De profundis

Cold be hand and heart and bone,
and cold be sleep under stone:
never more to wake on stony bed
till the Sun fails and the Moon is dead.
In the black wind the stars shall die,
and still on gold here let them lie,
till the Dark Lord lifts up his hand
over dead sea and withered land.

Un tale uomo, un tale giorno, chino s’una versione intitolata Suicidio di Sofonisba, ci propose la seguente osservazione: “Ho notato che la maggior parte degli autori latini parla solo di morte”.
Un’intuizione correttamente beffarda.
Non volendo tuttavia, per antica abitudine, dare ragione gratuita al mio interlocutore, rispondemmo: “Cosa intendi dire?”.
“Beh… si parla sempre di guerra, di battaglie, di assedi… di morti insomma”.
Ritornando a casa, le parole del nostro collocutore ci tuonavano nel cervello come un rombo di corno, e ci facevano male alle tempie. Sprofondati nell’oscurità delle nostre notti avare di sonno, ci chiedemmo: “Cos’è la morte?” La fine, ovviamente. “E la vita, invece?” − questa risposta c’apparve meno scontata.

L’umana esistenza non è una linea retta (io credo sia una semiretta, ma non pretendo che qualcuno pensi come me, come in generale non tollero che qualcuno m’imponga di pensare com’egli fa), e su questo si può essere d’accordo.
Ora, con una certa dose di approssimazione, possiamo affermare che essa è un segmento, dotato d’un estremo minimo (la nascita) e d’uno massimo (il trapasso): nel mezzo, la variabile cortina di pioggia del tempo.
Se quest’analisi è corretta, cioè se l’esistenza non è che una parentesi diacronica, come potremmo non affermare che ciò che chiamiamo vita è, in realtà, la morte? O, più correttamente, l’attesa d’essa – cioè l’agonia?

Da secoli gli uomini, almeno nelle lingue occidentali (la lingua è l’articolazione compiuta del pensiero: senza teoresi non c’è lingua, né viceversa) distinguono agonia (dal greco ἀγωνία, “sfida, sforzo”, a sua volta da ἀγών, gara – per estensione “gara contro la morte”) e decesso (dal latino dēcēdo, “ritirarsi”, a sua volta da cēdo, “andare via, sparire” – per traslato “sparire dalla vita”).
Quando diciamo, riferendoci a un malato: “È in agonia”, non intendiamo forse dire ch’egli si trova in articulo mortis, ma, di fatto, ancora non-è morto? E quando qualcuno manca improvvisamente, non diciamo: “Almeno ha avuto un’agonia breve”?
Ora, se l’agonia è l’insieme dei momenti che precedono il trapasso, perché non allargare i confini di questo conchiuso fascio di tempo (che, per autoassolutoria consuetudine, releghiamo all’interno d’una durata di, al massimo, qualche giorno) oltre i suoi limiti tradizionali e consolatori? Perché non ammettere che l’agonia (in quanto attesa certa, perché siamo certi che, tardi o tosto, moriremo) dura in realtà quanto l’intera vita?
Ci spaventa, forse, confessare a noi stessi che stiamo vivendo un’anticamera del trapasso, estesa quanto la sommatoria algebrica d’ogni istante di questo nostro tempo sulla Terra?
Non lo facciamo, perché il pensare alla vita come a un’attesa del decesso ci avvicina troppo alla verità dell’imprevedibile. Manca, dunque, il coraggio della consapevolezza.

Ed è proprio qui che sta il muro della cognizione: nella paura di morire.
Emanuele Severino una volta disse, vado a memoria, che la morte non deve farci paura, perché non esiste, e tuttavia la temiamo – nonostante la verità dell’essere (?!) – perché la confondiamo con il dolore dell’agonia.
Non perderò un solo secondo a commentare il dogma severiniano (absit iniuria verbis), ma la sua citazione m’è utile per notare, piuttosto, che se davvero la paura l’associamo al dolore, allora proprio nell’accettazione della condizione agonica della quotidianità, risiede la salvezza.
Sì!, perché se accettassimo che proprio la vita è il dolore, e che in null’altro consiste il dolore se non nella Leben-an-sich-und-für-sich, e che né l’una né l’altro sono eterni, allora ecco che la paura di morire svanirebbe o, addirittura, si trasformerebbe in speranza (ma non parlerò qui di quest’ipotesi).

Io credo profondamente nella verità dell’agonia.
La sperimento ogni giorno, ogni istante. E, proprio per questo, non rimpiango di vivere. Ogni tanto soffro meno, quando prendo qualcuna delle mie droghe preferite (a ognuno la sua: il calcio, uno strumento musicale, un hobby), ogni tanto soffro di più, generalmente quando avverto il tempo come pungolo nelle carni, e non più come concetto-lato.
Ed è per questo m’è impossibile essere ottimista.
Un ottimista, infatti, crede che un domani ci sarà, sempre e comunque.
E io non lo credo.
E tuttavia, per la stessa verità, non posso neppure dirmi pessimista.
Un pessimista, infatti, pensa che un domani non sorgerà, in ogni caso.
Io, invece, non lo escludo.
Io sono un banale possibilista.
Perché non so se un domani verrà. So tuttavia che, se verrà, sarà un’agonia, come la notte d’inverno che arriva senza una stella.
Così, d’altronde, è oggi; così è stato ieri; cosi furon i secoli d’ogni era, sin dall’istante in cui, quel lontano giorno, scendemmo dall’albero.

De profundis clamavi!

 

David Casagrande

 

[L’immagine di copertina riporta un’opera di Caspar David Friedrich; tratta da Google Immagini]

 

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Bruxelles, un anno dopo (ormai già due)

Questo pezzo è stato scritto nel giorno del primo anniversario degli attacchi terroristici del 22 marzo 2016 all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maalbeek.

 

Oggi è il 22 marzo 2017. Primo anniversario degli attacchi terroristici all’aeroporto Zaventem di Bruxelles e alla metropolitana di Maalbeek. A marzo 2016, Bruxelles era già una città militarizzata: dopo gli attacchi di Parigi di novembre 2015, era emerso che la cellula di terroristi veniva da Bruxelles, dal quartiere di Molenbeek. Da lì era partita la ricerca serrata di Salah Abdeslam, che ci aveva imposto una settimana di città blindata.

