Sono forse io il custode di mio fratello? – Intervista ad una assistente sociale

Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), dal 1 gennaio 2016 ad oggi, sono sbarcate 230.226 persone tra Grecia ed Italia. 2.890 sono coloro che hanno perso la vita nell’attraversamento del Mar Mediterraneo1.
Uomini e donne che hanno deciso di rischiare la loro vita e quel che è peggio, quella dei loro figli, in cerca di un po’ di pace, di dignità. Famiglie che si accollano debiti inimmaginabili per permettere ai propri cari di tentare di raggiungere un luogo della terra non dilaniato da guerre o sopraffatto da terrore e violenze continue e di ogni sorta.
Chi sono questi migranti? Cosa vivono e sopportano nel cercare di raggiungere i paesi del Mediterraneo?
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di verità abbiamo incontrato Cristina, 26 anni, lavora come assistente sociale in un centro di accoglienza nella provincia di Treviso. Lei, ogni giorno, opera a diretto contatto con decine, anzi centinaia, di persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso che rischiare la morte per sé e per i propri cari, probabilmente, non può essere peggiore di quello che subiscono nei loro paesi o delle condizioni in cui sono costretti a vivere nelle loro città, case, famiglie.

Nel Centro di accoglienza dove lavori di che sesso e nazionalità sono i profughi?

La maggior parte dei richiedenti asilo sono uomini, tra i 20 e i 30 anni. Ci sono anche donne, ma in numero minore. Alcune donne spesso sono accompagnate dai mariti, altre, giovanissime, arrivano sole. Ancora meno, ma comunque presenti, sono i bambini che spesso nascono durante il viaggio o giungono nei centri di accoglienza da piccolissimi.
Nel centro dove lavoro la maggior parte delle persone proviene dall’Africa Sub Sahariana, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Mali… Ci sono anche persone originarie dell’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Come sono approdati in Italia, quanto dura e quanto costa in media un viaggio per raggiungere il nostro Paese?

Non c’è una regola precisa per la durata e il costo del viaggio. In base ai paesi di provenienza è possibile individuare due tipologie di “viaggio”. Per le persone provenienti dall’Africa subsahariana il primo pezzo del tragitto è differente in base alla città di partenza, però, ad un certo punto del viaggio tutti convergono in Libia e raggiungono l’Italia via mare.
Le persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh viaggiano via terra; le tappe obbligate sono Turchia e Grecia, poi il tragitto può diversificarsi, raggiungono il nostro Paese passando per Ungheria e Austria.
Per quanto riguarda i tempi vi sono molte differenze in base al progetto migratorio di ogni persona, variano da 1 mese a 4-5 anni. Relativamente alla durata del viaggio influiscono, oltre che il progetto di ognuno, variabili quali il denaro, i trafficanti, la situazione libica…
Anche per il costo non c’è un “prezzo fisso”, ad esempio si può pagare il viaggio in partenza, oppure tappa per tappa trovando dei lavori occasionali lungo la strada. Dalle storie ascoltate in questi mesi in linea di massima il viaggio è molto costoso, basti pensare che una famiglia si indebita per mandare uno solo dei figli alla ricerca di una vita migliore.

Probabilmente sono tutte persone consapevoli dell’alta possibilità di perdere la vita durante il viaggio, perché decidono comunque di rischiare? Quali storie ci sono dietro ad una tale decisione?

Ogni persona ha una storia, una motivazione e un progetto migratorio diversi. Anche persone provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città scappano per motivi diversi. Il fattore determinante non sono solo le guerre, le violenze che vivono e sopportano, non sono solo il frutto di lotte armate; possono esserci motivazioni familiari, capita spesso che i ragazzi non siano accettati dalla famiglia di origine o dalla comunità per aver scelto una religione diversa, per l’orientamento sessuale o per altre scelte contrastanti con la realtà in cui vivono ed essere vittime di continue ed estenuanti vessazioni. Altri magari vengono da zone di continui scontri tra fazioni politiche o parti religiose, altri ancora cercano la libertà. Spesso la loro idea iniziale non è quella di raggiungere l’Italia però durante il percorso è facile finire nelle mani dei trafficanti e il loro viaggio continua secondo rotte non frutto di proprie scelte, ma obbligate.

Quanto è difficile ascoltare questi racconti di grande sofferenza? Ad un certo punto ci si può “abituare”?

Ci si può abituare a sentire nominare i diversi Paesi attraversati, nell’ordine di percorrenza; è bello scoprire che ad un certo punto della strada qualcuno di loro trova una “persona buona” che li aiuta a proseguire senza voler nulla in cambio… però i vissuti che li portano a fuggire, ciò che sono costretti a vivere/subire durante il viaggio è purtroppo nuovo ogni volta e quando a raccontartelo sono una ragazza o un ragazzo, magari della tua stessa età che cercano di salvare la loro vita e se possibile anche un po’ di dignità, come si può parlare di abitudine…

La stampa riporta spesso lamentele dei richiedenti asilo relativamente alle strutture in cui sono accolti, al cibo, mancanza di televisione, ecc. Sembra impossibile che dopo tutto quello che hanno passato siano scontenti di quello che ricevono.

Appena sento i ragazzi lamentarsi anche a me viene da pensare e a volte glielo faccio notare che con tutto quello che hanno passato i loro problemi dovrebbero essere altri e sarebbe il caso che si lamentassero per altro. Però, se ci penso, io e noi tutti ci lamentiamo quotidianamente per molto meno, per il traffico, per il cellulare scarico e per mille altri futili motivi.
Quindi, credo che queste lamentele che comunque a volte sono anche veritiere, possano essere lette in due modi. Penso che se una persona con il loro vissuto si sta lamentando di una cosa (sia anche superflua per me in questo momento) significa che anche per soli cinque secondi ha pensato ad altro rispetto a ciò che magari ha passato in Libia o in Afghanistan… e quanti di noi riuscirebbero a farlo dopo aver subito anche solo la metà di ciò che è toccato loro?
Poi, ritengo che sia doveroso restituire un po’ della dignità perduta con una buona e attenta accoglienza (sicuramente non fatta solo di buon cibo e televisore in camera).

Cos’è il tanto discusso pocket money erogato giornalmente ai richiedenti asilo e come funziona?

Il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo è di 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro) che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza.

