Una parola per voi: sospensione. Agosto 2019

“Eccoci nella pineta, al crocicchio dove sono i limonari, con i gitanti stesi all’ombra dei pini, le radio accese, i cartocci e le bottiglie di Ferragosto”.

Alberto Moravia, Scherzi di Ferragosto

Nel suo racconto Scherzi di Ferragosto, Alberto Moravia narra di una giornata afosa, intrisa di noia e fastidio. Il protagonista del racconto è rimasto a Roma, in questo giorno di festa, senza amici, famiglia, ragazze o cose da fare. È per questo che accetta l’invito dell’antipatico Torello, un giovanotto suo conoscente che «all’insolenza naturale aggiungeva quella dei quattrini». I due vanno a Fregene, ma durante il tragitto in macchina si imbattono in una strana coppia composta da un ricco italo-americano manesco e da una bella donna bionda molto civettuola. Torello non perde occasione per tentare di abbordare la ragazza, infischiandosene della presenza del suo compagno. Il protagonista del racconto descrive i fatti lasciando trapelare il crescendo di nervosismo che prova nei confronti di Torello, fino all’epilogo della storia. Questo racconto ci trasporta nell’atmosfera di sospensione tipica del Ferragosto italiano. Lavoratori e studenti, bambini, ragazzi, adulti e anziani, aspettiamo tutti le ferie di Ferragosto – se siamo così fortunati da averle. C’è chi organizza l’annuale grigliata all’aperto con gli amici, chi opta per una gita fuori porta in montagna, al lago, in collina o al mare, proprio come i protagonisti del racconto di Moravia. Sembra di vederli, i gitanti nella pineta di Fregene, stesi all’ombra degli alberi in silenzio, assorti nella loro meritata siesta. In sottofondo il ronzio di una radio che parla o diffonde musica lieve, intorno a loro i resti degli abbondanti pasti e delle bevute refrigeranti. Tutto è fermo, ha il sapore di un’irrealtà tutta estiva, intrisa di calore e riflessioni frammentarie. La città, il posto di lavoro, il tran tran quotidiano, sono lontani, paiono irraggiungibili, sembrano inesistenti. Torneranno, ma non ora: ora è il momento della sospensione.

Riuscite a pensare a dei libri, a un film, a una canzone e a un’opera d’arte che evochino questa atmosfera? Come sempre, noi de La Chiave di Sophia ci abbiamo provato! La parola per voi del mese di agosto è: sospensione. Buone ferie a tutti!

 

UN LIBRO

volti-nella-folla-chiave-di-sophiaVolti nella folla – Valeria Luiselli

Sospensione su due piani. Una giovane donna, voce narrante dell’opera, decide di fermarsi e con lei anche la sua quotidianità. In fondo, la sua vita privata è fatta di cose comuni, a volte banali, tant’è che decide di metterle a intermittenza in pausa. Inizia così a scrivere un romanzo in cui racconta della sua giovinezza newyorchese, quando viveva di poesia e di incontri con individui bizzarri. Ben presto il lettore diviene spettatore di un sottile e complesso gioco, dove la protagonista sceglie di volta in volta la realtà da mettere in pausa e quella da portare alla luce, con i relativi momenti e personaggi.

 

UN FILM

gli-invisibili chiave di sophiaGli invisibili – Oren Moverman

Giorni sospesi, ore uguali una all’altra, tempo da riempire, niente da fare, solitudine, noia. Quello che per Moravia è lo stato di pochi giorni estivi, per il George de Gli invisibili è una condizione perenne, un’esistenza ai margini, separata da tutto e tutti, invisibile, appunto, agli occhi di chi conduce una vita normale. Richard Gere ci trasporta in un mondo sempre sotto i nostri sguardi ma fuori dalla nostra percezione, una realtà in cui il vuoto e la noia di Ferragosto sono una costante quotidiana, una dimensione senza tempo che resta perennemente in sospeso su una vita interrotta.

 

UNA CANZONE

estate-negramaro-chiave-di-sophiaEstate – Negramaro

Con Estate dei Negramaro, singolo uscito il 30 giugno 2005, tutto si ferma e resta in bilico. A sorreggerci sembra esserci solo un’insensata voglia di equilibrio, quello stato di perfezione che vieta errori ma che impedisce anche di vivere. Finché lo scenario non cambia: in bilico, tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio, che mi lascia qui a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò. Finalmente arriva quella voglia di riscatto, quella voglia di vorrei, di desideri, quella voglia di vita che auguriamo a tutti di sentire ed esperire. La canzone ci insegna a lasciarci andare, anche solo per qualche attimo, senza essere prigionieri della paura: viviamo la nostra vita, buttiamoci nell’ignoto, piangiamo per i nostri errori e poi… rialziamoci! Viviamo, non sopravviviamo!

 

UN’OPERA D’ARTE

magritte_la_condizione_umanaLa condition humaine – Magritte

Visitabili rispettivamente alla National Gallery of Art di Washington e alla Collezione ginevrina Simon Spierer, le due tele, di taglio fotografico, realizzate dal surrealista belga pongono il dilemma dell’ambiguità tra reale e fantastico mettendo in discussione la percezione dello spettatore di fronte a un meta-quadro. Attraverso quanto fuori dalla finestra, al di là del cavalletto, Magritte vorrebbe infatti proporre una scena, straniante e sospesa, di cui non conosciamo il grado di realtà/idealizzazione

 

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Giacomo Mininni, Martina Notari, Rossella Farnese

 

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Una parola per voi: maschera. Marzo 2019

«L’uomo è meno se stesso quando parla della sua persona.

Dategli una maschera, e vi dirà la verità».

Oscar Wilde, Il critico come artista

Martedì 5 marzo, quest’anno, termina il Carnevale. Celebrazione che evoca divertimenti sfrenati, follie, risate e colori, ma soprattutto: travestimenti. I costumi carnevaleschi sono amati dai bambini ma anche dagli adulti; li mettiamo per andare a feste a tema, balli o parate. O, se non amiamo travestirci, ci piace forse guardare i carri di Carnevale sfilare in pompa magna per le strade cittadine. Sono esagerati, satirici, imponenti, mettono fra parentesi la routine quotidiana, di solito rigorosa e incasellata entro regole ben precise.
Eppure, con questa sua citazione, Oscar Wilde vuole dirci che l’uomo tende a mentire su se stesso proprio quando è “intrappolato” nelle sue normali condizioni. È proprio nel quotidiano, che tendiamo a fingere di essere chi in realtà non siamo, indossando una maschera “negativa”. Lo facciamo perché temiamo le convenzioni sociali, nonché il giudizio altrui. Cosa penserebbero di me in ufficio, se dicessi veramente quello che penso? Che direbbe la mia famiglia se mi mostrassi per ciò che sono, senza filtri o bugie? La sincerità non sempre paga – in società e in generale nei rapporti interpersonali, paga di più la diplomazia, se non addirittura la mistificazione.
Talvolta può dunque venirci in aiuto una maschera “positiva” che, coprendo il nostro volto, apre una breccia sul nostro vero io svelando chi siamo. La maschera ci protegge dagli insulti, dagli scherni, dalle condanne, dagli abbandoni. Dietro a una maschera, dice Wilde, possiamo dire la verità, trovare il coraggio di essere franchi e onesti, perché gli altri non vedono chi si cela dietro ad essa.