Questa mattina, ad un anno di distanza, camminando verso il lavoro ho ripercorso mentalmente quella giornata. L’ho fatto una infinità di volte nell’ultimo anno, stile Sliding Doors, ma oggi aveva un sapore diverso. La mattina del 22 marzo 2016 mi ero svegliata più tardi del solito: alle 8.30 ero ancora a casa ed ascoltavo il telegiornale. La giornalista parla di un esplosione all’aeroporto di Zaventem. Non si sapeva ancora a cosa fosse dovuta, la notizia era troppo fresca. Inutile giungere a conclusioni troppo affrettate.
Esco di casa. Anche se penso che forse non sia una buona idea prendere la metro, almeno finché non si ha la certezza del motivo dell’esplosione all’aeroporto, mi faccio convincere dal fatto che se ci fosse stato alcun pericolo, l’avrebbero chiusa. Quando la metro arriva a Schuman, una fermata prima di Maalbeek e tre prima del mio ufficio, il mio telefono si spegne, scarico. Le porte rimangono aperte per pochi secondi, ma la quantità di pensieri che passa per la mia testa è notevole. Non volevo prendere la metro dal principio, c’è stata un esplosione di cui ancora non sappiamo nulla, sono senza telefono e se qualcosa mai dovesse succedere non posso nemmeno comunicare. Così in qualche secondo decido di scendere.
Guardo le persone che lascio dentro e quelle che salgono: mi chiedo perché nessuno pensa che salire in metro non sia una buona idea e mi rispondo che mi sto facendo prendere dalla paura. Inizio a camminare verso Maalbeek: la strada che porta al mio ufficio è una lunga strada trafficata e dritta, sulla quale si trovano le stazioni metro successive.

È difficile calcolare le tempistiche quando si tratta di secondi di scarto, ma saranno circa le 9:10 quando passo davanti all’entrata di Maalbeek. La bomba esploderà alle 9:11. Non appena supero Maalbeek inizio a vedere ambulanze e macchine della polizia venirmi incontro e penso che stiano andando all’aeroporto. Continuo a camminare. Ripensandoci a posteriori, mi chiedo come mai non mi sia mai girata. Se mi fossi girata avrei visto, e la mia mattina sarebbe stata differente. Alla fermata dopo, Art-Loi, vedo la gente che esce urlando, correndo e piangendo. Penso che sia un’evacuazione precauzionale, forse un pacco sospetto. Il militare di pattuglia alla stazione urla qualcosa e indica alla gente di correre e allontanarsi. A quel punto inizio a correre anche io. Non so quanto forte sia l’esplosione di una bomba, ma se stanno evacuando di certo è meglio andarsene il più velocemente possibile. In quei momenti, esattamente come durante i sette giorni di ricerca serrata di Salah, ti senti totalmente vulnerabile, nuda, sai che stai scappando da qualcosa, contro cui nessuno può proteggerti, nemmeno un militare con un mitra. In ufficio, eravamo solo in tre, nessuno ancora sapeva della metro, così spiego cosa ho visto e nel frattempo le notizie iniziano ad emergere. I miei colleghi sembrano più scioccati di me, qualcuno piange, anche loro erano passati per Maalbeek, come ogni giorno. Per tutto il giorno, penso che quella era sicuramente la mia metro: solo qualche giorno dopo scoprirò dalle foto diffuse del vagone che non lo era. Non mi sono salvata; non ne sarei uscita in ogni caso con ferite fisiche.
Eppure ci sono andata così vicino che non sono rimasta totalmente immune dalla giornata. Nei giorni successivi, mi sembra di non riuscire a realizzare bene cosa sia successo. Per i mesi successivi accuserò un generale senso di vuoto e insofferenza, ma senza realmente fare un collegamento con gli attacchi: in fondo non ho vissuto né visto molto e penso piuttosto allo stress del lavoro. Solo dall’incontro con una psicoterapeuta predisposta dalla compagnia per tutti i dipendenti, realizzo che non era altro che la conseguenza di quella mattinata. A partire da questo momento, sarà poi molto più semplice dare il giusto peso a quelle sensazioni.
Ho capito così il vero significato della resilienza1 e come anche da un’esperienza traumatica si può trarre qualcosa di positivo: mai come in questi attimi, una persona è sola, nuda a fare i conti con il proprio essere. Un’occasione rara, per essere onesti con se stessi: nessuno ti chiede il permesso, una mattina ti svegli, e ti ci ritrovi lì, dove starai per i mesi successivi, volente o nolente. Tanto vale saperla sfruttare una tale opportunità.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. F. Capano, La resilienza uno strumento contro il terrorismo, La Chiave di Sophia

[Photo credit: Geert Vanden Wijngaert / AP]

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La resilienza: uno strumento contro il terrorismo

Dopo un attacco terroristico si parla spesso di resilienza. La resilienza (ing., resilience) indica la capacità delle persone di superare un evento traumatico e continuare la propria vita, adattandosi alle nuove circostanze. Il concetto di resilienza è chiamato in causa da alcuni esperti di terrorismo, secondo cui preparare la popolazione civile ad essere resiliente, rimanere compatta e non cedere alla paura non è solo un concetto nobile, ma uno dei migliori strumenti nella lotta al terrorismo1. Una lotta con un margine di errore intrinseco, perché garantire la sicurezza al 100% di fronte alla minaccia terroristica è impossibile.

Pur non essendo stati preparati da alcun corso sulla resilienza, ad oggi siamo in molti in Europa ad aver provato sulla nostra pelle che cosa significhi essere resilienti in seguito ad un attacco terroristico. Al concerto di Manchester di Ariana Grande, tornata sul palco solo una decina di giorni dopo l’attacco del 22 maggio, si sono presentati in 50,000: 50,000 persone che, nonostante la paura e con il pensiero che il terrorismo colpisce, ma non si sa né quando né dove, hanno dimostrato la resilienza di una città intera.

Anche la resilienza di Bruxelles è stata messa a dura prova tra il 2015 e il 2016. A seguito degli attentati di Parigi, la capitale Europea, considerata la base degli attentatori, è stata costretta ad un rigido lockdown2: per una settimana ha vissuto in una situazione surreale, con sistemi di trasporto chiusi, eventi sociali annullati e militari in assetto da guerra ad ogni angolo della città; l’unico modo per proteggere la popolazione pareva essere quello di far stare le persone a casa (ma lontano dalle finestre!)3. Non è facile dimostrare la propria resilienza quando le occasioni di socialità vengono ridotte al minimo indispensabile. Una strategia che si rivela ben presto non sostenibile. Non appena le autorità lo permettono, Bruxelles torna a vivere esattamente come prima, nonostante il pericolo non fosse diminuito: Salah Abdeslam, la mente degli attacchi di Parigi, era ancora super ricercato in tutta Europa, e in particolare a Bruxelles. I militari in assetto da guerra rimanevano e rimangono tutt’oggi a vigilare ogni obiettivo sensibile4. A riprova che il pericolo era latente, gli attacchi che pochi giorni dopo la cattura di Salah colpiscono l’aeroporto di Bruxelles Zaventem e la fermata metro di Maalbeek. Nessun lockdown questa volta: ognuno si misura con il proprio grado di resilienza, senza costrizioni.