Molto spesso i nostri connazionali che versano in stato di indigenza riferiscono e lamentano di essere trattati dallo Stato peggio dei profughi…

Probabilmente hanno ragione, ma lo Stato continua a fare per loro ciò che faceva anni fa, prima di questa emergenza. Credo che il sistema dei servizi andrebbe ripensato in base alle nuove esigenze della popolazione indipendentemente da ciò che lo Stato fa o meno per i richiedenti asilo.

Se facciamo una passeggiata nelle nostre città, spesso incontriamo migranti con cellulari ultimo modello ecc…

Non sempre sono persone che scappano da povertà o miseria, ci sono tanti giovani laureati, di buona famiglia e con un lavoro che però sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per motivi politici, di razza, religiosi… e quindi il cellulare per loro non è un bene di lusso. Poi, ci sono anche persone che fuggono dai loro Paesi per motivi economici, di estrema povertà: loro non arrivano con un cellulare, però è tra le prime cose che acquistano in quanto è l’unica modalità per mettersi in contatto con la famiglia o gli amici. Anche solo per dire loro dove si trovano e che sono vivi.

 

L’ultima domanda non la rivolgo a Cristina ma la cito dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda: la storia vera del viaggio di Enaiatollah Akbari, un bambino afghano di dieci anni la cui madre, per proteggerlo dai talebani che perseguitano la famiglia e minacciano di ucciderlo, decide di farlo fuggire dal suo Paese.
Lo scrittore, intervistando il giovane, si rivolge a lui chiedendo: «Come si fa a cambiare vita così, Enaiat?
Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura per sempre»2.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. www.data.unhcr.org
2. Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini e Castoldi, Milano 2013, pp. 72-73.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Identikit del crimine (mediaticamente) perfetto

<p>Close up crime scene investigation police boundary tape</p>

Di recente è stata emessa la sentenza in primo grado del processo contro Massimo Bossetti, accusato di omicidio. Al di là del significato specifico dell’evento di cui si è parlato anche troppo e che qui non ci interessa discutere, esso mi ha portato naturalmente a riflettere su l’interessante rapporto tra mezzi d’informazione, cronaca nera e pubblico. Siamo partiti dal caso Bossetti perché, come tutti i crimini che suscitano per anni interesse mediatico, ha un valore rappresentativo ed emblematico. Trovo un fatto curioso che certi fatti di cronaca emergono prepotenti su altri fino ad entrare nell’immaginario comune, il quale, in un certo senso, li ha eletti. Non penso si possa attribuire ciò alla scelta completamente arbitraria dei giornalisti, sembra anzi sottesa una logica molto simile alla dialettica domanda/offerta che anima il libero mercato. Esistono cioè delle dinamiche e delle situazioni che favoriscono il successo mediatico di certi crimini su altri. Vediamole insieme.

Regola N.1: Il crimine deve essere spregevole e infame, la persona mediocre.
Se l’identikit del criminale è quello – banalmente – di un criminale, l’interesse non supera al massimo un paio di giorni. Se esso invece combacia con quello del vicino di casa, così normale e anonimo che tutti abbiamo, allora nessuno è al sicuro. La paura è però filtrata e sopportabile: ci fa venire i brividi, ma da lontano.

Regola N.2: Un colpevole deve esserci, ma non subito.
Se l’assassino viene colto in flagrante, si costituisce o simili, i media non hanno più novità da centellinare, niente retroscena, rivelazioni improbabili, testimoni dell’ultima ora e mitomani dilaganti. Di conseguenza l’interesse scema. Se al contrario l’assassino si tarda a trovare e infine il crimine irrisolto, lo scandalo per l’inefficienza delle forze dell’ordine viene oscurato dall’assenza di novità. Il pubblico si annoia.

Regola N.3: Uno sfondo ideologico ha valore fondamentale a fini mediatici.
I simboli hanno il potere di rendere un fatto di cronaca qualsiasi qualcosa di metastorico, il cui significato resiste in un certo senso al consumo dello spettacolo. Essi mantengono forte presa sulla nostra immaginazione, e hanno il potere di appassionarci molto più dei meri fatti. Su episodi dal forte quoziente ideologico la classe politica si sentirà in dovere di esprimersi, e il popolo dovrà a sua volta intervenire e schierarsi in base a quanto indicato dai politici. In questo caso la ruota dello spettacolo si mantiene in moto da sé.

Regola N.4: Tempismo.
Anche Jack lo Squartatore sarebbe stato eclissato da una vittoria ai mondiali di calcio. Il crimine mediaticamente perfetto avviene nei caldi pomeriggi di agosto.

Regola N. 5: Il fattore X.
Poiché questo tipo di informazione si fonda sull’appeal mediatico che il fatto suscita, non tutto si riesce a spiegare razionalmente. Alcuni elementi riposano sul fondo oscuro dell’immaginario comune: alcuni tratti fisici, alcune situazioni – variabili per latitudine e contesto storico – colpiscono e perturbano oltre quanto riesce facilmente spiegabile, risultando così l’ingrediente segreto della ricetta qui brevemente abbozzata.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

La paura che corrode

In ogni giorno di festa, quando mettiamo piede fuori casa in mezzo alla gente, stiamo iniziando a sentire una sensazione diversa. Ci assale una sorta di agorafobia negli spazi aperti, una paura sociale quando siamo con gli altri, in autobus, passeggiando attraverso una piazza gremita di gente. Pensiamo che possa accadere il peggio, che i fatti di cronaca più terribili possano in quell’istante coinvolgere la nostra città, la nostra vita. Ci guardiamo attorno, attendiamo un’esplosione infernale, cerchiamo di capire da dove potrebbe arrivare e pensiamo a come fuggire…

Invece non accade nulla, continuiamo a fare la passeggiata che ci eravamo programmati, senza però goderci neanche quel giro in santa pace.

L’esplosione non c’è stata e la nostra vita è ancora al sicuro, ma cosa è successo dentro di noi?

Un’esplosione in realtà l’abbiamo subita, siamo stati dilaniati da un ordigno diverso, silenzioso. Un’arma di distruzione di massa ecologica – perché non rovina l’ambiente – ma provoca danni insanabili se lasciata agire costantemente.

Una bomba di paura, terrore, inquietudine e ansia ha pervaso tutto il nostro corpo. Gli effetti sono devastanti. La paura è una emozione che deriva dalla percezione di un pericolo, reale o supposto: non serve cioè che il pericolo ci sia davvero, ma basta che noi ne percepiamo la possibilità. È un’emozione primaria, governata prevalentemente dall’istinto, non possiamo disinnescarla nemmeno con la forza della ragione, con il pensiero della nostra sicurezza.