La parola per voi del mese di marzo è maschera: essa può essere negativa o positiva, una prigione, uno strumento di espressione, di liberazione o addirittura di emancipazione. A voi la nostra selezione di libri, film, canzoni e opere d’arte a tema!

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-il-fu-mattia-pscalIl fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello

Mattia Pascal, fuggito a Montecarlo, trova fortuna nell’arbitrio della roulette, ma, prima di tornare al suo paese natio, legge su un giornale che, Mattia Pascal, era stato ritrovato senza vita. Inizia così, la possibilità di una nuova vita per Mattia Pascal, sotto la maschera di Adriano Meis. L’alter ego, la maschera dietro cui si nasconde, restituisce al protagonista la libertà di una vita vera, da vivere proprio come egli voleva. Tuttavia, scoprirà che nessuna maschera può essere tenuta a lungo, che questa deve cadere, e che Mattia Pascal, suo malgrado, non può che essere se stesso, anche se non vuole.

 

UN ROMANZO CONTEMPORANEO

chiave-di-sophia-eleganza-del-riccioL’eleganza del riccio – Muriel Barbery

Un capolavoro con due protagoniste: la dodicenne Paloma, figlia geniale di una ricca famiglia che abita al numero 7 di rue de Grenelle a Parigi e Renée, la portinaia del palazzo, vedova e riservata. La maschera si rivela soprattutto nel personaggio di Renée, che si cala magistralmente nel suo ruolo di portinaia ignorante, un po’ scorbutica e sciatta, con il televisore perennemente acceso su programmi di basso spessore ma con un mondo privato, al di là di quello visibile, fatto di tante letture e passioni, come quella per la filosofia e per la cultura giapponese. La maschera calerà a poco a poco con l’arrivo del nuovo inquilino, monsieur Ozu: una citazione di Tolstoj le sfugge dalle labbra e sulla maschera si forma una prima crepa. Similmente accade per Paloma, che si finge un’adolescente come tutte le altre “nella boccia” dei pesci rossi, nascondendo il cervello e lo spirito di un genio. Quello che il romanzo sembra dirci è che è spesso difficile mostrarci per quello che siamo, ma prima o poi la finzione si rivela per quella che è; la domanda allora diventa: ne vale la pena?

 

UN LIBRO JUNIOR

io-sono-il-drago-chiave-di-sophiaIo sono il drago – Grzegorz Kasdepke, Emilia Dziubak

Una storia per tutte quelle bambine che, anziché sognare abiti da principesse, preferiscono giocare la parte del drago: un terrificante mangia-cavalieri che vi darà nuove idee per appassionanti giochi in famiglia. Oltre gli stereotipi di genere, ciò che conta è esprimere al meglio, senza freni inibitori, i propri interessi e il proprio modo di essere. Lettura che calza a pennello con il periodo di Carnevale e con le eventuali discussioni in famiglia riguardo l’abito più adatto con il quale mascherarsi. Età di lettura: 4-6 anni

 

UN FILM

m-butterfly la chiave di sophiaM. Butterfly David Cronenberg
Mascherati dietro raffinate spirali di ambiguità psicologiche e sensuali, i personaggi di “M. Butterfly” (film del 1993) incarnano alla perfezione una storia in cui nulla è mai veramente come appare. Pechino, 1964. René Gallimard è un diplomatico del consolato francese. Durante una festa conosce e si innamora perdutamente di una cantante lirica cinese senza capire che, in realtà, dietro quella voce celestiale non si nasconde una donna ma un uomo destinato a stravolgere per sempre la vita del diplomatico. Ispirato a una storia realmente accaduta, il film di David Cronenberg è un saggio visivo straordinario sulla potenza dei sentimenti umani e sulla loro capacità di stravolgere le apparenze del corpo e dello spirito. La lettera M. del titolo può essere interpretata sia come un chiaro riferimento alla Madama (Butterfly) di pucciniana memoria che alla M di “mister”, figura maschile associata a un appellativo femminile: “Butterfly”, per l’appunto. Privati delle loro maschere sociali, i personaggi di Cronenberg si lasciano travolgere dall’impeto delle loro passioni più autentiche, finendo inevitabilmente alla deriva.

 

UNA CANZONE

chiave-di-sophia-cremonini-pagliaccioIl pagliaccio  Cesare Cremonini

Tratta dall’album Il primo bacio sulla luna (2008), questa canzone di Cesare Cremonini mette in evidenza la completa aderenza che talvolta può verificarsi tra personalità e maschera. Il protagonista del testo è infatti un artista del circo, un pagliaccio per l’appunto, che si scopre tale anche una volta tolto il trucco a fine serata, quasi come in una sorta di ephiphany (“La sera quando mi sciolgo il trucco, / riscopro che sono un pagliaccio anche sotto“). Cremonini sembra dunque ricordarci quanto sia importante esprimere il proprio essere e trovare il proprio posto nel mondo, anche se diverso da quello convenzionale; anche perché, sembra suggerire il finale del video, anche il mondo reale (quello esterno rispetto ai colori e alle stranezze del circo) è fatto di altrettanto caos e altrettante maschere. Rispetto all’inizio della canzone che presenta una forte cesura tra questi due mondi (“Sono il pagliaccio / e tu il bambino“) il testo giunge finalmente alla consapevolezza del protagonista, che nella figura del pagliaccio vede la spontaneità del bambino (“Sei come me“) e nel circo vede il luogo dove esprimere al meglio sé stesso (“Ma in fondo io sto bene qua / tra le mie facce e la mia falsità / trovando in quel che sono / un po’ di libertà“). Quella che sembra dunque una maschera in cui ci caliamo e che ci permette di sentirci liberi, può anche rivelarsi una finzione per noi stessi perché di fatto coincide con il nostro vero io.

 

UN’OPERA D’ARTE

chiave-di-sophia-autoritratto-circondato-da-maschere-james-ensorAutoritratto circondato da maschere – James Ensor

La maschera, come sottolineato da Oscar Wilde, può essere uno strumento per manifestare una personalità il più delle volte nascosta, ma cosa succede quando si è l’unico volto reale in un mondo di maschere? È questa la Bruxelles che vede James Ensor nel suo Autoritratto circondato da maschere, del 1899, un eterno carnevale di colori sgargianti ed espressioni grottesche in cui nessuno ha il coraggio di essere se stesso, prigioniero delle convenzioni sociali e della propria falsità. Il misantropo Ensor, ammantato di astio ma anche di struggente malinconia, scopre una agghiacciante solitudine in mezzo alla folla: paradossalmente, in un mondo dove nessuno mostra se stesso per come è, è la sincerità di chi ha il coraggio di mostrarsi a volto scoperto l’unica maschera davvero terrificante.

 

Francesca Plesnizer, Fabiana Castellino, Giorgia Favero, Federica Bonisiol, Alvise Wollner, Giacomo Mininni

 

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Una parola per voi: tepore. Febbraio 2019

«Chi vive sempre nel calore e nella pienezza del cuore e per così dire nell’aria estiva dell’anima, non può immaginarsi il misterioso rapimento che afferra le nature più invernali, che vengono eccezionalmente toccate dai raggi dell’amore e dal tiepido soffio di un solatio giorno di febbraio».


Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano II

Nel frammento sopra riportato il mese di febbraio viene citato direttamente. È un mese che si trova nel bel mezzo dell’inverno, pieno di un rigore che prepotentemente giunge fino alle nostre ossa, gela le nostre membra e, magari, anche la nostra voglia di agire e sperare. Nietzsche accenna a coloro che vivono «nell’aria estiva dell’anima», avendo il cuore caldo e ricolmo, per poi considerare le persone la cui natura è, al contrario, più “invernale”. Questi ultimi tengono chiuso il loro cuore, rendendosi impermeabili ai sentimenti. Sono animi caratterizzati da cupezza e ombrosità, tutto l’opposto di chi invece tende a essere ridanciano, espansivo e affabile come una generosa giornata estiva ricca di raggi solari che infiammano e accendono, forieri di buoni pensieri. Ma che accade quando un animo tenebroso viene inaspettatamente raggiunto dal calore d’una soleggiata giornata di febbraio? Un «misterioso rapimento» lo ghermisce e, attonito, l’uomo invernale accoglie quell’amore inaspettato, quella solare gioia che non è abituato a provare.

Esistono romanzi, film e opere d’arte nei quali la cupezza invernale viene squarciata da un inatteso tepore estivo capace di intaccare anche il ghiaccio più duro e stratificato? Ve lo raccontiamo noi de La Chiave di Sophia.

 

UN LIBRO

via-col-vento-chiave-di-sophiaVia col vento – Margaret Mitchell

Un testo che è un vero capolavoro letterario, per la caratterizzazione psicologica in primis della protagonista Rossella, ma anche degli altri personaggi. Rossella è un personaggio invernale, ombroso, talvolta addirittura sciocco e capriccioso. la sua superficialità verrà in parte spazzata via dalla Guerra di Secessione americana, che facendo da sfondo al romanzo le toglierà tutto ad eccezione dei possedimenti terrieri. L’inverno in cui Rossella sarà costretta a vivere verrà squarciato soltanto da Rhett, un uomo che in realtà ha voluto sposare soltanto per interesse economico, ma che si rivelerà invece la persona che aveva sempre cercato. Rhett è il primo tepore di febbraio e farà rinascere in lei il sentimento e la speranza. Da qui, la celebre frase conclusiva: “domani è un altro giorno“.

 

UN LIBRO JUNIOR

adesso-che-sono-buono-chiave-di-sophiaAdesso che sono buono – Stefania Fabri

Ad alcuni di voi forse è capitato di dover cambiare scuola proprio nel bel mezzo dell’anno scolastico. Per un ragazzino che frequenta la scuola primaria, in effetti, un evento del genere è un vero disastro! Se il motivo, poi, è il lavoro a rischio del papà, che costringe la famiglia a trasferirsi in una casa meno costosa, la questione si complica per bene. Il protagonista di questa storia, Bebo, non è un ragazzino molto tranquillo; anzi, si sente incompreso dalla famiglia e trova sempre l’occasione per polemizzare con “la iena” (sua sorella, se non si intuisce). La vicenda familiare farà addolcire il carattere di Bebo, e gli riserverà addirittura una bella sorpresa..

 

UN FILM

qualcosa-e-cambiato-chiave-di-sophiaQualcosa è cambiato ­– James L. Brooks

Nel 1997 il regista James L. Brooks decide di mettere in scena la storia di Melvin Udall, scrittore di romanzi con seri disturbi ossessivo maniacali. Il ruolo di questo particolare personaggio è affidato allo straordinario Jack Nicholson, che lo interpreta con una naturalezza incredibile. Un uomo “invernale”, chiuso nelle sue abitudini, nei suoi pregiudizi e fissazioni, che verrà colto di sorpresa dal tepore estivo di Carol, interpretata dalla bravissima Helen Hunt, ragazza madre con un adorabile figlio che soffre di una forma di asma cronica, costretta a lavorare come cameriera nel ristorante in cui Melvin fa colazione ogni mattina (odiato per altro da tutto il personale). Per una serie di eventi le loro vite si mescolano e la presenza di Carol aiuterà Melvin a cambiare. “Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore”, le dice sul finale della storia: qualcosa è davvero cambiato.

 

UNA CANZONE

meraviglioso-modugno-chiave-di-sophiaMeraviglioso – Domenico Modugno

Pubblicata nel 1968, Meraviglioso di Domenico Modugno si potrebbe definire un vero e proprio inno alla vita. Dietro a questo titolo, si cela la storia di un tentato suicidio che il cantante (nel caso specifico Riccardo Pazzaglia, autore del testo) utilizza come chiave per parlare della bellezza del mondo, spostando l’attenzione sulle cose belle e sulla positività.  Dall’oscurità dell’acqua riflessa negli occhi dell’uomo sul ponte, quell’uomo che voleva togliersi la vita, si passa alla luce del sole, alla bellezza del mare, alla dolcezza dell’abbraccio di un amico e del viso di un bambino, fino al dolore che però la vita stessa potrà guarire. Abbiamo di fronte la natura, una natura che sa essere rigogliosa, calda ed emozionante. Ma soprattutto abbiamo intorno le persone che sanno rendere la nostra vita speciale: “meraviglioso il bene di una donna che ama solo te, meraviglioso”. Questa canzone ci insegna a ritrovare il meraviglioso sapore della vita e a tornare ad aprire gli occhi anche quando il mondo ci sembra un posto oscuro, senza speranza e senza amore.

 

UN’OPERA D’ARTE

conversione-di-san-paolo-chiave-di-sophiaConversione di San Paolo – Caravaggio (1600-1601)

Nel celebre capolavoro caravaggesco, conservato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, viene raffigurato il momento in cui Saulo di Tarso, caduto da cavallo sulla via per Damasco, viene colto da un’accecante luce divina, verso la quale il protagonista, inerme, apre le braccia, abbandonandosi al calore di Dio che, chiedendogli perché lo stesse perseguitando, lo conduce alla conversione. In quest’opera viene dunque rappresentato un incontro di vibrante forza emotiva, quello tra l’animo gelido e impassibile del cittadino romano Saulo di Tarso, persecutore dei primi cristiani, e il forte calore della fede, che, penetrando con un raggio anche l’animo più ostile, riesce a fargli scaturire quella magnanimità di cui egli sembra essersi sempre privato. E così Saulo diventa San Paolo, il più strenuo difensore del Cristianesimo, colui che viene sempre raffigurato con la spada in mano, perché sempre in prima linea nella diffusione della nuova dottrina cristiana e nella difesa dei suoi valori. Anche l’animo più freddo, colto da un caldo raggio di luce, può manifestare una positività che fino a quel momento è rimasta prigioniera di una maschera di ghiaccio autoimposta e destinata a sciogliersi.