La resilienza è una caratteristica naturale dell’essere umano: va però ottimizzata. Alla luce dei continui attacchi in Europa, la strategia della resilienza dovrebbe trovare più spazio nella comunicazione delle autorità con i cittadini. Essere resilienti non significa solo continuare le proprie attività quotidiane nonostante il pericolo: significa anche non cedere al panico e all’allarmismo. Nel periodo storico in cui viviamo, il pericolo esiste perché alla luce della natura della minaccia, la sicurezza totale non può essere garantita neanche dal migliore dei servizi segreti. Con questo presupposto, una persona educata alla resilienza contiene meglio la paura: a sua volta evita di contribuire alla sensazione di insicurezza, alimentata invece dal volume di notizie che ci bombardano ininterrottamente. Infatti, comunicare ossessivamente informazioni non necessarie su certi accadimenti contribuisce alla diffusione del panico (spesso anche a portata di click) e non favorisce un atteggiamento resiliente.

All’indomani degli attacchi di Bruxelles, una psicoterapeuta specializzata nell’aiutare vittime a superare lo stress post-traumatico, suggeriva, per esempio, di non ascoltare né leggere notiziari a meno che non comunicassero effettivamente notizie aggiuntive rispetto a quelle comunicate in precedenza. Ascoltare molte volte la stessa notizia ingigantisce la sensazione di insicurezza, senza veramente comunicare alcuna informazione: evitandolo, invece, si aiuta ad arginare l’allarmismo, sia a livello individuale che di comunità.

La resilienza va spiegata ed insegnata ai cittadini: molti stati europei hanno infatti un livello di minaccia terroristica significativo. Essere resilienti non significa minimizzare il pericolo, piuttosto adottare un atteggiamento razionale.

Le misure di sicurezza aggiuntive, i continui falsi allarmi bomba che interrompono le attività giornaliere e richiedono evacuazioni, i pacchi sospetti abbandonati e fatti brillare per sicurezza, i militari con armi pesanti a vista in strade, aeroporti, stazioni, metropolitane, palestre, hotel, centri commerciali, non aiutano di certo a placare la sensazione di insicurezza, e possibilmente la aggravano. Tuttavia, una preparazione adeguata della popolazione permette la razionalizzazione di queste misure in quanto parte di un determinato contesto conosciuto (quello della minaccia esistente) ed evita inutili allarmismi.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Psychological Resilience to Terrorism.
2. Il lockdown è definito come una situazione d’isolamento e blocco, in cui le normali attività e gli spostamenti sono ridotti al minimo o vietati.
3. Più volte durante il lockdown della città le autorità chiedevano ai cittadini di allontanarsi dalle finestre in aree in cui era in corso un’operazione antiterrorismo.
4. Non era inusuale, per esempio, andare in palestra e trovare militari con le loro armi pesanti passeggiare tra le persone che si allenavano.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Un inevitabile atto di generosità: Schopenhauer interpreta la morte

Che cosa accadrà al momento della morte, quando i nostri occhi si chiuderanno per sempre sugli spettacoli di questa vita? Precipiteremo in uno stato di ottenebramento assoluto, nel quale non vedremo né sentiremo più nulla? Oppure accederemo all’aldilà, magari dopo essere fuoriusciti dal nostro corpo e aver contemplato dall’alto il nostro cadavere, come testimoniano alcune near-death experiences? E se invece diventassimo degli spettri alla continua ricerca di vecchie e scricchiolanti dimore da infestare, come narrano certe paurose storie di fantasmi?

Sono, tutte queste, domande che tormentano l’uomo da millenni. Era inevitabile, dunque, che anche un grande filosofo come Schopenhauer si confrontasse con esse, e va riconosciuto che egli ha senz’altro le idee molto chiare su quali siano le conseguenze della morte per noi uomini. Secondo Schopenhauer, infatti, «la [nostra] coscienza si fonda prima di tutto sul­l’in­tel­­­let­­­to», e que­st’ul­timo è «evi­dentemente [una] funzione del cervello, […] che è nutrito, animato e continuamente vivificato dal cuore». Poste queste premesse, ne risulta inevitabilmente che, quando il corpo si disfa al momento della morte, della nostra coscienza individuale non rimane più nulla. Essendo que­st’ul­tima un prodotto del­­­l’at­­tività del corpo, essa non può infatti che cessare di esistere quando esso smette di funzionare. «Non c’è alcun dubbio», scrive Schopenhauer, «sul fatto che la coscienza svanisca con la morte, come d’altronde accade già durante il sonno o un semplice svenimento».

Sembra una conclusione sconsolante, ma Schopenhauer stesso afferma: «non perdiamoci d’ani­mo!». Anche se l’anima individuale non è immortale, resta infatti fermo che in ogni essere vivente vi è effettivamente qualcosa di eterno e immutabile, che pertanto non è travolto dalla morte. Per Schopenhauer, infatti, ogni ente di questo mondo è la manifestazione temporanea e “su piccola scala” di un Essere supremo che sta oltre il tempo e lo spazio, e che pertanto, a differenza delle varie forme di vita in cui si esprime e si incarna, non può essere né distrutto né intaccato da alcun tipo di trasformazione. Schopenhauer annota che «è possibile considerare ogni essere umano da due punti di vista opposti: da una parte, c’è l’in­di­vi­duo che ha un inizio e una fine nel tempo, e che trascorre fugacemente, […] con il suo pesante fardello di errori e di dolori; dal­l’al­tra c’è l’es­se­re originario indistruttibile che si oggettiva in ogni fenomeno esistente, e che in tale veste ha il diritto di dire, come la statua di Iside a Sais: “Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà”».

Non bisogna però fraintendere Schopenhauer su questo punto: l’“Essere eterno” che sta a fondamento dell’esistenza e che permane incorruttibile in una regione sicura posta al di sopra dello scorrere del tempo non è affatto il Dio delle religioni monoteistiche, ma qualcosa di completamente diverso: la suprema Volontà di vivere che anima tutta la Natura.

Per dimostrare l’esistenza di tale entità “metafisica” (cioè non appartenente all’orizzonte delle cose direttamente sperimentabili), Schopenhauer analizza quello che è il desiderio proprio di ogni essere vivente, cioè continuare a esistere per sempre. Ai singoli viventi, egli dice, va posta questa semplice domanda: «Chi grida: “Io, io, io voglio esistere”[?], Non […] solamente tu, ma tutto, assolutamente tutto ciò che ha anche solo un barlume di coscienza. Questo desiderio è [dunque] precisamente la parte di te che non è individuale, bensì comune a tutti, senza distinzione».

Il filosofo ne deduce che «ciò che reclama in modo così impetuoso l’esi­sten­za è, indirettamente, il singolo individuo; ma direttamente e realmente, è la Volontà di vivere, che in tutti gli esseri è una e sempre uguale a se stessa». Sulla base di questa consapevolezza, Schopenhauer, tornando a rivolgersi al singolo vivente, può allora dirgli: «se fossi in grado di conoscere fino in fondo la tua essenza, e di vedervi riflesso ciò che veramente sei, [scorgeresti questo:] la Volontà universale di vivere», di cui tutti gli esseri mondani sono solo epifenomeni limitati e temporanei.