Ma il terrore che ci ha pervaso non scompare dopo l’esplosione, rimangono radiazioni e conseguenze su tutto il corpo. Le principali reazioni corporee alla paura possono riguardare infatti l’intensificazione delle funzioni fisico/cognitive e l’aumento del livello di attenzione, del costante stato di vigilanza che ci porta stress, tensione, desiderio di fuga. Diventiamo delle belve intente a proteggere il nostro territorio, la nostra incolumità da un nemico che non esiste ma di cui abbiamo paura.

Mentre passeggiamo con lo sguardo sospettoso, il sistema nervoso simpatico (responsabile delle reazioni in caso di emergenza) è più che mai attivo: aumenta il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la quantità di glucosio per i muscoli che devono contrarsi per l’attacco o la fuga. Anche se effettivamente non stiamo registrando alcuna informazione paurosa, perché stiamo soltanto facendo shopping, il nostro pensiero terrorizzato innesca l’amigdala, che prende il comando delle nostre reazioni, inibendo le parti del cervello responsabili del pensiero.

Come fermare allora questa concatenazione dannosa di eventi? Se rimaniamo immersi in uno stato di paura, anche quando l’oggetto della paura non c’è, entriamo nella cosiddetta ansia anticipatoria. Ma se anche questo stato d’animo rimane insensato, perché continua ad anticipare qualcosa che non accade, come liberarsene?

Sostituendo.

Dobbiamo sostituire ogni pensiero di paura con un pensiero di speranza, ricostruzione, positività, anche nel dolore di quello che succede. Se non lo faremo, il nostro cervello rimarrà “marcato”, perché accumula ricordi di eventi che ci hanno impaurito, proprio per metterci al riparo da nuovi eventuali pericoli. Ogni volta che cammineremo per strada, non staremo più godendo dell’euforia della giornata, ma innescheremo inconsapevolmente una valanga di reazioni dannose: il battito cardiaco aumenta, i muscoli si contraggono, le pupille si dilatano e il respiro si fa più profondo e rapido.

Il cervello non distingue un pensiero ipotetico da un reale bisogno di fuga o attacco in una situazione di pericolo. Per lui anche il solo pensiero che possa succedere una cosa diventa allarmante e stravolge il nostro equilibrio. Per calmarlo non possiamo fare altro che immergerci in pensieri diversi, forzarci di pensare ad aspetti positivi e propositivi.

Usciamo di casa a testa alta, per goderci un’altra giornata di sole e per schiacciare ogni pensiero di terrore con il nostro benessere.

 

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

[T] ERRORE

Terrorismo: una guerra che ha come obiettivo la psiche umana e collettiva, laddove la realtà percepita non è quella reale.

Attentati terroristici, bombardamenti, raid: queste sono le parole che accompagnano i titoli dei nostri quotidiani. Il fenomeno del terrorismo non è un’emergenza, ma un dato di realtà. Combatterlo è un dovere, restando consapevoli dell’impossibilità di un suo completo sradicamento. Oggi ci riferiamo soprattutto al terrorismo di matrice islamica. Tuttavia, oltre ad essere sbagliato, è pericoloso convogliare le forme di sedizione su una religione.
Siamo di fronte ad un’islamizzazione della radicalità e non ad una radicalizzazione dell’Islam. I simpatizzanti dello Stato Islamico sono coloro che necessitano di un’ideologia che possa sostenere la loro ribellione.

Il terrorismo è un fenomeno in crescita. Sono circa 35.000 i morti nel 2015, ma non è un numero assai cospicuo. Si pensi, per esempio, che le morti causate da incidenti domestici sono ben superiori (250.000 decessi all’anno)1.

Inoltre, da un punto di vista economico, i danni diretti sono valutati intorno ai 55 miliardi di dollari, tuttavia, se pensiamo ai trilioni di dollari in circolazione nel mondo sono cifre quasi ininfluenti.

Eppure, lo spirito del terrore è al centro del nostro mondo, in particolar modo quello mediatico, diventando una patologia comunicativa. Appare, così, più drammatico di quanto esso sia in realtà. È più rilevante quello che si riesce a far dire ai media del nemico rispetto a quello che si proferisce attraverso i propri. Le parole sono importanti. Esse creano un’immagine mentale che si sedimenta dentro la psiche. Occorre incitare la propria folla, ma l’obiettivo finale è quello di suscitare nelle persone del campo avversario delle emozioni negative.
Inoltre, come ci ricorda Noam Chomsky «sfruttare l’emozione è una tecnica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, di conseguenza, il senso critico dell’individuo».

L’obiettivo dell’assoggettamento della mente all’ansia, alla paura, all’impotenza ha un impatto più intenso rispetto al danno diretto causato da un attacco.
La percezione del rischio e la paura diventano gli indicatori di come le persone rispondono alle minacce terroristiche. Esse sono chiamate ad una risposta, la quale esige un mutamento cognitivo e comportamentale per reagire allo stress.
Le emozioni che ne derivano sono molte, così come le risposte comportamentali. L’impulso a fuggire da una situazione percepita come pericolosa è una risposta coerente e fisiologica, ma talvolta queste risposte si attivano anche in assenza di un’effettiva minaccia incombente. La paura causata da una sproporzionata percezione del pericolo influenza i comportamenti delle persone, sia come singoli che come folla, portando a decisioni inadeguate ed irrazionali.
La domanda alla quale è opportuno rispondere è: “Rischio reale o presunto?”
La consapevolezza della realtà circostante diventa la nostra arma di difesa e rievocando le parole di Lucio Caracciolo «il terrorismo non deve cambiare le nostre vite

Jessica Genova

NOTE:
1 http://www.epicentro.iss.it/ Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica. A cura del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute.

