“Idda” di Michela Marzano: un viaggio sull’amore, l’identità e la memoria

A fine febbraio, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Idda, abbiamo avuto il piacere di incontrare per la seconda volta nella nostra Treviso, presso la libreria Lovat di Villorba, la filosofa e scrittrice Michela Marzano. E non c’è dubbio, la sua straordinaria capacità di trattare l’umano da vicino, cogliendone la vulnerabilità estrema e le fragilità, riuscendo a nominarla con una delicatezza e una sensibilità rara, ha nuovamente travolto e attraversato i cuori del pubblico. La sala era gremita e gli applausi si alternavano a istanti di commozione durante i quali il racconto dell’autrice lasciava spazio alle storie di vita delle persone sedute in sala.

Michela Marzano è docente ordinario di filosofia morale all’Université Paris Descartes e si occupa principalmente delle questioni legate alle tematiche di etica medica, al corpo, all’identità, alla violenza di genere e ai diritti civili. Oltre ai numerosi saggi, ricordiamo il best-seller Volevo essere una farfalla, L’Amore è tutto, è tutto ciò che so dell’amore, vincitore del 62^ premio Bancarella nel 2014 e i due primi romanzi L’amore che mi resta (Einaudi, 2017) e Idda (Einaudi, 2019).

 

Idda è il secondo romanzo che hai scritto. In precedenza ti sei dedicata ai saggi. Da che cosa ha avuto origine questo spostamento dalla precisione della struttura argomentativa propria del saggio alla libertà narrativa della fiction di un romanzo?

Credo che lavorando su questioni che riguardano la vulnerabilità dell’esistenza, la finitezza, le fratture, le contraddizioni dell’umano,  il saggio rappresenti, almeno per me, uno strumento troppo stretto, nel senso che non era più sufficientemente capace di parlare di tutti questi temi.

Quando si scrive un saggio si hanno delle ipotesi, ci si poggia su una determinata bibliografia, si argomenta e si spiega. Il problema, però, è che quando si affrontano le questioni legate alla fragilità al plurale, più che spiegare e argomentare, abbiamo bisogno di mostrare e di raccontare. Già Umberto Eco diceva che quando viene meno l’argomentazione si deve narrativizzare, cioè “narrare per mostrare”, al fine di permettere alle persone di identificarsi in determinate situazioni, che sono poi quelle che a me piacciono, di cui mi piace parlare.  Ho quindi avuto la sensazione, pian piano, che la scrittura narrativa mi permettesse di andare molto più lontano rispetto alla scrittura saggistica.

 

Puoi raccontarci da che cosa è emerso il bisogno di scrivere Idda?

Io direi che ci sono due punti di partenza dietro al bisogno di scrivere questo libro. Da un lato, ciò che mi ha spinto è stata  la domanda esistenziale-filosofica riguardante l’identità personale, cioè: chi siamo quando pezzi della nostra esistenza scivolano via? E quindi, siamo sempre le stesse persone di prima quando cominciamo a non riconoscere più le persone care oppure, quando cominciamo a non riconoscerci guardandoci allo specchio? Questi quesiti hanno costituito la guida direzionale per affrontare e dare un tassello supplementare alla questione dell’identità personale.

Dopodiché, c’è stato l’Evento, che per me è sempre importante, e che, nel caso specifico, riguarda la mamma di mio marito, Renée. Renée si è ammalata di Alzheimer e se n’è andata in punta di piedi ad ottobre dell’anno scorso. Idda nasce dall’urgenza e dall’esigenza di raccontare com’è e che cos’è la vita di una persona che comincia effettivamente a mescolare tutto, dimenticando pezzi della propria storia dove tutto dventa confuso.

Ho voluto raccontare quindi anche quello che ho scoperto confrontandomi con la mamma di mio marito, cioè il fatto che in realtà non è vero che, con una malattia come quella dell’Alzheimer, una persona cambia drasticamente. In realtà, ciò che resta è l’essenziale, l’essenziale di una vita, quegli episodi che ci hanno talmente tanto marcato da costituire la nostra identità, quegli istanti che non scivolano via, quell’affettività che noi teniamo sempre accanto, all’interno di noi anche quando razionalmente ci allontaniamo dagli altri. Quell’affettività e quell’amore che nemmeno l’oblio più profondo riesce a cancellare.

