Parlare “con” gli altri e “agli” altri

«Poiché la forza del discorso sta nella guida delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia quante forme ha l’anima».
Platone, Fedro.

Parliamo sempre a frequenze elevatissime e di rimando le nostre orecchie sono sempre aperte al bombardamento delle note e dei colori delle voci altrui. Oggi più che mai, poter parlare e ascoltare gli altri sembrano due gesti indispensabili, perché l’emissione di un suono di condivisione è l’unica cosa che può riuscire a scavalcare la distanza fisica che ci separa. Eppure, per quanto banale possa sembrare chiederselo, sappiamo veramente parale con e agli altri? E di riverbero, sappiamo ascoltare con il giusto animo quello che gli altri provano a dirci? Colui che impara a parlare francamente e adeguatamente diventa filosofo, perché riconosce la natura dell’anima di chi lo ascolta e dice il vero attorno a ciò di cui sta parlando. Tuttavia come possiamo parlare in questo modo, impegnandoci eticamente in ciò che diciamo? In una parola, come possiamo diventare filosofi parlando?

Platone, in uno dei suoi dialoghi più enigmatici — il Fedro — lo spiega velatamente, con il suo solito acume e la sua profonda ironia. Egli ci ricorda che due metodi sono necessari per poter parlare agli altri mostrando e insegnando loro la verità. Da un lato chi parla con verità deve essere dialettico, ovvero deve essere un oratore che sa suddividere e conseguentemente raggruppare diversi argomenti o diversi aspetti di uno stesso argomento. Chi parla è una sorta di macellaio, che deve dividere il tema prescelto secondo le sue giunture e articolazioni naturali, lasciando così scorrere un senso di verità che l’ascoltatore ha il compito di percepire. Questa prima parte del metodo del parlar franco permette di pronunciare dei discorsi che hanno in sé la verità, e al contempo di “educare” l’ascoltatore, che attraverso un dialogo fondato su una conoscenza vera impara qualcosa di altrettanto vero. In Platone, ovviamente, una tale conoscenza è legata alle idee. Così, ritornando alla nostra metafora, le articolazioni attraverso cui si taglia l’animale (o il tema) sono le idee intelligibile dell’Iperuranio, che essendo imperiture ci permettono di incidere la carne nei punti giusti non spezzando l’unità dell’animale.

Tuttavia, secondo Platone, per parlare adeguatamente non basta conoscere la vera natura delle cose, poiché è sempre possibile, pur conoscendo la verità, cercare di persuadere gli altri del contrario. Per questo, è necessario che chi parla sia eticamente impegnato in ciò che dice, avendo cura di comprendere l’anima di colui con cui e a cui parla. Parlare non è mai un semplice occupare il silenzio del mondo con dei suoni sconnessi e poveri di significato; parlare è sempre pronunciare un discorso vivo, che tocca e plasma l’anima di chi lo ascolta. Chi parla svolge metaforicamente lo stesso lavoro del medico che cura il corpo malato dei suoi pazienti. E non è un caso che Platone citi Ippocrate, il fondatore della medicina, per il quale un medico deve saper adattare una cura al corpo personale che si trova in una situazione di malattia. Perché ogni corpo è diverso dall’altro e ha bisogno che le sue specificità vengano rispettate e ascoltate. C’è quindi una praticità essenziale nella cura che dipende da quella miriade di circostanze particolari del corpo che viene curato. E lo stesso vale per l’oratore che pronuncia un discorso a un amico, a una cerchia di persone o davanti a un pubblico fedele. Chi parla agisce come il medico, poiché deve capire, analizzando l’anima di chi gli sta di fronte, con che tipo di anima sta parlando e che discorso gli si addice, dimodoché egli si possa impegnare a curarla con le parole.

In conclusione, Platone ci insegna un metodo per diventare filosofi delle parole e ci mostra che il parlare è molto di più di un semplice discorrere per passare il tempo. Esso, invero, deve farsi esercizio etico di intima unione con gli altri e di impegno solidale per la verità, attraverso cui si impara a conoscere l’anima di una persona. E questo parlar franco è un metodo che dobbiamo imparare noi tutti, perché il parlare è la nostra linfa vitale e simultaneamente la nostra macchia quotidiana. Nel parlare, quindi, dovremo sempre ricordarci che nessun discorso potrà mai essere trascendente e astratto, ma che ogni discorso è immerso nelle viscere della persona che ci ascolta, ed è in base alla natura della sua anima che va sempre modellato e scolpito.