Una volta che l’individuo ha cessato di esistere e ha perso coscienza di sé e del mondo, ciò che rimane di lui è appunto questo “torsolo” universale e impersonale, la Volontà di vivere, che subito si ricopre di nuova “polpa”, dando origine a qualche altro essere. È quindi tale Volontà, e non le varie coscienze in cui essa si incarna simultaneamente o in tempi diversi, a essere immortale.

Pur affermando che la coscienza è generata dall’attività del cervello, e pur sostenendo dunque che essa è destinata a condividere con il corpo a cui è connessa il destino di una morte definitiva, Schopenhauer può quindi comunque dichiarare che almeno questa dimensione dell’essere vivente – la Volontà di esistere – non va dispersa al momento del trapasso, dato che essa da un lato si conserva nelle forme di vita sopravvissute, e dall’altro viene trasmessa agli organismi che stanno incominciando a esistere.

Considerando il singolo essere vivente, la nascita appare come «una sorta di uscita dal nulla» e la morte come un «passaggio al nulla». Ma se «la morte si annuncia chiaramente come la fine dell’individuo», è anche vero che «in questo individuo è [pur sempre] presente il germe [indistruttibile] di un nuovo essere». Schopenhauer descrive così il processo di formazione di nuovi esseri a partire dalla morte dei precedenti: «ciò che muore svanisce; ma permane un seme, da cui sorge una nuova vita […]. [La morte] consiste [per l’appunto] nella disgregazione […] dell’individuo, […] [di cui] persiste, [sebbene in modo del tutto impersonale,] solo la sua volontà, la quale, sotto forma di un nuovo essere, riceve un nuovo intelletto. L’individuo si decompone quindi come un sale neutro, la cui base si combina in seguito con un altro acido per formare un nuovo sale».

Questo processo non va sottovalutato, perché significa che solo la morte degli organismi attualmente esistenti permette ad altri esseri viventi di nascere e prendere il loro posto. Schopenhauer infatti scrive che, a chi considera negativamente il fenomeno della morte, qualsiasi animale potrebbe replicare quanto segue: «Perché ti lamenti della caducità dei viventi? Come potrei esistere io, se tutti gli esseri della mia specie che mi hanno preceduto non fossero morti?». Da questo punto di vista, che è biologico, ma anche profondamente metafisico, appare che la morte è in qualche modo un involontario atto di generosità che i morenti attuano in favore di coloro che verranno dopo di loro. Essa non va dunque né temuta né debellata, se davvero desideriamo che la vita esplori nuove possibilità e prosegua, come è giusto, anche oltre il piccolo io di ognuno di noi.

 

Gianluca Venturini

 

Bibliografia:
1. Schopenhauer, Il nulla della vita, a cura di F. Chiossone, Il melangolo, Genova 2012

 

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I sentieri del corpo: storie oltre il sintomo

#15marzo2017 #fiocchettolilla
Oggi, 15 marzo 2017, è la giornata nazionale contro i disturbi alimentari. Simbolo nazionale di una lotta che molti di noi vivono tutti i giorni, il 15 marzo non vuole unicamente dare voce alla battaglia contro un sintomo. Il fiocchettolilla, infatti, è espressione di una sofferenza abbandonata nel silenzio, un dolore che si manifesta attraverso l’uso del nostro corpo.
Ho voluto ricordarlo attraverso un racconto poiché credo che la penna sia un mezzo efficace per sentirci accanto al nostro prossimo. Per accarezzare quelle solitudini che non trovano le parole per dare voce al loro malessere. Ma, soprattutto, per accarezzare quella solitudine che vive dentro di noi. Perché, in fondo, è solo cominciando da noi stessi che possiamo raggiungere l’altro.

“Niente torna. Quando inizio a scrivere, perdo il filo. Il pensiero si disfa e si sbriciola. E insieme al pensiero, anche quella parola cercata e che avrei voluto proferire. Rimango con la bocca asciutta, come se stessi rincorrendo qualcosa contro vento.
Forse qualcuno.
Lo sai, vero, che ti rincorrerò per sempre? Lo sai che ti cerco?

Non so esattamente come sia successo. Eri sempre con me, al mio fianco. Non ci siamo mai lasciate. Quando gli altri voltavano lo sguardo altrove, tu eri lì. E mi stringevi la mano.
E allora, cos’è accaduto? Perché ti ho perso? Perché te ne sei andata via?

Era una mattina grigia. Un foglio di nebbia copriva ogni cosa.
Nuotavo, una bracciata dopo l’altra. Tu dov’eri? Perché sei sparita? Mi avevi promesso che saresti rimasta lì, per sempre.
Eppure, mentre tutto si dissolveva, è iniziato il tuo silenzio. E quando piangevo, non c’era più nessuno dentro di me che mi sussurrava di essere forte.
Da quando te ne sei andata, io mi sento sola. Triste. Alcuni dicono che sono una ragazza depressa. Ma perché per gli altri è tutto così facile? Che gusto ci provano ad appiccicarti addosso delle etichette?
Depressa. Rimango in silenzio. Mentre sento quella parola rimbombare nella mia mente. Respingendo il mondo che sta fuori.
Dove sei finita piccolina? Dove ti posso ritrovare?
Ho iniziato a fare degli incubi. Spesso, ci sei tu. Accarezzi la mia guancia pallida. Baci la mia fronte gelida. Mentre mi lasci andare, distesa sul letto di una palude. Un po’ come Ophelia. Te la ricordi Ophelia, vero? E quel quadro di Millais che ti piaceva tanto? Te lo ricordi, vero?
Non mi hai mai spiegato perché lo adorassi..
Ma io, io perché non mi risveglio da questo incubo? Sono anch’io Ophelia?
Lei è così bella… io, invece, ho solo tanto freddo.

La sai una cosa? Attraversare quest’incubo mi ha permesso di ritrovarti.
Se ti scrivo è perché ho imparato ad ascoltarti. A fermarmi quando non riesco più a nuotare perché sono esausta. A scrivere seguendo la voce del desiderio e non quella del dovere. A mangiare, quando sento i crampi allo stomaco e una mela non è più sufficiente. Ad amare. Sì, lo so, è incredibile. Sto imparando ad amare senza l’angoscia di perderlo ogni giorno e senza la paura di non poter sopravvivere senza di lui.

Lo ricordo bene quell’inverno gelido. Un inverno freddo come tanti altri, dopotutto.
Io, però, sentivo quel clima rigido con più intensità.
Sentivo il gelo dentro.

A volte, lo percepisco di nuovo. Insieme ai ricordi e alla paura di precipitare nel vuoto.
Non è tutto finito. Anzi. Ho capito che l’unica cosa che posso fare è conviverci.
Una convivenza difficile. Spesso ancora conflittuale.
Oggi, però, ci sono delle pause di pace. Questo, grazie alla persona che mi ha aperto il cuore.
Un cuore che allora credevo fosse di ghiaccio.

