Piero Chiara, “Il cappotto di astrakan”

Scrittore tra i più cordiali e affabili del Novecento, Piero Chiara (1913-1986) ebbe coi suoi romanzi e racconti un meritato successo specie tra gli anni Sessanta e i Settanta. Il cappotto di astrakan, del 1978, rappresenta molto bene il suo mondo narrativo e le sue qualità di piacevole intrattenitore e insieme raffinato disegnatore di stati d’animo e sentimenti.

il-cappotto-di-astrakan-copertina_La-chiave-di-SophiaSiamo nel 1950 a Luino, il piccolo centro sul Lago Maggiore dove l’autore ambienta quasi tutti i suoi romanzi. Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, decide di lasciare per qualche tempo la provincia e recarsi a Parigi. Con questo viaggio cerca nuove esperienze con cui farsi bello al ritorno: un soggiorno parigino «poteva dare gloria per tutta la vita anche a un tipo qualunque, solo che avesse saputo raccontare le sue gesta, immancabili, perché nessuno poteva vivere a Parigi senza capitare dentro casi e vicende degne di venir raccontate».

A Parigi, il protagonista conosce due donne. La prima è la signora Lenormand, che gli affitta una bella camera, piena di libri e occupata in pianta stabile dal gatto Domitien (un piccolo protagonista del romanzo). La signora, vedova di guerra, ha notato la somiglianza del protagonista col figlio Maurice e gliene parla molto: fidanzato con una brava ragazza, si è poi innamorato di un’altra donna che ha seguito in Indocina. Maurice ha lasciato nella camera un grosso quaderno pieno di stravaganti appunti, «tentativi di poesie, pensieri vari, spesso datati, brani d’autori celebri, minute di lettere d’amore, formule algebriche, trame di racconti e di romanzi».

L’altra donna è Valentine, che il protagonista intravede per la prima volta, nuda e intenta a fare degli esercizi, dietro le tapparelle mezzo abbassate dell’appartamento di lei. Riesce a conoscerla e i due si frequentano, trascorrendo le domeniche in tranquille passeggiate nei dintorni della città. Il protagonista è incerto su come comportarsi con Valentine, che non sembra interessata a un’avventura da poco.

In realtà entrambe le donne scorgono nel protagonista il riflesso di un’altra persona. Lo scopriamo quando la signora Lenormand gli lascia usare un bel cappotto in pelliccia di astrakan appartenuto a Maurice. Valentine, vedendolo con questo indumento, appare stupita, e finisce poco per volta col rivelargli il motivo: Maurice era il suo fidanzato. E non è affatto in Indocina: si trova in prigione dopo aver compiuto rapine e furti d’opere d’arte.

E una sera, all’improvviso, Maurice torna: fa irruzione nella sua camera, ora occupata dal protagonista, prende una gran somma di denaro che teneva nascosta nell’imbottitura di una poltrona, e scappa. Il nostro protagonista decide irrazionalmente di fuggire, subito, e torna in Italia. Dai giornali viene a sapere che Maurice è stato arrestato: dopo essersi recato a prendere Valentine a casa, ha cercato di raggiungere il sud ma è stato denunciato da un camionista.

Il protagonista è ripreso dalla vita di provincia, e i suoi racconti delle esperienze parigine hanno molto successo tra gli amici. Non vuole più tornare a Parigi, ma è Valentine che lo raggiunge: è disposta a vivere con lui sul lago, rinunciando a una buona proposta di lavoro. Ma il protagonista è combattuto: se era riuscito a accettare l’antica storia di lei con Maurice, la gelosia per questo breve periodo che gli ex fidanzati hanno trascorso insieme dopo l’evasione gli è troppo penosa. Dopo un ultimo pomeriggio insieme in una camera d’albergo, lui la accompagna al treno; poi le scrive una lunga lettera, su cui il romanzo si chiude.

Il protagonista del romanzo è tutt’altro che una figura eroica: privo di grandi qualità come di gravi difetti, sembra fatto per la routine della provincia, e anche quando si reca a Parigi sembra che la viva come una provincia più eccitante, che offre occasioni insperate come una donna che si spoglia al di là delle tapparelle di una finestra. Ma le due donne, attraverso di lui, scorgono Maurice: che prima ci incuriosisce attraverso i suoi quaderni e i racconti che ne fa la madre, ma alla fine si rivela anche lui un uomo dappoco, un banale rapinatore e carcerato evaso.

In questo calcolato gioco di specchi il racconto sembra costruirsi davanti ai nostri occhi: sono i non detti fra i personaggi a nascondere e poi svelare la trama. E l’autore governa questo gioco in maniera sapiente e un linguaggio di estrema eleganza: un parlato disinvolto e calcolato, come quando vogliamo raccontare una storia e, per fare bella figura, la ripetiamo più volte a noi stessi per sentirne l’effetto. Il romanzo, nella sua vena umoristica e insieme malinconica, suggerisce sempre la presenza di un ascoltatore: i compaesani del protagonista, che si fanno incantare dalle sue storie. E, con loro, anche noi lettori.

Giuliano Galletti

Piero Chiara, Il cappotto di astrakan, Milano, Mondadori, 1999.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Riflessioni circa scrittura ed architettura: del senso, dello spazio

Victor Hugo era molto appassionato di architettura tanto che definiva quest’arte “regina”; era più di tutto attratto dalle città medievali poiché ne percepiva l’unità, la forza interna, l’ “organicità” medievale, che era ai suoi occhi un ideale perduto.
C’è un intero capitolo in Notre Dame de Paris, “Paris à vol d’oiseau”, che esprime perfettamente l’intuizione di questo attento scrittore: «Non era soltanto una bella città; era una città omogenea, un prodotto architettonico e storico del Medio Evo, una cronaca di pietra».
Nel capitolo “Ceci tuera Cela”, Victor Hugo andò ancora oltre, sviluppando una vera e propria filosofia dell’architettura.
Le poche pagine in cui paragona l’architettura ad un linguaggio, oltre ad essere illuminanti circa la funzione storica dell’architettura medievale, costituiscono un prezioso monito.
Victor Hugo ha scritto il saggio più illuminante che sia mai stato scritto sull’architettura.

«Questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l’edificio». Le enigmatiche parole dell’arcidiacono, nella loro lucida perentorietà, hanno forse bisogno di essere interpretate. Sicuramente esprimono nel contesto del romanzo il pensiero di un prete, il terrore del sacerdote dinnanzi alla tecnica, alla stampa.
Ma c’è una lettura più profonda che comprende l’osservazione del cambiamento in atto che a noi interessa particolarmente: Victor Hugo aveva capito che l’architettura era un linguaggio e aveva intuito che non si sarebbe più scritto nello stesso modo e con gli stessi mezzi.
La stampa, la nuova arte, stava per detronizzare l’altra, la più antica: l’architettura.
Da un libro di pietra, l’uomo si sarebbe affidato ad un libro di carta per tramandare la sua sapienza ed esperienza.
Dall’origine delle cose fino al secolo XV dell’era cristiana, l’architettura era infatti il gran libro dell’umanità, la principale espressione dell’uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo.
I primi monumenti furono massi di pietra, non tagliati, anzi come disse espressamente Mosè, “che il ferro non aveva toccati”.
L’architettura cominciò così a compitare il suo alfabeto, partendo dai rudimenti della sua scrittura: i massi, la pietra alzata dai Celti.
Più tardi si fecero parole, combinando sillabe di granito.
Il dolmen e il cromlech celtici, il tumulo etrusco e il galgal ebraico, sono parole.
I tumuli invece, sono nomi propri.
E poi si fecero interi libri, le tradizioni avevano elaborato dei simboli sotto i quali la nuda pietra andava scomparendo, rivestendosi invece di significato.
Allora l’architettura si sviluppò a pari passo col pensiero umano, fissando tutto quell’universo simbolico fluttuante in forma eterna, visibile e palpabile.

L’idea madre: il verbo, era nella loro forma. Il tempio di Salomone non era la rilegatura del libro santo, era il libro santo stesso.
E così fu fino a Gutemberg, l’architettura rimane la principale scrittura.
Di questa scrittura si possono distinguere due forme storiche: l’architettura di casta, teocratica; e l’architettura “del popolo”, paradossalmente più ricca, e meno consacrata.
Tra le due vi è la differenza che intercorre tra una lingua sacra, rara, dotta e precisamente codificata, dove nessuna parola deve cadere a vuoto e nessuna ricolatura è concessa poiché ha il potere di legare e sciogliere, di fare atto ciò che nomina e dice; è una lingua volgare, quotidiana, funzionale in continua evoluzione e contaminazione con gli eventi.
Nel secolo XV tutto cambia, il pensiero umano scopre un mezzo più duraturo e più facile: le lettere di Gutemberg.
L’invenzione della stampa è la rivoluzione madre: è il modo di esprimersi dell’umanità che si rinnova completamente, è il pensiero umano che si spoglia di una forma e ne riveste un’altra.
Da qui in poi, l’architettura si atrofizza e si denuda; inizia quella meravigliosa decadenza che noi chiamiamo Rinascimento.
A volte le albe e i tramonti si assomigliano.
Con il tramonto dell’architettura, infatti, le altre arti hanno più spazio e iniziano il processo di emancipazione da questa che era sempre stata l’arte tiranna che a sé tutte sottometteva.
L’isolamento ingigantisce ogni cosa: la scultura si fa statuaria, l’iconografia pittura, il canone musica.

Ritornando a Parigi, e al xv secolo bisogna ribadire che era non tanto una bella città, quanto una città omogenea, un prodotto architettonico e storico del Medioevo, una vera cronaca di pietra.
Ma quale Parigi l’ha mano a mano sostituita?
La Parigi di oggi è difficile da descrivere e definire, non ha più una fisionomia generale, appare invece come una collezione di elementi eterogenei.
La capitale si estende solo per il numero di case.
Questo ci riconduce ad un altro fondamentale cambio di guardia: il secolo XVIII.
Il Settecento ha ridefinito cosa fosse la città, e l’ha tramutata di sistema di reti e rapporti, ad un agglomerato di cose ed edifici.
Dalla città delle persone e degli scambi, alla città delle strutture.

Laura Ghirlandetti

Laura Ghirlandetti, 1983.
Filosofa on the road con base a Milano, teatrante, e cittadina mediamente attiva.
Ha due blog ed un canale You Tube.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Invito al pensiero di Ernesto De Martino

Il concetto di esistenzialismo si accompagna spesso alle immagini della Parigi anni ’30, a mondani personaggi posati e sempre vestiti di nero, ai caffè e alla musica jazz. Eppure anche da questa parte delle Alpi, vari pensatori sono stati raccolti, forse troppo in fretta, sotto questa etichetta per poi essere velocemente messi da parte.