 

Gaia Ferrari

 

[Photo credit Kristina Paparo via Unsplash]

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La pragmatica come interpretazione del linguaggio dei Social Network

L’utilizzo del web 2.0 e dei Social network è sempre più massivo e le informazioni a disposizione non sono quantificabili; è una realtà disorientante, come cercare di navigare nella giusta direzione sopra una zattera in mezzo all’oceano, il rischio di sprofondarci è altissimo.

La questione di avere una bussola che ci aiuti a navigare in modo intelligente tra le mille forme di conoscenza che vi troviamo, è una necessità sulla quale si discute da qualche anno: c’è sempre più difficoltà nel distinguere una notizia falsa (bufala) da una vera, non solo da parte del singolo utente ma anche di accreditate testate giornalistiche.

La diffusione indiscriminata delle informazioni nel web ci rende sempre più difficile il lavoro di distinguere una informazione corretta da una sbagliata. Un atteggiamento critico è fondamentale, ma sembra assente in molte persone che si nascondono dietro ad un monitor e che interagiscono all’interno dei Social Networks assumendo delle vere e proprie cattive abitudini, come la mancata argomentazione, l’assenza di fonti, la pretesa di verità, insieme ad una certa aggressività.

Marina Sbisà, professoressa di Filosofia del Linguaggio all’Università di Trieste, grazie agli strumenti filosofici della pragmatica, ci offre una nuova chiave di lettura di tutti quegli enunciati che vengono formulati nei post e commenti in Facebook. Un commento diventa veicolo di conoscenza e per una grande quantità di utenti non si pone il problema di verificare la fonte o l’autorevolezza di chi promuove tale conoscenza.

Alla base della pragmatica c’è l’idea che l’uomo nel momento in cui parla non sta emettendo semplici suoni, ma agisce: il dire diventa un fare. John L. Austin, considerato tra i maggiori esponenti della pragmatica, mette in evidenza la stretta relazione tra il parlare e il contesto in cui viene fatto. L’ambiente in cui siamo immersi non è secondario in quanto influisce profondamente nel linguaggio, conferendo significati diversi a seconda della situazione in cui ci si trova a parlare.

Quando un giudice emette una sentenza, le sue parole hanno valore legislativo, possono condannare una persona a dieci anni di carcere. Si può vedere come le frasi di una persona che ha una certa carica e autorevolezza siano vincolate al contesto in cui vengono emesse. Anche l’esempio della promessa è utile per capire che quando parliamo stiamo facendo qualcosa, ad esempio prendiamo un impegno verso un’altra persona e prendere un impegno significa agire. Tutti i giorni compiamo degli atti linguistici. Austin ne distingue tre tipi: l’atto locutorio, ovvero del formulare una frase di senso; l’atto illocutorio che veicola l’intenzione della persona che parla; ed infine l’atto perlocutorio dove l’intenzione del parlante si realizza attraverso il dire. A noi interessa in particolare l’atto illocutorio.

Della teoria di Austin, Marina Sbisà pone l’attenzione sulla comunicazione implicita degli atti illocutori, ovvero tutte quelle informazioni che possiamo dedurre da una frase, parlata e scritta, già presenti in essa ma non ancora esplicitate. Ci sono due forme: la presupposizione, ad esempio dire «non pubblico più selfie», presuppone che il parlante in passato abbia pubblicato almeno un selfie; e l’implicatura, che invece suggerisce un’informazione, prendiamo l’esempio della credenza: affermare «sta bene anche se ha fatto il vaccino», suggerisce la credenza da parte dell’autore che i vaccini possano far male.

Molte delle frasi e commenti che possiamo trovare in Facebook, vengono espressi come giudizi veri, presuppongono l’autorevolezza di chi li emette e spesso implicano molte discriminazioni. L’atto di riconoscere l’autorevolezza di chi sta facendo affermazioni permette implicitamente il loro diffondersi come forme di conoscenza. I like e i followers sono gli strumenti di tale diffusione, in quanto esprimono l’assenso ad un post o un utente, e la loro quantità diventa proporzionale alla loro credibilità.

La credibilità di un’informazione dovrebbe dipendere dall’argomentazione e dalla fonte, e questo avviene solo saltuariamente nei Social, mettere in discussione l’altro significa essere in disaccordo, ed eliminare un’opinione diversa con un click è diventato facile, come scrivere un insulto e offendere senza alcuna remora.