 

Nel libro si parla di quello che ciò che gli specialisti definiscono residui di sé. Come secondo te possono essere definiti questi residui del sé?

Io direi che questi residui di sé possono essere rappresentati dall’affettività, dalla familiarità con le cose care. Annie, la protagonista del libro, talvolta, non riesce più a riconosce Pierre, il figlio, come tale; tuttavia, nemmeno per un istante pensa che Pierre sia un estraneo perché egli resta sempre all’interno della sua sfera affettiva. Anche se a volte Pierre diventa il marito, altre volte il padre, dentro di lei resta quel “qualcosa” che fa sì che, di fatto, quello che c’è stato non scomparirà mai,  quell’amore resterà per sempre.

 

La filosofia in Italia solo in tempi recenti sta tentando di ridurre quella distanza esistente tra la ricerca e lo specialismo filosofico, proprio dei contesti accademici, e le esigenze culturali di un pubblico popolare. Se e in che modo secondo te la ricerca filosofica e la sua divulgazione possono dialogare in modo sinergico?

Ritengo che la ricerca filosofica e la divulgazione dovrebbero dialogare in modo sinergico. Basti pensare al pensiero di Socrate, il quale camminava per le strade della città e dialogava con i cittadini, cercando maieuticamente di far maturare la riflessione, lo spirito critico. Se dunque partiamo dal presupposto che la natura della filosofia è di essere dialogica, il pensiero stesso non può essere rinchiuso all’interno della torre d’avorio. Forse, infatti, dovrebbe dimenticare un po’ di quei tecnicismi che lo stanno facendo soffocare.

Dobbiamo tornare a dialogare e a permettere alla filosofia di essere filosofia, un pensiero alla fine incarnato. Credo che però, in questo, ci sia una grande responsabilità da parte di molti accademici che hanno immaginato di poter fare della filosofia una disciplina da laboratorio. Al contrario, fare filosofia significa trattare le questioni sull’umano, ed è per questo che un tale oggetto di ricerca non lo si può trattare se non con e attraverso gli umani.

 

Obiettivo de La Chiave di Sophia è quello di aprire la filosofia ad un pubblico eterogeneo e neofita, proponendo questioni centrali per l’individuo e connesse fortemente con la vita quotidiana. In che modo secondo te la filosofia può sempre più avvicinarsi a chi non ha mai avuto modo di approcciarsi ad essa?

Ritengo che alla base della filosofia ci sia, nonostante tutto, una grande domanda di senso, una richiesta di strumenti per trovare una propria direzione verso cui andare. Per questo, penso che possa essere anche “facile” avvicinarsi alle persone. Queste, infatti, non aspettano necessariamente delle risposte, anche perché non è proprio lo scopo della filosofia sempre e solo dare delle risposte; al contrario, trovare il modo di porre delle buone domande e poter elaborare degli strumenti critici per poi costruire il proprio futuro: questa è la ragione dell’esistenza del pensiero che poi non è altro che ciò che accomuna ciascuno di noi. Proprio per questo, può diventare “semplice” avvicinarsi al pubblico: in questo momento storico, le persone dispongono di domande di senso e esprimono il bisogno di strumenti capaci di permettere loro di dare un senso alla propria esistenza.

 

Greta Esposito e Sara Roggi

 

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Anoressia: malattia del corpo e malattia dello spirito.

Alcune riflessioni antropologiche ed etiche.

Chi si occupa di questioni di etica si trova a doversi confrontare anche con questioni relative a patologie legate a disturbi del comportamento alimentare.

In questo contributo intendo soffermarmi sull’anoressia ovvero quel particolare disturbo alimentare psicogeno caratterizzato essenzialmente da restrizione alimentare, fobia di ingrassare e alterata percezione del proprio peso; una condizione patologica complessa che ritengo vada interpretata non solo in chiave scientifica, ma anche socio-culturale, antropologica ed etica.

La chiave antropologica (e culturale) risiede nell’interpretazione dei fatti che giocano un ruolo rilevante per la comprensione dello sviluppo dei comportamenti anoressici. La chiave etica, invece, riguarda essenzialmente la formulazione delle decisioni in ambito clinico, preventivo ed educativo.