FIDUCIA COME CURA DELLA PAURA

Il nostro mondo è stato sconvolto dalla crisi economica che ha avuto inizio nel 2008, una crisi che è ben presto diventata anche una crisi valoriale, il panorama dei fenomeni che disgregano la comunità è radicalmente cambiato. I mezzi di comunicazione ci informano ogni giorno che se da un lato gli omicidi e le grandi rapine sembrano in diminuzione dall’altro si registra un aumento dei furti, scippi e altre aggressioni di relativa scarsa entità, che provocano però malessere e diffidenza diffusi. Se l’avvenimento doloso, come ad esempio un furto in appartamento, colpisce qualcuno di distante si riesce con facilità a relativizzare, ma quando riguarda noi ci investe profondamente, quando lo scippo viene perpetrato nel nostro quartiere, quando colpisce la nostra vicina di casa o un nostro parente ci sentiamo coinvolti in prima persona e ci spinge all’attivazione di misure difensive molto spesso sproporzionate rispetto alla minaccia. Pur essendomi sempre ritenuto molto di sinistra, molto incline a dare fiducia al prossimo e tendenzialmente restio a farmi prendere dai pregiudizi quando uno sconosciuto un po’ trasandato, magari anche di colore, mi si avvicina alla stazione ferroviaria mi metto già sulla difensiva, è qualcosa di istintivo che provo a mitigare con la razionalità, ma che mi vede comunque chiuso rispetto all’altro o prevenuto. Tutte le volte che qualche persona mi si avvicina magari con un aspetto un po’ trascurato devo fare appello a tutta la mia razionalità per provare ad analizzare la situazione, eppure nel passato quando mi è capitato davvero di essere stato rapinato o minacciato da qualche balordo ho sempre pensato che si trattasse di una eccezione, che in realtà gli esseri umani sono fatti per aiutare gli altri e non per danneggiarli.

Bisognerebbe pensare alla dimensione educativa delle persone a cui siamo stati sottoposti tutti fin dall’inizio della nostra vita, soprattutto nell’ambiente familiare. Che cosa insegniamo ai bambini circa i rapporti con il mondo esterno? A fidarsi di tutti o a non fidarsi di nessuno? O a fidarsi solo di chi si conosce? Quante volte vi hanno detto di non accettare caramelle dagli “sconosciuti”? L’educazione ci insegna a diffidare degli “sconosciuti”. Perché abbiamo così paura di correre il rischio di essere delusi pur di sperimentare nuovi rapporti?

Ogni tanto faccio una passeggiata in un parco vicino a casa, mi godo qualche pomeriggio di sole fumando una sigaretta su una panchina e osservando le persone che passano, tra la moltitudine di persone in cui ci si imbatte ci sono ovviamente anche genitori con bambini. Di recente ho assistito a una scena molto significativa. La scena vede protagonista un bambino piccolo, forse di tre anni, che corre intorno a una fontana stringendo con fierezza un robot colorato, sotto gli occhi attenti di una giovane madre seduta su una panchina poco distante dalla mia. Il bambino a un certo punto si orienta verso i giochi per bambini diretto alla scaletta di uno scivolo, nella sua corsa abbandona il giocattolo a terra poco distante dalla madre. Questa, messasi subito in allarme poiché aveva avvistato l’avvicinarsi guardingo di un altro bambino, avvisa immediatamente il figlio della minaccia “Giulio, guarda che così te lo rubano!”. Mi ha fatto pena Giulio, così piccolo e già così gravato dalle incombenze della proprietà. Un finale triste per questa scena. Quanto sarebbe stato bello se la mamma di Giulio avesse lasciato l’altro bambino godere del giocattolo e fosse intervenuta solo se Giulio avesse mostrato il desiderio di riappropriarsene? Ancora meglio: quanto sarebbe stato bello che la mamma di Giulio avesse incoraggiato il bambino a condividere il robot giocattolo con il nuovo amichetto? Quanto sarebbe stato bello sentirle pronunciare non un monito, ma un bel “Perché non giocate insieme?”.

La fine della società intesa come comunità di pari inizia il suo declino quando il primo uomo pronunciò: Questo è mio! L’inizio della comunità e l’avvento del capitalismo

Friedrich Engels

Da Aristotele a Engels, ma anche recenti studi psicologici ci indicano che i comportamenti altruistici sono sostanzialmente innati, come del resto la natura cooperativa degli esseri umani. Sono iscritti nel nostro DNA e tale indole compare in età molto precoce.

L’uomo è un animale sociale

Aristotele

Ciò non esclude che possano esistere altri comportamenti di tipo egoistico di natura innata che rispondono al bisogno di autoconservazione, di autoaffermazione e di possesso. Si tratta di due facce della stessa medaglia che costituiscono anche la massima contraddizione degli esseri umani tra ego riferimento e bisogno dell’altro, degli altri. Nel binomio tra Fiducia e Paura è racchiusa tutta la complessità della natura umana e dal loro equilibrio dipenderà il nostro star bene al mondo. Entrambi gli aspetti vengono plasmati dall’educazione. Per quanto riguarda la Fiducia e quindi l’altruismo se alcuni circuiti non vengono attivati in certi momenti critici c’è il rischio che si atrofizzino e che le persone restino imprigionate nell’isolamento dettato dall’ego riferimento. Per la paura e l’egoismo l’educazione dovrà incaricarsi di mettere in atto strategie che limitino l’attivazione di reazioni irrazionali o sproporzionate. Che fatica la Fiducia! Ma ne vale la pena, perché una vita all’insegna dalla Paura e dove prevale la diffidenza forse non vale nemmeno la pena di essere vissuta e può dirsi vivere davvero?

Matteo Montagner

Uscire di casa solo con noi stessi

Non vi è mai una sola volta in cui io riesca a varcare in modo deciso il portone di casa mia. Vi capita mai? Io proprio non ci riesco. Non è il mio forte la sicurezza, la decisione nel fare le cose. A chi mi sta leggendo devo anche confessare che persino queste parole di questo breve testo provengono dalla stessa fonte di insicurezza, dal mio fare lento e macchinoso, a tratti contemplativo, forse per guadagnare un po’ di tempo. Anche questo ennesimo punto conclude una frase e mi fa pensare a cosa scrivere, quasi come a tenermi a metà strada, proprio lì nell’uscio della mia abitazione. Ora voi vi chiederete come io possa aver pensato di catturare il vostro interesse con una partenza del genere e con un tale atteggiamento. Alle persone, in genere, non piace esser tenute così in sospeso, rimanere a galla tra le interminabili esitazioni dei propri interlocutori, si perde appunto l’interesse e l’attenzione per quello che magari voleva essere un argomento valido. È così che muoiono molte conversazioni, seppellite in un abisso di occasioni mai realizzate, mai sbocciate ed espresse, dunque perdute.