Oltre all’aggressività, secondo la Sbisà, un altro comportamento rischioso è l’instaurarsi di relazioni affiliative. Gli utenti sono generalmente portati ad iscriversi a gruppi e pagine fan, favorendo l’esclusione di chiunque abbia un’idea diversa. Chiudersi dentro gruppi affiliati, lascia fuori punti di vista diversi che potrebbero mettere in crisi alcune conoscenze che si tende a dare per assodate a favore di un illusorio senso di sicurezza e stabilità.

L’atteggiamento critico deve mettere in crisi ciò che solitamente diamo per scontato, per aprire alla vera conoscenza, per uscire dalla caverna di Platone e vedere il mondo sotto una luce diversa.

Un suggerimento che ci proviene da Marina Sbisà è di esercitarci a riconoscere in modo consapevole tutte quelle presupposizioni e implicature che si nascondono dietro agli enunciati nel web e che favoriscono la diffusione di pregiudizi, discriminazione ed ignoranza. Insegnare ai giovani a sviluppare un atteggiamento critico potrebbe essere un primo passo verso questa direzione, per imparare in futuro a puntare la luce sulle verità e lasciare nell’ombra tute le falsità che ogni giorno minano le fondamenta del sapere.

 

Elisa Raimondi

Mi sono laureata in filosofia a Venezia, e non ancora stufa di questa meravigliosa materia ho iniziato a frequentare il Master in consulenza filosofica. Ho deciso di studiare, scrivere e lavorare con passione. Il mio obiettivo a lungo termine è diventare la versione migliore di me stessa.

BIBLIOGRAFIA
P. Labinaz, M. Sbisà, Credibilità e disseminazione di conoscenze nei Social Networks, Iride 2017
J. L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Milano 2012

 

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Dobbiamo parlare di ciò che non conosciamo

Il ‘900 con tutte le sue contraddizioni e due guerre mondiali è stato il secolo dell’ascesa della democrazia, i Paesi occidentali hanno approvato il suffragio universale, il voto alle donne e movimenti politici a crescente partecipazione hanno segnato importanti battaglie sociali e ideologiche plasmando di fatto il mondo contemporaneo.

Il ‘900 è stato anche il secolo di Internet che ha spalancato le porte dell’E-Democracy, ha reso più fruibili le informazioni, ci ha resi tutti connessi e interdipendenti come non siamo mai stati in passato. Eppure l’alba del nuovo millennio è sempre più drammaticamente segnata dalle contraddizioni della democrazia, l’esplosione delle Fake News, il conflitto intestino tra democrazia e partecipazione. Infatti anche di fronte a individui che non sono correttamente informati o che sono in forte asimmetria informativa rispetto alle questioni il motto del nuovo millennio è: «ho diritto a dire la mia, anche se di quella cosa non so assolutamente nulla». Possiamo esprimerci ormai su tutto, i nostri social media riportano le nostre opinioni su tutto, possiamo dire la nostra e quindi ci sentiamo in dovere di farlo, anzi ci viene sempre più chiesto, basti pensare a quante piattaforme sono sorte mettendo l’utente nelle condizioni di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, dal ristorante a un luogo.

Si sta consumando una battaglia che seppur meno epica di Star Wars ha origini lontane, parte dall’Antica Grecia e giunge fino ai giorni nostri. Se in Star Wars l’eterno conflitto è tra Sith e Jedi ai giorni nostri si sta consumando un conflitto tra Sofisti e Filosofi, cioè tra coloro che ricercano il consenso fine a se stesso e dove l’argomentazione è il fine e non il mezzo e coloro che invece restano fedeli alla Verità.

L’intera partita si gioca nel campo delle opinioni: da un lato c’è l’idea che tutti abbiano diritto di esprimersi su tutto dall’altro una dimensione tecnocratica per cui solo gli esperti sono chiamati a decidere per la collettività.

Tutta questa vicenda non è nuova alla storia dell’umanità. Per secoli la Chiesa Cattolica Apostolica Romana con le sue messe in latino e la proibizione di interpretare in autonomia i testi sacri era diventata l’unica realtà a detenere la Verità sino alle derive più estreme dell’Inquisizione. Essa sapeva che l’informazione non è solo potere e potenzialmente controllo, ma anche che se avesse lasciato ognuno libero di interpretare i testi sacri in autonomia, soprattutto senza gli adeguati strumenti teologici, si sarebbe verificata una proliferazione di eresie. Ma torniamo ancora più indietro: la stessa religione Cattolica Apostolica Romana in fondo non è che una eresia del giudaismo, motivo per cui i Farisei perseguitarono Gesù.

