Let’s take care

Qualche tempo fa, una persona cara che ho avuto modo di conoscere meglio qui a Parigi mi ha detto di prendermi cura di me. Di lottare e di impedire al dover essere di avere la meglio sul mio corpo e il mio spirito perché non ci dovrebbe essere davvero nulla che che ognuno di noi deve a tutti i costi fare.

Tutte le mie scelte dovrebbero essere frutto di una volontà deliberata, senza obblighi né costrizioni, ogni desiderio rincorso, ogni piccolo piacere assaporato, senza il peso di un dovere che mi sovrasta e che e che soffoca di insicurezze.

Può sembrare strano, ma davvero a volte ho bisogno di qualcuno che me lo ricordi, che mi ricordi che prendermi cura di me stessa, questo sì dovrebbe essere un dovere e una priorità.

Più il tempo passa, più mi sto rendendo conto che affidarsi all’altro non è possibile se prima di tutto non si ha fatto i conti con se stessi.

Con ciò non voglio realizzare l’elogio dell’individualismo, negando il valore che un’alterità che ci accompagna nella nostra vita potrebbe avere, quanto più riscrivere i fondamenti necessari del vivere insieme, a partire dalla cura che ognuno dovrebbe avere per il proprio orticello.

Care. Take care of you!

Quanti si sono sentiti dire questa frase, almeno una volta della vita?

Quanti però hanno anche fatto scivolare via queste parole come se in realtà fossero vuote di senso?In quanti abbiamo pensato che for taking care of ourselves avevamo davvero molto tempo e che ci avremmo pensato in un altro momento perché nel qui e ora eravamo troppo indaffarati a fare altro?

Ci nascondiamo dietro a piacevoli illusioni, preferiamo rimanere imprigionati nella nostra routine mentre è proprio la cura, di noi stessi e di ogni singolo gesto, a venire meno.

Quasi scomparsa. Eppure presente nelle parole di tutti. Ricercata.

Lucien Sfez, in Critica della comunicazione, allo scopo di descrivere la dipendenza che lega l’uomo all’oggetto tecnico, utilizza una metafora molto efficace: il tautismo, ovvero un neologismo nato dall’unione della parola “tautologia” e “autismo”.

Apparentemente secondo Sfez, siamo sordi a tutto ciò che ci circonda, siamo immersi in un mondo gestito dai mezzi tecnologici dove tutto sembra equivalersi e ripetiamo in esso funzioni che oramai sembrano essere meccaniche ed automatiche a tal punto che sono più i mezzi a guidarci, che viceversa.

Eppure, sostiene Sféz, è proprio in un mondo come questo che sentiamo il bisogno di utilizzare le parole per colmare quella sorta di vuoto che la frenesia giornaliera porta con sé.

Parole per ritrovare quel senso che le giornate perdono. Parole per nominare una sofferenza che dobbiamo nascondere, perché dobbiamo essere forti, dobbiamo farcela.

Parole perfino per nominare l’amore, perché c’è chi trova la scusa che non si ha nemmeno più il tempo per quello e che la solitudine, in fondo, è la soluzione migliore e protegge da qualsiasi problema..

Parole per nominare il bisogno di cura e riconoscimento.

Dalla filosofia, alla psicologia e la sociologia non si fa altro che parlare della necessità di ricominciare a prendersi cura di sé e dell’altro al fine di poter ricostruire un mondo socializzante, eppure sembra tutto così faticoso.

Quando in realtà, a volte, si tratterebbe di piccoli gesti, piccole attenzioni, piccoli passi in avanti.

Piccoli “sì” che ci permetterebbero di uscire dalle sabbie mobili.

E allora capisco bene cosa intende Sféz quando sostiene che siamo soliti utilizzare le parole quando l’oggetto a cui esse si riferiscono non esiste più, oppure non è mai esistito.

È in assenza di parole che ci sentiamo persi, abbandonati in un bosco buio e freddo.

Ma anche utilizzare le parole, spesso, non è sufficiente e non basta nominare il bisogno di cura e di riconoscimento per rimettere in ordine i pezzi che il sistema sociale ha sparso qui e lì.

Non è abbastanza constatare una mancanza, per riuscire a viverne senza.

Al contrario, c’è bisogno di metabolizzare il lutto dentro di sé, viverlo giorno dopo giorno.

Ma per realizzare ciò, è necessario un grado di consapevolezza che ci permetta di svegliarci e di distogliere lo sguardo da quelle che sono le ombre della caverna, come suggerirebbe Platone, per rivolgerlo verso il sole, verso la luce autentica che esiste dentro di noi e dare ascolto a quella voce che chiama, chiedendoci aiuto.

Fermarsi, non essere ingranaggi di un meccanismo perverso.

Ascoltare e ascoltarci.

Come scrisse William Shakespeare infatti, “ I nostri corpi sono i nostri giardini dei quali le nostre volontà sono i giardinieri.”

Sara Roggi

[Immagini tratte de Google Immagini]