C’è da pensarci tanto, da riflettere sulle infinite “dynamis”, ossia possibilità, le stesse che perdiamo attimo dopo attimo, in uno scorrere inesorabile. Noi comunque abbiamo poco tempo, ci siamo lavati e vestiti per andare al lavoro o a scuola, o semplicemente per uscire con gli amici. Svago o no, siamo tutti ancora immobili su quell’uscio, facendo fluire e scivolar via tutti quegli istanti che sono pronti a diventare passato, sono pronti a perdersi e noi acconsentiamo a perderli a nostra volta. Che fare? Continuiamo a temporeggiare con la paura e l’ansia in corpo, mille preoccupazioni ed indecisioni che non ci fanno abbandonare il quartier generale , dove tutto è a nostra disposizione e nessuno può coglierci impreparati. Fosse per noi staremmo lì dentro per sempre, protetti e a nostro agio nella maniera più completa, accontentati dalle mura della nostra casa d’atarassia. Sarebbe bello, lo farebbero tutti, ci sarebbero milioni di prenotazioni per tale lusso. Saprete meglio di me, però, che tutto ciò è pura utopia, non vale neanche il pensiero, non dovrebbe nemmeno ritagliarsi quello spazio tra l’ansia e le preoccupazioni, poiché non risulta essere altro che l’astuta vendita di una mera illusione, forte del fatto d’esser più piacevole ed allettante del turbamento di cui siamo in realtà vittime.

Ma torniamo a pensare alla nostra situazione che intanto si è portata avanti, stiamo per chiudere la porta di casa ma il tempo è comunque passato, si sono precluse alcune delle strade che quella mattina da noi condivisa ci aveva offerto. Non siamo ancora sicuri, e preferiamo rinunciare ad altre possibilità per pensare a cosa ci dovrebbe servire una volta usciti. Se prima stavamo pensando in modo più esistenziale volgendo l’attenzione su noi stessi, ora siamo giunti al momento della materialità, da noi ritenuta essenziale. Proprio qui ci perdiamo in un bicchier d’acqua ed evidenziamo i nostri limiti. Stiamo perdendo l’autobus ormai, poiché sganciati dalla vita, che ci ha fatti schiavi attraverso la materia che è essa stessa a possedere noi. L’esistenziale che ci blocca in quel preciso momento, alla fine, ci riduce a questa condizione di pochezza nei confronti di noi stessi, andando a ritenere essenziali degli indumenti che essenziali non sono, facendoci credere di dover portare fin troppe cose appresso, facendoci credere di essere qualcosa in più. In tal maniera siamo più forniti, siamo sagome più imponenti, più preparati per affrontare il mondo pronto a colpirci. Pure convinzioni che a mio parere non sono così determinanti, almeno non in questa forma. Lo dico perché forse vi è un modo più semplice e meno travagliato per poter chiudere quella porta senza particolari pensieri, non credete? Certo che lo credete anche voi, cari lettori che poco avete da imparare da me e dalla mia insicurezza, davvero poco o nulla.

Forse per voi valeva solo la pena seguire questa mia contemplazione, questo mio aspetto malato che mi fa temporeggiare pure adesso, mettendo in luce il problema e dandone un possibile principio di cura. Anche la vostra lettura di queste mie parole può esser stata in un qualche modo catartica, o utile per una breve riflessione sul quotidiano, in altre parole potrebbe non essere stata soltanto una perdita di tempo, potrebbe non essere l’ennesima esitazione a vuoto, bensì la promessa da parte di tutti d’essere un po’ più sicuri davanti alla vita e di non aver paura di chiudere quelle porte dietro di noi, accettando di poter uscire con anche solo noi stessi.

Alvise Gasparini

 

All’essere speciale che mi ha fatto conoscere la vulnerabilità

Nonno mi ha fatto esplorare la vita, facendomi sentire speciale ogni giorno.

Nonno mi portava in panificio su un Ciao bianco e voleva che mi tenessi stretta ai suoi fianchi fragili affinché potessi sentirmi protetta, anche se ero io a volerlo proteggere da tutta quella sofferenza che l’avrebbe risucchiato e che stava logorando piano piano il suo fisico, le sue emozioni, così come stava spegnendo la sua voglia di prendersi cura dell’orto di casa e di giocare a carte, raccontarmi une storia e seguirmi da una piscina all’altra, ogni settimana.

Nonno mi ha fatto conoscere e toccare con mano il corpo sterile e freddo della morte, quel respiro sussurrato quando il cuore non ce la faceva davvero più, le mani gelide e giallognole, gli occhi incavati di una persona che, a suo malgrado, ha appeso l’armatura della vita al muro perché era diventato tutto troppo faticoso, troppo doloroso. Come i suoi respiri, quei respiri pesanti che talvolta diventavano sospiri senza più alcuna traccia di speranza, sospiri di non-desiderio, sospiri di un lasciatemi-andare.

È con nonno che ho imparato a conoscere la più profonda delicatezza del corpo umano, quella vulnerabilità che, come sostiene Habermas, costituisce “l’estrema fragilità della condizione umana”. Una fragilità che si descrive attraverso il corpo, ma che si inscrive al contempo nella dimensione più profonda del nostro essere-al-mondo.

La vulnerabilità incrementa in noi il timore rispetto a quei pericoli che potrebbero sconvolgere e mettere in pericolo le nostre vite. Pericoli imprevedibili, eppure così vicini. Talvolta silenziosi.

A tutto ciò è possibile tuttavia contrapporre il sublime, descritto bene dal filosofo Emmanuel Kant[1] come quell’esperienza che proviamo di fronte a degli avvenimenti naturali molto violenti ed intensi ad esempio, “frane, il frantumarsi delle pareti rocciose, la minaccia dei temporali, i vulcani in tutta la loro potenza devastatrice, gli uragani cui segue la desolazione, l’immenso oceano nel suo furore, le cascate di un fiume etc.”, in seguito ai quali dovremmo sentirci perduti, impauriti.

Al contrario, nella nostra piccolezza, fragilità e finitudine, siamo coscienti dell’esistenza di una realtà esperibile unicamente sul piano emotivo, in quanto rivolta ad una realtà altra, superiore.

Una tale descrizione, paradossalmente, invece di far nascere in noi il sentimento di paura e di smarrimento, incrementa una sorta di superiorità, di dominio sulla natura, nonostante la forza inarrestabile di questi episodi[2].Infatti, a tale proposito, Kant sostiene che, rispetto a questi accadimenti, “ci sentiamo protetti”: tale esperienza del sublime, che ha origine dalle diverse manifestazioni dalla natura, contribuisce ad alimentare in noi una sensazione di sicurezza, quasi di controllo rispetto a ciò che è più grande di noi e che potrebbe perfino distruggerci.

La vulnerabilità umana, invece, ci intimorisce poiché ci costituisce profondamente dall’interno. Una vulnerabilità che annienta, se non accettata.