Uno di questi è Ernesto De Martino. Cresciuto nel clima culturale della Napoli di Croce, con un solido retroterra filosofico, voltosi all’antropologia, rappresenta, con le sue analisi sul campo, un eccellente esempio di ibridazione di diverse influenze filosofiche quali l’idealismo, la psicoanalisi, e la fenomenologia. I suoi libri sono per lo più rielaborazioni di indagini svolte sul campo, con la collaborazione di un team variabile di esperti di medicina, storia della musica, psicologi, avvenute per lo più nel sud Italia tra gli anni ’50 e ’60. In questi anni, in questa parte d’Italia, il processo di industrializzazione, analizzato così finemente da Pasolini, che ha coinvolto gran parte del nord e centro Italia, trova le ultime resistenze di forme di ritualità millenarie, destinate presto a sparire lasciando tracce vaghe. De Martino in sintesi procede all’analisi di riti, tra cui la Taranta e il pianto rituale, nel momento del loro tramonto.

Il tempismo di queste ricerche ha permesso di registrare comportamenti umani che appaiono oggi incomprensibili, se non ridicoli, nella loro irrazionalità apparente, ma che contemporaneamente illuminano l’immagine dell’uomo di una ricchezza nuova, da poco scomparsa e già dimenticata.
La domanda che anima le ricerche di De Martino è volta a individuare l’utilità fondamentale, nell’economia della psiche e dell’esistenza umana, dei riti. Il fatto che ogni cultura ne sia ricca così come lo scrupolo con cui essi vengono osservati sono sintomi di un ruolo effettivo da essi svolto.

La chiave di lettura proposta, espressa qui sommariamente, consiste nella tesi secondo cui le diverse forme rituali di ogni civiltà siano tutte in qualche modo un’operazione collettiva di autodifesa psichica. Di fronte ad eventi che l’uomo non può controllare e che mettono in luce tutta la fragilità e inconsistenza del suo essere al mondo, egli troverebbe riparo nella ripetizione di gesti che riportano il passato nel presente, stabilendo una continuità consolatrice. Così facendo egli afferma di esserci ancora, afferma un nesso tra la situazione passata e quella presente, afferma che, in fin dei conti, non tutto è cambiato. Inoltre, nel rito, alle paure e alle difficoltà vissute dall’individuo viene donato un senso, del cui valore e solidità si fa carico tutta la comunità. E attraverso essa la situazione traumatica viene inquadrata, rielaborata e superata. Un esempio di questa mediazione comunitaria è rappresentato dal coro delle lamentatrici che si uniscono alla parente del defunto e attraverso la professionalizzazione dell’atto del piangere liberano la parente dal suo ruolo facendola diventare una lamentatrice tra le altre. L’irrigidimento dell’elaborazione del lutto indirizza in questo modo il dolore per vie sicure attraverso cui sfogarsi senza rischiare che esso prenda il sopravvento.

Come si esprime lo stesso De Martino, i riti sono necessari a far morire (in noi) ciò che è morto. Espressione che ha valore letterale se si pensa al caso di decesso di una persona cara, ma che in generale significa far passare ciò che passa, accettare il divenire, senza rimanere patologicamente aggrappati a fantasmi del passato. De Martino tende a non tematizzare il contenuto della crisi nelle sue analisi più teoriche, nelle osservazioni sul campo essa si presenta però come recesso della presenza dell’uomo a sé stesso, perdita di lucidità, fino ad arrivare a veri e propri disturbi psicotici.

All’alba di un’epoca in cui l’invito a pensarsi privi di ogni limite, capaci di tutto, è ripetuto insistentemente, le ricerche di De Martino ci aiutano a ricordare il senso dell’appartenenza dell’essere umano ad una certa cultura, ad un certo mondo. Quest’appartenenza che viene sempre più spesso vista come una gabbia, è invece, per il nostro autore, il punto di appoggio grazie a cui l’uomo attraversa la vita saldo e solido.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagini tratte da Google Immagini]

La paura che corrode

In ogni giorno di festa, quando mettiamo piede fuori casa in mezzo alla gente, stiamo iniziando a sentire una sensazione diversa. Ci assale una sorta di agorafobia negli spazi aperti, una paura sociale quando siamo con gli altri, in autobus, passeggiando attraverso una piazza gremita di gente. Pensiamo che possa accadere il peggio, che i fatti di cronaca più terribili possano in quell’istante coinvolgere la nostra città, la nostra vita. Ci guardiamo attorno, attendiamo un’esplosione infernale, cerchiamo di capire da dove potrebbe arrivare e pensiamo a come fuggire…

Invece non accade nulla, continuiamo a fare la passeggiata che ci eravamo programmati, senza però goderci neanche quel giro in santa pace.

L’esplosione non c’è stata e la nostra vita è ancora al sicuro, ma cosa è successo dentro di noi?

Un’esplosione in realtà l’abbiamo subita, siamo stati dilaniati da un ordigno diverso, silenzioso. Un’arma di distruzione di massa ecologica – perché non rovina l’ambiente – ma provoca danni insanabili se lasciata agire costantemente.

Una bomba di paura, terrore, inquietudine e ansia ha pervaso tutto il nostro corpo. Gli effetti sono devastanti. La paura è una emozione che deriva dalla percezione di un pericolo, reale o supposto: non serve cioè che il pericolo ci sia davvero, ma basta che noi ne percepiamo la possibilità. È un’emozione primaria, governata prevalentemente dall’istinto, non possiamo disinnescarla nemmeno con la forza della ragione, con il pensiero della nostra sicurezza.

Ma il terrore che ci ha pervaso non scompare dopo l’esplosione, rimangono radiazioni e conseguenze su tutto il corpo. Le principali reazioni corporee alla paura possono riguardare infatti l’intensificazione delle funzioni fisico/cognitive e l’aumento del livello di attenzione, del costante stato di vigilanza che ci porta stress, tensione, desiderio di fuga. Diventiamo delle belve intente a proteggere il nostro territorio, la nostra incolumità da un nemico che non esiste ma di cui abbiamo paura.