La mia riflessione, relativamente alla patologia anoressica, ha origine da una visione antropologica ben precisa: la persona umana è un insieme sostanziale e dinamico di anima e corpo, la corporeità non è solo materiale, è corporeità personale e nella costruzione del Sé è coinvolta tutta la persona (corpo, anima, mente) e, qualora una parte fosse alterata ne risente tutta la persona.

Nel caso dell’anoressia il rapporto tra corpo e persona è un rapporto di stretta unità e non di dualismo cartesiano. La persona ferita è un corpo ferito e il corpo ferito è della persona ferita. Il corpo che “ho” è il corpo che “sono”, quindi io sono il corpo ferito.

L’anoressia non può essere intesa come una mera disfunzione biologica, dimenticando la globalità della persona e l’esperienza del sé. Il corpo anoressico non può essere visto solo come una “macchina” che necessita di essere riparata.

La chiave antropologica del problema anoressia si basa fondamentalmente su una questione: quale è il significato pienamente umano dell’alimentarsi, della costruzione dell’immagine del proprio corpo e delle relazioni sociali e familiari? Ad esempio, perché ci alimentiamo? Per sopravvivere? Per piacere? Per rispondere ad un bisogno? Il cibo ha un significato simbolico? Le abitudini alimentari sono condizionate?

Alimentarsi non è un “atto dell’uomo” quindi indipendente dalla nostra volontà, ma un “atto umano” cioè libero e volontario avente quindi una valenza etica.

I comportamenti alimentari sono quindi il risultato di scelte morali, di partecipazione a determinati valori, di identità di un individuo o collettiva.

La stessa consumazione dei pasti è, spesso, un’azione di gruppo che mette in relazione l’individuo con gli altri e assume un importante significato educativo. L’anoressia risulta essere, quindi, conseguenza di una alterazione a livello non solo intra-personale, ma anche inter-personale (nella relazione).

Ritengo che il problema dell’anoressia sia estremamente incardinato in un problema di relazioni, relazioni che sono malate, e nella maggior parte dei casi involontariamente e inconsapevolmente malate.

La restrizione alimentare può assumere il significato di una protesta, un tentativo di attirare l’attenzione su di sé e può essere anche una modalità di richiamare alle proprie responsabilità morali quanti sono implicati in ciò che sta accadendo, è un’accusa agli altri.

Come e chi deve intervenire per contrastare e “troncare” il comportamento anoressico? Quale etica di riferimento nel prendere le decisioni? Ritengo fondamentale agire avendo alla base un’etica centrata sulla persona che considera opportuno mettere in atto comportamenti che rispettino la dignità e il valore intrinseco della persona.

I contesti nei quali viene maggiormente richiesto un parere etico, in relazione ai disturbi del comportamento alimentare, sono l’ambito preventivo, diagnostico e di trattamento della patologia, ma soprattutto la condizione di emergenza relativa all’attivazione di un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Di qui la necessità di introdurre alcune riflessioni ed indicazioni etiche in ambito clinico in riferimento al rispetto della vita fisica (proporzionalità rischi/benefici) e al rispetto dell’esercizio dell’autonomia (responsabilità verso se stessi e gli altri).

In ambito clinico il confronto avviene essenzialmente tra due autonomie: quella del medico che ha il dovere di rispettare l’autonomia del paziente, ma anche di tutelare la vita oltre a ricercare il massimo beneficio in termini di salute. Dall’altra parte c’è l’esercizio dell’autonomia del paziente, la questione legata alla maggiore età e quindi alla rilevazione del consenso o alla minore età e quindi alla rilevazione dell’assenso. Ma è solo una questione di esercizio dell’autonomia? Il/la paziente con anoressia è nelle condizioni di ricevere, comprendere e valutare le informazioni per poi prendere una decisione? Non è facile stabilire se l’eventuale rifiuto dei trattamenti sia il risultato di una decisione pienamente consapevole o se sia conseguenza della percezione distorta di sé che ha  provocato la patologia e che parla per lui/lei?

La percezione dell’informazione, la sua interpretazione e il processo decisionale possono essere facilmente disfunzionali. La capacità di decidere su aspetti relativi a trattamenti medici è alterata dalla paura dell’aumento di peso e dalla negazione di quelle che potrebbero essere le conseguenze delle proprie azioni a lungo termine. Il/ la paziente immagina che un peso corporeo molto basso possa essere pericoloso, ma difficilmente è consapevole del fatto che tale pericolo lo/ la possa riguardare direttamente, piuttosto lo proietta su altri e arriva a negarlo per se stesso/a.