Un ulteriore problema è costituito dal fatto che in fondo la realtà non è oggettiva e, come scrive Nietzsche, «non esistono fatti, ma solo interpretazioni»; l’implosione del sogno positivistico di determinare la realtà in senso oggettivo appare oggi un progetto in declino, ma se la realtà in fondo non esiste, se non è altro che una narrazione che facciamo sul mondo, emerge in tutta la sua problematicità il tema di cosa sia vero e cosa sia falso.

Di sicuro ha influito sulla messa in discussione della Verità e dell’oggettività tutta una serie di autori e correnti di pensiero che ha avuto il suo culmine in Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer; abbiamo instillato in intere generazioni l’idea che in fondo la realtà non fosse che una mera rappresentazione, del resto lo stesso Kant ci dice che noi non sappiamo nulla del Noumeno, ma che la realtà non è altro che qualcosa di generato da un sistema di categorie del soggetto, dunque è il soggetto a determinare la realtà.

I social media, il digitale e internet in generale hanno contribuito alla disgregazione dell’Autorità; il lato positivo è che vi è una maggiore democratizzazione dell’informazione: sappiamo che i regimi di tutti i tempi hanno sempre manipolato l’informazione, ma dall’altro hanno anche comportato la proliferazione di notizie false che ormai permeano la vita delle persone. L’umanità non era preparata a questo cambio di paradigma.

Negli anni si è enfatizzato eccessivamente il concetto di rappresentazione, basti pensare la moda crescente per lo storytelling che ci ha indotto a credere che le cose, la realtà, alla fine sia solo il frutto di come la raccontiamo; in parte questa idea risponde al vero. Milioni di esseri umani hanno vissuto tranquillamente le loro esistenze nella convinzione che la Terra fosse piatta o credendo nel geocentrismo: questo non faceva di certo girare il Sole intorno alla Terra, né ci poneva al centro dell’Universo e la Terra non per questo era piatta, ma la credenza induceva le persone a interpretare la realtà seppur attraverso un paradigma erroneo.

Il punto è proprio questo: seppure non accediamo al noumeno, la scienza ci permette di costruire modelli che ci approssimano alla realtà delle cose, il Metodo tanto enfatizzato da Cartesio e poi da Bacon ci consente di approssimarci alla Verità e di realizzare la sperimentazione per creare degli standard che possono essere intersoggettivamente condivisi e controllati.

Quindi è chiaro che lo storytelling va bene, va bene la narrazione, va bene la democratizzazione dell’informazione, ma non possiamo nemmeno escludere del tutto che esistano dei fatti al di fuori di noi, che possiamo provare ad analizzare, a modellizzare, a capire per approssimarci sempre di più al vero che non è assoluto, ma dinamico, eppure raggiungibile per quanto in maniera imperfetta.

«Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!»1.

Dobbiamo parlare di quello che non conosciamo perché parlarne ci dona l’illusione di controllarlo; mai come oggi bisognerebbe recuperare un po’ di umiltà socratica sapendo di non sapere, recuperare la capacità di ascoltare gli altri, soprattutto chi magari ha speso anni della propria vita per acquistare quella conoscenza. Ma in un tempo in cui i nonni vengono trattati come “ferri vecchi” e l’esperienza è sempre messa in secondo piano rispetto all’innovazione siamo condannati a nuove forme di “dispensiero”.

Forse sarò elitario io, ma sono ancora convinto che la Terra non diventa piatta perché facciamo un referendum: per fortuna la realtà ha ancora la capacità di affermarsi, come la gravità continua a tenerci ancorati al suolo anche se decidiamo per alzata di mano che gli uomini possono volare o che essa non esiste.

 

Matteo Montagner

NOTE
1. Da Ecce Bombo di Nanni Moretti.