Non sentivo più nulla. Solo la voce di un controllo che mi rassicurava e che mi sussurrava di dover resistere. Da sola. In completa autonomia. Senza di te.
Per questo te ne sei andata, non è vero?
L’altro era diventato il pericolo. Ci apriva davanti la paura dell’imprevedibile. Il disordine. L’incontrollabile. Preferivamo non sentire, non mangiare, non baciare. Non amare.

**********

Ci sono giorni in cui, malgrado l’amore che ho vicino, l’imprevedibile bussa alla porta e sento di nuovo la paura. E allora vado a scuola, poi a nuoto, un’ora di scrittura, incontri di lavoro. Ma ce la faccio a finire tutto in tempo, vero? Ritorno a scuola, tengo una lezione a casa, ricomincio a scrivere, invio un paio di mail, rispondo a quelle ricevute. Apro le lettere dalla Francia. Vivo in sospeso tra i due mondi per un attimo. Mi rimetto a scrivere. Ma perdo il filo. Il pensiero si è inceppato.
A differenza di un “prima”, però, in cui tutto mi sembrava possibile, il mio “ora” è tracciato dai confini del limite. Cercando di accettarmi e di rispettarmi anche quando le cose non vanno bene. Quando sbaglio. Oppure quando fallisco.
Anche se, quando fallisco, l’incubo ritorna…
Perché lo stai rifacendo? Perché ti senti così vuota? È così bello vederti sorridere…
Ora sono io che ti parlo. Ero sparita, ma sei riuscita a riacciuffarmi. Non mi perderai di nuovo, te lo prometto. Abbiamo lavorato così tanto insieme. Non sprechiamo tutta questa fatica!
Sento che hai paura. E la sai una cosa? Anche io ne ho. Tanta. Ogni giorno. Ma questa volta, sarà diverso. Se cadi tu, ti rialzo io.
Ci devi credere però. La primavera arriva. Arriva da dentro. La potrai respirare e assaporare. Il suo arrivo sarà imprevedibile.
Percepirai un cambiamento dal cuore.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

“Tomàs” siamo Noi. Incontro con Andrea Appetito

Tomàs è ogni persona che si imbatte in questo romanzo.
Invisibile, eppure onnipresente, la sua identità si dispiega grazie ai sette punti di vista che il racconto ci propone. Ciascuno si trasforma nell’artista del suo ritratto finale.
Sette personaggi e sette capitoli. Noi diventiamo l’ottava voce narrante di un racconto complesso, la cui tragicità mette a nudo la complessità dell’esistenza umana. Un’esistenza segnata da uno strappo, una perdita, un bisogno di riconoscimento e di amore.

È un romanzo travolgente quello scritto da Andrea Appetito e pubblicato con Effigie Edizioni. Tomàs ha incontrato la cittadinanza trevigiana venerdì 24 febbraio, presso la libreria Einaudi di Treviso.
Un pubblico caloroso, composto da ex studenti, colleghi, amici e non solo, ha accolto l’autore con una vera e propria festa di benvenuto. Una famiglia ritrovata. E in occasione di questa festa hanno partecipato i numerosi volti di Tomàs, volti disegnati dalla nostra interpretazione, dalle nostre storie di vita e dalle nostre emozioni.

Siamo immersi in un’anonima città sul mare, in cui Luka Stratos, visionario e autocrate ambizioso, vuole realizzare il suo progetto di dominio. Una politica di conquista, la sua, sorda rispetto ai bisogni, alle domande e ai desideri dei dominati. Un programma politico che si trasforma in una fede cui i più acconsentono, quasi inconsapevolmente. Quella che emerge è la stessa banalità del male di cui parla Hannah Arendt nel corso del processo a Eichmann. La stessa banalità che mette in crisi la nostra politica contemporanea.

Il bisogno di liberarsi da una struttura gerarchica subordinante è segnato da uno stile narrativo paratattico, interrotto, caratterizzato pertanto da preposizioni coordinate, sullo stesso piano.

Sullo sfondo, una profonda storia d’amore improvvisamente interrotta.

Leggere Tomàs significa infatti anche fare i conti con le contraddizioni di quell’amore che viviamo e di quell’amore che ricerchiamo.

Le storie d’amore che si intrecciano all’interno del romanzo sembrano essere segnate dall’impossibilità. L’impossibilità di sopravvive e l’impossibilità di un ritorno.

L’amore vissuto dai personaggi è patologico. Talvolta segnato dall’opportunismo. In ogni caso, costantemente vissuto nell’ombra. Il non-detto e l’assenza definiscono i legami della narrazione.

Ed è in ragione di questo non-detto che l’autore ci invita a riflettere. Perché c’è così tanta paura di dare voce al proprio pensiero? Che cosa risiede all’origine del nostro timore di esporci?

Certo, mettersi a nudo significa mettersi anche in gioco. L’esposizione diventa rischiosa nel momento esatto in cui ci opponiamo a un conformismo dominante. Il timore è quello dell’esclusione, dell’emarginazione sociale, del non-riconoscimento.

Come sosteneva Montaigne, infatti, la paura ci può tanto dare delle ali ai talloni, come inchiodarci i piedi al suolo, ostacolando l’espressione della nostra libertà.

Tomàs è anche questo. Un urlo di libertà. Un bisogno di dare liberamente forma alla propria identità ferita. La necessità di liberarsi da sovrastrutture. Una domanda di riconoscimento. Una domanda di riconoscimento che, talvolta, fatica ad avere una risposta.

Con questo libro, Andrea Appetito ci invita ad ascoltarci per ritrovare il Tomàs che ci portiamo dentro. Non un semplice romanzo, quindi. Queste pagine diventano un terreno fertile per l’ascolto, il dialogo e la riscoperta di sé.

Sara Roggi

[Immagine tratta da ilmessaggero.it]

Alla ricerca della perfezione: il doppio volto della corsa al successo

Se dovessi descrivere il mio rapporto col successo, mi salterebbe subito alla mente il perturbante freudiano: qualcosa che esercita un fascino irresistibile, simultaneamente a paura e repulsione. Questo perché la scalata verso la massima realizzazione e il riconoscimento sociale, seppure appaia una meta allettante, può risultare allo stesso tempo ansiogena – se non terrorizzante – per la prospettiva di un possibile fallimento.

Dopotutto, siamo una generazione cresciuta con la convinzione di poter raggiungere qualsiasi scopo grazie alla sola forza di volontà. Incoraggiati da genitori, favole televisive, uno stato di benessere diffuso e la consapevolezza di un forte stacco generazionale, uno solo è stato il mantra della nostra giovinezza: possiamo qualsiasi cosa, basta volerlo.