Il/la paziente con anoressia può essere in possesso di tutte le informazioni necessarie su di sé e sulla qualità della propria vita e le può integrare per fare una scelta, ma è sulla base della considerazione che ha di se stesso/a e della sua qualità di vita che rifiuta la terapia. Tale rifiuto va rispettato? Alcuni sostengono che l’alimentazione forzata non sia il trattamento corretto in quanto comprometterebbe la possibilità di sottoporre il/la paziente a successive terapie psicologiche, inoltre, con l’alimentazione forzata si otterrebbe un aumento del peso a breve termine, ma senza effetto o beneficio a lungo termine. Allora il problema etico diventa: se e in quali circostanze si può imporre un trattamento coercitivo e come possiamo combinare il principio di autonomia con il principio della difesa della vita fisica?

I due principi vanno integrati tra loro, vi è da un lato il dovere di ricercare il consenso/assenso del/della paziente (in base all’età), ma qualora non si riuscisse ad ottenerlo il medico deve sentirsi nell’obbligo morale di intervenire in caso di estrema gravità clinica.

È però “poco etico” limitarsi ad intervenire sul/sulla paziente con anoressia solo in condizioni di urgenza. L’intervento in condizione di emergenza è segno di un fallimento, non si è fatto nulla prima. Ogni sforzo deve essere, invece, orientato all’educazione e alla prevenzione, ad instaurare una relazione terapeutica tempestiva che permetta al/alla paziente di poter valutare in modo obiettivo la propria condizione e di occuparsi responsabilmente della propria salute.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

Chiedere l’eutanasia per depressione. Alcuni spunti di riflessione.

<p>EKG - Electrocardiogram (XXL)</p>

Il 16 maggio 2002 la Camera dei Deputati belga ha approvato la legge sull’eutanasia come suprema affermazione dei principi di libertà e autonomia. Dal 2002 ad oggi, in Belgio, quasi novemila persone hanno deciso di morire in questo modo.

Ad interrogarmi è la storia di Laura, 24 anni, affetta da una depressione cronica. Papà alcolizzato e spesso violento, genitori divorziati ed inesistenti nella vita della figlia, tanto che da bambina ha passato l’infanzia con i nonni e che a soli sei anni ha avuto i primi pensieri suicidari. La vita da adolescente e giovane donna prosegue tra ricoveri per depressione in diverse cliniche senza significativi cambiamenti.

Laura inizia a pensare di avere dentro di sé qualcosa che non le permetterà mai di stare bene, o anche solo di alleviare le sue sofferenze. La giovane donna, in un’intervista rilasciata al quotidiano locale De Morgen, sostiene: “sono convinta che avrei avuto questo desiderio di morire anche se fossi cresciuta in una famiglia tranquilla e stabile. Semplice, non ho mai voluto vivere”[1].

La ragazza viene a conoscenza della possibilità che offre la legge belga sull’eutanasia: praticare la “dolce morte” non solo per malati terminali[2], ma anche per chi soffre in modo persistente e insopportabile sul piano psicologico. Tre medici analizzano la richiesta eutanasia della ragazza e assecondano la sua richiesta ritenendo la giovane una “persona equilibrata” in grado di prendere questa decisione relativamente la sua vita e la sua morte in modo sereno.

Questo caso clinico suscita, inevitabilmente, una serie di interrogativi di ordine etico. La stessa comunità scientifica si interroga sulla possibilità di consentire la morte non solo di persone fisicamente gravemente malate e in fin di vita, ma anche di quelle che psicologicamente soffrono in modo insopportabile sollevando dei pesanti dubbi sull’opportunità o meno di accedere ad una regolamentazione dell’eutanasia sempre più estensiva.

I problema sono molteplici. Esiste qualcosa di “sopportabile” per una persona affetta da depressione cronica? La valutazione di “insopportabilità” fatta da una persona depressa è attendibile? Può una persona esterna ed estranea, pur trattandosi di un professionista competente, valutare quanto una condizione emotiva di un altro individuo sia insopportabile? La decisione di una persona depressa di porre fine alla propria vita può essere considerata una scelta libera e definitiva o si tratta di una scelta dettata dai molteplici e improvvisi cambiamenti d’umore, dagli effetti collaterali di farmaci non adatti o non più efficaci?