Mentre passeggiamo con lo sguardo sospettoso, il sistema nervoso simpatico (responsabile delle reazioni in caso di emergenza) è più che mai attivo: aumenta il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la quantità di glucosio per i muscoli che devono contrarsi per l’attacco o la fuga. Anche se effettivamente non stiamo registrando alcuna informazione paurosa, perché stiamo soltanto facendo shopping, il nostro pensiero terrorizzato innesca l’amigdala, che prende il comando delle nostre reazioni, inibendo le parti del cervello responsabili del pensiero.

Come fermare allora questa concatenazione dannosa di eventi? Se rimaniamo immersi in uno stato di paura, anche quando l’oggetto della paura non c’è, entriamo nella cosiddetta ansia anticipatoria. Ma se anche questo stato d’animo rimane insensato, perché continua ad anticipare qualcosa che non accade, come liberarsene?

Sostituendo.

Dobbiamo sostituire ogni pensiero di paura con un pensiero di speranza, ricostruzione, positività, anche nel dolore di quello che succede. Se non lo faremo, il nostro cervello rimarrà “marcato”, perché accumula ricordi di eventi che ci hanno impaurito, proprio per metterci al riparo da nuovi eventuali pericoli. Ogni volta che cammineremo per strada, non staremo più godendo dell’euforia della giornata, ma innescheremo inconsapevolmente una valanga di reazioni dannose: il battito cardiaco aumenta, i muscoli si contraggono, le pupille si dilatano e il respiro si fa più profondo e rapido.

Il cervello non distingue un pensiero ipotetico da un reale bisogno di fuga o attacco in una situazione di pericolo. Per lui anche il solo pensiero che possa succedere una cosa diventa allarmante e stravolge il nostro equilibrio. Per calmarlo non possiamo fare altro che immergerci in pensieri diversi, forzarci di pensare ad aspetti positivi e propositivi.

Usciamo di casa a testa alta, per goderci un’altra giornata di sole e per schiacciare ogni pensiero di terrore con il nostro benessere.

 

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

Quella celebre frase…

Gli uomini agiscono quando si sentono protagonisti della Storia

Due grandi lampadari fanno brillare i bassorilievi dorati che decorano la Sala dell’Orologio. Siamo a Parigi, nel Ministero degli Esteri, e l’orologio sta per battere le 16. Robert Schuman, ministro, si alza in piedi e inizia a raccontare una storia. Una storia utopica, inverosimile, assurda. Racconta di due paesi, la Francia e la Germania, che condivideranno il carbone e l’acciaio. È dall’843 che quei due paesi si combattono a vicenda: in seguito allo smembramento dell’impero di Carlo Magno si erano scontrati continuamente. In Alsazia, in Lorena, a Strasburgo, a Lipsia, sul Reno. Nelle due guerre mondiali su quel confine erano appena morti tre milioni e mezzo di soldati. Il nove maggio del 1950, quindi, Robert Schuman si alza e narra questa storia e la slancia nel futuro: egli racconta quella che sarà l’Unione europea. È efficace: negli anni seguenti i paesi da sei diventeranno ventotto.

Il sole picchia sulla pianura arida e brulla. La moschea di Mosul splende nel mezzo. L’orologio segna le 12 e venti. Abu Bakr al Baghdadi, vestito di nero, si alza e inizia a raccontare una storia. Una storia utopica, inverosimile, assurda. Racconta di una moltitudine di staterelli che sono stati divisi per secoli, sfruttati da altre potenze, e che ora hanno la possibilità di unirsi nuovamente. Nel 750 l’impero volava dall’India, all’Egitto, al Marocco, fino alla Spagna. Ora, il ventinove giugno 2014, inizia un nuovo racconto, i cui i protagonisti saranno quei fedeli che lo stanno ascoltando. Siria, Iraq, Libano, Iran, sono l’embrione di un progetto che travalica i confini degli Stati e punta a incidere sulla Storia, così come cinquant’anni prima era avvenuto in Europa.

Le storie sono tutto. Nessuno ama morire, così, semplicemente: ma se diventa protagonista di quella Storia che tra cinque lustri sarà studiata dagli scolari, allora sì che può perfino desiderare di morire. Mentre in Europa ci sta franando la terra sotto i piedi e siamo paralizzati senza sapere su quale sentiero proseguire, dall’altra parte del Bosforo e del Dardanelli c’è un Califfato che possiede un’idea cristallina sul racconto che vuole scrivere. Un’idea così efficace e spaventosamente semplice, la gloria di Dio, che trascende le frontiere e scivola nei cuori dei ragazzi cresciuti in Francia, in Belgio, a Bruxelles, come a Berlino, a Roma, i quali si sentono più vicini a un Siriano che al compagno di scuola. Perché al suo compagno di scuola è stata sciorinata la storia dell’Unione europea, gli hanno insegnato a contare le stelle gialle sulla bandiera e a ricordare che da CEE si è chiamata CE e poi UE. Ma non gli raccontano quale futuro può avere, non lo rendono protagonista della Storia. Un esempio, su tutti: il discorso di Hollande, il 16 novembre scorso, dopo gli attacchi parigini. Egli invita i cittadini a non preoccuparsi perché lo Stato provvederà, lo Stato bombarderà, lo Stato arresterà. Sancisce una frattura tra Stato e cittadino: cosa che a Raqqa è impensabile.