[Immagine di Gerrie van der Walt]

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Voci mute e ascolti sordi

Ricordate quando a scuola, specialmente nei primi anni, si veniva a formare quel brusio di sottofondo tanto condannato dai docenti? I richiami erano frequenti, ma nessuno imparava mai a quanto pare. La lezione non entrava in testa, tanto che dopo qualche minuto dal rimprovero, ogni scolaro si ritrovava di nuovo a parlare, ad impiegare la sua voce assieme a quella di tutti gli altri suoi compagni, formando appunto quel rumore, un’unica imponente voce che comprendeva ogni tono, parola e discorso di ciascun partecipante.

Avete mai fatto caso alla struttura di quest’ultima? Fermarvi per un istante ad ascoltare, cercare di distinguere ogni singola componente, scinderla dal complesso e portarla al vostro orecchio, lo avete mai fatto? È una cosa che mi diverte sempre, soprattutto ora che a scuola non ci vado più, ora che sono immerso nel mondo, quel mondo che appartiene ai “grandi”. E li vedo, anche loro sono lì ad impiegare le loro voci, anche loro non hanno imparato la lezione, riempiendo fino all’orlo luoghi che altrimenti sarebbero silenziosi. Mi piace osservarli come facevo con i miei compagni, vedere i loro comportamenti così corretti e omologati, ognuno intento a dire ciò che deve assolutamente dire, raccontare se stesso a più persone possibili forse per ingannare la solitudine, per ingannare se stesso. Ovunque voi andrete potrete sentire questa continua chiacchiera, questo suono che pare così necessario, di cui nessuno si domanda l’utilità, o più precisamente, nessuno si rende conto dell’effetto che può avere. Potrete sostare ad una caffetteria qualunque ed essere immersi nei mille discorsi che la animano, tutto ciò senza preparazione, senza accordo alcuno tra le persone. È così per ogni luogo pubblico e non solo, si sta invadendo con ingordigia ogni angolo del pianeta, in ogni singolo posto pare esservi una parola intenta a descriverlo, renderlo vivo, cercando disperatamente di aggiungere qualcosa, come se ciò che ci è fornito non ci bastasse. Non ci bastano i bellissimi paesaggi di cui disponiamo, le meraviglie che la natura riesce a mostrarci, luoghi che da sempre ricerchiamo. Ogni tanto sentiamo il bisogno di partire, di abbandonare la quotidianità e di riscoprire noi stessi in altri luoghi, magari più solitari e liberi. È capitato anche a me di recente e forse è per questo motivo che sto trascrivendo qui questo mio pensiero, proprio perché anche io mi ritrovo in mezzo alla folla chiassosa che tanto condanno nelle prime righe. Ne facciamo tutti parte e ce ne rendiamo conto quando ne usciamo, quando passiamo al meravigliarci di certi momenti che non richiedono parole, che non vogliono essere descritti, che si fanno bastare così come sono. Penso sia questa la chiave del rapporto che abbiamo con gli altri e della solitudine che spesso si presenta come sentimento nella nostra vita.

Difatti il nostro accontentarci del quotidiano, del far parte di tutte quelle voci, lascia spazio ad un grande vuoto, un’insoddisfazione che può crescere rigogliosa al nostro interno. Pensate sempre alla scena in caffetteria, ai vari tavoli che si trovano vicino al vostro e alle persone che sono presenti. Potrete osservare che ogni discorso, ogni dialogo ha la stessa struttura, si concatenano quasi sempre allo stesso modo. Lo si può capire solo osservando l’ascoltatore, o meglio, il presunto ascoltatore. Ebbene è facile ormai notare come ogni nostro interlocutore sia lì, presente forse come un falso interessato, pronto a rispondere con le parole migliori, le meglio pensate, in grado di stupirvi. La verità è che ci sentiamo così protagonisti di questa vita, a volte addirittura della vita degli altri, che arriviamo a pretendere sempre i riflettori puntati verso di noi. Il nostro ascolto risulta essere solo l’attesa per una formulazione efficace, ovverosia ci riduciamo ad ascoltare per rispondere e non per il solo piacere, oltre che all’utilità, di ascoltare. Non so se a voi sia mai capitato di avere un sincero e sentito dialogo con una persona, composto di silenzi, attimi di riflessione e di accordi e concessioni, quasi da ricondurci alla struttura del dialogo tra i vari interlocutori di Platone attraverso la figura parlante del maestro Socrate. Anche in questo caso arriviamo a meravigliarci di quanto risulti essere differente un dialogo del genere rispetto alle solite conversazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, e tutto ciò solo per il fatto che parliamo veramente con un ristretto numero di persone, quasi da poterle contare sulle dita di una mano. Per la maggior parte del tempo, invece, ci abbandoniamo ad un sistema malato, fasullo se contiamo le necessità di una persona. Tutta quella chiacchiera che continua a circondarvi, secondo dopo secondo, è il motivo principale che ci porta a sentirci soli, incompresi e muti rispetto al mondo. Arriviamo all’incapacità di comunicare davvero noi stessi, bensì solo all’emissione di suoni, un freddo e disinteressato linguaggio che linguaggio non è più. Da noi può librarsi solo un timido e silenzioso grido, quell’inconscia richiesta di essere salvati e che da molte, troppe persone verrà ignorata, finché non incontreremo il nostro miracolo, e potremmo essere noi stessi come un’altra persona che, anch’ella come noi non poteva salvarsi da sola.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Ciò di cui non si può parlare