Quante volte una persona depressa ha idee suicidarie o ha addirittura tentato il suicidio? Quante volte la disperazione di uno stato depressivo che sembrava non dare tregua ha lentamente lasciato spazio alla speranza, grazie alla psicoterapia, ad un nuovo farmaco o ad un contesto di vita diverso? E se lo stesso paziente avesse deciso di ricorrere all’eutanasia proprio nel momento più buio del suo stato patologico, oppresso dalla totale mancanza di speranza e dalla difficoltà di progettare o pensare a qualcosa di futuro, due condizioni connaturali allo stato depressivo? E ancora, è possibile affermare che queste persone soffrono in minor modo o in maniera diversa rispetto ad un malato terminale?

Concludo con una riflessione della psicologa cognitivo-comportamentale Chiara Manfredi: “forse la parte che andrebbe maggiormente chiarita è quella che si riferisce alla lucidità della persona gravemente depressa, che ci porterebbe a valutare come attendibili le scelte compiute in uno stato emotivo che di per sé non porta all’attendibilità. Diciamo spesso ai pazienti che la depressione è una specie di occhiale scuro, che ci fa vedere tutto nero, cerchiamo di insegnare ai pazienti a prendere le distanze dalle proprie valutazioni, a non credere troppo ai loro pensieri che sono appunto frutto di una distorsione negativa e pessimista. Nel massimo rispetto della libertà individuale, bisognerebbe forse tenere a mente che anche la decisione di farla finita una volta per tutte, tramite l’eutanasia, è frutto dello stesso sistema di valutazione e decisione, e che gli occhiali neri ancora sono sul naso[3]. Forse, nel caso di questione scegliere l’eutanasia è conseguenza della patologia stessa.

Silvia Pennisi

 

NOTE

[1] L’articolo integrale è consultabile al sito internet: http://www.demorgen.be/nieuws/laura-is-24-jaar-en-fysiek-gezond-ze-krijgt-deze-zomer-euthanasie-b3d9c64f/

[2] Nel Capitolo II (condizioni e procedura)comma 1 dell’art. 3 il testo di legge sostiene: “Il medico che pratica l’eutanasia non commette alcuna violazione qualora adempia le condizioni e le procedure previste dalla presente legge e accerti che: il malato è in una condizione sanitaria senza speranza e la sua sofferenza sul piano fisico o psichico è persistente e insopportabile, che non può essere alleviata ed è la conseguenza di una malattia acuta o cronica grave e inguaribile”.

[3] Chiara Manfredi, Depressa da morire: è concepibile l’eutanasia per casi di depressione?, State of Mind. Il giornale delle scienze psicologiche, Giugno 2015.

Malati di rischio? Le conseguenze della predizione genetica.

“CORO: Ma non forse tu andasti anche oltre? PROMETEO: Ho fatto desistere i mortali dal prevedere la morte?

CORO: E qual farmaco trovasti a quel male?

PROMETEO: Cieche speranze in essi collocai”

                                                                   Eschilo

Negli ultimi decenni sembra esserci stata un’evoluzione nella medicina tale da indurre, nei medici, uno spostamento dell’attenzione dalla malattia al rischio di malattia; in altri termini si è passati da una medicina prettamente sintomatico-diagnostica a quella che possiamo definire una “medicina del rischio”, il cui obiettivo è scoprire e curare le patologie ancor prima che abbiano prodotto sintomi o ancor prima che diventino diagnosticabili. In questo contesto di predizione giocano un grande ruolo la genetica e la pratica dei test genetici; infatti, mentre un test genetico diagnostico prevede l’analisi di uno specifico gene, del DNA o dell’assetto cromosomico per riscontrare o eventualmente escludere un’alterazione associata ad una malattia genetica o su base genetica, i test genetici predittivi consentono l’individuazione di genotipi che non sono direttamente causa di malattia, ma comportano un aumento del rischio (suscettibilità) a sviluppare una patologia se associati all’esposizione a fattori ambientali che la favoriscono o alla presenza di altri fattori genetici scatenanti. I test genetici predittivi non riescono ad appurare con assoluta certezza se, quando e con quale gravità la persona interessata si ammalerà, sono però in grado di individuare i soggetti con un rischio di ammalarsi considerevolmente più elevato rispetto alla popolazione generale.