Tra le case in mattoni ocra avanzano dei soldati vestiti con delle tute nere, esili: raccontano la loro superiorità rispetto agli occidentali che si nascondono dietro ai telecomandi dei droni. Sulle reti Internet sono diffusi video di belle donne velate, di uno Stato che funziona grazie alla Sharia e al contempo di decapitazioni e di brutalità1. Questa mescolanza di istinti primordiali e di benessere affascina nel profondo. L’Europa è qui che fallisce, qui sta il punto debole, per questo non riesce a contrapporsi “neanche retoricamente”2 a questa barbarie, perché ha perso la capacità di narrare, cioè di immaginare un progetto ampio, magari irrealizzabile, ma slanciato in alto. Gli uomini non si seducono, e dunque non si spronano, con un programma politico in dodici punti, con un tweet di 140 caratteri, o con un comunicato stampa. Gli uomini si affascinano raccontando la Storia che loro possono scrivere, di cui saranno protagonisti, e a quel punto faranno di tutto, anche le gesta più cruente. I reclutatori Isis mostrano come la tua vita, non importa se inizia a Los Angeles, a Madrid o a Vercelli, può confluire con la storia di un altro miliardo di fedeli e può tendere a inglobare anche quel tuo compagno di scuola.

Le storie sono tutto. Anche se raccontano concetti che pensavamo svaniti, come quello di Dio, nonostante gli economisti dicano che è il petrolio a far muovere tutto, di fatto sono le storie ad affascinare i Salah Abdeslam di turno, e con lui molti altri. Quella celebre frase, gli uomini muoiono le idee restano, è vera anche in questo caso.

NOTE

[1] Molto materiale multimediale e testuale è archiviato senza censure in www.clarionproject.org, dove si trovano anche i fascicoli della rivista del Califfato in lingua inglese “Dabiq”.
[2] Philippe-Joseph Salazar, Parole armate, Bompiani 2016
Mattia Grava

Mattia Grava, all’ultimo anno del Liceo classico, sta per iscriversi all’ateneo di Padova. Appassionato di letteratura, scrive ogni giorno qualche riga sui margini dei libri di testo; a novembre ha presentato il libro “La percezione delle Pleiadi” di Francesco Fontana. Dopo l’esperienza come rappresentante d’Istituto ha pedalato lungo la via Francigena attraversando le colline dell’Italia centrale.

L’etica delle notizie nell’era Social Network

Il 13 Novembre scorso durante gli attentati di Parigi e nei giorni immediatamente successivi abbiamo avuto un assaggio di ciò che è e sarà l’informazione dell’era digitale, soprattutto quando si trova a dover raccontare eventi così fuori dall’ordinario e di grande impatto mediatico. È stato l’11 Settembre dell’Europa hanno detto alcuni, sicuramente il primo 11 Settembre dell’era social.
Ecco che le breaking news sui fatti del Venerdì nero della Francia sono rimbalzate subito sui social network, Twitter e Facebook in primis, ma pure Snapchat e Instagram hanno fatto la loro parte, dando vita a un flusso, o meglio vari flussi, di notizie sempre in evoluzione che hanno contribuito a raccontare in diretta ciò che stava accadendo. Le notizie ovviamente concitate, confuse e cariche di tensione di quella notte hanno però prodotto anche inesattezze e varie bufale, alcune delle quali sono state condivise non poco in rete e sono comparse sui giornali prima che si facesse ordine e se ne svelasse l’infondatezza. Le sei più importanti:

1) La Torre Eiffel spenta per lutto dopo gli attentati (quando viene spenta ogni note all’una).

2) La foto di uno dei kamikaze in bagno. Risultata un fotomontaggio.

3) L’addetto alla sicurezza musulmano che ha impedito a uno degli attentatori di entrare allo stadio.

4) I terroristi comunicano tra loro con la Playstation  (notizia non vera ripetuta più volte da giornali e politici. E questo nonostante le stesse indagini abbiano rivelato che le comunicazioni sono avvenute in chiaro via sms e su Facebook).

5) Una Seat nera, guidata da uno dei terroristi, ricercata in Italia.

6) «Tutte le persone uccise devono essere vendicate». La frase che Hollande non ha mai detto.

Ne sono circolate molte altre, la maggior parte delle quali in forma di foto, e chi vuole ne trova alcune qui spiegate bene.
Inoltre se usate Facebook o comunque qualche social network, nei giorni vi sarà forse capitato di vedere in bacheca un post con annessa una foto particolarmente sanguinolenta che raffigurava una strage in una scuola del Kenya e che invitava a ricordare anche questo massacro di stampo terroristico. La notizia era sì vera, peccato risalisse ad Aprile. Questa particolare bufala-non-bufala (in senso stretto) è un esempio particolare di ciò che è stato chiamato e si può chiamare, in modo ufficioso, cronobufala. Basta quindi un click per riportare, in mala fede o no, alla luce una notizia postdatandola per influenzare coscienze? Un altro bel (e nuovo) problema.

A margine, ma non troppo, di questa breve carrellata un’altra bufala di questi giorni: quella tutta italiana del Natale cancellato nella scuola di Rozzano. Notizia riportata male da qualche quotidiano locale, poi ripresa senza verificare da quelli nazionali e quindi diventata un caso sul web e di cui si è interessata anche la politica. In realtà, si scoprirà poi, la notizia non era vera in visto che nessuna festa è stata vietata o cancellata, ma il preside ha solo respinto (legittimamente) la richiesta di due madri di insegnare canti natalizi nelle ore di scuola.

Ordunque ci si chiede quale sia il problema, i giornalisti che non verificano, gli utenti stessi che condividono di tutto senza cognizione di causa o i social tout court, fucine di notizie incontrollabili? Forse tutto questo insieme e le soluzioni per un’informazione migliore non sono semplici ma, con il contributo di tutte le parti in causa, ci sono.