Ed è per proteggersi da essa che usufruiamo della corazza dell’autonomia e dell’iper-controllo, così come quella del distacco emotivo e dell’isolamento, permettendo a ciascuno di sentirsi al sicuro rispetto ai rischi del lasciarsi andare a quelle crepe che, inevitabilmente, ci apparterranno sempre. Una vulnerabilità dunque non sempre accolta, abbracciata. Piuttosto, una vulnerabilità ostile, negata.

Fin tanto che la vulnerabilità continuerà a sembrarci una dimensione a noi lontana, quasi straniera, un orizzonte inesistente, sarà la paura a incrementare e a costituire quella salda barriera tra noi e noi, tra noi e il mondo, separandoci da esso, allontanandoci da quella verità che vogliamo a tutti i costi nascondere e che solo all’interno di noi possiamo far risorgere, trasformandola in un punto di forza.

La pretesa di essere indistruttibili segna il terreno della paura. La paura delle ferite. Delle debolezze. Delle fragilità. Del vuoto e delle perdite.

La paura può paralizzare, bloccare la parola. Ma può anche dare la possibilità di raccogliere le risorse interiori necessarie per reagire, per non subire passivamente la vita.

La paura, dunque, «tantôt elle nous donne des ailes aux talons, tantôt elle nous cloue les pieds et les entrave[3] » (« tanto ci da delle ali ai talloni, tanto inchioda i piedi a terra e li ostacola »), scrisse Michel de Montaigne nei suoi Essais.

Quando il nonno ci lasciò, conobbi al contempo la vulnerabilità e la paura.

Entrambe, tuttavia, liberatrici perché attraverso di esse ho iniziato a capire che cosa significa esplorarsi e conoscersi. Osservare dall’alto quelle contraddizioni che però rendono ognuno speciale e unico. Accompaganta dalla mia vulnerabilità e dalla mia paura.

La vulnerabilità, in quanto manifestazione di quel segreto che mi porto dentro, e la paura, in quanto emozione che mi ha dato quelle ali ai piedi, indispensabili per esprimere ogni giorno la libertà di essere me stessa, abbandonando la corazza, contemplando quel sublime in cui un giorno vorrei trovare una casa.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

NOTE

[1] KANT E., Critique de la faculté de juger, trad. fr. A Philonenko, Paris, Virin, 1989.

[2] GALLIE M., “Vulnérabilité”, p. 1440, in M. MARZANO (dir)Dictionnaire de la violence, PUF, 2011, p. 1546.

[3] MONTAIGNE. M., Les essais, “De la Peur”, p. 214,tanto Paris, FOLIO Classique, Editions Gallimard, 2009.

Violenza: il coraggio di ritornare a vivere

Sono cresciuta nell’illusione che lo sbagliato fosse giusto, che il male fosse il bene. Sono stata cresciuta a cereali e ipocrisia, a latte e menzogne. Sono stata educata ai mille sotterfugi, alle mezze verità, all’amore per profitto, alla comodità…sono stata cresciuta da persone per le quali una bella maglia possedeva più valore di un bell’animo.
Ognuno di noi, o quasi, avrà da raccontare qualcosa di celato, quel “non dirlo a nessuno”, quello scheletro che non riesce più a restare nell’armadio.
Mi sono sempre piaciute le metafore, i paragoni, potevo immaginare la mia realtà “come se…” E forse il mio vivere in un mondo parallelo mi ha salvata: sono stata io o qualcos’altro a salvarmi? Ancora oggi non lo capisco.

“In un mondo altamente improbabile, ciò che è altamente improbabile, è probabile quanto ogni altra cosa.”

Si creano meccanismi di difesa, il mio è questo: ho creato centinaia di mondi paralleli, ho vissuto con i ragazzi della 56esima strada, ho ascoltato Jack frusciante, per poi farmi cullare dalla Niebla di Unamuno. Ho percorso centinaia di chilometri attraverso i parchi del Trinity College con Wilde, ho vissuto la maestosità della solitudine con Rilke.
Questo sognare mi ha dato la forza di costruire le mie ali, copiando Icaro, ma con la consapevolezza di un Sole in grado di scioglierle. Ho atteso, sorriso, acconsentito, ho messo in un cassetto me stessa, ho custodito la sensibilità e la forza lontano da fonti di odio, debolezza, rancore e malattia dell’animo, perché, troppo spaventata dall’oggi, sono stata lungimirante e ho corso a perdi fiato fino al domani.

Nel varcare la soglia con l’ultima sacca di fortuna contenente gli ultimi calzini, ho rivissuto tutto ciò che mi ha condotta a quel passo, a quell’ ultimo gradino; a quel l’addio, addio alle mura background di mille viaggi, ai ricordi del nonno, alle mie mattine con la mamma, alla saga del “Padrino” vista mille volte con papà, a quel cantare a squarciagola con mia sorella, due spazzole in mano e io e lei come Emma e la Halliwell.
Quei pochi attimi di felicità, li ho lasciati, insieme alla paura, all’insicurezza, alla poca autostima, al sentirmi un fallimento, a sentirmi il più grande errore dei miei genitori, ho lasciato il bene e il male di un ventennio irrorato da lacrime, nutrito di sentimenti talmente bassi da non poter essere nemmeno afferrati, perché troppo viscidi per esser colti.

Un mese.

Il primo mese di VITA.
La mia casa, la mia luce del mattino, il mio addormentarmi senza paure, il mio piangere dalla felicità perché posso girare la chiave nella toppa e trovare solo la mia Brooki, che mi aspetta per amarmi.

E non ho mai respirato davvero, non fino ad oggi.

Non abbiate paura, non fatevi schiacciare, fate sì che ogni goccia di sudore nasca sulla vostra fronte per una motivazione in grado di darvi la gioia della vita.

Coloro che dicono che non importa quanto sia lungo il cammino, ma come lo si intraprende, non possono essere più in fallo.
Importa eccome quanto sarà lunga la sofferenza, quanto l’animo dovrà subire, quanta forza si dovrà aver per rialzarsi ogni singola volta che vorranno la tua caduta, importa ma nulla varrà di più di tutto ciò che vi aspetterà dopo, quando riuscirete a varcare la soglia.