 

UN’ARCHITETTURA

prairie-house_la-chiave-di-sophiaPrairie Houses – Frank Lloyd Wright

Le cosiddette Prairie Houses sono delle abitazioni progettate dal grande architetto americano tra la fine dell’Ottocento e gli anni Dieci del Novecento nei sobborghi “bene” di Chicago: una Prairie House costituiva uno status symbol per la ricca società cittadina. I caratteri unificanti di queste architetture sono molteplici: il rapporto con la natura del paesaggio, l’orizzontalità delle linee e della disposizione delle masse, il recupero di modelli vernacolari, ma lo sviluppo organico del progetto che ha il suo baricentro nel focolare, che per Wright era il centro della vita famigliare. L’ampio utilizzo del legno e della pietra nel rivestimento e nell’arredo concorre a veicolare una sensazione di tepore e di accoglienza che vengono immediatamente percepite dal visitatore o dalla persona che tutt’ora le abita. Le Prairie Houses sono una delle migliori traduzioni di un’espressione che, se ci pensiamo, attraversa tutta la cultura mondiale: bentornato, welcome home, okaeri… e indipendentemente dalla stagione, questa parola ci scalda un po’ il cuore.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Federica Bonisiol, Martina Notari, Luca Sperandio, Giorgia Favero

Una parola per voi: focolare. Dicembre 2018

La parola per voi scelta per questo mese di dicembre è “focolare”. Lo stato d’animo attorno al quale ruoteranno i libri, le opere d’arte, i film e le canzoni selezionati per voi, è tratto da una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata “Natale”.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Ungaretti scrisse questa poesia durante il periodo natalizio del 1916, mentre trascorreva la sua licenza di guerra presso un suo caro amico a Napoli. Sorvolando lo stato d’animo malinconico del poeta, che non ha né voglia né forza di festeggiare il Natale col sorriso sulle labbra dopo aver vissuto le atrocità della guerra, approfondiremo le ultime due strofe, in particolare la parola “focolare” che chiude la poesia: «Qui/non si sente/altro/che il caldo buono/Sto/con le quattro/capriole/di fumo/del focolare». Questo, per molti di noi, è il vero significato del Natale, ciò che dà un senso a questa festività in origine pagana, diventata poi la “regina” delle festività cristiane. Per quanto la vita possa risultare amara, in quella che riconosciamo come “casa” (che sia la nostra, quella della nostra famiglia d’origine, quella d’un parente o d’un amico) percepiamo un “calore buono”, benevolo, rassicurante, capace di lenire le nostre ferite e fornirci una tregua. Ci troviamo attorno a un focolare (anche metaforico) che emana un fumo allegro, speziato, profumato di gioie, amore e affetto, un fumo che il poeta descrive con quelle parole, “quattro capriole”, per indicarci che purtroppo, come la vita, come ogni felicità, è qualcosa di effimero, destinato a passare. Ma adesso quel calore pregno di buoni sentimenti e speranze è qui, lo possiamo tenere stretto a noi, interiorizzarlo nella nostra anima, farci cullare da esso, in questo nuovo Natale alle porte.

Ecco la nostra selezione, in linea con la parola del mese:

 

UN LIBRO

paula-chiave-di-sophiaPaula  Isabel Allende

L’ambientazione è diversa dal classico quadretto familiare i cui membri siedono dinanzi ad un camino ascoltando le storie dei vecchi. L’ospedale in cui Paula viene ricoverata per una grave malattia è il capezzale dove la madre Isabel si reca creando magicamente un focolare intimo, fatto di storie di dolore, esilaranti e di speranza. Un fuoco narrativo a cui Isabel dà origine per distrarre la morte, per allontanarla un poco dal profondo stato di coma in cui versa Paula. Un fuoco evocatore della sua intera famiglia affinché circondi Paula e l’aiuti a non perdersi lungo il confine della vita.

UN LIBRO JUNIOR

il caso del dolce di natale chiave di sophiaIl caso del dolce di natale (e altre storie) – Agatha Christie

Prendete un investigatore. Aggiungete un Natale in campagna. Metteteci un principe e un rubino rubato. Glassate con un gioco all’omicidio, e servite fumante. Cosa convincerà Poirot a lasciare il solitario, ma comodo, caminetto (a gas!) di casa, per indagare anche a Natale? Riuscirà a risolvere il caso, e soprattutto: capirà qual è il vero spirito del Natale? Una raccolta di sei imprevedibili racconti, frutto di una penna geniale che, dietro la semplicità stilistica, nasconde cura dei dettagli e volontà di stupire: una miscela perfetta di suspence e linearità. Adatto dai 12 anni in su.

UN FILM

il-cacciatore-chiave-di-sophiaIl cacciatore  Michael Cimino

Il Cacciatore è considerato uno dei capolavori del genere cinematografico di guerra, seppur ne parli poco. Come Ungaretti si trova di fronte a contrasto emotivo, rappresentato dalla condizione abietta dei ricordi di guerra in contemporanea all’arrivo del Natale, così nel film i protagonisti appena rientrati dal Vietnam si presentano deboli e speranzosi di poter ritrovare un loro proprio equilibrio. Focolare non è solo casa e famiglia, ma anche comunità. Una comunità che deve essere in grado di favorire la ricerca del proprio posto nel mondo. Purtroppo, non tutti i protagonisti del film riescono a trovare il loro, tant’è vero che alcuni perderanno se stessi. Per Ungaretti la soluzione furono le quattro capriole di fumo; in questo film invece è l’amicizia.

UNA CANZONE

chiave-di-sophia-tiromancinoImmagini che lasciano il segno  Tiromancino

Se la parola “focolare” rimanda all’insieme di relazioni ed affetti che compongono quella che riconosciamo come “casa” (ovunque essa sia e in qualsiasi forma essa si proponga), questa canzone del 2014 può fare da sottofondo a un momento di scambio e condivisione tra genitori e figli. Scritta e interpretata da Federico Zampaglione, la canzone è una dedica alla figlia Linda, diventata “la ragione che lo muove, l’essenza della sua esistenza, la sua motivazione”. Una canzone dalla sonorità sempre fresca, che propone agli ascoltatori una piacevole presa di coscienza da parte del cantante riguardo l’importanza che la figlia ha per la sua vita.

UN’OPERA D’ARTE

lecture de la bible chiave di sophia focolareLa lecture de la Bible – Jean-Baptiste Greuze (1755)

Il concetto di focolare viene sempre associato a situazioni e ambienti che riuniscono un gruppo intimo di persone in un contesto di calore materiale o figurato. Esso viene così a identificarsi come momento di condivisione e di unione, spesso inteso in ambito familiare. Quello che viene raffigurato nel dipinto dell’artista francese Greuze è proprio uno di questi momenti, vale a dire quello in cui il padre di famiglia, circondato da moglie e figli al completo, siede a un tavolo per leggere un passo della Bibbia. La scena, di efficace realismo, si svolge all’interno di una casa scarsamente arredata, dove la crudezza dei muri freddi sembra farla da padrona. Tuttavia il forte senso di calore, abilmente trasmesso dal pittore mediante l’uso di tonalità calde, emerge dallo stretto legame affettivo esistente tra i familiari: un legame sacro quanto le parole pronunciate dal pater familias chino sopra la sua Bibbia, verso il quale i volti attenti dei figli manifestano un senso di profondo rispetto.

 

Appuntamento al prossimo mese, con la prossima parola!