E se un problema ci si para davanti, osserva Miriam Goi in L’ossessione per il successo ci sta distruggendo?, ci sarà sempre una soluzione pronta all’uso per risolverlo in totale autonomia, dalle app per dimagrire ai libri per smettere di fumare, dai corsi per “inventarsi un lavoro da zero” ai gadget motivazionali (You have as many hours in a day as Beyoncé, recita uno slogan tanto incoraggiante quanto minaccioso). Il mantra si rivela così un’arma a doppio taglio, poiché non solo il trionfo ma anche l’insuccesso dipendono interamente e solamente da noi stessi: il fallimento è impietoso e si consuma in solitudine.

E così non importa quanto siamo stanchi, sottopagati, tristi, malati: il nostro profilo Instagram dovrà sempre e solo mostrare una versione perfetta della nostra vita, in una costante ansia da prestazione e rincorrendo desideri che non sappiamo neanche se definire genuini o indotti.

Forse è per questo che, specularmente a questo meccanismo, se ne instaura un altro, inconscio, difensivo, che disincentivando all’azione schiva il possibile fallimento: la procrastinazione. Come argomenta Oliver Bukerman (in L’ossessione per la perfezione ci fa rimandare le cose) la procrastinazione è solo paura mascherata, paura che deriva da standard troppo alti: se il progetto che abbiamo in mente (la carriera, una relazione amorosa, ristrutturare casa, ecc.) rischia di non essere perfetto, meglio rinunciare – anzi, rimandare. Perché l’eterno procrastinatore, ovvero l’eterno perfezionista, non può ammettere di voler rinunciare, può solo temporeggiare per non affrontare quello che teme di più al mondo: l’inadeguatezza rispetto alle aspettative (proprie e altrui). In una parola, la banalità.

Non siamo più figli di un platonismo che insegna innanzitutto ad accettare i limiti umani, assumendo che sia impossibile raggiungere la perfezione (esclusiva ultima del mondo delle idee), ma che tale perfezione sia piuttosto un modello per guidarci in un mondo ontologicamente imperfetto. Oggi, al contrario, se considerare la perfezione alla portata di tutti da un lato ci sprona a inseguire i nostri sogni più coraggiosi, dall’altro ci porta a colpevolizzarci per i nostri limiti, ossessionarci fino alla psicosi, mentire a noi stessi per proteggerci. Ci hanno insegnato ad essere ottimisti, fino a non saper gestire le sconfitte. Mentre è proprio il pessimismo l’unica soluzione: il partire dal presupposto che le cose potrebbero, non sicuramente ma con una certa probabilità, andare male, ci aiuta ad accettare la possibilità del fallimento come parte del processo, a porci una meta con una approssimazione meno precisa, a ritagliarci un margine di errore. E ci permette di buttarci, come quando da bambini ci buttavamo a giocare senza paura di sbucciarci le ginocchia (perché tanto sì, ce le sbucceremo).

Rinunciare al mito della perfezione per abbracciare la perfettibilità della realtà: ripartire da Empedocle, quando sosteneva che la vera perfezione è l’imperfezione, perché offre sempre infinite possibilità di miglioramento.

Anna Merenda Somma

Anna Merenda Somma, Ravenna, classe 1990, da piccola voleva fare la disegnatrice Disney, poi l’arredatrice Ikea, poi la giallista e infine, alla costante ricerca di mestieri sempre più ardui, l’insegnante. A 14 anni scopre la filosofia ed è amore a prima vista, poi è la volta degli studi di genere, e l’amore si rinnova. Consegue la laurea in Scienze Filosofiche nel 2016 a Firenze, e da allora si occupa di identità di genere, femminismo, eteronormatività, queer theory, LGBTQ rights e altre cose difficili da pronunciare. Specializzata anche in procrastinazione e dolci bruciacchiati.

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Il tenebroso mondo gnostico

Può capitare a tutti a volte di sentirsi ingabbiati, incarcerati, imprigionati in questo mondo e di vedere i nostri desideri calpestati dai suoi abitatori, e di percepire pertanto la realtà che ci circonda come un’entità ostile, estranea, incomprensibile e profondamente maligna. Ma solo gli gnostici hanno saputo fare di questo angosciante sentimento una filosofia sistematica. Secondo questi pensatori, infatti, in questo mondo «tutto è pieno di tenebre… / Tutto è pieno di prigioni; / non c’è via d’uscita, / E si infliggono colpi a tutti coloro che vi giungono» (questo canto e quelli che lo seguiranno sono riportati nel bel libro di H.C. Puech intitolato Sulle tracce della Gnosi).

Per gnosticismo si intende un movimento spirituale e filosofico, le cui radici sono molto probabilmente da ricercare nell’era precristiana, diviso in varie sette e correnti diverse e particolarmente attivo tra il I e il IV sec. d.C. (ma protrattosi, secondo Puech, almeno fino al VII secolo d.C. e in certi casi perfino oltre – i Manichei, ad esempio, sopravvissero fino al XIV secolo, ma si pensi anche ai Mandei, che sono una comunità religiosa tutt’ora esistente), che si propone di far pervenire alla salvezza i suoi seguaci non tanto mediante atti di fede, quanto piuttosto attraverso la conoscenza di come veramente stanno le cose, anche qualora gli scenari dischiusi dalla contemplazione della “verità” siano sconcertanti o terribili da sopportare (gnosis in greco significa per l’appunto “conoscenza”). Tra i maestri gnostici di particolare spicco troviamo Basilide, Valentino, Marcione. Il Cristianesimo nascente combatté ferocemente e con successo questa “eresia” dalle origine sincretistiche, che proclamava di possedere un sapere mistico segreto che, pur essendo stato indicato da Cristo ad alcuni suoi discepoli, sarebbe stato colpevolmente ignorato dalla Chiesa.

Gli gnostici considerano l’uomo come un’anima divina precipitata in quella prigione che è costituita dal corpo (già Platone diceva che il “corpo”, in greco soma, è per l’anima una “tomba”, in greco sema). «Venuto dalla luce e dagli dèi, eccomi in esilio e separato da loro», recita una loro poesia; «Sono un dio e nato dagli dèi, / Brillante, scintillante, luminoso, / Radioso, profumato e bello, / Ma ora costretto a soffrire. / Mi hanno afferrato diavoli senza numero, / Orrendi, e mi hanno tolto la forza. / La mia anima ha perso conoscenza. / Mi hanno morso, tagliato a pezzi, divorato. / […] Contro di me urlano e si lanciano, mi tormentano e mi assalgono…», continua il canto in un crescendo di disperazione.

Del tutto logico, quindi, che gli gnostici, vedendosi incapaci di salvarsi con le proprie mani dal dolore che da ogni lato li assedia e li tormenta, rivolgano a Dio un’accorata richiesta di aiuto: «Possa tu liberarmi da questo profondo nulla, / Dal tenebroso abisso [di questo mondo] […] che altro non è se non tortura, ferite fino alla morte, / E dove né soccorritore né [vero] amico si trovano! Mai, assolutamente mai, [quaggiù] si trova la salvezza; […] / [Non sapendo che cosa fare per salvarmi,] piango su me stesso». Come si può vedere, tristezza, ansia, paura, depressione e un lacerante desiderio di trovare infine una protezione e un riparo sicuro dalle insidie della vita sono le principali tonalità emotive che emergono dai componimenti gnostici.