L’inferno è il paradiso esistono, sono qui e ora, il punto di partenza non è mai una scelta, ma l’arrivo (e la salita è appena iniziata) è una decisione che solo noi possiamo prendere.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Ombre della città

Il 17 ottobre mi hanno invitata ad una manifestazione e nonostante solitamente io sia tragicamente incline a farmi vincere dalla pigrizia e dire di no, questa volta ci sono andata. Si trattava di un evento chiamato “La notte dei senza dimora”, aveva luogo in piazza dei Signori a Treviso e si articolava in un pomeriggio di attività varie di sensibilizzazione sul tema, con cena spartana tutti insieme alle sette e poi corteo a piedi fino ad un nuovo dormitorio inaugurato quella sera stessa per ospitare profughi e soprattutto senzatetto.

Alla tv sento spesso nominarli “clochard”, secondo la recente e ben nota tendenza a trovare un nome più carino e meno diretto per definire qualcosa di poco bello, come se si dovesse tenerlo nascosto. Senti dire “clochard” e non ci pensi; senti dire “senzatetto” o “senza fissa dimora” e invece la parola ti entra dentro.

Sono stata attratta in particolare dall’idea di ascoltare delle storie –in particolare delle storie per me del tutto nuove. Pensavo che avrei saputo tenere a bada la mia ipersensibilità, e invece diverse lacrime sono scese silenziosamente copiose.

“Voglio solo ricordare Paolo, quarantaquattro anni, abbiamo diviso la stessa camera. Si è buttato nel fiume”.

Lacrime.

In piazza quella sera di senzatetto non ce n’erano e devo ammettere che questa cosa non la capivo. Che cosa li ha trattenuti? Vergogna? Sfiducia? E’ vero, tra una settimana questa notte sarà scivolata via su Treviso e sul mondo e ci sarà qualche altro problema al centro dell’attenzione, e anche lui ci occuperà tutto il cuore e l’animo per il lasso di tempo che gli verrà assegnato. Non credo che il mio sia cinismo, è solo la realtà dei fatti: non ti possono rimanere dentro tutti i problemi del mondo, anche perché i problemi prosciugano la nostra forza vitale e quando sono troppi non possiamo andare avanti.

Oltretutto, io non li posso capire. Nessuno li può capire, come nessuno può davvero capire qualcosa se non ci ha a che fare in prima persona –cioè non puoi conoscere il sapore di quello schifo se non ce l’hai nella tua propria bocca.

“I cerotti, brava!”, mi ha detto la volontaria sbirciando dentro la mia busta di articoli per l’igiene personale. La mia amica mi aveva detto che li avrebbero raccolti e quindi mi ero preparata; in quel momento non ho saputo evitare un sorriso compiaciuto, il che è ridicolo se pensiamo a quanto tempo avevo impiegato al supermercato a scegliere il bagnoschiuma all’olio di Argan piuttosto che quello muschio e frutti di bosco. Nel frattempo la ragazza ha aggiunto il contenuto della mia busta ad uno scatolone posato a terra e questa volta sono stata io a sbirciare: non c’era traccia di cerotti. Inizialmente ho pensato di essere stata quella che aveva trascurato la funzionalità un po’ meno degli altri, ma poi ho realizzato che in realtà nessuno di noi aveva capito del tutto che cosa era necessario portare, né lo sappiamo ora.

So che è difficile da credere, ma a finire per strada basta pochissimo: un divorzio, un’impresa che fallisce. Un momento sei quello che esce dal negozio con i pacchetti precisi e ordinati e quello dopo sei l’ombra che sta davanti alla vetrina e che si ricorda ancora troppo bene quella sensazione leggera e noncurante. All’improvviso sei quello che riceve lo shampoo per i capelli da uno scatolone, e dentro ce l’ha messo il tizio chissà chi da chissà dove che evidentemente poteva farne a meno. Adesso guardo quelle figure ed ho in testa una domanda nuova: a che cosa pensano mentre guardano noi? Noi, quelli ancora salvi, quelli ancora allegramente inconsapevolmente fortunati. Su di noi hanno il vantaggio di conoscere entrambe le storie, però noi, forse, abbiamo troppa paura di ascoltarle.

Dopo la cena è partito il corteo: nulla a che fare con gli scioperi dei sindacati, solo un piccolo capannello di persone diverse, con sentimenti compresi nel cuore e delle candeline in mano. James Matthew Barry in Peter Pan scrive che i lumini sono gli occhi che una mamma lascia nella camera dei figli per vegliare su di loro; lasciare quelle piccole candele nel buio quasi fitto della città, osservarle passandoci vicino, era come se invece stessimo promettendo loro di essere noi a vegliare sul loro ricordo, su quello che erano. Ombre nella città, non visti, oppure scansati. Lo faccio anche io: scanso sistematicamente ogni singolo mendicante –perché del resto com’è che si sceglie? Come ci si fida?

Adesso so che c’è una soluzione plausibile: fidarsi delle associazioni che lavorano con loro. Perché tutte quelle persone che avevo intorno a me… loro ci tenevano davvero. Ci tengono sempre, non solo quella sera –io, da parte mia, spero di tenerci un pochino di più ogniqualvolta mi capita di pensarci.

Nell’ultimo anno in Italia sono morti 196 senzatetto: per assideramento, mancanza di cure mediche, suicidio (cioè disperazione). Tutti noi portavamo in mano le candeline ma anche dei pezzi di cartone strappati da scatoloni di vario genere: sopra ciascuno ci avevamo scritto un pensiero per ognuna di quelle 196 persone ed oltre a ciò il nome, l’età, la provenienza –un piccolo ritratto fatto di parole. C’erano anche molte donne –è strano, quando pensiamo ai senzatetto non ci vengono spesso in mente delle donne; e poi giovani insieme ai vecchi, venticinquenni con cinquantaduenni, italiani con romeni e tunisini. La differenza tra me e loro era semplicemente che la donna bendata aveva dato troppo a me e poco a loro. L’unica differenza, solo un mero dato del caso.

Almeno finora.

Giorgia Favero

[immagine tratta da Google Immagini]

“Per la forza di una parola”

Un giorno di agosto, per nulla soleggiato e nemmeno caldo, sono andata sul monte Grappa e ci ho trovato una grande scultura.

La sono andata a cercare perché avevo visto un cartello che indicava un monumento alla resistenza partigiana; così, svoltando l’ennesimo tornante, l’avevo vista in lontananza. Ho parcheggiato la macchina e le sono andata incontro, l’ho studiata passo dopo passo cercando di capire che cosa rappresentasse; prima era piccolina davanti al suo sfondo erboso, la potevo tenere tra due dita, ma dopo pochi minuti mi sovrastava. Era nera e informe, come se un’improvvisa vampata di intenso calore avesse squagliato la matericità del bronzo. La prima cosa che sono riuscita a distinguere mentre mi avvicinavo erano due gambe e due braccia, che avevano delle mani contratte e protese verso il cielo.