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, David Casagrande, Simone Pederzolli, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

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L’amica geniale: una ricerca tra immagini e parole

La prima miniserie tratta dall’omonimo bestseller di Elena Ferrante porta lo spettatore a riflettere sul rapporto, spesso conflittuale, tra testo scritto e messa in scena 

 

«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti in una celeberrima scena di Palombella rossa. Impossibile dargli torto, soprattutto quando si parla di trasposizioni cinematografiche tratte da romanzi di fama internazionale. Dare vita a un testo scritto attraverso le immagini significa spesso dover sacrificare espressioni, situazioni e dettagli che il cinema fatica a mettere in scena nella breve durata di un film. Non è raro, dunque, che i lettori restino delusi avvicinandosi agli adattamenti cinematografici dei loro libri preferiti. La trasposizione televisiva de L’amica geniale sceglie però di utilizzare le immagini non per rielaborare il senso del testo scritto da cui è tratta ma per riaffermarne il valore, esaltando la centralità della parola scritta.
Diretta da Saverio Costanzo, già autore dell’adattamento cinematografico de La solitudine dei numeri primi, questa miniserie in otto episodi stupisce soprattutto per la sua incredibile aderenza al libro di Elena Ferrante. Non a caso la misteriosa scrittrice è una delle sceneggiatrici principali della fiction targata Hbo in onda su Rai 1 da novembre. In quest’ottica la scena d’apertura del primo episodio della serie è a dir poco emblematica: nel buio di una stanza, in piena notte, un telefono squilla e chi risponde inizia a parlare senza nemmeno accendere la luce. Prima le parole, poi le immagini: il messaggio è chiaro fin da subito. I dialoghi in dialetto napoletano, sottotitolati in italiano, marchiano lo schermo del televisore come se le parole del libro si sdoppiassero per aumentare ancor di più il loro peso nella costruzione della storia. In una narrazione scenica dove il testo ha un valore assoluto, lo spazio artistico del regista rischia di ridursi enormemente. La bravura di Costanzo sta però nell’introdurre un tono onirico e spesso surreale (tipico del suo cinema) a molte sequenze della miniserie, evitando che la storia si limiti a essere una piatta copia-carbone della pagina scritta.

Lila e Lenù, le due amiche protagoniste della miniserie, sono due personaggi agli antipodi ma che, nel corso di una vita, avranno il tempo per conoscersi e scoprire di avere molto più in comune di quanto potessero pensare. Idealizzandole, una delle due potrebbe somigliare a un testo scritto mentre l’altra al suo adattamento cinematografico. Parole e immagini che s’inseguono di continuo, tentano di imitarsi e alla fine giungono a una sintesi, magari imperfetta, ma consapevole che l’unione tra due espressioni artistiche può portare alla creazione di storie destinate a lasciare un segno.

 

Alvise Wollner

 

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Una parola per voi: morte. Novembre 2018

Il due novembre vengono commemorati i defunti. «Per tutti la morte ha uno sguardo», scrive Cesare Pavese, magari quello di un caro estinto che rivediamo riflesso in uno specchio, mentre comunica con noi tacitamente (ascoltiamo «un labbro chiuso» dalla morte). Tutti sappiamo che la morte verrà, non quando o sotto quale veste, ma a volte, nel corso della nostra vita, alcune prove a cui siamo sottoposti sono così dure da portare con sé una visione mortifera. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi»: la morte può, come per Pavese, assumere le sembianze di un amato che ci ha lasciati. Essa può, tristemente, essere desiderata durante un cupo periodo depressivo, quando pare che la vitale speranza sia vana.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

La “parola per voi” di questo mese è morte, o meglio, lo sguardo che essa può avere per noi: cerchiamo, sulla scia di questa poesia di Pavese, gli occhi della morte in un film, in una canzone, in un libro, in un’opera artistica. Morte voluta, combattuta e sconfitta, morte che è sempre con noi, impalpabile ma percepibile, in ogni gesto quotidiano – in quanto memento del nostro essere vivi. A voi la nostra selezione:

LIBRI

chiave-di-sophia-intermittenze-della-morteLe intermittenze della morte  José Saramago

E se la macchina della morte smettesse di funzionare? Così accade allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre: le persone smettono di morire. Fatto che, lungi dal far acquisire all’uomo la bramata immortalità, porta il Paese al collasso economico, civile e sociale. Tuttavia, la Morte, con la sua falce, non tarderà a tornare con delle lettere per avvertire i predestinati della loro imminente dipartita di lì a sette giorni. Eppure, il meccanismo si inceppa ancora ed una lettera non viene recapitata al destinatario, cosa che obbligherà la Morte a prendere misure straordinarie.

chiave-di-sophia-cento-poesie-damoreCento poesie d’amore a Ladyhawke – Michele Mari

«Verrà la morte e avrà i miei occhi/ ma dentro/ ci troverà i tuoi»: si legge così sulla copertina di Cento poesie d’amore a Ladyhawke, esordio poetico colto, citazionistico e sentimentale di Michele Mari, «l’ultimo dei romantici» che, riscrivendo il celebre verso di Cesare Pavese, travolge il lettore tra le strazianti e frizzanti pagine di un amore edenico e remotissimo, «in un tempo/ così lontano che non sembra stato» quando il poeta e la sua musa si dondolavano «su un’altalena sola». Un amore platonico iniziato tra i banchi di scuola, «in un punto della Death Valley/chiamato liceo», rimasto sul fragile punto di equilibrio tra potenzialità e realtà, rilegato al limbo delle cose sospese per non esporlo al rischio di un fallimento o della felicità. Un amore stendhalianamente cristallizzato e tacitamente vissuto come «un trapano tremendo» e custodito segretamente per trent’anni, poi esternato, mai consumato, e svanito: «fedeli al duro accordo/ non ci cerchiamo più».

FILM

departures la chiave di sophiaDepartures  Yojiro Takita
Sono pochi i film che negli ultimi anni hanno messo in scena il tema della morte con l’eleganza e l’umanità di Departures, opera che nel 2009 è valsa al regista giapponese Yojiro Takita l’Oscar per il Miglior lungometraggio in lingua straniera. Il titolo originale del film ne spiega in gran parte il senso: Okuribito, in giapponese, è infatti la persona che accompagna qualcuno alla partenza. La morte viene qui riletta come un viaggio che simboleggia il capolinea di un’esistenza terrena ma al tempo stesso segna l’inizio di un nuovo percorso spirituale inaugurato dal rituale del nokanshi, tradizione nipponica che serve a dare l’estremo saluto alla persona defunta. La pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara prima di lasciarla andar via per sempre. A compiere questo delicato rituale è la figura del tantocosmeta. Un lavoro in cui si imbatterà Daigo, ex violoncellista in cerca di un nuovo posto nel mondo. Pensando di venire assunto in un’agenzia di viaggi, finirà per scoprire la struggente umanità insita nel lavoro a contatto con i defunti, arrivando a trovare un nuovo modo per affrontare la vita.

