casa, dalla mia famiglia. Il voler essere all’altezza, il non voler deludere nessuno.  Il voler essere sempre perfetta, impeccabile. La quantità di cibo che divoro è direttamente proporzionale alla paura di fallire. E allora mi concedo alla leggerezza, all’eccitazione, allo sfogo, alla rabbia, al bisogno di controllo, al disgusto.

Sono Ginevra. E queste sono le mie due vite. A volte credo nella donna sicura di sé e di successo che ho dentro, ma poi conosco anche la mia natura oscura, quella che nascondo agli altri, ad ogni costo, perché mi piace apparire perfetta.

La bulimia nervosa è uno dei più comuni disturbi alimentari, caratterizzato da alternanza di abbuffate fuori controllo e restrizione alimentare. È un circolo vizioso che si auto perpetua di preoccupazione per il peso e le forme corporee, dieta ferrea, abbuffate e meccanismi di compenso (esercizio fisico, vomito autoindotto, digiuno, uso di lassativi e/o diuretici).

Come funziona? Le crisi bulimiche avvengono in solitudine e in segreto. Si ingerisce una grande quantità di cibo, spesso in poco tempo, fino a che non ci si sente così pieni da star male. Si ha la sensazione di perdere il controllo e non riuscire a fermarsi. A seguito dell’abbuffata si ricorre a inappropriati comportamenti compensatori per prevenire l’incremento ponderale e volendo quindi neutralizzare gli effetti della crisi. Il rapporto col cibo perde la comune accezione di forma di nutrimento e diviene carico di rabbia, di sensi di colpa, di aggressività e di frustrazione.

Perché parlarne? La diagnosi di bulimia è in genere più difficoltosa rispetto a quella di anoressia nervosa, perché i sintomi sono più facilmente mimetizzabili e il soggetto spesso rimane in normopeso o con qualche chilo in più o in meno.

La bulimia nervosa è un male che ben si nasconde dentro le persone. Donne, e molto più spesso anche ragazzi, che conducono una doppia vita: quella perfetta dove l’apparenza di normalità nasconde la parte più oscura.

Giordana De Anna

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