Le ho girato attorno come un avvoltoio attento: la seconda cosa che ho visto è stata un ventre svuotato e la terza un volto, il cui profilo era rivolto verso l’alto e ben delineato contro il cielo, ma non aveva lineamenti definiti ed il suo occhio non era altro che un buco: il vuoto lo faceva sembrare spalancato. Ho notato poi che le mani erano strette da lembi di corda nera, come se una volta fossero legate tra di loro e si fossero liberate. Insomma, ho capito perché i partigiani.

Ma poi ho continuato a girare ed ho incrociato due lastre di pietra con due iscrizioni. La prima, incastonata nella roccia vicino ad una oscura apertura nella montagna, diceva così: “A ricordo dei sette partigiani bruciati vivi in questa galleria da lanciafiamme degli oppressori nazifascisti” e poi una data, quasi nascosta, 22-09-1944. Il mio corpo è stato immediatamente attraversato da quel brivido spontaneo, quello di una mente che prova ad immaginare che cosa si può provare a morire arsi vivi, sentirsi la pelle che si squaglia e il cervello saturo di dolore che ti sembra sul punto di esplodere. Una morte atroce che non si merita nessuno.

Poi ho letto anche l’altra lastra, di marmo questa, dai contorni precisi rettangolari ed accompagnata da fiori rossi e bianchi, rose circondate da un nastro tricolore.

“E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà”

Dopo anni di esperienze e di continue riflessioni su di esse sono giunta alla conclusione che sono una persona sensibile; in certi casi, enormemente sensibile. Il tema della guerra è uno di quelli che incontra invariabilmente la mia pena ogni volta che lo sento, che sia declinato in un film o in un libro di storia. Non so se credo veramente nel Paradiso ma credo nel fatto che, in qualche modo, se rivolgi un pensiero ai morti loro ti sentono; perciò, ogni monumento ai caduti delle guerre mi provoca un infinito senso di pietà e di commozione. Forse perché mi saltano subito in mente quei versi di De André, quelli che raccontano del soldato Piero mentre se ne va al fronte senza capire perché ci sta andando.

Ci sono anche altre storie che mi piacciono –cioè, che mi fanno male ma che adoro. Di una ho già accennato qualcosa, quella di Enjolras e dei suoi compagni ne Les Misérables che programmano un moto rivoluzionario per liberare la Francia dalla monarchia di un re non meno spietato –o, piuttosto, noncurante di Luigi XVI¹; un’altra storia potrebbe essere quella di Aléxandros Panagulis, che in tempi più recenti e nella realtà degli eventi ha organizzato un attentato contro la dittatura dei colonnelli che dal 1967 ha stretto la Grecia in un regime privo anche del ricordo democrazia, e quindi anche di una totale mancanza del coraggio di lottare per essa –tranne lui².

Oppure la storia di quest’uomo. Non c’era una firma, né un indizio che facesse capire che quelle parole fossero state effettivamente proferite da qualcuno di quei sette partigiani, ma nella mia testa era chiaro che fossero state proferite da lui, dalla statua. Lui era lì, aveva effettivamente il corpo liquefatto, e la causa di ciò evidentemente era veramente il fuoco; l’occhio era sempre lì, spalancato, azzurro in mezzo alla faccia annerita perché dietro c’era il cielo; le mani erano protese verso l’alto, si era liberato e le tendeva verso la luce benefica del sole che, per uno straordinario caso fortuito, a quell’ora del giorno e in quella stagione sembrava proprio lì, a portata di mano. Fissava la luce e non gridava, perché le labbra, come se mormorassero un’ultima parola, erano appena schiuse su quel volto senza lineamenti, tanto che lui potrebbe essere chiunque. Chiunque abbia trovato la volontà di combattere per la forza di una sola parola.

Libertà. Oggi forse ne abusiamo tanto che ne abbiamo perso il significato –soprattutto noi del fortunello mondo occidentale, anche se pure noi a ben vedere ne siamo privati, a volte senza saperlo, perché siamo uomini, e tutti noi possiamo essere a vari livelli gli schiavisti di qualcun altro.

Morire per la forza di una parola a volte mi appare incredibilmente bello, poetico, a volte persino giusto. La mia vita mi sembra minuscola in confronto a queste storie e continuo a chiedermi se anche io farei lo stesso –intendo, lottare strenuamente per qualcosa, non necessariamente morire, no, quella è la peggiore delle ipotesi ma nel caso la si abbraccia perché un uomo può morire ma l’ideale no. Mi chiedo se sono un’idealista di fatto e non solo d’intenzioni. Mi sento minuscola perché mi pare che quelle storie siano tanto grandi da leggere e a vedersi, ma a viverle io non ce la farei, io sono troppo fragile. Senza dubbio l’ho deciso io di essere fragile perché è una scusa migliore che ammettere di essere troppo pigra per combattere per i miei ideali –troppo pigra o troppo paurosa, o forse, aiuto!, forse non ci credo poi così tanto. Non so uscire da questa impasse, non so se sono davvero così (pigra, paurosa o bugiarda) o se ancora non ho trovato quella parola che fa scattare il click –perché tutto sommato ogni persona probabilmente ha una propria parola. Io non sono Malala, je ne suis pas Charlie, e probabilmente non saprei urlare “Vi faccio vedere come muore un italiano”; però mi auguro di mantenere sempre la stessa dignità, ogni giorno della mia esistenza, e mi auguro di avere il loro coraggio se un giorno la mia vita dovesse così oscuramente capovolgersi. Intanto penso alla statua: lui sapeva tutto, e non aveva dubbio alcuno. E’ morto, ma si è salvato dal tribunale di se stesso.

Giorgia Favero

 

Note:

Nella foto: Augusto Murer, Monumento al partigiano sul Monte Grappa, 1974 [Immagine tratta da Google]

Da una ricerca successiva, ho scoperto che l’incisione sulla lastra di marmo è un frammento di una poesia di Paul Éluard, Libertà, scritta nel 1942 quando anche lui partecipò alla resistenza nel suo paese, la Francia.

  1. Victor Hugo, Les Misérables, 1862.
  2. La sua storia l’ho conosciuta tramite il romanzo Un uomo di Oriana Fallaci (1979). In Italia sono stati pubblicati anche due suoi libri di poesie, Vi scrivo da un carcere in Grecia (1974) e Altri seguiranno (ristampa 1990).