UNA CANZONE

vecchioni la chiave di sophiaVerrà la morte e avrà i tuoi occhi – Roberto Vecchioni

Per anni professore di lettere, Roberto Vecchioni non manca di riconoscere dietro l’immagine della morte cantata da Cesare Pavese il volto del suo ultimo amore, Constance Dowling, l’attrice da lui amata e perduta in America. Come il poeta, anche Vecchioni dà alla morte un volto di donna, un’amante liricizzata che arriva a racchiudere in sé la vita stessa di chi la ama, la canta, la piange. La notte, e la morte che questa rappresenta, viene invocata come rimedio alla fine di un amore, una liberazione che potrà giungere solo quando l’amante abbandonato potrà dimenticare l’amata, rinunciando alle proprie memorie, al proprio amore, e quindi alla propria vita. Proprio per questo, però, seppellire un dolore a lungo cullato è in sé sia morte che rinascita: “Sarò ‘io’, quel giorno che non sarai più niente.”

OPERE D’ARTE

1024px-gustav_klimt la chiave di sophia morte parola per voiVita e morte  Gustav Klimt

La morte, raffigurata sotto forma di uno scheletro avvolto in un lungo mantello di colore scuro, si staglia minacciosa sulla sinistra del dipinto. Essa è sveglia e attenta e, con il suo terribile sguardo rivolto verso un gruppo di persone dormienti, sembra incedere verso di loro con passo lento e funereo. I vivi, avvolti nel sonno e dunque ignari della morte che li sta osservando, sono nudi e indifesi: ciascuno di loro può caderne vittima in qualsiasi momento, indifferentemente dall’età o dal vigore fisico. In quest’opera il grande artista austriaco riesce a condensare l’essenza principale della morte, ovvero la sua costante presenza al nostro fianco, rimarcando nell’immagine la sua netta contrapposizione alla vita, della quale, però, è non solo la fine inevitabile e necessaria, ma anzi un suo momento imprescindibile.

death-dancing-chiave-di-sophiaDeath Dancing – Simberg

Enigmatica, altra, e simbolista, Death Dancing di Hugo Simberg, sembra riecheggiare a colori il verso campiano del Diario Bizantino «Due mondi – e io vengo dall’altro». Se il simbolo a differenza dell’allegoria procede dal concreto all’astratto, quest’opera non è poi così connessa alla tematica della morte, almeno non in senso funebre: a me pare piuttosto un’allegoria della vita, una sorta di danza in maschera, di passo a due sull’altalena della vita, come si nota dal trasporto con cui il mantello rosso vivo della morte – tradizionalmente rappresentata in nero ‒ abbraccia la giovane fanciulla sgambettante e dalla chioma fluttuante nel vento. La danza è in sintonia cromatica con lo sfondo sebbene vi sia un separé che può essere inteso in modo più forte, come l’impossibilità di vivere materialmente in eterno, oppure in modo poetico, come una sorta di tango puerile in riva al mare.

 

Al prossimo mese, con la prossima parola.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Rossella Farnese, Alvise Wollner, Giacomo Mininni, Luca Sperandio

[Photo credit Jerry Kiesewetter su Unsplash.com]

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Il riconoscimento: l’alterità in trappola

“Ti riconosco”. Questa è una espressione che, secondo Luce Irigaray, permetterebbe il riconoscimento dell’altro: «io riconosco che tu sei, che tu esisti, che tu divieni»1. Questo altro, non con la lettera maiuscola, come ad esempio l’Altro in Lévinas, è una persona, un corpo sessuato e quindi sottoposto alla legge biologica del genere.

Eppure in questa lettura, nell’espressione “Io ti riconosco” si nasconde una trappola, la quale farebbe ricadere il pensiero dell’alterità nella cosiddetta logica dell’identità. Perché?

Mi servirò di alcune espressioni della lingua comune, vera miniera per un’analisi filosofica, poiché, in qualche modo, mostra il pensare e il sentire comune, mettendo in risalto le strutture nascoste del pensiero occidentale.

“Ti riconosco”. Partiamo da questa frase. A una prima occhiata sembrerebbe che Irigaray abbia ragione nel vedere qui una legittimazione dell’esistenza dell’altro, l’annullamento di qualsiasi gerarchia: ci si può sbarazzare del peso della dialettica padrone-servitù. Io ti sto riconoscendo, ti sto dando spazio in questa relazione, ti permetto di entrare in comunicazione: ho aperto un canale che ci farà avere una relazione. Tuttavia, come già accennato, c’è il trucco. C’è un tranello, un inganno oppure la volontà di non vedere come sia perfido il linguaggio. Dicendo “Ti riconosco” il soggetto che parla sta ponendo la base ontologica per l’evento dell’altro: in quanto io ti riconosco, ti sto riconoscendo, allora, tu esisti. Senza questa mia azione, tu non saresti.

C’è di più. Si può allargare l’enunciato ed esclamare: “Ora, ti riconosco! Ecco il mio Pinco Pallino!”. In questa frase, che è un passo ulteriore rispetto a quella precedente, uscendo dal confronto con la Irigaray, vediamo che quell’“ora” è di fondamentale importanza. L’altro con cui ci andiamo a confrontare, con cui dialoghiamo, dopo aver espresso questo enunciato, scompare. Difatti, queste parole, non significano altro che la rappresentazione dell’altro e non la sua vera presenza. Esso è un fantasma, una proiezione. L’elemento temporale vuol significare che “adesso” sei la persona che conosco, mentre prima, per motivi che hanno scosso l’edificio delle certezze del soggetto che parla, non eri tu: come avresti potuto? Se il Pinco Pallino che conosco ha sempre avuto certe abitudini, certi comportamenti, è ovvio che quello che prima eri tu, in realtà, non potevi esser tu. Solo adesso che sei tornato – da dove? – in te – prima, ricordiamoci che non esistevi – io ti riconosco.

Altra frase ricorrente è questa: “Sei sempre il solito!”. Normalmente viene utilizzata in due modi: per scherzo, quando qualcuno commette un atto che denota la personalità di un individuo, oppure, con astio, quando sempre quel qualcuno agisce in maniera errata, a conferma del suo carattere, del suo ethos. Se si va a scavare nel significato filosofico di questo enunciato, è possibile vedere come il primato del soggetto sia ancora visibile, presente: esso viene rassicurato dal permanere dei modi dell’altro, delle sue parole, delle sue azioni, dei gesti, così da poter mettere in atto delle difese, delle contromisure, che lo portano a porre il proprio controllo sulla realtà. L’altro è solo “un rompicapo da poter risolvere con gli strumenti del paradigma”, come potrebbe dire Kuhn.

Il linguaggio, la parola, mette una barriera tra due individui, perché è  sempre espressione di una soggettività virile, che vuole possedere, controllare, amministrare. Essere confortata. Confortarsi.

Tuttavia, è necessario che questa soggettività sia, invece, sconvolta dall’altro, che sfugga a qualsiasi categoria, così da poter sempre rimettere in gioco le carte, non dar nulla per scontato.