Le condizioni patologiche che possono essere testate da un test genetico predittivo sono essenzialmente alcuni tipi di cancro, malattie neurologiche che colpiscono il sistema nervoso, malattie neuromuscolari e patologie cardiache. In particolare, le analisi molecolari svolgono un ruolo essenziale per la diagnosi presintomatica di soggetti con suscettibilità ereditaria ai tumori. Nel caso di patologie tumorali lo scopo dei test genetici predittivi è essenzialmente quello di cercare di garantire un attento controllo del rischio, di incrementare la diagnosi precoce ed effettuare i giusti interventi per evitare che si sviluppi la patologia, quindi, eventualmente, intraprendere specifiche misure di prevenzione.

La medicina predittiva si compone dell’interazione tra indagini di laboratorio, analisi statistiche, calcoli di probabilità, identificazione dei fattori di rischio genetici ed ambientali di malattia al fine di pronosticare la probabile storia clinica del singolo individuo o di rallentare lo sviluppo della patologia genetica che potrebbe insorgere, anche se, nella maggior parte dei casi, dopo una diagnosi predittiva non si può fare nulla per la prevenzione e la cura della patologia ad insorgenza tardiva diagnosticata. Le recenti acquisizioni ottenute dalla medicina attraverso la ricerca genetica assicurano un’elevata capacità di predizione, ma ad essa non corrisponde lo sviluppo di possibilità di intervento preventivo o terapeutico. Sono pochissimi i casi in cui i test predittivi sono in grado di garantire una possibilità di “autodifesa” monitorando lo stato di salute di soggetti portatori di un rischio genetico e offrendo l’opportunità di intervenire in modo tempestivo nel passaggio dalla predisposizione allo sviluppo di una determinata patologia all’insorgere della malattia stessa svolgendo, appunto, un’azione preventiva.

Generalmente, un risultato positivo del test indica che si è portatori del gene mutato mentre un risultato negativo significa che non si è portatori del gene mutato (ciò non implica una totale invulnerabililtà alla patologia). Tuttavia, può presentarsi una terza possibilità: anche se è stato riscontrato un gene mutato può essere estremamente difficile stabilire se in quel determinato caso si svilupperà la patologia, quando insorgerà, quanto sarà grave e quanto velocemente progrediranno i sintomi. Quando si decide di sottoporsi ad un test genetico vanno discusse con il genetista tutte queste possibilità.

I candidati ai test di suscettibilità provengono soprattutto da famiglie con una storia di comparsa frequente di una determinata patologia genetica; non conoscendo tutte le possibili mutazioni genetiche e, dunque, non essendo in grado di fare screening sui soggetti asintomatici nella popolazione generale ci si limita a identificare la singola alterazione in un malato e a ricercarla nei consanguinei. Lo scopo delle indagini genetiche predittive è avviare protocolli di prevenzione in soggetti predisposti e ciò comporta intensificare gli accertamenti, assumere medicinali, controllare lo stile di vita. Spesso, per la scarsa specificità dei test i risultati possono essere carenti e i rischi di sviluppare quella determinata patologia possono portare soggetti clinicamente normali a diventare per anni “pre-pazienti”, “non pazienti” o “malati di rischio” che ricorrono in maniera esasperata a controlli medici e sviluppano sintomatologie psicosomatiche, inoltre, la consapevolezza di poter un giorno sviluppare una patologia genetica potrebbe provocare nei soggetti psicologicamente più deboli stati d’ansia e panico difficilmente gestibili. Quale può essere, quindi, il senso di una diagnosi genetica predittiva e della sua comunicazione al soggetto se non esiste alcuna possibilità terapeutica? Comunicare una suscettibilità potrebbe portare a danni psicologici devastanti o potrebbe permettere alla persona interessata di essere più libera e consapevole nella pianificazione della propria vita futura? Ha senso poter sapere, in teoria fin dalla nascita, che abbiamo considerevoli probabilità di ammalarci, per esempio, di cancro al seno oppure il rischio è accrescere l’angoscia?

 

Silvia Pennisi

[immagine tratta da donnamoderna.com]