Potrei raccontarvi tutto, sapete? Potrei dirvi tutto ciò che mi passa per la mente senza freni o limiti di alcun tipo. Potreste considerarmi pazzo o egocentrico, un estroverso convinto o magari una persona molto sola. Stareste lì, comodi, a giudicarmi per quel che ho deciso di proferire, mettendomi in una condizione vulnerabile alle critiche. Non potete sapere, però, attraverso un primo approccio cosa mi ha spinto a tali confessioni, tra coraggio ed egoismo, come due poli completamente opposti che potrebbero etichettarmi in ugual misura e con le stesse probabilità. Potrei far parte di una categoria di persone oppure di un’altra, questo solo da un vostro sguardo per me infernale, citando Sartre. Vedete cari lettori come nel mio confrontarmi con voi, conoscenti e non, sembra che non riesca a liberarmi del peso e della paura del giudizio della gente, del vostro di giudizio. Dunque sono davvero così libero nel mio scrivere? Sono libero nel mio proferire e comunicare con voi o con qualsiasi altro passante? Molte cose non le posso dire, non sarebbero accettate e comprese e io stesso me ne domando il perché mentre stabilisco tutto ciò. Pare quasi che non ci sia permesso esprimerci su certi argomenti, i classici argomenti tabù, o magari in determinate situazioni e contesti. Pensate a quando avete avuto un diverbio con qualcuno e quell’imbarazzo che si è fatto inevitabilmente spazio nel vostro rapporto, quello stesso imbarazzo del momento ha così tanto potere su di voi e su chi lo sta provando con voi. Non se ne può parlare, ci fa schiavi costretti al mutismo e spesso lo rimaniamo per molto, troppo tempo. Si innalzano strutture di ragionamento in noi, dogmi del pensiero che ci assalgono e non ci fanno essere noi stessi. Arriviamo a comportarci diversamente mediante discorsi guidati e fin troppo prudenti, condizionati a tal punto da preferire il silenzio. «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere», diceva Ludwig Wittgenstein, aprendoci ad un’immensità “inspiegata” e che spiegazione non vuole (forse). C’è qualcosa di “incredibile” che funge da sottofondo della nostra esistenza, una sorta di ente che ci accompagna, che attraversa le cose e le fa essere, le fa accadere o meno. Questo “incredibile” è innominato, un non detto che si sottrae alla conoscenza, un meraviglioso segreto che si cela nelle nostre azioni, nelle nostre parole che tentano invano di definirlo. È qui che ogni scrittore, ogni proferente esita, si interrompe, proprio come sta per accadere a me nel mio scrivere per voi. Ebbene per quanto io voglia catturare e dare un nome ad ogni singolo aspetto, sfatare ogni mistero e particolarità tra azioni, sensazioni e pensieri, io stesso mi ritrovo ad un gradino in meno di quello a cui ambisco. Mi scopro mancante nel mio esprimermi contro la fobia del silenzio, del nulla discorsivo, e mai saprò riempire quel vuoto che non vuole parole, non le odia, ma non ci va d’accordo, semplicemente non sono ciò che è destinato a combaciare con esso. Il non proferito che ci appare come vuoto esigente potrebbe non essere in linea con il nostro essere che non può non essere, lo teme e temendolo vuole essere a tutti i costi. È una questione di linguaggio. Parliamo linguaggi differenti e non lo accettiamo, non lo vogliamo riconoscere alzando il tono, non capendo magari qual è il momento di tacere, come quando due sguardi si incontrano e sanno già tutto, si capiscono, si odiano e si amano travolgendosi l’un l’altro, senza emettere suoni, senza pretendere nulla. Indefinibile, impossibile da racchiudere in una gabbia di parole, perché solo parole sarebbero e si riscoprirebbero incapaci, mancanti tanto quanto me, nel loro dire questo momento. Com’è vero che in tali sguardi non ve n’è bisogno, anche in un bacio bisogno non ve n’è affinché rimanga “solo” il bacio che vuol essere.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