Partendo dai giornalisti, il loro ruolo è imprescindibile, benché mutato con l’avvento dei nuovi social media, e alla loro figura si chiede tanto di correggere e smentire notizie false quanto di diffondere notizie vere. Inoltre da eventi come quelli di Parigi si evince l’importanza della verifica immediata e nel caso, della smentita ancor più tempestiva. Tutto ciò va sotto il nome di debunking (letteralmente rettifica o sgonfiamento), ovvero le pratiche per cui si deve verificare una data notizia e, nel caso la si trovasse falsa, bollarla come tale e derubricarla, facendolo esplicitamente presente ai lettori o agli utenti, con debiti articoli o post di debunking. Questo è stato fatto con grande chiarezza da molti giornali, soprattutto online, francesi, ma non altrettanto da quelli italiani, che nei casi migliori si sono limitati a cancellare le notizie fasulle, senza troppe rettifiche, nel caso degli attentati di Parigi come in quello del Natale negato; due casi, come già detto, diversi, ma che rappresentano la stessa immagine dell’informazione nostrana, non sempre limpida.

Evidenziato cosa dovrebbero fare le grandi testate giornalistiche o comunque i siti d’informazione, il problema è più complicate per i social. Non bastano le rettifiche del giorno dopo, se va bene. È infatti sulle bacheche di Facebook e nella timeline di Twitter che montano ed evolvono sempre con più frequenza le breaking news di grandi eventi, e di conseguenza anche le grandi bufale.

Si deve quindi pretendere anche da social come Twitter, Facebook e Snapchat, che hanno da poco inaugurato vere e proprie funzioni dedicate alle news, un meccanismo di verifica e debunking in tempo reale? C’è chi afferma  di sì e che sia giusto e doveroso applicare questo tipo di politica, e chi invece sostiene che un social come Twitter sia una sorta di forno autopulente, che cioè reagisca da solo o quasi alla creazione e alla circolazione di bufale. L’esperienza del 13 Novembre ha mostrato come quest’ultima ipotesi sia un po’ troppo ottimisitica, non foss’altro perché ci si è messo più tempo del dovuto a correggere le notizie e soprattutto a fare arrivare la correzione al grande pubblico. In ogni caso che anche gli utenti debbano avere un ruolo attivo e consapevole è palese e auspicabile. Retwittare e condividere notizie non sicure o false aumenta soltanto la confusione.

Finendo con delle proposte pratiche la giornalista Claire Wardle chiedendosi come fare per arrivare a una politica di debunking immediato ipotizza un’icona o un design condiviso che metta in guardia subito dalle notizie fasulle: “Abbiamo bisogno di sviluppare un modo per mettere a punto un semplice linguaggio visuale per il debunking di informazioni false (…) Che sia un’emoji concordata per ‘debunked’, un layer in stile Snapchat o uno sticker, che siano iniziative portate avanti dagli stessi social network, ci deve essere un’icona universale. I network condividono il marchio blu di account verificato e gli hashtag. Abbiamo bisogno di una nuova icona condivisa.” (Fonte: http://www.valigiablu.it/parigi-debunking/)

Qualcuno che ci ha provato c’è, come ad esempio il giornalista francese di BuzzFeed Adrien Sénécat che nel suo lavoro di debunking su Parigi ha bollato varie foto fasulle con la scritta in rosso FAUX.
La Chiave di Sophia_l'etica della notizie
(Foto presa da twitter).

In conclusione ecco un piccolo e pratico vademecum di sopravvivenza alle breaking news, creato dal sito Valigia Blu, per un etica delle notizie partecipata e condivisa anche da parte dei più diretti interessati, i lettori.

l'etica della notizie

Tommaso Meo

Riprendere la pura positività di Aldo Capitini dopo i fatti di Parigi

Si è scritto molto sui fatti di Parigi del 13 novembre scorso, fiumi d’inchiostro per raccontare nel dettaglio quei momenti di puro terrore che hanno lasciato con il fiato sospeso e gli occhi gonfi di lacrime milioni di persone. Si è scritto molto quindi e molte volte impropriamente, ma non è questo ciò di cui voglio parlarvi per diversi motivi che ci porterebbero fuori tema. Ho ripreso, invece, gli avvenimenti del mese passato per soffermarmi sulla reazione politica della Francia, passata sottotraccia, quasi non la reputassimo degna di nota. In altre parole, la decisione di bombardare i territori in mano all’Isis (o Daesh), la mattina seguente agli attentati (anche sull’utilizzo improprio di questo termine bisognerebbe discutere), è stata considerata un’azione normale di fronte all’eccezionalità degli attacchi avvenuti il giorno precedente. In breve, la risposta sia esterna (i bombardamenti) che interna (la richiesta dello stato d’emergenza, misura in seguito prorogata fino a 3 mesi) data dalla Francia risultava essere necessaria. Da un punto di vista logico, insomma, rispondere con la violenza ad un atto di violenza è l’espressione più naturale (altra parola che correliamo innocentemente al termine necessario) concepibile dall’uomo.

Già a questo punto mi si potrà criticare di aver semplificato la situazione, di aver taciuto sui mille interessi e le migliaia di sfumature che ogni conflitto porta con sé. E’ vero. Però se ci si soffermasse su ognuno di questi aspetti si constaterebbe come seguano inevitabilmente una logica oppositiva -negativa.

Lo slogan “fare la guerra contro chi ti fa la guerra” sembra essere il principio primo, la Verità assoluta.