Quello che l’altro dovrebbe suscitare in me, costantemente, è quella strana sensazione che si prova quando si è innamorati, quando siamo colpiti da Eros: un desiderio dettato dalla distanza, mai percorribile interamente, che ci lasci con ancora la voglia di poter scoprire l’altro. Di trasformarci pur di poterlo acciuffare, con il risultato di venire a nostra volta cacciati. Ma anche quando si sarà arrivati alla nudità, al corpo dell’altro, esso ci rimarrà per sempre estraneo: sia per la sua conformazione sessuata, per dirla con Irigaray, sia per quella individuale, dove ogni corpo è impersonato. Ciò non vuol dire che vi sia un’anima, bensì che il corpo è vivo, pulsante, fremente e mai uguale a quello di un altro. Alla frase della Irigaray, “Ti riconosco”, bisognerebbe, invece, sostituire: “Per fortuna che ancora non ti conosco”. Nell’amore, nel sesso, nella carezza, nei gesti che continuamente ci scambiamo, in un linguaggio silenzioso, c’è tutta l’incapacità di conoscere. L’altro non lo vogliamo conoscere, non dobbiamo conoscerlo. Non lo vogliamo ri-conoscere, ma viverlo. L’alterità è il mistero dell’esistenza.

 

Edoardo Poli

 

Nato a Velletri il 14 febbraio 1996, mi sono diplomato al Campus dei Licei “Massimiliano Ramadù”, ad indirizzo scientifico.
Vivo a Pisa e mi sono laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pisa. Ho pubblicato un libro di poesie nel 2015, attualmente scrivo per altre riviste, tra cui “Artspecialday” e “Momus”; fortemente interessato ad argomenti sia scientifici che umanistici, secondo quella unificazione della cultura umanistica e scientifica, tipica dell’approccio complesso.

 

NOTE:

1. L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2006, p. 39

 

[Photo credits: Ian Schneider via Unsplash.com]

Parresìa digitale. Rispondere alle domande del web con la filosofia

I nuovi scenari di comunicazione digitali stanno ponendo alla società odierna delle sfide che hanno delle conseguenze decisive sul piano culturale e politico. Tuttavia, non si tratta di problematiche affatto nuove, ma del riproporsi di dinamiche comunicative che la filosofia ha analizzato già da millenni.

Andiamo per un momento all’ultimo corso tenuto da Foucault nel 1984, in cui analizza la storia del concetto greco di parresìa, termine con il quale nell’antica Grecia si indicava il dire-il-vero, il discorso che, mettendo da parte tutti i personalismi e gli interessi particolari, ha come unico obiettivo la verità; e che si sostanziava nel dovere-privilegio di parlare a nome della polis nelle discussioni politiche. Tuttavia, questa pratica diventa pericolosa con l’avvento della democrazia, perché, argomenta Platone, essendo concessa a chiunque facoltà di parlare, discorsi veri e discorsi falsi si confondono e diventano indiscernibili. Anche Demostene nella terza filippica sottolinea come il popolo preferisca chi lo lusinga a chi dice la verità e come ciò renda impossibile la parresìa: nella assoluta libertà di pronunciarsi è impossibile esercitare la parola come strumento di ricerca e comunicazione della verità.

Come questa struttura dialogica perversa si stia riproponendo oggi sul web è sotto gli occhi di tutti. Il circolo vizioso della comunicazione digitale nasce dalla capacità di penetrazione e dalla pervasività degli strumenti digitali, che permette l’identificazione quasi scientifica degli interessi e desideri della propria audience. Da questa grande potenzialità comunicativa discende un uso che mira a accondiscendere a tutte le opinioni per acquisire sempre più pubblico: in questo coacervo di informazioni scritte con il fine di attrarre lettori, la parresìa, la facoltà di esprimere il vero, è inibita in partenza.

Da redattore di una rivista web di musica classica come Quinte Parallele, posso dire che il riscatto da tale scenario deve passare necessariamente da un cambiamento di rotta degli attori che si occupano di informazione e/o cultura. È necessaria una redenzione nell’utilizzo di queste tecniche di comunicazione: la conoscenza delle inclinazioni e del comportamento delle persone deve essere usata per indurre al pensiero critico e all’informazione, piuttosto che per assecondare le opinioni, spesso superficiali, dei lettori, al fine di acquisire pubblico. Nel nostro progetto editoriale cerchiamo di andare in questa direzione, sfruttando le potenzialità della comunicazione digitale per invitare le persone all’ascolto e all’approfondimento della musica d’arte. E possiamo dire che è una strada che funziona, perché i lettori rispondono quando sollecitati. Infatti, la cultura e il pensiero sono elementi costitutivi di ogni essere umano, così come anche le bassezze e le oscenità.

Decidere su quali aspetti puntare significa decidere quale idea di futuro si vuole costruire.

 

Francesco Bianchi

Francesco Bianchi, studia filosofia tra Macerata, Padova e Jena e marketing a Roma. Le infinite vie del Geist lo portano a dirigere nel dopolavoro Quinte Parallele, la rivista di musica classica che fra qualche anno renderà più diffuso Wagner di Beyonce.

Hic sunt leones: l’immunità nei social

Nel 2016 gli italiani che adoperano quotidianamente i social network sono circa 21 milioni ovvero il 35% dell’intera popolazione del Bel Paese, un dato non indifferente se consideriamo di come nell’autunno di otto anni fa si aggirava attorno al milione di utenti. Un boom che ha portato a considerare la piattaforma più usata: Facebook, come una sorta di nuova piazza, capace di far interagire tra loro persone non solo di tutta Italia, ma anche di tutto il mondo. Si tratta di un’ulteriore evoluzione della comunicazione di massa?

Guardando brevemente la storia della stessa possiamo rispondere tranquillamente che sì, i social network hanno sintetizzato le passate esperienze della radio e della televisione; dalla prima hanno ereditato l’interazione – sebbene la maggior parte degli apparecchi potesse solo ricevere, non di rado si potevano incontrare appassionati smanettoni capaci di costruirsi la propria stazione radio in grado anche di trasmettere e quindi di comunicare: da metà anni ’70 si assiste infatti alla diffusione delle “radio libere” – dalla seconda invece hanno ereditato la componente video.

Esistono dei benefici, degli aspetti positivi nell’uso di questi veri e propri strumenti, specialmente in ambito mediatico o della conoscenza, eppure sotto la superficie esiste un intricato labirinto oscuro capace di mostrare la parte più recondita – e forse più sincera – delle persone. Quello che si percepisce è un grosso divario tra ciò che si potrebbe e ciò che invece si fa con l’internet del XXI secolo; ognuno di noi per esempio potrebbe incrementare la propria capacità di critica, di analisi e di confronto, nel concreto invece si assiste ad un fenomeno diametralmente opposto: più aumentano i presupposti del progresso sociale, più le persone costruiscono un muro di ottusità oltre il quale si estendono diversi ettari di occasioni perdute.

Così i pensieri espressi si omologano al pensiero-matrice della personalità legata al mondo della politica, o dell’opinionismo spiccio, oppure del mondo fittizio della “bufala”; il risultato sono centinaia e centinaia di frasi ripetute all’infinito prive di fondamenti concreti, orfane di fonti o addirittura inserite a caso nei più svariati contesti.

Come se non bastasse, a questa babele informatica si aggiunge il fattore cattiveria.