Sennonché, per gli gnostici, il dio creatore di questo mondo non può salvare. Egli, infatti, proprio come tutti gli dèi celesti minori – che gli gnostici definiscono “Arconti”, cioè “Signori” (dal greco archontes, “governatori” o “comandanti supremi”) – è profondamente malvagio, e non ha alcuna intenzione di tendere la propria mano all’uomo per trarlo fuori dall’incubo in cui è rinchiuso. I versi dell’inno Ad Arimane di Leopardi, pur essendo stati composti per altri scopi e peraltro lasciati incompiuti, possono offrire un perfetto ritratto del giudizio negativo e senza possibilità di appello che è formulato da questa corrente spirituale nei confronti del sommo Autore del­l’uni­ver­so. Qualunque sapiente gnostico avrebbe infatti potuto pronunciare, nel rivolgersi a tale entità minacciosa e malevola, le seguenti parole redatte dal poeta recanatese: «Re delle cose, / autor del mondo, arcana / malvagità, sommo potere e somma / intelligenza, eterno / dator de’ mali e reggitor del moto/ […] Tua lode sarà il pianto, testimonio del nostro patire. [Ma] pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà […]. / Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte […]. Non posso, non posso più della vita».

Non è quindi a tale dio che si levano le strazianti preghiere di salvezza formulate dagli gnostici. Esse si rivolgono piuttosto al Dio nascosto e non-creatore che risiede beato “oltre i mondi e oltre i cieli”. Possiamo allora immaginare così il mondo come è visto dagli gnostici: una serie di sfere concentriche, ognuna delle quali (pianeta, stella o cielo che sia) è una sorta di perverso labirinto esistenziale governato da dèi oscuri e colmo di trabocchetti, trappole e vicoli ciechi, nonché infestato da pericoli, nemici e bestie feroci che non vedono l’ora di “fare la pelle” al malcapitato che abbia la sfortuna di imbattersi in essi.

«L’universo materiale» – scrive Hans Jonas nel suo studio intitolato Il principio gnostico – «ossia il dominio degli Arconti, assume [generalmente] la forma di una vasta prigione la cui cella più interna e sotterranea è la terra […]. Intorno ad essa e al di sopra, le sfere cosmiche sono disposte come gusci concentrici». I sistemi gnostici più elaborati arrivano a contare fino a 365 di questi “cieli-guscio”, in ognuno dei quali regna «un’attiva forza demoniaca» che non intende solo opprimere, tiranneggiare e ostacolare le anime dei vivi, ma anche quelle dei morti: «come guardiano della sua sfera, ogni arconte sbarra il passaggio alle anime che tentano la risalita dopo la morte, per evitare la loro fuga dal mondo e il loro ritorno a Dio», puntualizza infatti Jonas.

Al di là di tutti questi orrori, abbiamo detto, sta però la salvezza: oltre i numerosi cerchi cosmici esiste infatti il “Regno della Luce”, abitato da un Dio eterno che è tutto bontà, amore e luminosità. È il “Padre Celeste” annunciato da Gesù. Gli gnostici, quindi, si schierano con il Dio protettivo e misericordioso descritto nel Nuovo Testamento, che ha in Cristo il suo araldo, ma contro quello che essi considerano il Dio collerico e vendicativo del Vecchio Testamento, che avrebbe invece in Mosè il suo testimone (almeno se si segue l’antica tradizione interpretativa – ormai eclissata, ma ovviamente ancora viva al tempo degli gnostici – per cui sarebbe proprio quest’ultimo personaggio l’estensore del “Pentateuco”, l’insieme dei primi cinque libri dell’An­ti­co Testamento).

Pur essendo inconoscibile e misterioso, il buon Dio talvolta si fa sentire: la sua voce conturbante, che riesce a sovrastare per imponenza e autorità quella del folle e malvagio demiurgo di questo mondo, in certe particolari occasioni si rende infatti udibile ad alcuni eletti. Essa parla direttamente ai loro cuori (che in tal modo – dice Clemente Alessandrino negli Stromata – vengono trasformati da «dimora di demoni» a luoghi «beatificati», «santificati» e «risplendenti di luce») per “risvegliarli” e concedere loro particolari rivelazioni, indicazioni e suggerimenti che saranno utili agli iniziati per raggiungere la salvezza tanto agognata.

Si tratta allora, per gli gnostici, di trovare il modo, mediante l’elaborazione del loro sapere esoterico, di oltrepassare tutte le sfere celesti e di uscire così definitivamente dai bui e infernali corridoi del labirinto del­l’esi­sten­za terrena, per andare finalmente incontro a quel perfetto Dio Padre che ha il suo principale messaggero in Gesù, o di sperare che Egli per primo, commosso dai nostri patimenti e dalle nostre invocazioni, e a sua volta desideroso di ripristinare l’Unità perduta, decida di farsi avanti verso di noi, abbattendo le barriere che ci separano da Lui e quindi dalla somma beatitudine.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
Hans Jonas, Il principio gnostico, a cura di C. Bonaldi, Morcelliana, Brescia 2011
Henri-Charles Puech, Sulle tracce della Gnosi, a cura di F. Zambon, Adelphi, Milano 2006

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La luce che non si spegne mai

É un pomeriggio di agosto e il centro città è deserto. Le uniche forme di vita rimaste sembrano essere i piccioni che cercano riparo all’ombra dei portici. Due signore alla fermata del tram si guardano attorno con aria stanca, limitandosi a scuotere la testa dopo aver consultato il tabellone degli orari estivi. C’è un silenzio particolare camminando per le strade di una cittadina abbandonata, si respira un senso di quiete e una strana malinconia, come se all’improvviso il tempo si fosse fermato. Forse anche la città sta cercando di ritrovare se stessa, lontano dal frastuono e dal caos che la logora durante l’anno.

There is a light that never goes out degli Smiths risuona nelle mie cuffie. Penso al testo della canzone, tragico e struggente, non riesco a smettere di canticchiarlo. Mi sembra di vedere la scena: una sera, una macchina, due giovani senza una meta precisa. Lei al volante, lui seduto accanto con lo sguardo rivolto verso il finestrino. Take me out tonight / because I want to see people / and I want to see life / driving in your car / oh, please don’t drop me home / because it’s not my home, it’s their home / and I’m welcome no more. Guardando la realtà che “fugge” davanti al finestrino di quell’auto, l’unica emozione che riesce a provare è un senso di smarrimento e inquietudine, una paura paralizzante. Vuole vedere luci, sentire voci e persone, perché solo questo può allontanarlo dal buio della disperazione e farlo sentire vivo, ora che è solo veramente.