Vi sono vie o logiche alternative (altro vocabolo ormai utilizzato per fini denigratori) in grado di distinguersi dalle strutture cognitive imperanti? Si può pensare un sistema che si differenzi in maniera assolutamente positiva, quindi trascendendo la logica del negativo e del positivo inteso come non negativo, cioè negativo del negativo? Personalità di spicco hanno cercato di intraprendere questa via nel corso della Storia: Gesù (un modo gentile per sottolineare come la cultura occidentale sia andata abbastanza fuori rotta rispetto alle sue radici cristiane, difese in maniera becera ogni giorno dai mass media), san Francesco di Assisi, Tolstoj, Gandhi, Bertrand Russell e Martin Luther King sono solo alcuni esempi. Grandi simboli della Storia ai quali affiancherei una figura meno nota dal punto di vista storiografico: Aldo Capitini, l’organizzatore della prima marcia della pace in Italia, avvenuta il 24 settembre del 1961 tra Perugia ed Assisi in un clima fortemente influenzato dalla questione del  terzomondismo e dal terrore delle bombe H.

Fin dagli anni Trenta, quando rifiutò di aderire al fascismo abbandonando così il posto da Segretario generale presso la Scuola Normale di Pisa, Capitini si impegnò ad assumere i principi gandhiani della non – violenza e della disobbedienza civile rielaborandoli a suo modo, in maniera puramente positiva. Per quanto riguarda il primo aspetto, unendo le parole “non” e “violenza “ – perché

se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico e dunque, come vedremo di positivo

(Capitini A., Tecniche della non violenza, Roma, Edizioni dell’Asino, 2009, p. 11)

che possa includere anche i violenti – Capitini dimostrò di aver riflettuto profondamente sull’inconscia violenza insita nel nostro linguaggio, una caratteristica che consente una manipolazione quotidiana, volta ad acuire la tensione (si veda il titolo del quotidiano Libero il giorno dopo gli attentati di Parigi), da parte dei maggiori mass media. Il secondo aspetto, la disobbedienza civile, venne ridefinito da Capitini in un orizzonte più largo: non solo come semplice azione di rifiuto, ma ponendosi in termini di compresenza e libero accordo, fondamenta di un modello di società, la omnicrazia, dove l’identità e le differenze andranno a coesistere senza rapporti di violenza. Solo il libero accordo, quindi, permetterà la formazione di appartenenze e partecipazioni libere da ogni necessità che consentiranno, condividendo la propria esperienza del mondo, di giungere ad una verità costruttiva che tenga conto delle diversità personali e culturali che inevitabilmente esistono.

Un’utopia (altro vocabolo volto ad esautorare e delegittimare in partenza qualsiasi proposta alternativa) mi direte? Non credo. Aldo Capitini era un uomo d’azione: stilò una serie di tecniche individuali e collettive per costruire una realtà nonviolenta concreta, un sistema facilmente applicabile a qualsiasi azione personale e globale.

Un matto? Non fu l’unico: alla marcia parteciparono 10 000 persone in un’atmosfera di festa al di fuori di qualsiasi irreggimentazione partitica. Un’altra via sembrava possibile.

Se siete d’accordo, pensate alternativo liberamente.

Buon Natale

Bibliografia:

  • Capitini A., Tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’Asino, Roma 2009.
  • Capitini A., Il potere di tutti, La nuova Italia, Firenze 1969.
  • Madera R. – Tarca L. V., La filosofia come stile di vita, Mondadori, Milano 2003.
  • Tolomelli M., L’Italia dei movimenti, Carrocci, Roma 2015.
Immagine: http://archiviomemoria.comune.perugia.it/index.php?/tags/308-marcia_della_pace
Marco Donadon

 

Terrorismo del XXI secolo: un punto di vista fuori dal coro

<p>Attentati di Parigi, un punto di vista fuori dal coro</p>

Al diluvio generalista, qualunquista, razzista e guerrafondaio della gran parte degli internauti sugli attentati perpetrati dal terrorismo contemporaneo, pacatamente, rispondo: Davvero siamo convinti che bombardando a tappeto il mondo risolveremo qualcosa? Se non sbaglio la Germania nazista fu sconfitta a suon di bombe ma non per questo il nazismo, il razzismo e la xenofobia le abbiamo completamente depennate.

Ma siamo davvero convinti che sia l’Islam il problema? Che sia solo ed esclusivamente una religione a fomentare il terrorismo? Se fosse così, crediamo di essere da meno? Lasciamo perdere per una volta tutte le marachelle cristiane passate in giro per il mondo e concentriamoci sul presente: pensate davvero che cento, duecento, mille morti siano eventi più gravi di tutti gli scandali in cui Santa Chiesa Romana – se proprio vogliamo focalizzarci esclusivamente sulla religione quale veicolo di violenza e morte – è invischiata? Che nei primi il male sia gratuito, palese, violento e da condannare senza se e senza ma, non c’è dubbio, ma nei secondi, in noi bravi cristiani, il male mi sembra sottile, egoista e materialista e fa altrettanti morti e forse forse anche più danni sul lungo termine.

Come? Perché? Semplice, l’attico del Bertone, i festini e le chincaglierie e la droga dell’abate, tutte le imprese commerciali e le strategie finanziarie del Vaticano con quali soldi vengono portati avanti se non con quelli dell’8×1000? E questi soldi non dovrebbero andare ai bisognosi? Ai poveri? Agli affamati? Questi vedono arrivarsi uno anziché dieci per il loro sostentamento e non sappiamo nemmeno se quell’uno arrivi per davvero: pensiamo davvero che stiamo solo noi dalla parte illuminata della terra? Pensiamo davvero che semplicemente rubando, morti non ne facciamo in giro per il mondo? Forse non ci è dato saperlo, ma se tu, caro lettore, fossi povero e – che so – dello Zimbabwe e non hai un soldo seppure ti abbiamo promesso aiuto, e vieni a conoscenza di quanto sia stato utile il tuo denaro – donato dalla collettività tra l’altro – a rendere agevole la vita di un prelato o di chissà quale altro benpensante e benestante di turno, ebbene come reagiresti? Non dico che gli attentanti di Parigi siano l’effetto degli scandali vaticani, piuttosto sono l’effetto di politiche meschine, materialiste, guerrafondaie e accattone dal dopoguerra sino ad oggi. D’altronde, pensandoci, buona parte del terrorismo del XXI secolo fa leva proprio sull’immoralità della nostra società.