La “cyber diffamazione” amplifica l’antica derisione all’ennesima potenza: se in passato il proprio raggio di socializzazione era limitato ad ambienti locali e quindi per ricostruire la propria reputazione, messa in pericolo da qualche buontempone, bastava semplicemente cambiare quartiere o frequentazioni, oggi la propria vita privata è esposta a rischi ben più profondi poiché il raggio di socializzazione si è prolungato a dismisura raggiungendo un numero considerevole di persone con la conseguenza evidente che i rimedi del passato risultano totalmente inefficaci. I risultati sono tristemente noti: suicidi per cyber bullismo o traumi riconducibili ad esso e ripercussioni sulla salute psicologica della vittima.

Oltre all’accanimento contro una persona specifica assistiamo sempre di più alla violenza espressa, sempre attraverso frasi di cattivo gusto, nei confronti di comunità straniere – senza risparmiare i bambini – o nei confronti di determinate categorie di persone perché non annoverabili nella “normalità”.

Sebbene venga spontaneo chiedersi se gioire della morte di qualcuno o auspicare gratuitamente stragi efferate sia il metro di giudizio della normalità, è interessante il diverso atteggiamento che gli stessi individui utilizzano nei social network e nella realtà del quotidiano. Siamo tutti affetti da una sorta di bipolarismo confuso? Più probabilmente è la diretta conseguenza del nostro snobbare le parole.

Esse infatti, come dice un antico proverbio, feriscono più della spada, ma dato che non hanno la forma di un’arma e non sono consistenti tanto quanto un’arma, vengono il più delle volte sottovalutate, non tanto da chi le legge, ma da chi le pronuncia. Lasciano segni interiori, quindi invisibili ai più, ed il confine tra invisibile ed inesistente è così labile che spesso e volentieri lo si varca senza preoccuparsi troppo.

Negli ultimi anni in particolare è proprio la piattaforma Facebook ad averci regalato punti davvero bassi per quel che concerne la qualità del dialogo tra utenti. Si è via via trasformato in un’arena dove ci sono i leoni, quelli da tastiera ovviamente, convinti di vivere in un mondo ultraterreno, dove le conseguenze – in particolare quelle penali – sono incorporee, e forse non hanno nemmeno tutti i torti.

Tirando le dovute somme la domanda si pone un dubbio fondamentale. Ripartendo dai dati forniti all’inizio, proprio perché ormai il 35% degli italiani usa i social network, proprio perché le conseguenze dell’errato uso degli stessi provocano danni spesso irreversibili alle persone, quando verrà il momento di regolamentare, anche attraverso sanzioni più concrete, il comportamento degli utenti? Quando verrà finalmente il momento in cui tutti i fruitori della rete dovranno, per legge, prendersi la responsabilità di ciò che dicono pubblicamente?

Non resta che aspettare, speriamo non troppo, ulteriori sviluppi e approfondimenti sul tema.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da Google Immagini]

Italo Calvino, “Il castello dei destini incrociati”

«In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpresi in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti». Ovvero – potremmo dire – nel mondo della natura, dell’indistinto e del caotico, si apre uno spiraglio, una presenza umana che sembra promettere ordine e razionalità. Ma questo luogo elude tutte le nostre aspettative, non si capisce nemmeno se sia un castello decaduto, o magari una modesta osteria che col tempo si è nobilitata. E soprattutto, a causa di una sconosciuta magia, i viandanti che si radunano hanno perso la più umana delle facoltà, quella della parola. Vorrebbero comunicare e raccontare tutti la loro storia, ma non possono. L’unica possibilità gli è offerta da un mazzo di tarocchi: a turno, disporranno su un gran tavolo alcune carte a loro scelta; le misteriose figure degli arcani e le forme dei semi alluderanno a una storia, che gli altri dovranno decifrare.

Il castello dei destini incrociati copertina - La chiave di SophiaQuesto semplice spunto è la regola di fondo che regge Il castello dei destini incrociati (1973) di Italo Calvino (1923-1985). Il termine “regola” – certo insolito per un’opera letteraria – sembra del tutto appropriato in questo caso: in quegli anni infatti Calvino si era avvicinato al gruppo francese Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle, ossia “officina di letteratura potenziale”), nel quale scrittori e matematici si proponevano di stimolare la creazione di opere letterarie imponendosi dei vincoli: a volte di tipo linguistico (come nel romanzo di Georges Perec La scomparsa, in cui per trecento pagine non si usa mai la vocale e), a volte di altro genere (nell’affascinante La vita istruzioni per l’uso, sempre di Perec, si immagina di togliere la facciata a un condominio e di raccontare le scene che si vedono nelle varie stanze secondo un ordine dato dalla mossa del cavallo negli scacchi).

Questo meccanismo combinatorio si rivela ricco di possibilità anche nel Castello di Calvino: così le storie dei vari personaggi prendono spunto da figure medioevali, come l’alchimista che vende al diavolo le anime di un’intera città, o il ladro di sepolcri che perde tutto per la troppa avidità; o da personaggi letterari come Orlando impazzito per amore e Astolfo che cerca il suo senno sulla Luna (in fondo anche l’Orlando furioso è un fitto intreccio di storie). Ma quando i personaggi hanno finito di disporre sul tavolo tutte le carte del mazzo, è il narratore che prende la parola; e leggendo in orizzontale le file che erano state disposte in verticale e viceversa, ecco che prendono vita “tutte le altre storie”, un intreccio di nuovi racconti che utilizzano gli stessi elementi di quelli narrati dai viandanti (e, nella seconda parte intitolata La taverna dei destini incrociati, dalle storie degli avventori si ricavano grandi miti come quelli di Edipo o di Faust, e le trame di Amleto e Macbeth)…Calvino - La chiave di Sophia

Un gioco dell’immaginazione e dell’intelligenza, quindi, ma un gioco serissimo e ricco di allusioni. Possiamo leggervi infatti il tema – frequente in Calvino – dell’inquieta relazione tra il mondo umano (ordine, razionalità) e il mondo della natura (istinto, caos). Ma anche le teorie sulla partecipazione del lettore alla creazione dell’opera narrativa: in fondo il nostro racconto è una semplice sequenza di carte, e il testo è solo una delle possibili letture, ogni lettore potrebbe legittimamente proporne altre…

Anche la costruzione di storie a partire da alcuni elementi fissi ricorda da vicino gli studi di Propp sulla Morfologia della fiaba, che individuava i personaggi caratteristici e le tipiche funzioni narrative delle narrazioni orali – e Calvino, autore di una grande raccolta di Fiabe italiane, era molto interessato a queste analisi.

Ma forse a colpirci è proprio l’idea che le storie si possano “costruire”, che anche agli oggetti inventati si possa applicare la capacità umana di manipolare le cose. E lo stesso autore sembra alludervi quando si raffigura in una carta particolare, il re di bastoni: «Un personaggio che se nessun altro lo reclama potrei ben essere io: tanto più che regge un arnese puntato con la punta in giù, come io sto facendo in questo momento, e difatti questo arnese a guardarlo bene somiglia a uno stilo o calamo o matita ben temperata o penna a sfera e se appare di grandezza sproporzionata sarà per significare l’importanza che il detto arnese scrittorio ha nell’esistenza del detto personaggio sedentario. Per quel che so, è proprio il filo nero che esce da quella punta di scettro da poche lire la strada che m’ha portato fin qui».

Giuliano Galletti

[Immagine tratta da Google Immagini]