L’Eco di Umberto riecheggia nel cervello di legioni di imbecilli

Bandiere calate a mezz’asta. Non le italiane, ma quelle della cultura, dell’intelletto e del continuo esercizio mentale che ci rende così unici rispetto a chi, per natura, non gode di facoltà logiche complesse. I social media daranno pur voce a legioni di imbecilli, ma stanno anche permettendo la diffusione a macchia d’olio di questa notizia.

Umberto Eco è morto, senza alcuna perifrasi a spiegarlo (come ci ha insegnato nelle sue 40 regole per scrivere bene), per non mancare di rispetto alla limpida schiettezza con cui ha donato all’umanità colonne portanti del progresso intellettuale.

Se n’è andato, ma con lui non se ne andranno i frutti di una vita passata a servizio della cultura, del pensiero e dello studio zelante, continuo. Tuttavia c’è qualcosa di più nella vita di Eco, una lezione che dovremmo imparare al meglio, farla nostra e tramandarla di padre in figlio, di insegnante in alunno, fino a che nessuno rimanga senza risposta alle sconcertanti domande che ancora imperversano la mente di ogni studente: “a cosa serve studiare? perché andare a scuola?”

Qualunque percorso di studi si intraprenda, o qualunque sia l’attività della propria vita, c’è un modo efficace per esercitare il vanto di noi esseri umani: il Logos, quest’abilità intraducibile, se non mettendo assieme le due caratteristiche di pensiero e linguaggio, che ci hanno da sempre permesso una costante evoluzione in itinere.

Figure come Umberto Eco sono l’esempio da seguire, il paradigma di riferimento per esercitare e allenare il nostro cervello, un organo che merita di essere rafforzato e curato con estrema delicatezza. Chi infatti persegue un’educazione scolastica basata sullo studio assiduo, implementa la propria struttura neuronale, la migliora, la irrobustisce. E stavolta il consiglio non viene dato dall’insegnante di turno, o dalla madre preoccupata per il futuro del figlio. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’ippocampo delle persone che sono maggiormente dedite allo studio, all’esercizio della cultura, risulta più compatto a livello strutturale. Il meccanismo innescato dalla dedizione all’istruzione migliora il dialogo tra i neuroni, le sinapsi, che sono le strade su cui viaggiano le informazioni mentali.

Non otteniamo diplomi e voti da esibire, lo studio ci fornisce una riserva neuronale con la quale possiamo far fronte al decadimento cognitivo che immancabilmente travolgerebbe l’uomo con l’andare degli anni. Occorre leggere, dunque, informarsi, sviluppare una curiosità morbosa per l’ignoto e per tutto ciò che ci circonda. Solo in questo modo potremo far lavorare al meglio quel 10% di cervello che si dice possiamo attualmente utilizzare, tentando di aumentarlo, estenderlo, senza limiti tangibili.

La cultura ci fornisce elementi su cui possiamo tenere lezioni a scuola, all’università, o su cui possiamo dibattere tra amici o tra eminenti esponenti del sapere. Ma ora sappiamo che attraverso di essa possiamo equipaggiarci di un patrimonio mentale più ingente con il rinforzo dell’ippocampo, sede della memoria e della navigazione spaziale. Ricordi e movimento, elementi fondamentali per il progresso di un’umanità che, anche quando perde elementi di totale riferimento, si rinnova e tende al miglioramento. Imbecilli o meno, forse Eco ha voluto dirci che prima di postare, twittare, condividere e dire la nostra, dovremmo invece studiare, affinare il nostro pensiero, strutturarlo e utilizzare come base un cervello elastico e allenato.

Siamo sull’orlo di una faglia, la cicatrice di una frattura lasciata dal terremoto di questa scomparsa, ma abbiamo la possibilità di implementare il nostro pensiero, la nostra memoria, le nostre facoltà cognitive anche attraverso lo studio e la commemorazione di quanto Umberto Eco ci ha lasciato.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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