Pensiamo davvero che le bombe di una nazione democratica siano più morali di quelle di una nazione o di un gruppo o di un movimento antidemocratico? La verità è che non possiamo pensare di esportare i valori occidentali a suon di bombe, con gente armata fino ai denti, con la bandiera del nostro paese in un territorio straniero e con tutte le balorde contraddizioni che stanno via via venendo fuori dalla nostra opulenta società (vedi gli scandali vaticani, le bugie sulla guerra degli ex premier Tony Blair e G.W.Bush, l’incredibile inefficienza del sistema politico europeo e l’uso di grandi multinazionali per depredare, ancora oggi, paesi inermi e allo sbaraglio).

Il vero nocciolo della questione, a mio avviso, sta, nel contesto occidentale, nella perdita del valore dello spirito nell’uomo a causa dello smembramento e deterioramento della struttura che ne detiene il monopolio, ossia santa romana chiesa, mentre per quanto riguarda il contesto islamico, troviamo un innervamento di questo stesso spirito e di una sua fatale congiunzione con i mezzi tecnologici, economici e con le finalità politiche contemporanee. Alla stregua di quando il capitalismo prese piede in occidente, grazie al matrimonio tra economia e tecnologia con la vocazione spirituale (vedi Spirito del Capitalismo di Max Weber), oggi l’islam si ripropone fatalmente usato ed abusato per questioni squisitamente economiche, politiche e geopolitiche: come agli albori del sistema capitalistico, oggi un nuovo spirito si sta risvegliando e attraverso un’altra fede, non cristiana, ma pur sempre attraverso una fede, per vocazione. Vi è comunque una profonda differenza che ne determina l’azione e la portata di tale vocazione, di tale spirito, ossia la mancanza di una struttura centralizzata nell’Islam: ma questo è un altro, interessante, punto di partenza per analizzare quanto e in che misura si possa condannare in toto tutti i credenti musulmani.

Isis, Al Qaeda, repubbliche islamiche e quant’altro sta venendo alla ribalta in questi periodi non sono altro che i primi sintomi del risveglio dello spirito di un nuovo (profondamente morale quindi intollerante e spietato con chi tenta di sbarrargli la strada) concetto di società che sta trovando nei mezzi, nelle tecnologie e nell’immoralità del suo nemico l’humus ideale per potersi espandere, farsi ideale in una massa e in uno Stato e vocazione in un singolo individuo.

Signori miei, rassegnamoci, rimbocchiamoci le maniche perché la storia ci descrive – tutti! Occidentali e non – come bambini che vedono per la prima volta una presa elettrica e per puro esperimento, ci mettono due dita.

Cosa abbiamo imparato dalle due grandi guerre? Che ci ritrovammo con una rivoluzione industriale, con nuove tecnologie, combustibili, colonie, un gran numero di soldati e dei risentimenti da sfruttare e così ci inventammo due grandi guerre: distruggemmo l’Europa, buona parte dell’Asia e ci avviammo verso il disincanto da qualunque etica e morale. Perché? Perché come bambini testammo tutto il nostro nascente potenziale.

Mentre oggi ci ritroviamo dentro un mondo volutamente senza frontiere e laddove ancora resistono è facile eluderne i controlli. Abbiamo sofisticati mezzi di comunicazione che vanno oltre lo spazio ed il tempo, un sistema economico molto più feroce e geloso di qualunque sistema statale e politico mai visto sulla terra e così, come dei bambini, ci stiamo ritrovando nuovi giocattoli per le mani e per indole innata ne facciamo esperimento con un terrorismo a macchia di leopardo. Noi occidentali non siamo esenti dal terrorismo e a tal proposito vorrei ricordare quando fornimmo armi ed equipaggiamenti ai mujaheddin afghani o il sostegno ai terroristi nicaraguensi contras o i finanziamenti al sindacato polacco Solidarność; senza scrupoli e senza alcuna prospettiva futura applicammo la Dottrina Reagan e sostenemmo individui e gruppi ambigui per arginare l’egemonia sovietica.

Dai primi del novecento sino ad oggi, si sta sistematicamente smantellando il senso puro e netto della rivoluzione francese, della libertà, del sogno di un’umanità senza confini, dell’uguaglianza, della ragione e dello spirito di fratellanza. Il mio augurio è che ognuno nel suo piccolo faccia del suo meglio per impedire questo nuovo sfacelo, che mantenga a freno la propria emotività di fronte a simili atti di terrorismo e che si comporti da adulto, senza andar incontro ad un odio gratuito, di stampo eurocentrico e liberticida: Pensiamo al futuro.

Umanità, resisti!

Salvatore Musumarra

 

Jan van Eyck (Maaseik,1390 circa – Bruges, giugno 1441)

Jan van Eyck è stato uno dei pittori fiamminghi più noti della prima metà del Quattrocento. La sua attività si svolse interamente nelle Fiandre, ma fu il pittore che più di tutti ha contribuito a far sì che questa pittura facesse scuola in tutta Europa. Read more