Lei guida silenziosamente, forse chissà, di tanto in tanto lo osserva con la coda dell’occhio. Lui vorrebbe parlare, esprimere con parole i propri sentimenti, ma non esce neanche una sillaba dalla sua bocca. Sono le emozioni a prendere il sopravvento, il corpo non risponde più. È difficile tradurre i nostri vissuti interiori attraverso il linguaggio, soprattutto l’amore si rivela per sua natura carico di mistero e per questo difficilmente comunicabile. And if a double-decker bus / Crashes into us/ To die by your side / Is such a heavenly way to die / And if a ten-ton truck / Kills the both of us/ To die by your side / Well, the pleasure, the privilege is mine. Questa strofa mi lascia perplessa ogni volta che la sento. Morrissey, non starai esagerando? Eccolo qui, il binomio che percorre tutta la storia del pensiero e della letteratura occidentale, paura e morte, romanticamente uniti come sempre. La forza sovversiva e distruttiva dell’amore fa da sfondo a questo struggente ritornello.

Mi tornano alla mente le parole di Kierkegaard: «Quando si ama non si frequentano le strade maestre […] Quando si ama e si vuole cacciare il capo dal proprio guscio, non ci si avvia dalle parti del lago; sebbene sia soltanto una strada di passaggio, è tuttavia battuta e l’amore preferisce aprirsi da sé le sue strade»1. La passione erotica può essere considerata come una delle poche esperienze in grado di rimettere in discussione le proprie credenze e i propri punti di riferimento, poiché colloca l’innamorato in una dimensione esistenziale e psicologica “nuova”, fino ad allora sconosciuta. Aldo Carotenuto la descrive come un’ “alterazione”, una specie di squilibrio che ci assale quando Eros viene a farci visita e che da molte culture è stato associato al senso di morte. Ci lacera, ci impone una perdita improvvisa di tutto ciò che costituiva il nostro guscio esistenziale, ma è proprio grazie a questa profonda ferita che l’innamorato recupera aspetti vitali della propria individualità, rimasti sommersi fino a quel momento.

È questo stato di squilibrio e incertezza a fare più paura ed è ciò dal quale tentiamo in tutti i modi di difenderci. Nel momento in cui il desiderio entra nella nostra vita, la realtà stessa muta attorno a noi. Diventiamo vulnerabili e sentiamo un vero e proprio bisogno della persona amata, perché l’amato diventa l’unica presenza veramente significativa per noi. Nell’incontro con la persona amata, ciò che ci attrae e ci rapisce non è semplicemente l’individualità che ci sta davanti con i suoi gesti, le sue forme e la sua voce, ma è l’idea, già presente nella nostra interiorità che solo lei ha saputo evocare e portare alla luce. «L’emergere prepotente del nostro immaginario, grazie all’altro, a un unico altro, spiega il motivo per cui nella relazione amorosa nessuno sia intercambiabile. Infatti solo quella specifica persona riesce ad attivare nell’amante questo meccanismo, a portare di colpo alla luce la sua dimensione sepolta»2.

Vi è un legame indissolubile tra l’amore e la sofferenza. La paura è un aspetto essenziale di questa affinità. Paura di cosa, precisamente?

È la paura di saltare il precipizio, di inoltrarsi in una strada che non si conosce, dove nulla è definibile e stabile e proprio per questo lì è difficoltoso orientarsi. Non solo la realtà che circonda l’innamorato è mutata, ma questo cambiamento ha provocato sul piano emotivo una paura irrefrenabile nei confronti di una situazione ignota.

Take me out tonight / take me anywhere / I don’t care, I don’t care, I don’t care / And in the darkened underpass / I thought, Oh, God, my chance has come at last / But then a strange fear gripped me / And I just couldn’t ask. Lui per un attimo ha pensato fosse arrivato il momento giusto. Forse in quel sottopassaggio, nel bel mezzo dell’oscurità, poteva riuscire ad aprirsi a lei, esternando le proprie emozioni. É proprio in quell’istante invece che compare quella “strana paura” e gli spezza la voce ancora una volta. É forse la paura del rifiuto, di poter fallire, spingendosi lì dove non ci sono certezze rassicuranti e dove è sempre possibile perdersi. La natura del desiderio erotico è contraddittoria: rapiti dal bisogno di incontrare l’altro e lasciarsi scoprire dall’amato, avvertiamo sempre al tempo stesso un timore che non ci abbandona mai e che rappresenta l’altro volto di Eros. «Possiamo dire che l’amore e la paura vanno sempre insieme perché hanno la primitività di ciò che non si conosce, perché coinvolgono livelli molto elementari, non sono saliti al vaglio della razionalità: ci prendono, ne siamo dominati»3.

Ogni volta che abbiamo la sensazione che chi amiamo ci sfugga, percepiamo quel timore che tuttavia è proprio ciò che ci permette di continuare a ricercare, a scoprire le profondità dell’altro, interpretando costantemente i segni che l’amato porta con sé. Questo movimento infinito di “interpretazione” dell’altro, è ciò che ci rende consapevoli della nostra esistenza, dal momento che solo trasgredendo quella voce interiore che mi mette in guardia dai pericoli di un cammino non ancora percorso, ricevo quella spinta vitale che mi consente di crescere, diventando pienamente consapevole della mia interiorità.

Ogni autentica esperienza amorosa si lega inevitabilmente all’assenza, dal momento che il desiderio si fonda sulla mancanza e per questo è per definizione insoddisfatto. Quando si ama si sperimenta l’illusione di eternità che il sentimento d’amore porta con sé e l’inevitabile provvisorietà di ciò che si è conquistato.

È proprio la natura contraddittoria del desiderio a generare la dialettica assenza – presenza: «[…] la dimensione amorosa che attraversiamo è sempre un’esperienza di assenza, e l’assenza ha a che fare con la nostalgia»4.

Sembra esserci una forza infinita che ci spinge, ma tutto ciò a cui riusciamo ad aggrapparci e ad afferrare presenta inevitabilmente i caratteri della provvisorietà e del limite. Cercare di spiegare a parole le contraddizioni e la sofferenza che l’esperienza amorosa porta con sé si rivela un’impresa difficoltosa e forse fallimentare, dal momento che è più facile sperimentare sulla propria pelle ciò che ho tentato di descrivere.

Una cosa è certa, quando amiamo tutti desideriamo che gli attimi trascorsi con la persona amata non si esauriscano mai. Probabilmente è solo nell’amore che si sperimenta la dimensione dell’eternità, l’illusione che quella luce possa non spegnersi mai.

Greta Esposito

NOTE:
1. Kierkegaard S., Diario di un seduttore, Rizzoli, Milano, 1955, p. 113;
2. Carotenuto A., Eros e pathos, Bompiani, 2014, p. 26;
3. Ivi, p. 36;
4. Ivi, p. 41.

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